Racconto/La parete imperfetta
di marcella montesano
Non ne ho voglia ma prendo la macchina e guido. Percorro i pochi chilometri che separano casa mia dall’ospedale. La strada è deserta, non passa nessuno. E’ pomeriggio ed ho un leggero sonno. C’è il sole ma è ancora freddo. L’inverno non è finito. Parcheggio e mi osservo nello specchietto retrovisore. Ho il viso corrucciato e i capelli spettinati. Cammino sul marciapiede senza alzare lo sguardo. Solo in lontananza si sentono passare le macchine. Ogni tanto qualcuno attraversa la strada. Poche voci. Pochi rumori.
E’il mio unico giorno di riposo e non ho voglia di sprecare neanche mezz’ora in un ospedale. Ma domani sarà troppo tardi, la zia sarà dimessa. Oggi è il giorno perfetto.
Suono il campanello del reparto, c’è un primo cancello. E’alto e vecchio, coperto di macchie di ruggine. La vernice ha ceduto col passare del tempo e le piogge. Mi rispondono e dico chi sono. Per entrare nel reparto di Psichiatria c’è un sentiero di ciottoli, un labirinto con molte curve. Attorno cresce l’erba in modo disordinato. Qua e là ci sono ciuffi di fiori rinsecchiti e cespugli senza forma. Ci sono pochi alberi, alcuni sono pini. Hanno creato un letto di aghi sul pavimento d’erba.
Il reparto è separato dal resto dell’ospedale. I matti devono stare separati dagli altri malati, come se fossero contagiosi. Dovrebbero scriverlo su una targhetta, sulla porta. Questo pensiero mi fa sorridere. Suono il secondo campanello, sono davanti al portone principale. Alcuni infermieri parlano e sfogliano moduli dietro ad una finestra. Entro. Mi trovo in un corridoio fatto a elle. Ai lati ci sono delle porte chiuse, le stanze dei pazienti. Non si sente nessuna voce. La luce entra dalla grande finestra in fondo. Avanzo piano e sento un rumore di televisione alla mia destra. La sala della televisione è piccola, arredata con alcune sedie e qualche poltrona. Una porta a vetri dà sull’esterno, s’intravede un tavolo da ping pong e il muro. La zia mi ha raccontato che alcuni giorni fa un paziente ha provato a scavalcarlo. E’ stato fermato da due infermieri e portato in una stanza d’isolamento. E’ stato legato al letto fino al giorno dopo. Eppure questo muro mi colpisce per la sua bellezza. E’ alto e coperto di edera dalle foglie grandi. Le pietre sono ricoperte da muschio verde chiaro.
Mi viene incontro una ragazza dai capelli scuri. Indossa una tuta azzurra, sbiadita, e ai piedi ha delle ciabatte con la fibbia rotta.
“Ce l’hai una sigaretta?”, dice.
“Non fumo, mi dispiace”, dico.
“Fai bene, io fumo due pacchetti da quando avevo tredici anni”, dice.
Non le credo. Poi la osservo mentre si passa le mani tra i capelli. Le dita sono ingiallite, con sfumature scure attorno alle unghie. Ha le occhiaie e i denti rovinati. E’ magra, i pantaloni le cadono e si vede un po’ di pancia. Nonostante la pelle spenta, nonostante la magrezza, nonostante lo sguardo stanco è una bella ragazza. Mi sorride con la bocca, non con gli occhi. Mi saluta con un cenno e si allontana verso la sala del fumo, in fondo al corridoio. Chiederà una sigaretta alle sue compagne.
Sono quasi le tre. I pazienti si svegliano ed escono dalle stanze lentamente. Li vedo camminare lungo il corridoio. Guardo le pareti, hanno un colore indefinito. Fra bianco, giallino e verde.
“Gli ospedali sono punizioni”, penso.
Un medico cammina a passo svelto. Saluta i pazienti senza guardarli, tiene lo sguardo sulla cartella che ha fra le mani. E’ magro, alto. Ha il viso teso e porta gli occhiali. Lo sguardo è freddo e stanco. Gli chiedo se la zia è già sveglia.
M’indica la stanza e la raggiungo. Trovo anche lo zio, è seduto accanto al suo letto. La zia Anna e lo zio Mario sono inseparabili da quarant’anni. La zia senza di lui non è neppure capace di farsi la valigia. Ha sessantadue anni. E’stata una dirigente del comune. Era una pedagogista. Lo zio è sempre arrabbiato e sempre più magro. Ha pochi capelli e molte macchie sul viso. Invece la zia, un tempo magra come un grissino, è gonfia. Non grassa, gonfia.
“Ciao piccolina”, mi dice col tono di voce con cui si salutano i bambini dell’asilo. I figli che vai a prendere alla fine della giornata, i figli che ti corrono incontro. Anche lei sorride con la bocca, non con gli occhi. Le sono rimaste le fossette. Sulla guancia il neo che mi piace tanto.
“Come stai?”, dico.
“Meglio, domani mi dimettono. Qui non tornerò più. Ho trovato un nuovo dottore, il dottor C. di Roma. Un luminare,”dice.
“Si, ne ho sentito parlare. Usa molto i farmaci e l’elettroshock, ”dico.
La zia ha cambiato almeno dieci psichiatri, è stata in quasi tutte le cliniche italiane specializzate in depressione. Da Milano a Lecce. I medici da cui si è fatta curare sono prima bravissimi e poi, dopo qualche mese, incompetenti.
“Hanno azzeccato la terapia?Riesci a dormire bene?”
“Non ancora, non ci capiscono niente. Ho sempre mal di testa e voglia di morire”.
Lo dice sorridendo. Lo zio è assente, abbassa spesso lo sguardo e fa delle smorfie. Mi racconta di averla lasciata sola per qualche minuto, qualche giorno prima che la ricoverassero. L’ha ritrovata sul tetto del loro condominio che guardava in basso, immobile.
La zia è gentile con tutti. Mi racconta che si è fatta voler bene, che ha fatto amicizia con gli altri pazienti. Usciamo dalla stanza e ci sediamo su una panchina nel corridoio, vicino alla guardiola. Mi presenta Antonio che dorme nell’ultima camera a destra. E’ basso e robusto, ha la barba incolta e un paio di vecchi occhiali dalle lenti spesse come fondi di bottiglia. Le stanghette sono incollate alle lenti con scotch bianco. Ha un sorriso simpatico. L’unico sorriso che ho visto entrando in questo posto. Le lenti fanno sembrare i suoi occhi enormi. Antonio mi parla bene della zia. Quando si allontana la zia mi racconta la storia di quest’uomo. Crede di comunicare con un giudice del tribunale attraverso le prese d’aria e i citofoni. E scrive su quaderni che non fa toccare a nessuno. La zia mi dice che nessuno riuscirebbe a leggerli perché usa un alfabeto che non esiste, fatto di segni e scarabocchi. E’ un contabile in pensione da dieci anni. Ha lavorato per avvocati famosi e fece un concorso per entrare in polizia. Non fu ammesso. E ‘divorziato, i figli abitano lontano e si sentono solo per telefono. Il meno possibile. Lui dice che lavorano molto e non hanno tempo.
La zia mi chiede come sto. Mi fa sempre le stesse domande. Le rispondo allo stesso modo di sempre, cambio solo i punti e le virgole. Le racconto di Marco. Lo vuole conoscere. Tutte le volte che sto per andarla a trovare insieme a lui le scoppia il mal di testa e non vuole vedere nessuno. A volte penso a quello che abbiamo in comune e ho paura di diventare come lei, fra trent’anni. Nelle foto ingiallite che ci ritraggono insieme vedo che abbiamo gli stessi lineamenti. In quelle foto sembra felice, sorride. Ora ha la pelle grigia e dimentica. Perde pezzi di memoria ogni giorno. Allora penso alle differenze, a come siamo cresciute in modo diverso. Vedo com’è adesso e ricordo com’era un tempo. Cerco di tenere con me quei pezzi di vita insieme. Io ne ho aggiunti altri. La zia, al contrario di me, è immutabile.
Il passato mi sembra vicino quando le parlo. Ma anche quando la penso. La penso spesso. Ora fa le stesse cose tutti i giorni. Una volta non era così.
Mi ricordo la casa gialla in periferia dove abitava, vicino alla centrale elettrica. Veniva a prenderci tutte le settimane con la macchina color caffellatte. Mi sembrava in gamba. Indossava spesso dei tailleur e le scarpe con i tacchi, la nonna diceva che faceva un lavoro importante. La casa era grande, c’era spazio per i bambini che non ha mai avuto. Ha avuto me i miei fratelli. Poi c’è stata l’adozione ed è sparita. Io e la mia famiglia eravamo felici per lei. Io speravo che fosse una femmina e così doveva essere ma la prima adozione non andò a buon fine. La zia in quel periodo stava sempre a letto, voleva vederci lo stesso, ma appena entravamo nella sua camera si metteva a piangere. Invece di dirci come stava, cercava di trattenere le lacrime. Ci teneva fuori dalla sua stanza. Capivamo lo stesso. Dopo pochi mesi gli zii trascorsero un mese In Perù per conoscere un altro bambino, Edo, che sarebbe diventato loro figlio. Prima che tornasse in Italia ero già triste, volevo una cugina. Il bambino aveva sei anni, picchiava il cane e ci faceva i dispetti. Quando giocavamo doveva essere lui il vincitore, perché era un bambino sfortunato. Sotto l’albero di Natale per lui c’erano sempre molti regali. A noi la zia faceva regali di nascosto, perché Edo “era geloso”. Ogni volta che si parlava di lui la zia ci ricordava i traumi che aveva subito. Ci zittiva. In pochi mesi la zia è scomparsa e noi andavamo sempre più di rado a trovarla. Le telefonavamo perché ci venisse a prendere. La risposta era sempre la stessa. Ora Edo è tornato al suo paese d’origine. E divorziato e in Italia ha perso il lavoro. Gli zii dicono che chiama tutte le sere e che tornerà. Dicono che sta bene, che a loro ha dato tante soddisfazioni.
Penso a molti anni fa.
La casa gialla aveva un giardino enorme, con rose, alberi e rampicanti. Lo zio se ne prendeva cura. Noi eravamo dappertutto. C’erano giocattoli in garage, libri illustrati in salotto, le mie bambole sul pavimento. Ho ancora in testa l’odore che c’era, entrando dalla porta principale. Un odore di vecchio che saliva lungo le scale e arrivava fino in soffitta. Mi piaceva. La casa era grande e ben arredata. Pensavamo che la zia fosse ricca. La mia stanza preferita era lo studio. C’era una grande libreria bianca che copriva un’intera parete. Era alta, piena di enciclopedie e di libri. Li guardavo e facevo finta di essere una professoressa. Li sfogliavo e mi divertivo, anche se non capivo niente. Andavo ancora alle elementari ma mi piaceva studiare i libri di grammatica delle medie. Ho ricevuto in regalo dalla zia uno dei miei primi libri, “Piccole donne”. Ricordo Jo che si taglia i capelli per venderli e le litigate con Amy. Ricordo che Beth muore di scarlattina. Non ci volevo credere. Ricordo la dichiarazione d’amore di Laurie a Jo. Speravo che si baciassero. Invece Jo si innamorava di un uomo più vecchio con la barba rossa. Dopo è arrivato “Il diario di Anna Frank”. Ricordo il nascondiglio nella casa ad Amsterdam. Le due famiglie camminavano e parlavano piano per non farsi scoprire. Certi giorni mangiavano insalata perché non c’era altro. Nella prima pagina c’è ancora la dedica. “Un regalo importante per una bambina che diventerà importante, 8 febbraio 1990.” Così ho iniziato a leggere. Dopo l’adozione lo studio è diventato la camera da letto di Edo. La libreria è scomparsa
I due libri ora sono sul mio scaffale. Ho comprato due librerie. Qualche anno fa ho ritrovato anche i libri di favole e li ho messi vicini. In alcune pagine ci sono i miei scarabocchi. Nel ripiano in basso ci delle foto che devo mettere a posto. Vedo la zia un paio di volte l’anno e le chiedo sempre la stesa cosa: “Se dovessi ritrovare le foto di quando eravamo piccoli me le fai vedere?”. Non si è dimenticata. Le ha trovate e me le ha regalate. Mi ricordano come eravamo. Fuori da questo ospedale sono una persona felice. Nella casa gialla ero una bambina felice e importante. La zia mi ha raccontato che la casa gialla ora è disabitata. Presto saranno costruite nuove case. Immagino le porte e il cancello chiusi a chiave, le finestre serrate. Immagino le stanze vuote e buie, l’erba alta in giardino, i fiori appassiti. Nei miei pensieri quella casa non è disabitata. Ci siamo ancora noi che giochiamo a rincorrerci. C’è lo zio che pota le rose, mentre la zia ci chiama per la merenda. Quella casa mi appartiene.
La zia e lo zio escono nel cortile interno per fumarsi una sigaretta. Li vedo parlare dalla porta a vetri. Stanno davanti al muro coperto da muschio verde. Io rimango dentro, sto appoggiata al muro e faccio finta di guardare la televisione. Davanti a me sta seduta una signora di mezz’età. Ha i capelli raccolti. Sono sporchi e puzzano. Ha il viso triste, ha appena pianto. Sulla poltrona un anziano si è addormentato. Mi sposto perché la luce mi da fastidio e guardo la parete. Ci sono delle crepe e una macchia chiara. Ci sono dei chiodi, ma non c’è appeso niente. La fisso. Un infermiere accanto a me parla:
“Hanno provato a ridipingerla ma non c’è niente da fare. E’ una parete imperfetta”, dice.
Mi avvicino di nuovo alla parete, ora è illuminata dalla luce del sole. Sembra di un altro colore. Mi appoggio e la tocco con le mani. E’ liscia e in rilievo, piacevole al tatto. Rimango alcuni secondi. La zia non sa che sono ancora qui. Ci siamo già salutate. Me ne vado senza farmi vedere.
Marcella Montesano 27 Maggio 2010








