di Selene Contadini
Sono al supermercato davanti alla corsia dei tubetti delle creme per le mani. Leggo le etichette: antirughe, idratante. Ci sono barattolini di ogni colore e sono ordinati in modo perfetto sulla scansia. Gli oggetti sistemati con ordine mi hanno sempre dato un senso di quiete.
Mi piace anche mettere a posto gli oggetti e poi riguardarli.
Mi guardo le mani e penso. Dovrei curare più queste mani e ne compro una per tipo, così mio figlio quando mi prenderà la mano non dirà più: – Che pelle secca, mamma -.
Sono una parrucchiera e le mie mani sono rovinate dalle tinte dei capelli.
Passa un anno da quel giorno al supermercato.
Da allora ho dovuto smettere per via dell’allergia. Ma le mie mani allora non avevano segreti. Erano la prova di ciò che facevo. Di allora è rimasta solo la secchezza che nasce dall’acqua.
L’acqua non perdona perché penetra e a lungo andare stravolge anche le la pelle più morbida.
Poi, dopo il lavoro al negozio non era finita. C’erano i lavori di casa. I panni da lavare, i piatti da lavare. Il ritmo e la frequenza con cui continuavo ad immergere le mani nell’acqua non diminuivano, anzi crescevano.
Il ritmo aumentava e la sera non era un momento di riposo.
L’acqua era la mia persecuzione e nello stesso tempo ne ero assuefatta. La odiavo e la cercavo. Usavo litri e litri di acqua per il mio lavoro. Bevevo tre litri di acqua al giorno. Facevo tre lavatrici al giorno. Stavo sotto la doccia per mezzora ogni sera. Compravo fiori freschi ogni giorno per riempire i miei dieci vasi e mi pareva sempre che l’acqua puzzasse e la cambiavo due volte al giorno. Pagavo enormi bollette di acqua. Mi piaceva andare al mare e spesso pensavo che nonostante fossi un’ottima nuotatrice sarei morta annegata, sovrastata da un’onda forte.
Fui felice quando mi diagnosticarono l’allergia. Forse le mie mani avrebbero potuto tornare belle come una volta.
Ma ci volle molto tempo. L’inverno mi aiutò perché potevo nasconderle con i guanti. In primavera, in estate, in autunno evitavo che qualcuno me le toccasse.
Se dovevo dare la mano fingevo che qualcosa mi cadesse a terra e mi abbassavo per raccogliere, niente.
Il tempo e la pazienza mi aiutarono e le mie mani guarirono e cessai di vergognarmi di esse.
Incontrai un uomo che con fare galante mi incantò, quando mi prese la mano e me la baciò. Non era più un gesto usuale da parte degli uomini.
Se prima di allora, in passato, avevo cura dei capelli degli altri, ora trovai un immenso piacere ad avere cura del mio corpo, in particolare delle mani e dei piedi e cercai lavoro in un negozio di profumeria fino a quando non lo trovai.
Davo consigli a chiunque entrasse e, le mie, sembravano le raccomandazioni di una madre preoccupata.
Mi accanivo e mi arrabbiavo con fare affettuoso con i clienti che presentavano mani arse e ruvide. Qualcuno se ne andava senza raccogliere le mie raccomandazioni. Un fallimento estremo si impadroniva di me perché non ero stata abbastanza chiara e convincente.
Erano in pericolo e prima se ne fossero accorti, meglio sarebbe stato per loro. Altrimenti le corse e l’affanno per curarle quando fosse stato troppo tardi li avrebbe distrutti.
Io ero stata fortunata a riuscire a salvarle. Per loro forse non sarebbe andata così.
- Sbrigatevi, sbrigatevi e incominciate da subito a prendervi cura di esse –
- Poi sarete più felici -.
Urlavo loro con il pensiero, sempre più forte, sempre più forte. E quando, ormai lontani, non potevano più sentirmi, allora il tono del mio pensiero si abbassava, fino a diventare calmo e più lento. Una sorta di rassegnazione s’impadroniva di me e non potevo fare altro che continuare il mio lavoro e aspettare qualcun altro da salvare.
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