Dalla porta della nostra cameretta
di alessandro sandini
Le loro urla sono partite dalla cucina, hanno virato bruscamente verso il salone, hanno saltato a piè pari i quattro scalini che portano al secondo piano, hanno strisciato come soldati sul pavimento in parquet — o tatami, come lo chiama papà, perché la sera, quando si gioca a sgambetto, le cadute sono indolori – e hanno bussato alla porta della nostra cameretta.
Noi, stupidi, abbiamo aperto.
“Guarda come spendi i miei soldi”, urla papà. E poi, “Testa di cazzo”.
“I tuoi soldi? Ma se pago tutto io?”, risponde la mamma
[Altri rumori]
[E’ ancora la mamma che parla]
Lei dice, “Dai, mettimi le mani addosso, che vado dai Carabinieri a raccontare che grande uomo sei”.
Sentiamo le sedie cadere: un tonfo sordo, come di alberi recisi. Poco dopo è la volta delle posate, dei piatti e dei bicchieri.
“Una cascata di diamanti”, dice Alberto.
Ci infiliamo sotto alle coperte.
“Ho paura”, dice.
“Non devi”
“Non ci riesco”, dice lui.
“Facciamo un gioco. Immaginiamo di essere lontani da qui”.
“Non ci riesco”, dice Berto.
“Ma se non hai nemmeno provato”.
[Tace. Continuo]
“Immagina di essere alla scuola materna”.
“Ma è chiusa”, dice Berto. “E’ Pasqua”.
“E tu immagina!” dico spazientito. “Siamo nel cortile. Ci sono le suore e tutti i nostri amici. Giochiamo a palla avvelenata”.
“Io posso salire sull’altalena?”, chiede.
“Certo. Puoi salire sull’altalena se vuoi”.
Sentiamo un rumore.
“Cos’è stato?”, chiede Berto.
“Niente, non è niente. Ora chiudiamo gli occhi. E anche le orecchie. Restiamo fermi come mummie. Qui inizia la parte difficile del gioco. Bisogna, come bravi pittori, come la zia, aggiungere ogni più piccolo dettaglio. Il colore del cielo, per esempio. E degli alberi”.
“Lo fai anche te, vero?”, chiede Alberto.
“Certo, lo faccio anch’io”.
E invece baro. Mi alzo di scatto, apro la porta, ma cado a terra, battendo il sedere. Sono scivolato su un cremino al cioccolato. Ci sono cremini al cioccolato dappertutto.
[Torno in camera]
“Hai visto?”, dico a Berto, e gli sventolo sotto al naso un cremino, ma lui ha ancora gli occhi e le orecchie chiuse.
“Ok”, dico. “Ora puoi smetterla. La puoi smettere!”, e lo strattono per il braccio.
“Che c’è?”, dice, “che c’è?”. Poi quando vede che stringo un gelato tra le mani, me lo sfila, strappa la carta e se lo mette in bocca.
“Ora è solo mio”, dice.
“Fai schifo. Sei peggio di un clochard”.
“Un cosa?”.
Papà urla il mio nome.
“Io scappo”, dice Alberto. Ha la bocca sporca di cioccolato. Lo fermo tirandogli i capelli, attorcigliando un dito attorno ai suoi boccoli biondi da piccolo Apollo.
“Dove vuoi andare”.
“Mi ha chiamato”, dice lui, “ma io non voglio vederlo”.
“Ha chiamato me, scemo. E poi, se passi da qui, ti vede di certo”.
“E da dove posso passare?”, chiede.
[Non rispondo. Non esiste alcun passaggio segreto]
Percorro tutto il tatami, a passi lenti, e poi i quattro scalini, uno alla volta.
Papà è seduto in una sedia. A terra, ci sono cocci e scaglie di vetro. Arrivano fino al salone.
“Stai attento”, mi dice, e poi fa cenno di sedermi sulle sue ginocchia — si batte due volte sulle cosce, lo stesso gesto che usava con Charlie. Charlie era il nostro cane, prima che morisse di vecchiaia – questo è quello che ci disse la mamma – anche se sono quasi certo che lei o papà lo hanno investito: aveva la brutta abitudine di dormire sotto alle loro macchine.
“Non dirmi che hai avuto paura”, dice papà.
Guardo la mamma. E’ china a spazzare. Lei si gira ma i nostri occhi non si incontrano.
Rispondo di No, ma mi tremano le mani e anche la voce. Allora, lui si alza improvvisamente, cogliendomi di sorpresa, tento di aggrapparmi al cavallo dei suoi pantaloni, ma cado di nuovo.
Prende la giacca dall’attaccapanni e si avvia verso le scale che portano al piano di sotto. Sento la porta basculante del garage alzarsi. Poi il motore della sua Lancia Delta accendersi. Mamma appoggia la scopa contro il lavello della cucina. Si inginocchia, e mi si avvicina. “Ce ne andiamo”, dice. “Sbrigati, chiama tuo fratello”.































