di stefano venturini
Si era preparato una spremuta d’arancia. Aveva preso dal freezer del ghiaccio e l’aveva messo nel bicchiere. Si era asciugato il sudore sulla fronte con il fazzoletto, e si era accomodato al tavolo sulla veranda.
Durante l’estate, da lì, Giuseppe ammirava tutto il giorno la campagna, verde e gialliccia: davanti a lui si stendevano campi di granturco e frumento, percorsi da lunghe file di alberi che costeggiavano i canali d’irrigazione. Vicino, un fiumiciattolo scorreva blando, e di notte il suo rumore lo aiutava a prender sonno. Poco più in là, si scorgeva un piccolo magazzino dove i contadini accatastavano la loro legna.
Bevve un sorso di spremuta.
“Mi piace starmene qui”, disse. “Senti che pace, Adele”.
Stava seduto per ore a farsi cuocere la pelle dal sole, lasciandosi accarezzare dalle sfumature dell’aria, e ascoltando in silenzio il frinire delle cicale.
“Mi sa che ci sono nato, per tutto questo”.
A settant’anni, dopo essere andato in pensione, aveva lasciato la città dove per anni aveva lavorato e vissuto con la moglie. Troppa confusione: aveva bisogno di silenzio e tranquillità. Allora aveva venduto l’appartamento a una coppia di giovani, e lui e Adele si erano trasferiti lì, in una vecchia casa di campagna, lontano da tutti e da tutto.
Ora indossava una camicia a scacchi bianchi e blu, con le maniche tirate su fino ai gomiti. L’aveva comprata in una merceria poche settimane dopo essere arrivati, in una delle sue rare visite in paese. Dal taschino sul petto estrasse una sigaretta. La guardò per un po’, rigirandosela fra le dita, riflettendo su quello che aveva appena detto. Poi se la mise in bocca.
La moglie, seduta all’altro capo del tavolo, lavorava a maglia. Lo ascoltava, e ogni tanto, per far riposare gli occhi, alzava lo sguardo e gli sorrideva.
“Questa pace, Adele, mi fa battere il sangue nelle vene”, continuò lui. “È tutta qui la vita. Tutta qui davanti a noi”.
Dalla tasca posteriore dei bermuda prese l’accendino e si accese la sigaretta. Fece un tiro a pieni polmoni, e poi esalò rilassato il fumo dal naso. Osservò la moglie, concentrata sul suo lavoro, e sorrise. Adele era sempre stata molto dolce con lui. Era una donna mansueta e accondiscendente. Non aveva mai protestato per quel mutamento di vita improvviso. Lo aveva lasciato fare, e l’aveva semplicemente seguirlo. Le era molto grato per questo.
“Ho un segreto che ti voglio svelare. Ti va di ascoltarmi?”, chiese Giuseppe.
La moglie alzò il capo, e lo guardò da dietro gli spessi occhiali da vista. L’aveva incuriosita il tono semiserio e misterioso del marito.
“Tu parla, che io ti ascolto”, rispose.
Lui le indicò un punto indistinto del giardino.
“Se fisso in silenzio uno qualunque di quei fiori, nella mia testa riesco a vedere un sacco di cose”.
Per ascoltare, Adele aveva lasciato a metà un intreccio di fili.
“Che cosa vuol dire?”, chiese.
Giuseppe tenne il dito puntato, e con l’altra mano posò la sigaretta nel portacenere.
“La vedi quella margherita lì, proprio vicino a quel cespuglio?”, le chiese.
“Sì che la vedo”.
“Aspettami qui”.
Discese i gradini della veranda e si avvicinò al fiore, lo colse delicatamente e tornò a sedersi.
“Ecco qui”, disse.
Sistemò il fiore sul tavolo.
“Che cosa vedi, Adele?”
“Una margherita”, rispose lei. “Che cosa dovrei vedere?”
Giuseppe bevve un sorso di spremuta e si adagiò allo schienale della sedia, dondolandosi. Rimase lì a fissare il fiore, mentre il fumo della sigaretta si alzava nell’aria.
“Che stai facendo?”, chiese lei, guardandolo meravigliata.
“È difficile adesso, perché ci sei qui tu. Anche ora, però, vedo molto di più di una semplice margherita”.
Adele socchiuse gli occhi: non capiva se il marito era serio, o se la stesse prendendo in giro.
Lui cercò di spiegarle:
“Quando sono rilassato, e osservo quello che mi sta intorno, riesco a vedere un ricordo sempre diverso della mia vita”.
Non lo capiva e non sapeva bene cosa dire. Le piaceva ascoltarlo e basta: Giuseppe era contento di parlare, e capitava che lo facesse per ore, senza che lei dicesse una parola. A volte si perdeva in certi ragionamenti e lei non trovava più il filo, e a quel punto era contenta anche solo di sentire la sua voce. Abbassò la testa e riprese a lavorare, finendo l’intreccio di fili che aveva iniziato.
Giuseppe diede un altro tiro alla sigaretta. Si alzò, entrò in cucina e prese una mela dal cesto della frutta. Ne prese una rossa. Poi, da un cassetto, tirò fuori un panno bianco. Uscì e posò tutto sul tavolo.
“Avevo cinque anni. Era il mio primo giorno di scuola”, disse.
Adele aveva interrotto di nuovo il lavoro. Guardò la mela e lo strofinaccio, poi guardò il marito con aria interrogativa.
“Ho rivisto quel giorno, quando poco fa ho guardato quel fiore. E se lo avessi osservato più a lungo forse avrei rivissuto le stesse emozioni. Ricordo che piansi tantissimo”.
“Io non me lo ricordo tanto, il primo giorno di scuola”, disse Adele. “Però ricordo che avevo un grembiule rosa come quello delle mie compagne. Perché la margherita te lo ha fatto tornare in mente?”
“Non lo so”, rispose lui. “Ho visto mio padre che mi accompagnava e che mi teneva per mano. Diceva che dovevo entrare in classe e che sarebbe venuto a prendermi all’ora di pranzo. Ho pianto un sacco. Ero rosso in faccia, con le lacrime che scorrevano sulle mie guance. In classe, la maestra mi ha visto triste, mi ha chiesto come mi chiamavo e perché stavo piangendo. Non ho detto niente: mi sentivo addosso lo sguardo degli altri bambini”.
Adele allargò leggermente le labbra, sorpresa.
“Eri un piagnone”, sorrise. “Io invece ero contenta di andare a scuola, di conoscere nuove bambine e di giocare con loro. Per me la scuola era come l’asilo, ma un po’ più seria”.
“Io piangevo perché era una cosa nuova. Prima di tutto la scuola era proprio brutta. Era più grande dell’asilo, vecchia e con le sbarre alle finestre. Mi faceva paura. Poi dovevo conoscere i nuovi compagni, ma io volevo quelli dell’asilo. E poi c’era la nuova maestra: avevano detto che dava i compiti e i voti. Quando mio padre se ne andò via e mi lasciò lì solo, mi venne solo da piangere”.
Adele rise. Ogni volta che rideva la fronte e le orecchie le diventavano rosse, e sulle guance si formavano tante piccole pieghe. Si sistemò gli occhiali sul naso.
“La maestra mi ha chiesto di andare da lei, alla cattedra”, proseguì Giuseppe. “Mi ha accarezzato la testa, e mi ha detto che non dovevo avere paura: avrei fatto tante amicizie e sarei stato un bravo studente”.
“Io non sono stata molto brava, dalle Canossiane”, disse Adele. “Nel doposcuola volevo giocare. Io e le mie amiche non studiavamo mai. C’era una suora che ci sgridava sempre, e una volta è rimasta con noi per controllare che facessimo i compiti, e da quel giorno è stato così tutti i pomeriggi. Aveva gli occhi azzurri e cattivi, la faccia vecchia e rugosa e i capelli erano nascosti da un copricapo bianco. Avevo paura a guardarla”.
Giuseppe fumava la sigaretta. Ascoltava. Era contento che anche lei partecipasse a quelle chiacchierate.
Quando Adele tacque, Giuseppe prese dal tavolo il panno e la mela.
“La maestra ha tirato fuori dalla borsa queste due cose qui”, disse. “Mi ha chiesto di strofinare la mela e, mentre la lucidavo, ha scritto sulla lavagna le parole: Giuseppe, lucida, la, mela. Ognuno ha cercato di copiarle, ma quello che veniva fuori era più uno scarabocchio che altro”.
Giuseppe addentò la mela.
“Ho visto tutto questo in quel fiore”, disse masticando.
“E secondo te che cosa avrei dovuto vedere io?”, chiese lei.
Quando discutevano, Adele lo ascoltava e poi faceva certe domande ingenue che lui adorava. Mostrava la propria fragilità. Giuseppe si inteneriva e sentiva una gran voglia di stringerla e di proteggerla.
“Qualcosa di tuo”, rispose lui, con un sorriso negli occhi. “Però non so se è una cosa che capita a tutti”, cercò di tornare serio. “A me succede così. Sono stimolato dalla tranquillità che c’è qui: mi incanto su ogni cosa e affiorano i ricordi. E senti questa: quando guardo l’orizzonte, i miei pensieri si allargano. Cioè, sono meno particolari, però sempre molto intensi”.
Posò la mela sul tavolo.
“Ora ti faccio un esempio”, disse. “Se osservo qualcosa di particolare vedo delle cose della mia vita. Succede lo stesso anche se ascolto. Che so, il ronzio di una mosca, lo scricchiolio delle assi di legno, il rumore delle cicale. Mi succede anche quando sento la pioggia sui vetri e i tuoni nel cielo. Ma se sposto l’attenzione su un intero campo di grano, per esempio, o su una lunga fila di alberi, e poi guardo su fino al cielo, come dire, provo cose diverse”.
Adele continuava il suo lavoro a maglia. Ogni tanto alzava la testa e guardava il marito. Lui aveva smesso di parlare, ora. Si dondolava sulla sedia, mani sulle ginocchia e sguardo perso. Faceva di tanto in tanto della pause. Si soffermava a ripassare mentalmente quello che aveva appena finito di dire e a prender fiato, per poi ricominciare.
Giuseppe prese il bicchiere senza guardare, e con un solo sorso finì la spremuta. Si pulì la bocca con il dorso della mano.
“Sento di essere vivo, Adele”.
Lei guardò l’orizzonte.
“Riesco a sentire la vita dentro”, disse lui. “E ogni volta mi emoziono. Quando esci a fare la spesa, io me ne sto qui, con la sigaretta in bocca, e osservo tutto quello che mi circonda. Riprovo il dolore, la sofferenza, la gioia, la felicità di ogni istante della mia vita”.
“Hai sofferto molto?”, gli chiese lei, senza distogliere lo sguardo dall’orizzonte.
“Siamo sposati da tempo. Sai quello che abbiamo passato”, rispose lui.
“È vero”, disse lei. “Ma quello che mi hai appena raccontato non lo sapevo”.
“Credo di aver sofferto come tutti, più o meno. Certi pensieri, certe immagini, sono più intense di altre, naturalmente. Quando piove, per esempio, il ricordo della morte di mio padre è molto forte”.
“Che cosa provi? Intendo, se rivivi quel momento”.
“Penso che sono ancora vivo, e sono arrivato fino a qui. Quel giorno sono morto insieme a lui. Avevo trent’anni e non me l’aspettavo, perché è successo tutto troppo in fretta. Ho portato quel dolore con me per molto tempo. Ora, quando ci ripenso, provo cose diverse. Lui non c’è più, io ci sono ancora e posso ricordarlo. Non so se mi capisci. Di morire tocca a tutti, e a molti capita di piangere la morte di chi si ama. Ma la vita è così, non ci puoi fare niente. Se guardo l’orizzonte, vedo la mia vita come una successione di fatti che mi seguono e che mi hanno fatto diventare così come sono. Sono felice, e non ho più paura di soffrire”.
“Sei sempre stata una persona speciale, Giuseppe”, disse Adele, commossa.
“Ricordare è la cosa migliore che possiamo fare. Ci fa sentire vivi. L’ho capito solo qui, in questa casa, in questo luogo. E adesso ci sei tu, che sei dolce e ingenua, e c’è questa veranda, la spremuta, la sigaretta, i campi, le cicale, il sole, e le nuvole che ci passano sopra la testa”.
Lei si era alzata e si era avvicinata al marito.
“Portami a fare una passeggiata”, disse.
Allungò la mano verso di lui.
“Raccontami tutto quello che vedi e che senti. Fallo insieme a me”.
Giuseppe sorrise, le prese la mano, e insieme scesero i gradini della veranda.
Cominciarono a camminare lungo la stradina polverosa, accompagnati dallo sciacquio del ruscello. Il sole era alto nel cielo e scottava sulla pelle.
“Ho cercato di essere una brava moglie e buona”, disse lei.
“Lo sei stata”, rispose lui.
I passeri volavano rapidi e si appollaiavano sui cavi dell’elettricità. Fermo, in mezzo al campo, un contadino faticava a mettere in moto il suo trattore, mentre un cane abbaiava in lontananza, cercando di attirare l’attenzione di qualcuno.
Adele e Giuseppe camminavano senza sentire la fatica.
D’un tratto, lei si fermò.
“Il nostro primo incontro!”, esclamò.
Giuseppe la guardò, sorpreso.
“Il nostro primo incontro! Guarda, quel campanile!”, ripeté.
Stava indicando la cima di un vecchio campanile lontano, che sembrava sbucare dalle pannocchie di mais.
“Mi ha ricordato il nostro primo incontro, quella volta, giù in città!”
Giuseppe sorrise: “Sono stato un po’ matto”.
“Matto, sì! Stavo alla bancarella per vendere i mazzi di viole di mia madre. Ero lì dal mattino. A mezzogiorno ne avevo venduto soltanto uno, a una signora che mi conosceva e che si era fermata per salutarmi”.
“Io sono passato di lì con il giornale sotto braccio”, disse Giuseppe. “Me lo ricordo come fosse adesso”.
“Mi sei passato davanti a passo spedito. Mi ero accorta che mi avevi notata, sai? Poi hai svoltato l’angolo e non ti ho più visto”.
“Stavo andando a pranzare, prima di tornare in bottega. Quando sono ripassato di lì, ti ho guardata di nuovo, ma tu stavi sistemando i fiori e non mi hai visto”.
“Cercavo di esporli meglio, perché la gente proprio non li guardava”.
“Poi però, con la scusa del caffè di metà pomeriggio, sono tornato da te”.
“Quanto fa per tutte le viole? mi hai chiesto”.
Adele era divertita.
“Come scusi? mi hai domandato tu, e sei diventata tutta rossa”.
“Ero imbarazzata. Non avevo neppure capito cosa mi avevi chiesto. Mi hai fatto uno strano effetto”, sorrise.
Giuseppe pensò alle guance rosse della moglie, e cercò di ricordare com’erano.
“Volevo prenderle tutte e farti contenta”, disse poi.
Lei si allungò per dargli un bacio sulla guancia.
Lui le strinse la mano.
“Seguimi”, disse.
Salirono per un sentiero in mezzo agli alberi, e raggiunsero l’ampia cima di una collina tutta verde. Quando arrivarono, Giuseppe appoggiò la mano sulla fronte per scrutare l’orizzonte e ripararsi dalla luce del sole.
Accarezzò la spalla della moglie.
“Adele, voltati”.
Una piana di campi di grano e di granturco si stendeva sotto di loro come un mare calmo. Il sole batteva forte e luccicava sull’acqua corrente dei rigagnoli in piena. C’era solo il ronzio di una mosca in mezzo a quel silenzio di pace e abbandono.
Lei rimase immobile. Sentiva la mano calda del marito sulla spalla. Non riusciva a parlare. O forse non voleva rompere il silenzio.
Poi, dalla sua bocca uscì un sussurro, istintivo e primordiale:
“È bellissimo”.
Giuseppe chiusi gli occhi e respirò a fondo:
“È lì, che io ritrovo me stesso”.






