Racconto/L’attesa
di colomba nini
Verona, trenta gradi alle otto del mattino, il ticchettio dei tacchi otto centimetri risuonava lungo i vicoli del centro storico. Si fermò nel cortile della casa al riparo di mura merlate. Alzò lo sguardo verso l’edera fresca e indugiò sul balcone.
-Chissà quando sarà il mio momento.- pensò.
Aveva trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita ad accudire i genitori anziani e all’improvviso si era ritrovata orfana. Il papà e la mamma se ne erano andati a pochi mesi l’uno dall’altra.
Adesso aveva fame di vita. Quella che aveva solo guardato dalla finestra scostando appena le tendine, come fanno i vecchi.
Guardò il Cartier che era appartenuto a sua madre. -Le otto e venti, è tardi devo andare.- pensò. Affrettò il passo, ma i tacchi sprofondavano nelle fughe del porfido. Rallentò per non cadere in terra.
Davanti all’ufficio postale, alcune persone stavano già ordinate in fila. Avrebbe voluto scacciarli via come piccioni e fumarsi una sigaretta in pace.
Entrò seguita dalle colleghe sudate. Accesero i ventilatori e presero posto sulle sedie girevoli. Lucia controllò la posta che il corriere aveva lasciato per terra. Sentì le voci della gente fuori che si lamentavano dell’attesa e del caldo.
Si guardò nel riflesso della vetrata, scostò i riccioli appiccicati alla fronte e spinse i capelli indietro con entrambe le mani, infilò gli occhiali pesanti e prese posto sulla sedia. Lavorava alle poste solo da un anno, ma il direttore le aveva già affidato il conteggio giornaliero degli incassi e il compito di aprire al mattino. Le colleghe più anziane avevano subito spettegolato sul loro rapporto. Veramente all’inizio lui ci aveva provato, ma Lucia lo aveva messo a posto con parole asciutte, per lei un uomo sposato era come un prete. Non erano più tornati sull’argomento.
Chiuse il portone di casa con due giri di chiave, liberò i piedi dai sandali di pelle e li appoggiò con sollievo sul pavimento fresco. L’odore dei panni stesi in soggiorno aveva riempito le stanze. Ripensò al profumo del ragù della mamma che le faceva salire veloce i gradini, ai vetri appannati dall’acqua che bolliva impaziente nella pentola d’alluminio.
Ripose la rivista aperta vicino alla tazza della colazione, mise le stoviglie nell’acquaio. Riempì di formaggio un grosso pezzo di pane e lo mangiò sbriciolando direttamente sulla tovaglia.
Sentiva caldo, si spogliò e si distese sul divano, si addormentò subito e sprofondò in un sogno. Vide un uomo, in piedi al di là del vetro, davanti allo sportello dell’ufficio. Aveva spalle forti sotto la giacca a doppio petto. Si risvegliò per il freddo con l’immagine dell’uomo ancora negli occhi. Si rivestì.
Andò in cucina, avvitò con energia la moca del caffè e aspettò sfogliando la rivista. Non avrebbe saputo descrivere nemmeno una foto delle pagine che aveva sfogliato, aveva la testa altrove. Non riusciva a ricordare dove avesse già visto quell’uomo.
Lucia spense la musica nell’ufficio del direttore. -Duecentoventidue. – ripeté avvilita. I conti la facevano impazzire, mancavano sedicimila lire. – Sentiva freddo, il ventilatore vorticava rumoroso sulla sua testa. Cercò con lo sguardo il golfino, ma era rimasto appeso vicino alla cassa.
Aprì la porta e venne colpita dalla luce, poi l’urto del caldo. Si avvicinò rapida all’appendiabiti, ma il golfino non c’era. Un’ ombra schermò il bagliore che proveniva dall’esterno. Alzò lo sguardo, davanti a lei c’era l’uomo del sogno.
Da quel giorno lo vide spesso nell’ufficio.
Il lunedì mattina la fila di gente impediva la chiusura della porta. Le impiegate giovani erano più addormentate del solito e si lamentavano per le folate di caldo che provenivano dall’asfalto ridotto ad un ammasso appiccicoso.
-Chiudete la porta! – ripetevano con voci lamentose.
Lucia lavorava senza posa, ogni tanto sbirciava nella fila in cerca di Diego. Conosceva il suo nome, lo aveva letto sul bollettino del telefono. Erano già le undici, ma niente. Alle undici e mezzo lo vide entrare trafelato. Distolse subito lo sguardo e lo studiò di sottecchi. Dai bermuda bordeaux uscivano due polpacci robusti e muscolosi, aveva sicuramente fatto sport, in gioventù. Il ventre un po’ rilassato dava alla sua figura un’aria matura che le ispirava fiducia. Quando fu sicura di non essere vista, indugiò sul suo viso: una striscia di peli era sfuggita alla rasatura nella fossetta del mento. Doveva essere stato dal parrucchiere di recente. Il ciuffo brizzolato che scendeva sulla fronte bassa era stato spuntato, le sopracciglia disegnavano un arco perfetto che abbracciava completamente l’occhio fin quasi alla tempia. Quando fu il suo turno, le disse che era lì per pagare una multa. Il colore dei suoi occhi le ricordò l’acquamarina che la mamma riponeva sul ripiano mentre lavava i piatti.
Lucia lasciò cadere il resto. Sentì il contatto con la mano di Diego, la ritrasse di scatto.
– Che ne dice di cenare insieme questa sera?- le chiese lui. Gli avrebbe chiesto volentieri di ripetere la domanda, gettò una rapida occhiata alla fila impaziente e accettò. Le labbra di Diego si distesero in un sorriso.
Mentre andava a casa si accorse degli sguardi di due uomini, si sentiva bella come da tempo non le capitava. Ma di fronte all’armadio aperto fu presa dal panico. Non aveva niente da mettersi. Ripensò all’ultima volta che era uscita con un uomo, Federico il figlio del commercialista, aveva ventinove anni. Erano andati al ristorante “Il melograno”. La prima mezz’ora era trascorsa nel timore di commettere qualche errore. Doveva scegliere tra un esercito di posate e bicchieri. Della seconda parte della serata ricordava l’onnipresenza del maitre che l’aveva fatta sentire come a scuola durante i compiti in classe, con le tasche zeppe di bigliettini. Non ricordava nemmeno la faccia di Federico, solo i suoi modi affettatati.
L’appuntamento con Diego era per le otto, sarebbe andato a prenderla a casa. Ripassò per la centesima volta davanti allo specchio, la gonna di seta a fiori cadeva perfetta sul ginocchio ossuto.
Il citofono suonò con qualche minuto d’anticipo. Alzò il ricevitore, aveva una voce da speaker, di quelle che vorresti sentire ogni giorno al risveglio. Strinse con forza il manico della borsa con le mani sudate. Si precipitò sulle scale. Si ricompose. -Calma. – si disse – E’ solo un invito a cena. – Scese lentamente. Fece una pausa nell’androne. Si sistemò i capelli e uscì.
A cena, Lucia non riuscì quasi a mangiare, a furia di rispondere alle domande di Diego. Di sé, le raccontò di aver lavorato come fotoreporter, aveva la mente stracolma di immagini come un vecchio album di famiglia. A quarant’anni si era lasciato addomesticare da una donna che poi lo aveva lasciato a un passo dal matrimonio. Lucia guardò istintivamente il suo anulare e notò un alone più chiaro. Adesso lavorava per un’azienda che produceva componenti per macchine fotografiche professionali.
Sabato mattina, sotto un acquazzone estivo, Diego si presentò al portone di Lucia con una vecchia Canon al collo. La trascinò per i vicoli del centro fino a Piazza delle Erbe incorniciata dalle bancarelle degli ambulanti. La pioggia aveva intensificato il profumo delle spezie fresche, Lucia si fermò ad annusarle come un grosso cane da caccia. Stava comprando un mazzo di origano, si sentì osservata, guardò in direzione di Diego, ma era sparito. Lo riconobbe in lontananza, dietro l’obiettivo, scattava foto muovendosi come una marionetta.
Lunedì mattina, notò davanti all’ufficio un oggetto lungo appeso all’inferriata proprio di fronte alla vetrata d’ingresso. Si avvicinò e vide che erano fiori, grosse gerbere gialle, più simili a girasoli che a margherite. Sperò che fossero per lei, estrasse il biglietto infilato in mezzo ai rami di nebbiolina. Lesse il suo nome. Dentro, sul cartoncino, una breve frase scritta in corsivo. Sei speciale, è bello sapere che ci sei. Lucia annusò il biglietto, sapeva di origano.
-Non aprite oggi?- l’apostrofò una voce di donna. La gente in attesa le andò incontro come fanno i piccioni quando vedono arrivare qualcuno con del pane sbriciolato nelle mani.
-Tra pochi minuti potrà accomodarsi.- rispose. Le passò davanti con gli occhi sui fiori.
Rientrò in casa, congelata. Sfilò la sciarpa e i guanti, l’estate era stata terribilmente afosa ma l’inverno pareggiava i conti. Nevicava senza sosta da due giorni, nonostante fosse marzo. Suonarono al citofono, Lucia aprì. I passi pesanti fecero vibrare la ringhiera di ferro della scala. Sui gradini grumi di neve annerita. Si affacciò sulla soglia e l’uomo l’abbracciò come se dovesse partire per un lungo viaggio, lasciò gli scarponi inzuppati sullo zerbino ed entrò in casa. Lucia aveva cucinato uno dei suoi piatti preferiti, crema di patate con pezzetti di speck abbrustolito, lo faceva ogni volta che Diego partiva per lavoro.
-Guarda quei due come si baciano! Di sicuro sono amanti, per farlo così davanti a tutti.- disse un’anziana donna all’amica che trascinava sbuffando una valigia su ruote.
-A presto amore, ci vediamo tra due settimane.- le sussurrò Diego.
Lucia lo baciò ancora una volta.
Lo guardò salire in carrozza e poi corse per salutarlo con la mano. Lo rivide per un istante. Il suo sguardo la colpì come il bagliore di una rivoltella.
Sei impareggiabile. Lucia portò alle labbra il biglietto che aveva trovato sopra al cuscino e lo ripose nella scatola dei biscotti. Era colma di pezzetti di carta ordinati come savoiardi, erano tutti messaggi di Diego. Ne prese alcuni tra i più logori e li distese sul copriletto di ciniglia, li lesse ad uno ad uno nonostante li conoscesse a memoria.
Quando era lontano, Diego la chiamava ogni sera, Lucia non prendeva mai impegni a quell’ora. Non aveva tempo per nessuno e le poche amiche avevano cominciato a diradarsi; se Diego era a casa, facevano vita ritirata e quando era sola trascorreva le giornate ad aspettarlo.
Al telefono Diego le chiedeva di raccontargli le sue giornate, l’avrebbe voluta accanto a sé nelle lunghe serate dopo il lavoro. Eppure non le aveva mai veramente chiesto di accompagnarla.
Uscì in anticipo dall’ufficio e corse a casa a cambiarsi, Diego sarebbe arrivato con il treno delle quindici e dieci.
In piedi sulla banchina, Lucia tirò fuori dalla borsa lo specchio e si ripassò il rossetto. Guardò l’ora. Le tre e venti. Il treno era in ritardo.
Cominciò a camminare avanti e in dietro aggiustando di tanto in tanto la gonna a portafoglio che si apriva alle correnti d’aria. Sentiva lo stomaco in subbuglio. Presto lo avrebbe riabbracciato, ma l’impazienza le impediva di provarne sollievo.
La voce dell’altoparlante farfugliò un ritardo di mezz’ora. Ascoltò senza prendervi parte, i commenti rassegnati di due signore in tailleur che aspettavano la carrozza di prima classe.
-Ci mancava solo il ritardo.- Pensò lei. Erano già le quattro. Gettò la terza sigaretta. Alle quattro e mezzo il pavimento sudicio era cosparso di mozziconi che rotolavano al passaggio dei treni. L’ultima volta che il treno aveva avuto un simile ritardo, un uomo si era gettato sui binari. Lucia rabbrividì.
Alle cinque in punto il treno proveniente da Torino cominciò a frenare e dopo pochi minuti si arrestò. Allargò istintivamente le gambe per avere più stabilità . Frugò con lo sguardo dentro ogni finestrino. Inspirò l’aria invecchiata che usciva dai vagoni e il sudore della gente che sgusciava fuori, frettolosa. Quando il treno ripartì, gli sguardi dei passeggeri indugiarono sul suo viso. Aveva poco più di trent’anni, ma gli occhi opachi come quelli dei vecchi.
-Gli deve essere successo qualcosa.- pensò – Portò le mani agli occhi per fermare le lacrime. -Mio Dio, fa che stia bene.- disse – Si sedette sulla panchina fredda, distese le gambe strisciando le suole sul pavimento di cemento.
Dopo un’ora il freddo le era salito alla pancia costringendola a cercare un bagno. Guardava continuamente alle sue spalle come una mamma che si allontana dal nido. L’odore fetido dei bagni le diede la nausea. Si chinò sulle ginocchia instabili sopra alla turca macchiata di ruggine e di escrementi. Sul lavandino non c’era nemmeno il sapone, si strofinò le mani sotto il getto di acqua fredda.
Tornò al bar e bevve un altro caffè. Appoggiò i gomiti sul bancone, gli avambracci si appiccicarono sul piano cosparso di zucchero. Il barista le rivolse un sorriso complice, come se la conoscesse da anni. Lei si ripulì gli angoli della bocca con un tovagliolino di carta e si diresse al binario numero cinque. Controllò i passanti, ma le facce erano tutte uguali, deformate dalle lacrime che le appannavano la vista. Cambiò direzione. Di fronte alla biglietteria, chiese all’impiegato notizie sul treno proveniente da Torino, le confermò il ritardo annunciato fissando le sue guance macchiate dal mascara. Riprese il suo posto sulla panchina, accavallò le gambe e si tamponò gli occhi con il fazzoletto di stoffa ricamato, uno di quelli che la mamma aveva preparato per il suo corredo. Lo aveva tolto dalla scatola rivestita di seta, sfilandolo piano per non rovinare quella specie di puzzle dove ogni pezzo aveva la forma di un triangolo.
-Ancora un’ora, e arriverà .- Si guardò allo specchio, passò sulle guance un velo di cipria e ritoccò il rossetto, si aggiustò con un colpo di pettine i capelli. -Chissà quante cose avrà da raccontare. Sarà piacevole cenare insieme.- disse. Immaginò il coltello rompere la crosta dorata della pasta al forno, Diego leccò la besciamella sulla forchetta e bevve con gusto un lungo sorso di Bardolino.
I ragazzi seduti per terra sopra agli zaini cominciarono a sghignazzare. Capì imbarazzata di aver parlato ad alta voce. Anche la mamma parlava da sola andando avanti e indietro nel tempo.
Di fronte alla linea gialla stavano in attesa numerose persone, c’era una doppia fila di teste che si allungavano in direzione del fischio del treno, qualcuno cercava di farsi avanti per avere i posti migliori. Restò seduta ancora un istante. Si alzò. La gonna aderiva alle sue gambe, spiegazzata come un quotidiano. Lo cercò in ogni giacca, in ogni scarpa lucida, in ogni barba incolta. Lo cercò in ogni mano stretta attorno ad una valigetta, in ogni voce bassa da baritono. La folla si allontanò fino a diventare una macchia informe e grigia. Una sagoma scura le andò incontro. -Signorina, va tutto bene?- le chiese il capostazione.
- Aspetto mio marito, deve essere successo qualcosa.- disse. Poi cadde a terra.
L’uomo adagiò il corpo sulla panchina. Fece un cenno nervoso ad un collega dall’altra parte del binario.
Il giardino dell’albergo era diventato improvvisamente silenzioso, la campanella della cena aveva richiamato gli ospiti come il risucchio di un tubo di scarico.
La mano incerta prese la tazzina facendola tremare. Appoggiò la sigaretta sul posacenere stracolmo e afferrò il manico con entrambe le mani. Le dita ingiallite. Non si sentiva affatto bene, alle otto veniva servita la cena e lei non si reggeva in piedi, dopo il sesto cognac.
-Signorina Lucia!- la chiamò il cameriere – stiamo servendo la cena. –
La donna girò appena la testa brizzolata.
- Vengo subito.- rispose con la voce irruvidita dal fumo. Buttò giù l’ultimo sorso di caffè e cercò di alzarsi, ma ricadde sulla sedia. – Meglio saltare la cena. – pensò. Chiuse gli occhi. Nel sogno vide sfilare i treni. Il luccichio del binario la abbagliò e lei alzò lo sguardo al finestrino. Un uomo, Diego, le sorrideva, ma solo con la bocca; gli occhi avevano una piega beffarda che le provocò una fitta al torace. Era un estraneo, oppure il rovescio della persona che aveva conosciuto. Stava guardando il calco della sua immagine ancora sporco del gesso di colui che aveva annullato la sua vita.
La sigaretta lasciata sul posacenere stava bruciando la carta di un gelato. Il cameriere dell’hotel si avvicinò per spegnerla. -Anche stasera non ha mangiato .- le disse.
Lucia lo guardò confusa senza capire chi fosse.








