La recluta



DI PIERO MACRELLI

Chiun­que è pazzo può chie­dere di essere esen­tato dalle azioni mili­tari,
ma chi chiede di essere esen­tato dalle azioni mili­tari non è pazzo.”
(Comma 22)

I

“Io lo cono­scevo, tuo nonno. Gli stessi occhi da matto. Non sei uguale a tuo babbo, tu sei uguale a tuo nonno. La paz­zia salta sem­pre una gene­ra­zione, ma poi torna. Diven­te­rai matto come lui. Hai gli stessi occhi del diavolo.”

Par­lava in dia­letto e scuo­teva decisa la testa dopo ogni frase, e poi si bagnava le lab­bra bevendo il vino rosso che aveva davanti a sé, accanto alla vec­chia bor­setta lacera. Era una vec­chia che era già vec­chia quando ero pic­colo. Adesso ero sulla soglia dei venti anni e lei doveva essere ancora più vec­chia, ma io me la ricor­davo sem­pre così. Abi­tava nel quar­tiere ed era l’unica donna che fre­quen­tava il bar dove andavo con i miei amici. Con quella mano nodosa come un arti­glio e quelle frasi sec­che come sen­tenze, pro­nun­ciate in una lin­gua antica che sarebbe morta con lei, sem­brava un ora­colo. Io non avevo mai cono­sciuto mio nonno, ma evi­den­te­mente lei sì. Si diceva che da gio­vane fosse molto bella e che avesse fatto la put­tana, dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Era l’unica soprav­vis­suta dei grandi vec­chi del quar­tiere e con lei si sarebbe chiusa un’ epoca.
A volte, quando era un po’ ubriaca e mi vedeva entrare al bar, faceva finta di impau­rirsi, apriva la bor­setta e faceva il gesto di con­se­gnarmi il bor­sel­lino in segno di sot­to­mis­sione e ter­rore. I miei amici ride­vano come matti e quel gesto era diven­tato un rito che gli altri ragazzi ave­vano fatto loro.
Io ridevo e stavo allo scherzo, ma ci sof­frivo un po’, per­ché temevo che la vec­chia avesse ragione. In effetti, quando mi arrab­biavo il mio sguardo spa­ven­tava e più di una volta mi aveva sal­vato dal fare a caz­zotti con ragazzi che non mi cono­sce­vano e che erano più grossi di me. Ne vedevo il riflesso anche nel mal­ce­lato dispia­cere che le madri delle mie fidan­zate espri­me­vano quando vede­vano le loro figlie uscire con me.

“Mia mamma dice che non dovrei uscire con te, che hai gli occhi cat­tivi”, mi con­fi­da­vano, quando ci appar­ta­vamo da qual­che parte in spiag­gia a baciarci. Allora facevo una maca­bra risata, fin­gevo di gher­mirle con le mani ad arti­glio e reci­tavo a memo­ria: “Mio povero, caro Jekyll. Se ho mai visto l’impronta di Satana sul volto di un uomo, que­sto volto è senza dub­bio quello del tuo nuovo amico Mr. Hyde.”

In effetti sospet­tavo la pre­senza di un lato oscuro in me, di un’ira repressa che tenevo a bada con la disci­plina. Quando lo sen­tivo cre­scere, cer­cavo la soli­tu­dine e il silen­zio, evi­tavo il con­tatto con gli altri e me ne andavo via per intere gior­nate in moto, a girare fuori città, in col­lina o nelle pinete a nord di Rimini. Ci con­vi­vevo senza pro­blemi e a dire il vero non ci pen­savo quasi mai, fin­ché non mi ritro­vai arruo­lato per il ser­vi­zio di leva mili­tare obbligatoria.

II

“Can­tiamo in cor una can­zon, del guer­riero parà
lo spi­rito in fiore ci esorta a lottar…”

Ero par­tito nella pri­ma­vera del 1983, desti­nato alla scuola di para­ca­du­ti­smo a Pisa, pro­prio nel periodo in cui l’Italia si era impe­gnata in una mis­sione in Libano. Le truppe veni­vano scelte soprat­tutto tra i para­ca­du­ti­sti. A quarant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mon­diale, il mio paese si met­teva a gio­care alla guerra pro­prio quando io venivo chia­mato mili­tare. La caserma era in fibril­la­zione. Dopo decenni pas­sati a gon­fiare i muscoli e a fare facce caz­zute, final­mente si faceva sul serio.

“Per te nostra amata Ita­lia,
ver­mi­glio san­gue ver­se­rem,
vicino è il momento in cui bar­ba­rie lotterem…”

L’addestramento era duro, la disci­plina rigida. Ero nato e avevo vis­suto sem­pre a Rimini. Non avevo visto e vis­suto altro che la vita gode­rec­cia e gau­dente della mia città, che infatti veniva con­si­de­rata la capi­tale dell’edonismo. E loro, in poco più di due mesi, vole­vano fare di me un guer­riero. La sera ci tene­vano sve­gli in came­rata a can­tare can­zoni mili­tari, a mar­ciare nei cor­ri­doi e, stesi a terra, a far flessioni.

“Paraca’ nostro camerata,nel cielo sei andato a morir,
sul volto avevi un sor­riso, per sem­pre con noi resterai”

Spo­gliato dei miei abiti civili e infi­lato den­tro una divisa mi sen­tivo sper­so­na­liz­zato, ma credo che que­sto fosse pro­prio l’effetto voluto. La vita in caserma aveva pro­vo­cato una gene­rale regres­sione infan­tile neces­sa­ria a riscri­vere nelle nostre menti nuovi valori. Ero per­plesso. Sper­duto tra le fila della truppa, mi sem­brava di essere tor­nato alle scuole ele­men­tari, quando la mae­stra ci faceva can­tare “Bella Ciao” e ci nar­rava le gesta di Enrico Toti, l’eroe della Prima Guerra Mon­diale che aveva dato la vita per la patria e a cui era inti­to­lata la nostra scuola. Ora come allora, ascol­tavo in silen­zio, non osando con­tro­bat­tere per non avere guai, ma den­tro di me pen­savo fos­sero tutte stron­zate. Morire per la patria mi sem­brava assurdo e mi chie­devo che valore potesse avere il giu­ra­mento mili­tare. Non ero mai stato un anar­chico o un vigliacco, ero per­vaso da un blando senso di respon­sa­bi­lità e del dovere, ma rite­nevo il ser­vi­zio mili­tare un’ inu­tile scoc­cia­tura ine­vi­ta­bile. Non cre­devo che ci fosse nes­suno con­tento di farlo, a parte qual­che disgra­ziato che con­si­de­rava una for­tuna avere un tetto sulla testa e tre pasti al giorno, assi­cu­rati per un anno. L’unica cosa che dava un senso a tutto era la pos­si­bi­lità di par­te­ci­pare alla guerra, che ecci­tava le corde più segrete e nasco­ste di me.

Le dif­fi­coltà della vita mili­tare mi col­sero alla sprov­vi­sta. Par­tito senza pre­oc­cu­parmi di nulla, per­ché non c’era nulla che mi pre­oc­cu­pava, mi ero tro­vato all’improvviso pri­vato dalle pic­cole libertà che cre­devo nor­mali e che per me erano vitali. Obbli­gato a una con­vi­venza coatta con tante per­sone, avevo perso le mie auto­di­fese. Il disa­gio che ero riu­scito sem­pre a con­trol­lare, ora sem­brava cre­scere senza freni ini­bi­tori, tra­sfor­man­dosi in rab­bia e desi­de­rio di una vio­lenza senza senso. Robu­sto sul piano fisico, stavo cedendo su quello psicologico.

Lo sguardo mi si era indu­rito, par­lavo poco e rispon­devo a mono­sil­labi. Mi tre­ma­vano i bici­piti e avevo costan­te­mente un groppo allo sto­maco. Temevo di impaz­zire, come aveva pre­detto la vec­chia del bar. Io cer­cavo di assol­vere ai miei com­piti con estremo rigore, con­fi­dando nell’aiuto della disci­plina, ma non ser­viva. Nelle lun­ghe notti pas­sate al corpo di guar­dia, durante i ser­vizi di pian­tone armato, mi ritro­vavo insonne nel letto a castello con l’arma in mano, a pen­sare che cosa avrei pro­vato a spa­rare, attra­verso il mate­rasso, nella schiena di quello che dor­miva sopra di me. Il primo colpo a lui, il secondo nella testa a quello steso alla mia sini­stra, e poi di nuovo attra­verso il mate­rasso a quello sopra di lui. Mi sarei quindi alzato e, com­mu­tata l’arma da colpo sin­golo a raf­fica, avrei sca­ri­cato l’intero cari­ca­tore addosso al sotto uffi­ciale che dor­miva nel letto sin­golo accanto alla porta. Rica­ri­cata l’arma avrei atteso con calma che l’ufficiale di pic­chetto venisse a pre­le­varci per il giro di ronda.

Avevo comin­ciato a per­ce­pire negli altri una certa dif­fi­denza. Gli anziani della came­rata evi­ta­vano di darmi fasti­dio e, nono­stante mi pro­po­nessi come volon­ta­rio, l’ufficiale evi­tava di lasciarmi da solo alla posta­zione della mitra­glia­trice di guar­dia alla porta car­raia. Forse si era accorto, nono­stante cer­cassi di non farmi vedere, che, quando apri­vano il pesante can­cello blin­dato, io mi chi­navo sull’arma e inqua­dravo nel mirino i pas­santi e lo scuo­la­bus che tran­si­ta­vano davanti alla caserma. Con la bocca ripro­du­cevo il rumore degli spari, ma non mi bastava più. Mi ero stan­cato di spa­rare alle sagome di car­tone al poli­gono. Volevo qual­cosa di più vero. Mi ero anche preso una puni­zione dall’ufficiale, quando dissi ad alta voce che tro­vavo ridi­colo alle­narsi al lan­cio della bomba a mano, tirando sassi a un sec­chio di latta messo in mezzo a un campo.

La scuola mili­tare ci impo­neva di indos­sare la divisa anche in libera uscita, e in città girava la ronda per con­trol­lare che tenes­simo un com­por­ta­mento cor­retto. Un giorno mi tro­vavo con alcuni com­mi­li­toni a pas­seg­giare nel cen­tro sto­rico della città nei vicino alla famosa torre pen­dente, quando due turi­ste giap­po­nesi ci fer­ma­rono per chie­derci se pote­vano fare qual­che foto con noi. Io ero l’unico che sapesse par­lare in inglese. In realtà la mia era una cono­scenza limi­tata, ma agli occhi dei miei com­pa­gni sem­bravo un play-boy inter­na­zio­nale. Pos­se­devo un’infarinatura sco­la­stica e avevo impa­rato a par­larla cor­teg­giando le turi­ste stra­niere che veni­vano a Rimini.

I miei com­mi­li­toni se ne sta­vano lì, come un branco di stu­pide scim­mie, a ridac­chiare, a darsi di gomito, capaci solo di pesanti bat­tute ses­suali, sicuri di non essere capiti dalle due ragazze. Avevo fatto ami­ci­zia con una delle due turi­ste. Era disi­ni­bita. Rideva alle mie bat­tute in maniera esa­ge­rata, chi­nan­dosi e copren­dosi il viso con le mani. Disse che si chia­mava Hoshi, che nella sua lin­gua vuol dire stella. Mi abbrac­ciava, mi sba­ciuc­chiava e voleva indos­sare il mio basco rosso, men­tre l’amica ci foto­gra­fava. Io ini­ziai ad allun­gare le mani e la tro­vai dispo­ni­bile, così abban­do­nai i miei com­pa­gni e mi allon­ta­nai con le due turi­ste. Non mi impor­tava niente della ronda ronda.

Pas­sai tutta la gior­nata assieme a loro e, alla sera, Hoshi mi accom­pa­gnò in caserma. Facemmo l’amore in piedi, al buio, nasco­sti fra le siepi di alloro e olean­dro che cre­sce­vano lungo il muro di cinta. Rien­trai in reparto esal­tato dall’avventura. In tasca avevo le mutan­dine della giap­po­nese che avevo pre­teso come preda di guerra. Quando entrai nella came­rata, tro­vai i miei com­pa­gni che, in attesa del con­trap­pello, si face­vano scherzi infan­tili. La mia esal­ta­zione si tra­sformò in rab­bia. Li disprez­zai. Erano stu­pidi e igno­ranti, spe­cial­mente i ragazzi che arri­va­vano da pic­cole città o da zone sper­dute dell’Italia. Non ave­vano nes­suna espe­rienza. Avreb­bero impa­rato a spa­rare prima di impa­rare a sco­pare e avreb­bero perso la ver­gi­nità, di lì a breve, fra le brac­cia di una vec­chia put­tana per militari.

Corsi in bagno e mi chiusi den­tro. Stavo per­dendo il con­trollo di me stesso. Get­tai, con un gesto rab­bioso, le mutan­dine della giap­po­nese den­tro la latrina e comin­ciai a col­pire i muri del bagno con i pugni fino a farmi san­gui­nare le mani. Ci avevo pro­vato a inte­grarmi, a fare ami­ci­zie, ma era stato tutto inu­tile. Essere cre­sciuto a Rimini aveva fatto di me un ragazzo sve­glio ed eman­ci­pato e mi eri con­vinto che tutti i miei coe­ta­nei fos­sero così, ma non era vero. Mi sem­brava di essere l’unica per­sona intel­li­gente che si era lasciata truf­fare e indotta a fare il ser­vi­zio mili­tare. Volevo andar­mene, scap­pare via. Ma non sapevo come.

Alla fine dei due mesi di adde­stra­mento ero ridotto allo stremo. L’ultima notte a Pisa la pas­sai senza chiu­dere occhio, steso sulla parte supe­riore del letto a castello, ad osser­vare la lam­pa­dina not­turna che bril­lava fioca nel cor­ri­doio della came­rata. Pos­se­devo un diploma sco­la­stico di perito elet­tro­nico e, per que­sto, ero stato asse­gnato alla Scuola Mili­tare Tra­smis­sioni a Roma. La pos­si­bi­lità di essere man­dato in guerra si stava allon­ta­nando ma, invece di essere con­tento, mi sen­tivo depresso. La mia avven­tura mili­tare rischiava di tra­sfor­marsi in un anno pas­sato in una caserma non ope­ra­tiva e la paura di impaz­zire di noia era supe­riore a i peri­coli di qual­siasi guerra. Dovevo tro­vare il modo per andar­mene, a qual­siasi costo.

Non potevo certo andare dai medici mili­tari e dire che ero troppo tri­ste e malin­co­nico per con­ti­nuare il ser­vi­zio: mi avreb­bero preso a calci nel culo; né potevo andare a rac­con­tare che sen­tivo voci nella testa e che avevo paura di impaz­zire. Mi sen­tivo intrap­po­lato den­tro il para­dosso del comma 22.

Avevo un piano che faceva acqua da tutte le parti. Si basava su certe sto­rie che cir­co­la­vano in caserma e che avevo ascol­tato distrat­ta­mente, con­si­de­ran­dole poco più che leg­gende. Avrei dovuto improv­vi­sare sul momento. Solo di una cosa ero sicuro: avrei dovuto agire nei pri­mis­simi giorni dopo il mio arrivo alla nuova desti­na­zione, prima di essere inqua­drato cono­sciuto, siste­mato. Subito, o non avrei più avuto l’occasione o il corag­gio, per farlo.

III

“Cazzo, cazzo. Que­sto ci muore”
“Non stare lì impa­lato! Vai a sve­gliare il tenente”
Steso a terra appena al di là dell’entrata, fin­gevo di essere sve­nuto e ascol­tavo la rea­zione dei due pian­toni. Li avevo spaventati.

Avevo suo­nato il cam­pa­nello dell’infermeria verso mez­za­notte. Avevo tra­scorso la libera uscita ad aspet­tare quel momento e, al rien­tro, ero andato diret­ta­mente alla palaz­zina dell’infermeria invece di tor­nare al mio reparto. Non man­giavo da giorni e bevevo solo caffé, per non dor­mire. Ero teso come una corda di vio­lino, al limite del punto di rot­tura. Con­traevo il dia­framma e deglu­tivo di con­ti­nuo per otte­nere una respi­ra­zione scoor­di­nata e un pianto disperato.

La porta a vetri opa­chi faceva pen­sare a un lungo cor­ri­doio buio. Si notava solo il chia­rore di una lam­pada, in una stanza lon­tana. Poi sen­tii una voce che diceva di smet­tere di suo­nare, che stava arri­vando ad aprire. Pla­fo­niere al neon comin­cia­rono ad accen­dersi in una sten­tata sequenza, con una serie di lampi inter­mit­tenti, e il cor­ri­doio al di là della porta si illu­minò come un vec­chio flip­per. Quando uno dei pian­toni not­turni, asson­nato e scoc­ciato, era venuto ad aprirmi, mi ero fatto tro­vare in stato con­fu­sio­nale, non rispon­devo alle sue domande e non lo guar­davo. Mi ero messo a pian­gere e sin­ghioz­zavo come un dispe­rato. Dicevo che stavo male, che non capivo cosa mi stava suc­ce­dendo, che avevo paura. Il chiasso aveva richia­mato anche l’altro pian­tone, che era rima­sto nella guar­diola in fondo al cor­ri­doio, e ora erano entrambi accanto a me, senza osare toc­carmi, men­tre avan­zavo lungo il cor­ri­doio, con passi sten­tati. Poi mi lasciai cadere a terra fin­gen­domi svenuto.

Il tenente medico di guar­dia era arri­vato in pochi minuti e aveva preso in mano la situa­zione con calma. Ubbi­dendo agli ordini dell’ufficiale, i due pian­toni mi ave­vano rac­colto da terra e mi ave­vano disteso su un let­tino, in una stanza dell’infermeria. Io mi ero sve­gliato e mi ero chiuso in un silen­zio abu­lico. Non rispon­devo alle domande del medico, chino su di me. I due pian­toni star­naz­za­vano, invece, come gal­line spa­ven­tate da una volpe e rac­con­ta­vano cosa era suc­cesso, dram­ma­tiz­zando gli eventi a mio van­tag­gio. Dopo aver con­trol­lato che non fossi un tos­si­co­di­pen­dente, il dot­tore mi aveva misu­rato la pres­sione e auscul­tato il cuore. Si era allon­ta­nato e aveva comin­ciato ad abbot­to­narsi il camice, con calma. Poi aveva appog­giato i piedi su una sedia e aveva comin­ciato ad allac­ciarsi le scarpe che si era infi­lato in fretta.

“È un dro­gato signor tenente?” chiese uno dei pian­toni.
“No, è solo uno stronzo,” disse il medico con aria assorta. “È uno scop­piato e ha avuto una crisi.”
“Per me è un matto,” disse l’altro pian­tone. “Dove­vate vedere che fac­cia aveva quando sono andato ad aprir­gli. Sem­brava avesse gli occhi del dia­volo.”
“Que­sto è un matto… oppure un fur­bac­chione che rischia di finire sotto pro­cesso,” disse il tenente che mi si era di nuovo acco­stato e mi schiaf­feg­giava per farmi destare dal mio abban­dono. Poi si abbassò per dirmi qual­cosa che dovevo ascol­tare solo io: “ Non è che vuoi rom­permi i coglioni pro­prio adesso che man­cano solo due mesi alla fine del mio ser­vi­zio mili­tare, vero?”
“Date­gli venti gocce di Valium,” disse ad alta voce ai pian­toni, “ così lo sten­diamo e non rompe più i coglioni fino a domani mat­tina, che lo rico­ve­riamo al Celio. Ricor­da­tevi di ver­ba­liz­zare il rico­vero di sta­notte in infer­me­ria e poi tele­fo­nate in came­rata per avvi­sare l’ufficiale del con­trap­pello, altri­menti quello domani chiama i cara­bi­nieri e denun­cia una diserzione.”

Ero rima­sto solo e mi sen­tivo spro­fon­dare nel sonno ipno­tico del far­maco. Ero sereno e distac­cato. Avevo messo in moto il piano e pro­vavo il sol­lievo di chi a final­mente preso una deci­sione. Ero stato for­tu­nato: l’ufficiale medico in ser­vi­zio era un sotto tenente di com­ple­mento. Finita la ferma mili­tare sarebbe tor­nato alla pro­fes­sione medica da civile. Pro­ba­bil­mente sospet­tava che io fossi un simu­la­tore, ma non avrebbe messo a rischio la sua futura car­riera fir­mando una dia­gnosi sba­gliata, rimet­tendo un’arma in mano a un sog­getto che avrebbe potuto impaz­zire dav­vero. Con un uffi­ciale medico di car­riera mili­tare sarebbe stato molto più dif­fi­cile otte­nere un ricovero.

Ero arri­vato a Roma due giorni prima, nel tardo pome­rig­gio. La caserma si tro­vava al quar­tiere mili­tare della Cec­chi­gnola. Sul por­tone della palaz­zina della Quinta Com­pa­gnia Tra­smis­sioni c’era lo stemma malan­dato della com­pa­gnia con il motto: “Spa­tia Devinco Disgiuncta Coniugo”. I locali erano fati­scenti, non c’era il pian­tone né si vede­vano gra­duati in giro. Il pavi­mento della came­rata era sporco e i letti a castello non erano rifatti. In fondo al cor­ri­doio, dove c’erano i bagni, un ragazzo, com­ple­ta­mente nudo e insa­po­nato, stava in piedi den­tro una tinozza di latta. Rideva e impre­cava, men­tre un altro lo lavava con una gomma per innaffiare.

Abi­tuato a due mesi di pavi­menti tirati a lucido con la cera rossa e a una disci­plina fer­rea, pro­vai rab­bia e schifo. Mi rivolsi a un grup­petto di sol­dati che par­la­vano tra loro. Un ragazzo rac­con­tava che erano più di cento giorni che non andava a casa e che se non avesse avuto una licenza al più pre­sto si sarebbe dato malato. Gli altri annui­vano senza con­vin­zione. Chiesi a loro a chi mi dovevo pre­sen­tare, per comu­ni­care il mio arrivo. Mi sor­prese il rispetto e il timore che il mio basco rosso e il bre­vetto di lan­cio, appun­tato sul petto della divisa, incu­teva in quei fanti. I para­ca­du­ti­sti erano cono­sciuti come gente cat­tiva e esal­tata. Que­sto mi faceva gioco e teneva gli altri a una certa distanza. Anche il capo­rale mag­giore della came­rata, di fatto mio supe­riore, mi trattò con deferenza.

All’ufficio di fure­ria mi dis­sero di tro­varmi un posto in came­rata; che la caserma si sarebbe svuo­tava per il fine set­ti­mana e sareb­bero rima­sti solo i sol­dati di truppa per i ser­vizi di guar­dia e di corvé. Quindi non avrei avuto nulla da fare fino a lunedì. Tor­nato in came­rata con il mio baga­glio, scelsi un letto a castello sepa­rato dagli altri e senza com­pa­gno. Evi­tai di pro­po­sito il ran­cio alla mensa e comin­ciai a pen­sare che dovevo essere fuori di lì entro dome­nica sera.

L’ufficio accet­ta­zione era in una grande sala a fianco all’ingresso della strut­tura ospe­da­liera mili­tare. L’infermiere che mi aveva accom­pa­gnato mi mise a sedere su una lunga fila di sedie che cor­re­vano lungo una parete. Disse di aspet­tare, senza muo­vermi. Era­vamo par­titi la mat­tina pre­sto dall’infermeria della caserma, a bordo di una ambu­lanza mili­tare e ave­vamo attra­ver­sato la città a sirene spente. Io ero a sedere die­tro, accanto all’infermiere, e guar­davo scor­rere i monu­menti, attra­verso la cabina di guida. Curioso, pen­savo. Vedevo Il Colos­seo per la prima volta, men­tre mi sta­vano por­tando in manicomio.

L’infermiere tornò con un pigiama e mi disse di cam­biarmi. Poi mi avrebbe accom­pa­gnato in reparto. Il pigiama era com­po­sto da pan­ta­loni con ela­stico e cor­di­cella e da una misera giac­chetta con bot­toni e senza col­letto. Una volta doveva essere stata di colore blu, ma adesso era com­ple­ta­mente sbia­dita e mac­chiata dai con­ti­nui lavaggi. Era troppo pic­cola, ma non dissi niente. I pan­ta­loni mi lascia­vano sco­perte le cavi­glie e met­te­vano in mostra i cal­zini neri e le scarpe in cuoio della divisa da libera uscita. Le mani­che della giacca mi arri­va­vano a metà avam­brac­cio. Cer­cai il mio riflesso nella vetrata di ingresso. Così con­ciato, con i capelli tagliati a spaz­zola, chiun­que sarebbe pas­sato per matto.

Rac­colsi la mia roba e seguii l’infermiere. Il com­plesso ospe­da­liero era all’interno di un parco cin­tato da alte mura. La ricca varietà di piante e di alberi mae­stosi mi fece pen­sare ad un antico parco bota­nico. Diverse palaz­zine in stile liberty erano sparse per la tenuta, col­le­gate da stra­dine di ghiaia. Alcuni car­telli indi­ca­vano i reparti. Alla fine mi ritro­vai davanti a una palaz­zina con il cor­tile cin­tato da mura e da un can­cello in ferro a due ante. Sopra il cam­pa­nello un car­tello diceva Reparto Neuropsichiatrico.

“Ecco un nuovo ospite all’albergo dei matti,” disse l’inserviente che era venuto ad aprire. Attra­verso le sbarre del can­cello aveva preso gli incar­ta­menti che il sol­dato gli aveva allun­gato.
“Chi abbiamo quest’oggi?” con­ti­nuò con voce arro­gante. “ Un bel paracadutista…Viene da Rimini. Que­sta estate le belle turi­ste dovranno fare a meno di te.” Rise armeg­giando con la catena del can­cello e mi guar­dava dall’alto al basso. Aprì il can­cello quel tanto che bastava per farmi entrare e lo chiuse subito.
“ Non ti muo­vere,” disse, e si mise a par­lare con il sol­dato che era rima­sto fuori.
“Ancora dieci giorni e poi vado a casa per due set­ti­mane.”
“Certo che è dura farsi tre set­ti­mane den­tro e due fuori. Senza nep­pure la libera uscita,” disse il sol­dato che mi aveva accompagnato.

L’inserviente era arri­vato all’ospedale per vie tra­verse. Sfrut­tando la cro­nica man­canza di per­so­nale, era giunto a un accordo. Stava in ospe­dale come se fosse rico­ve­rato, in realtà lavo­rava come inser­viente. In cam­bio gli davano, ogni tre set­ti­mane di lavoro, due di con­va­le­scenza a casa. Solo che, risul­tando rico­ve­rato, non sarebbe potuto uscire come gli sarebbe spettato.

Quando entrai nell’edificio ebbi paura. Que­sta volta l’ho com­bi­nata dav­vero grossa, pen­sai. Le pareti del salone erano ver­ni­ciate di verde pistac­chio. Le fine­stre ave­vano le sbarre e i vetri erano stati sosti­tuiti da lastre tra­spa­renti di pla­stica gialla che crea­vano una strana atmo­sfera. Poi seppi, che quei colori aiu­ta­vano a man­te­nere calmi gli animi agi­tati. I radia­tori erano imbot­titi, gli angoli dei muri smus­sati. Alle pareti erano appesi dei dise­gni fatti con i pen­na­relli o gli acqua­relli . Sem­bra­vano usciti da un asilo infan­tile. Mi inquie­ta­rono. Per­ché qui non c’erano bam­bini, ma malati di mente.

L’inserviente mi portò al piano supe­riore dove c’erano le camere da letto. Le stanze non ave­vano porte. Pas­sammo davanti ad una stanza immersa nel buio da cui pro­ve­ni­vano dei lamenti.
“Qui non devi entrare. C’è un tos­sico in crisi di asti­nenza. Lo teniamo legato al letto,” disse. La camera in cui ero entrato aveva tre letti, ma ci avrei dor­mito da solo. La porta del bagno aveva una fine­strella per poter essere sor­ve­gliati anche lì.
“Togliti i lacci delle scarpe,” disse. Con uno strat­tone sfilò il cor­don­cino dei miei pan­ta­loni del pigiama, che per for­tuna riu­sci­vano a stare su anche con l’elastico. Men­tre scio­glievo i lacci, l’inserviente met­teva la mia divisa den­tro un sacco.
“ Hai siga­rette e accen­dino?” chiese.
“Non fumo.” Erano le prime parole che pro­nun­ciavo dal mio arrivo all’ospedale.
“Qui puoi fumare quanto vuoi, ma solo di sotto, nel salone. Se ti vedo salire di sopra con una siga­retta accesa, ti spacco il culo. Per accen­derle devi chie­dere a me. Non vogliamo che qual­cuno dia fuoco all’albergo”
“Non fumo,” dissi di nuovo. Guar­davo i miei piedi muo­versi den­tro le scarpe senza lacci. Mi sen­tivo strano, come indi­feso.
“Ma che bravo ragazzo! Adesso tira giù i pan­ta­loni e le mutande” Indie­treg­giai spa­ven­tato. L’unica via di uscita era la porta della stanza e l’inserviente si tro­vava pro­prio in mezzo.
“Non comin­ciare a fare il furbo che a me non mi fre­ghi, bello,” disse dan­domi un colpo a mano aperta sulla fronte che mi fece indie­treg­giare. Andai a sbat­tere con­tro la parete.
“Devo solo vedere che non nascondi qual­cosa nelle mutande, una lama o droga.”

IV

“Pre­gate, ragazzi, pre­gate,” disse la suora. “Ma ricor­date di pre­gare Dio, non l’uomo, per­ché è Dio che guida la mano dell’uomo che vi firma la convalescenza”

All’ora di pranzo era­vamo stati chia­mati in una saletta al piano terra adia­cente al reparto. Io ero seduto con altri rico­ve­rati a uno dei tavoli. Con i capelli rasati, e con quei pigiami, sem­bra­vamo più dei dete­nuti che dei rico­ve­rati. Una suora diri­geva il lavoro di un paio di addetti arri­vati con il ran­cio dalle cucine dell’ospedale. L’inserviente se ne stava sulla porta della sala a fumare. La suora, una donna alta e secca dall’età inde­fi­ni­bile, aveva un viso scarno e asciutto sol­cato da rughe pro­fonde, come scol­pite nel legno. Tra le dita ossute della mano sini­stra, che si muo­ve­vano len­ta­mente, come dotate di vita pro­pria, c’era intrec­ciato un rosa­rio; con la mano destra impar­tiva ordini.

Non ci era con­sen­tito alzarci, durante il pranzo. Il cibo ci veniva ser­vito den­tro vas­soi in pla­stica sago­mati. I bic­chieri erano tazze in pla­stica con il manico e l’acqua era ver­sata a richie­sta dagli inser­vienti. Sul tavolo non c’era nulla di vetro, niente che potesse essere usato come arma per ferire o ferirsi. Ave­vamo solo un cuc­chiaio di sta­gno per mangiare

“Non si può avere una for­chetta?” chiese un ragazzo.
La suora si avvi­cinò alle sue spalle, gli mise una mano sul capo e rispose ad alta voce senza guar­darlo.
“Qui den­tro si usano solo le for­chette di San Fran­ce­sco,” disse, e comin­ciò a aprire e chiu­dere le dita della mano come le chele di un gran­chio. Prima davanti al naso del ragazzo che aveva par­lato, poi in alto, per farle vedere a noi tutti. Infine ritornò in fondo alla stanza e ripeté la sto­ria che dove­vamo pre­gare Dio e non l’uomo.

Per tutta la mat­ti­nata ave­vamo pas­seg­giato nel pic­colo cor­tile o nella sala comune al piano terra, osser­van­doci da lon­tano, come a pren­derci le misure. In genere ognuno stava in silen­zio, per pro­prio conto. Solo un ragazzo secco e schiz­zato sem­brava girare in tondo, come un cri­ceto in gab­bia, cer­cando di attac­care bot­tone con tutti e scroc­care siga­rette. A pranzo me lo ero tro­vato di fianco.

Io man­giavo in silen­zio e a testa bassa. Avevo un atteg­gia­mento abu­lico e distac­cato, ma la mente si per­deva in piani e con­get­ture. La pos­si­bi­lità di tro­vare agganci in ospe­dale stava sfu­mando. Cer­care di impie­to­sire la suora era fuori discus­sione e dall’inserviente caro­gna non avrei avuto nes­sun aiuto.
Men­tre era­vamo seduti ai tavoli, guar­davo gli altri ragazzi cer­cando di capire la situa­zione. A prima vista era­vamo tutti dei simu­la­tori, a parte lo schiz­zato che sedeva al mio fianco e veniva dal nord Ita­lia, e un tipo seduto ad un altro tavolo. Era basso e cic­ciot­tello, indos­sava un paio di occhia­lini tondi in metallo su pic­coli occhi a man­dorla. Di car­na­gione pal­lida, aveva un ini­zio di baf­fetti e della pelu­ria sul mento che gli dava un’ aria da cinese cat­tivo.
“Ehi Rimini, ce l’hai una siga­retta?” chiese lo schiz­zato.
“Ti ho già detto che non fumo. E non chia­marmi Rimini.”
“Ci man­dano a casa vero? Cioè, se uno sta male lo man­dano a casa, vero? Io sto male e se anche tu stai male ci man­dano a casa tutti e due, vero?”
“Non lo so, cazzo, stai un po’ zitto.”
“Io non voglio più tor­nare in caserma. Tu ci vuoi tor­nare? Dimmi, Rimini, tu ci vuoi tor­nare in caserma?”

Par­lava velo­cis­simo e sot­to­voce, avvi­ci­nando il suo viso al mio, come se doves­simo tra­mare qual­che piano o con­fi­darci segreti. Quando aveva sco­perto che ero di Rimini mi si era appic­ci­cato addosso e non mi mol­lava più. Era par­tito. Se stava simu­lando, era un genio. Da lui avevo solo da impa­rare e me lo tenevo vicino. Mi dava solo fasti­dio che mi chia­masse Rimini.
“Tu che hai fatto, Rimini, per­ché sei qua?” Io feci un gesto vago con la mano, ma lui non cer­cava una mia rispo­sta e con­ti­nuò.
“Sono scap­pato dalla caserma un mese fa. Non ce la facevo più, tu mi capi­sci Rimini, vero? Ho preso il treno da Roma e sono arri­vato a Rimini e poi mi sono nasco­sto a San Marino.”
“Sei scap­pato a San Marino?” Non riu­scivo a trat­te­nermi dal ridere. Get­tai il cuc­chiaio sotto il tavolo per avere una scusa per chi­narmi e comin­ciai a ridere. Era tutto assurdo. Mi cal­mai e mi feci rac­con­tare tutta la storia.

Nella sua logica fol­lia, l’unico modo per sfug­gire al ser­vi­zio di leva era scap­pare all’estero e avendo poche risorse e pochis­sima fan­ta­sia aveva scelto la Repub­blica di San Marino, a due passi da casa mia. Non aveva detto nulla nep­pure ai suoi fami­gliari, ai quali non dava noti­zie per paura di essere rin­trac­ciato. Vagava senza meta a San Marino e la notte dor­miva nei giar­dini pub­blici. Così per un mese. Ridotto allo stremo aveva tele­fo­nato a casa e i cara­bi­nieri erano andati subito a pren­derlo. Ripor­tato a Roma era stato rico­ve­rato il mio stesso giorno in mani­co­mio.
Dopo man­giato venimmo lasciati liberi in cor­tile. Le ore non pas­sa­vano mai. Verso sera il “cinese” scop­piò. Disse che voleva tor­nare in caserma che aveva avuto solo un momento di smar­ri­mento, che ora stava bene e non voleva più rima­nere in ospedale.

Le visite medi­che comin­cia­rono il mat­tino dopo. Era­vamo in cor­tile, la ten­sione si avver­tiva a pelle. Ognuno stava per conto suo a pen­sare come affron­tare la com­mis­sione medica mili­tare. Il “cinese” era l’unico calmo: aveva già detto di voler tor­nare in caserma. Lo schiz­zato che si era rifu­giato a San Marino invece era agi­ta­tis­simo, chie­deva siga­rette a tutti e non la smet­teva mai di par­lare. Io lo avevo cac­ciato in malo modo e me ne stavo vicino al can­cello a guar­dare il parco. Ero molto teso: sfi­lavo e infi­lavo con­ti­nua­mente un piede dalla scarpa senza lacci, in un gesto ner­voso che non riu­scivo a interrompere.

Comin­cia­rono a chia­marci, a cop­pie. Io e un altro fummo i primi. L’inserviente ci con­dusse attra­verso una porta e un lungo cor­ri­doio. Non avevo visto arri­vare i medici, evi­den­te­mente c’era un’altra entrata di ser­vi­zio. Comin­ciai ad avere paura. Non dovevo fin­gere nulla. Ero in para­noia e imma­gi­navo severi medici in camice, pieni di deco­ra­zioni mili­tari, seduti su alte cat­te­dre. Mi sen­tivo rigido e impac­ciato come una mario­netta. Il mio com­pa­gno fu fatto entrare in una stanza, io in quella a fianco.
Era una stanza pic­cola, senza fine­stre. I soli mobili erano una sedia vuota nel cen­tro della stanza davanti a un tavolo dove stava seduta una ragazza.

“Vieni avanti, met­titi seduto,” disse lei con gen­ti­lezza, men­tre com­pi­lava una scheda.
Ero ine­be­tito. Spo­stavo il mio peso prima su un piede e poi sull’altro senza sapere cosa fare. Il cer­vello stava lavo­rando, velo­cis­simo. Ero pre­pa­rato ad affron­tare uffi­ciali medici mili­tari che mi avreb­bero trat­tato malis­simo. Avreb­bero detto che non ero un uomo, che ero una fem­mi­nuc­cia, magari un finoc­chio, che non avevo le palle e che pian­gevo come un bam­bino. Avreb­bero minac­ciato pesanti san­zioni disci­pli­nari. Ci avreb­bero pen­sato loro a rad­driz­zarmi la schiena. Davanti a que­sta ragazza non sapevo che dire.
“Stai tran­quillo, non sono un mili­tare, sono un medico. Sono lau­reata in psi­co­lo­gia e sto facendo il tiro­ci­nio,” disse la ragazza come se avesse intuito i miei pensieri.“Raccontami cosa ti succede.”

Non sapevo come ini­ziare. La ragazza era molto gio­vane: non aveva nean­che dieci anni più di me. Aveva lun­ghi capelli ricci, legati con cor­dino in cuoio. Indos­sava una col­lana e dei brac­ciali etnici che sbu­ca­vano da sotto le mani­che del camice bianco da medico. Da sotto la scri­va­nia vedevo che ai piedi cal­zava dei san­dali in cuoio. Dispe­rarmi e met­termi a pian­gere davanti a lei mi avrebbe dato fasti­dio, ma non avevo scelta. Presi un respiro e ini­ziai a par­lare senza guar­darla in fac­cia. Le parole erano inar­re­sta­bili come un fiume in piena e pre­sto si uni­rono anche le lacrime e i sin­ghiozzi. Alzavo troppo la voce e più volte lei mi invitò ad abbas­sarla con un gesto gen­tile della mano, per non distur­bare le visite nella stanza accanto.

Non sapevo cosa mi stava suc­ce­dendo e avevo molta paura, dicevo. Che ero sem­pre stato un bravo ragazzo e avevo il senso del dovere, non volevo fare il furbo. Solo che non ce la facevo a stare in caserma con gli altri e che avevo sem­pre brutti pen­sieri. Qui stavo sul vago: volevo andare a casa, ma non volevo essere rifor­mato come pazzo. Non volevo dire che sen­tivo voci nella testa e che vedevo la Madonna o i mar­ziani. Dovevo muo­vermi sul sot­tile filo del sem­plice disa­gio. Che ero imma­turo, infan­tile, ina­datto alla vita mili­tare, ma non pazzo.

Lei cer­cava di inter­rom­permi e mi faceva domande. Se andavo d’accordo con i miei geni­tori, se avevo fra­telli e come era il rap­porto con loro. Io evi­tavo le domande che mi avreb­bero por­tato su un ter­reno peri­co­loso dove non sapevo come muo­vermi. Invece insi­stevo sul fatto che non capivo per­ché fosse impos­si­bile tra­sfe­rirmi ad altri com­piti, magari a un ser­vi­zio civile, dove avrei com­piuto il mio dovere senza rovi­narmi la vita. Sapevo che il sistema buro­cra­tico non era così fles­si­bile da potermi accon­ten­tare e allo stesso tempo la volevo con­vin­cere che non era pro­prio il caso di riman­darmi in caserma e rimet­termi un fucile in mano. Alla fine avevo par­lato solo io e non avevo rispo­sto a nes­suna delle sue domande.

“Que­sta situa­zione mi sta rovi­nando la vita,” dissi guar­dan­dola final­mente negli occhi. “ Mi sem­bra tutto così assurdo, non ha senso.”
“No, non ha senso. Vai pure,” disse la dot­to­ressa prima di accom­pa­gnarmi alla porta.

I referti arri­va­rono nella tarda mat­ti­nata. Io avevo pas­sato le ultime due ore disteso sul letto della mia camera ad osser­vare il sof­fitto. Ero stre­mato e inso­li­ta­mente calmo. Potevo solo aspet­tare gli eventi e mi chie­devo cosa avrei potuto fare nel caso fossi stato riman­dato in caserma. Ci chia­ma­rono a rac­colta nel salone al piano terra: vole­vano libe­rare il reparto prima di pranzo.

L’inserviente teneva il mazzo dei referti in mano, leg­geva ad alta voce il nome e l’esito dell’esame e poi lo con­se­gnava in malo modo. Sem­brava godesse in par­ti­co­lar modo quando leg­geva “ido­neo al ser­vi­zio, ritorna al corpo” e vedeva il ragazzo allon­ta­narsi scon­so­lato.
Quando lesse il mio nome il cuore mi si fermò. Tenevo i pugni così ser­rati da farmi male. L’inserviente si era bloc­cato e guar­dava il foglio come se non cre­desse a ciò che leg­geva.
Quando vide che ero io, me lo tirò in fac­cia. “Che figlio di put­tana,” disse.

Io lo rac­colsi e mi allon­ta­nai da tutti. Quando lo lessi non riu­scivo a cre­dere ai miei occhi. Con­ti­nuavo a leg­gere la dia­gnosi e le con­clu­sioni. Il referto diceva che ero affetto da Sin­drome Ansiosa Depres­siva e mi veni­vano con­cessi ses­santa giorni di con­va­le­scenza. Non ci potevo cre­dere. Tutti gli altri ave­vano avuto una set­ti­mana o dieci giorni al mas­simo. Io due mesi.
Non vedevo l’ora di uscire dall’ospedale. Avevo biso­gno di star solo, cor­rere, urlare. Non avendo tasche, avevo nasco­sto il foglio di con­va­le­scenza den­tro le mutande, come se fosse la mappa segreta di un tesoro ed ero tor­nato al piano supe­riore in camera, den­tro il bagno. Avevo appog­giato la fronte al muro e tenevo gli occhi chiusi.

Mi sen­tii osser­vato. Die­tro la fine­strella della porta c’era l’inserviente. Aprì la porta e mi tirò fuori con vio­lenza tiran­domi per la giacca del pigiama, men­tre con il brac­cio destro mi piazzò un pugno alla bocca dello sto­maco che mi tolse il fiato e mi fece cadere in ginoc­chio.
“Dimmi come hai fatto ad avere due mesi di con­va­le­scenza, figlio di put­tana. Cazzo hai rac­con­tato a quella troia della dot­to­ressa?” Era incaz­zato nero. Mi odiava soprat­tutto per­ché ero di Rimini. Lo avevo capito subito appena arruo­lato. C’era invi­dia per i ragazzi che veni­vano da Rimini, spe­cial­mente da parte di chi viveva in peri­fe­ria e nei pic­coli paesi sper­duti dell’Italia, e che a Rimini non c’erano nep­pure mai stati. Imma­gi­na­vano Rimini come un para­diso ter­re­stre, un pia­cere proi­bito e irrag­giun­gi­bile.
“Io mi devo fare un culo così chiuso qua den­tro per avere un po’ di giorni di con­va­le­scenza e mi ritrovo tra le palle un rimi­nese del cazzo che come arriva gli danno ses­santa giorni da pas­sare l’estate a casa. Non so come hai fatto a fre­gare gli altri, ma a me non mi fre­ghi.” Spe­rava in una mia rea­zione vio­lenta che met­tesse in forse la con­va­le­scenza, ma io non rac­co­glievo la pro­vo­ca­zione. Avrei baciato il culo al dia­volo per andare a casa, figu­rarsi se mi facevo fre­gare da que­sto ter­rone di merda.

L’inserviente mi gettò addosso il sacco con i miei panni e disse che potevo rive­stirmi. Aveva aggiunto che gli altri sareb­bero usciti subito, ma io dovevo aspet­tare l’arrivo di un infer­miere che mi avrebbe accom­pa­gnato a casa. Non riu­scivo a capire cosa inten­desse dire. Poi sco­prii che per una dia­gnosi così seria e una con­va­le­scenza così lunga era d’obbligo l’accompagnamento coatto a casa.

Quando arrivò l’incaricato, gli altri rico­ve­rati se ne erano già andati da soli. Io non li avevo visti e mi sarebbe pia­ciuto sapere che fine aveva fatto il ragazzo schiz­zato. Il sol­dato che mi doveva accom­pa­gnare era in divisa: un fante un po’ sfi­gato dall’aspetto inno­cuo, più basso di me di quat­tro dita e dalla cor­po­ra­tura esile. Aveva sog­ge­zione della mia divisa da para­ca­du­ti­sta e aveva paura di me. “C’è da andare a por­tare a casa un matto,” gli avranno detto.
Mi chie­devo se glielo ave­vano ordi­nato o se si era offerto volon­ta­rio, in cam­bio di una licenza. Avevo deciso di non dar­gli troppa confidenza.

Attra­ver­sato il can­cello del reparto neu­ro­psi­chia­trico ci sta­vamo avviando verso l’uscita. L’inserviente aveva appena chiuso con il luc­chetto la catena, e io non seppi resi­stere alla ten­ta­zione. Con un gesto silen­zioso chiesi al mio accom­pa­gna­tore di fer­marsi e di aspet­tare lì, a pochi metri di distanza. Tor­nai al can­cello e chia­mai l’inserviente, che stava rien­trando nell’edificio. Tornò verso di me. “Che cazzo vuoi?” disse, ma la frase gli morì in bocca. Io avevo smesso la mia espres­sione da ebete che avevo tenuto per tutto il tempo e con gli occhi più cat­tivi che sapevo fare gli dissi: “Lo sai qual è la dif­fe­renza fra me e te? Tu sta­sera sarai chiuso qua den­tro, men­tre io a Rimini mi sco­però una sve­dese o una tede­sca alla tua fac­cia di ter­rone di merda.”
Il suo brac­cio partì attra­verso le sbarre del can­cello accom­pa­gnato da un grido di rab­bia come quello di una belva. Io mi ero tenuto pru­den­te­mente a distanza e con gelida indif­fe­renza vidi la sua mano pas­sare a poche dita dal mio naso. Poi mi girai, ripresi la mia espres­sione da ebete e con passo cion­do­lante rag­giunsi il mio accom­pa­gna­tore che mi stava aspet­tando lungo il viale.

V

“ Voglio pas­sare a ripren­dere le mie cose in caserma,” dissi, prima di mon­tare sull’auto di ser­vi­zio che ci avrebbe por­tato in sta­zione.
“Non puoi lasciarle lì e ripren­derle quando torni?” disse l’accompagnatore cer­cando con lo sguardo l’aiuto dell’autista. “ Rischiamo di per­dere il treno.”
Io non tor­nerò più in caserma, avrei voluto dir­gli, ma lo tenni per me.
“ Voglio pas­sare a pren­dere le mie cose in caserma” ripe­tei a bassa voce, come se stessi par­lando fra me e me. Lo sguardo era perso in un punto inde­fi­nito. I due sol­dati si guar­da­rono in silen­zio. L’autista alzo le spalle.
“Va bene,” disse ras­se­gnato. Era impac­ciato, non mi voleva toc­care. Aveva sem­pli­ce­mente sfio­rato il mio brac­cio con una mano, men­tre con l’altra indi­cava il modo di salire sull’auto, come se per me fosse una mano­vra sco­no­sciuta o troppo com­pli­cata. Non sapeva come trat­tarmi. Da parte mia non lo aiu­tavo mini­ma­mente. Avevo paura che se mi fossi rilas­sato e com­por­tato come una per­sona nor­male, lui potesse, in qual­che modo, annul­lare la mia licenza. Era una para­noia assurda, ma non volevo cor­rere rischi. Ogni tanto infi­lavo la mano in tasca per assi­cu­rarmi che il foglio di licenza non si fosse disintegrato.

Anche io avrei pre­fe­rito non pas­sare in caserma, ma volevo pren­dere i miei effetti per­so­nali e soprat­tutto por­tare via un dia­rio dove avevo scritto stu­pi­da­mente le mie inten­zioni, come per farmi corag­gio. Non volevo potesse capi­tare nelle mani di qualcuno.

La came­rata era, come spe­ravo, deserta. Il mio accom­pa­gna­tore si era fer­mato in fure­ria a mostrare i docu­menti e l’autista ci aspet­tava in auto.
Mi risve­gliai dal mio stato abu­lico e andai di corsa al mio arma­dietto. Avevo preso la mia borsa da civile, una ridi­cola vali­gia in simil­pelle aran­cione che c’era in casa da tempo imme­mo­ra­bile e che nes­suno aveva mai usato, e la stavo riem­piendo con le mie cose. Il cor­redo mili­tare lo avrei lasciato lì. Pro­ba­bil­mente sarebbe stato ben pre­sto sac­cheg­giato, ma non mi inte­res­sava. Sen­tii una voce alle mie spalle.

“Cosa ti è suc­cesso?” disse il pian­tone di turno. Era il ragazzo che avevo sen­tito par­lare, appena arri­vato in caserma e che si lamen­tava per­ché non lo man­da­vano mai in licenza.
“Quando non ti abbiamo visto rien­trare per il con­trap­pello, ci siamo spa­ven­tati. Sei stato in ospe­dale?”
“Sì,” risposi senza guar­darlo. Rovi­stando den­tro l’armadietto, aspet­tavo la domanda suc­ces­siva.
“Vai a casa, vero?” disse con voce stra­ziata. “Quanti giorni?”
Volevo men­tir­gli. Sapevo che gli avrei fatto molto male, ma lo avrebbe saputo comun­que. Lo guar­dai dritto negli occhi.
“Ses­santa giorni,” dissi. “Ho avuto due mesi di con­va­le­scenza.” Gli diedi una pacca ami­che­vole sulla spalla. “Scu­sami, ma devo andare” e mi allon­ta­nai. Il ragazzo si era messo a piangere.

“Non ti muo­vere. Aspetta qui,” disse il mio accom­pa­gna­tore. “Io vado a fare i biglietti del treno. Non ti allon­ta­nare.”
Non sapeva come fare. Doveva met­tersi in fila davanti alla bigliet­te­ria, ma nello stesso tempo non voleva lasciarmi solo. Si vol­tava con­ti­nua­mente verso di me e si rac­co­man­dava che non mi muo­vessi. C’era così tanta gente che mi sareb­bero bastati pochi passi per scom­pa­rire. Invece me ne stavo lì, fermo, immo­bile, con la vali­gia in mano.

L’atrio della sta­zione Ter­mini era enorme. Il rumore della folla e la voce metal­lica degli alto­par­lanti rim­bal­za­vano con­tro l’alto sof­fitto e si dif­fon­de­vano ampli­fi­cati. Dalle alte vetrate si dif­fon­deva la luce acce­cante di quella tor­rida gior­nata estiva. I treni, par­cheg­giati lungo i ter­mi­nal bru­li­ca­vano di pas­seg­geri.
Erano bastati due mesi di caserma e due giorni di rico­vero in mani­co­mio per darmi l’impressione di essere man­cato dal mondo da anni.

Fin dal primo giorno che avevo indos­sato la divisa mili­tare mi sem­brava che il resto del mondo fosse scom­parso. I civili mi sem­bra­vano buffi, nei loro abiti vario­pinti e disor­di­nati. Per un effetto psi­co­lo­gico che non mi riu­scivo a spie­gare i loro volti mi sem­bra­vano inde­fi­niti: facce ano­nime con barbe incolte e capelli lun­ghi. Le donne erano scom­parse. Tra la folla vedevo solo altre per­sone in divisa: altri mili­tari o gente del clero.

Tro­vammo posto su due sedili accanto ai fine­strini, uno di fronte all’altro. In poco tempo il treno si era riem­pito di viag­gia­tori, anche in piedi nel cor­ri­doio. Quando sen­tii il treno muo­versi tirai un sospiro di sol­lievo: solo in quel momento capii che stavo tor­nando a casa.
Per tutto il tempo ero stato teso, guar­davo tra la folla e imma­gi­navo di vedere l’inserviente dell’ospedale venire di corsa verso di me, insieme ai cara­bi­nieri, con l’ordine di ripor­tarmi in caserma.

Non fu facile rom­pere il ghiac­cio. La situa­zione era imba­raz­zante: io ero il matto e lui quello che doveva accom­pa­gnare il matto. Io stavo zitto e mi limi­tavo a guar­darlo a lungo aspet­tando una sua mossa. Lui era a disa­gio. Si aggiu­stava con­ti­nua­mente il basco sulla testa e si toglieva della pol­vere ine­si­stente, sbat­tendo con il dorso della mano le spalle della camicia.

Comin­ciò a tirar fuori una serie di frasi fatte sul tempo e sul caldo. Io mi limi­tavo ad annuire. Lui mi disse il suo nome; io gli dissi il mio. Mi disse che veniva da un paese sper­duto, dalle parti di Ascoli Piceno, nelle Mar­che. Io gli dissi, anche se lo sapeva già, che ero di Rimini.
“Non sono mai stato a Rimini,” disse. “È vero che ci si diverte tan­tis­simo e si tro­vano tante ragazze?”
Io feci un gesto con la mano accom­pa­gnato da un sor­riso com­plice. Me la ero sen­tita fare tante volte quella domanda che non ne potevo più.
“Non che mi inte­ressi,” con­ti­nuò, “ io sono fidan­zato e finito il ser­vi­zio mili­tare mi spo­serò.”
“Fan­ta­stico,” risposi.
Ogni tanto il nostro par­lare si inter­rom­peva per man­canza di argo­menti. Allora c’erano dei lun­ghi silenzi imba­raz­zanti e guar­da­vamo il pano­rama fuori dal fine­strino. Gli altri pas­seg­geri, stre­mati dal caldo, dor­mi­vano. La gente in piedi nel cor­ri­doio don­do­lava come mute mario­nette appese. I fine­strini erano abbas­sati e il vento vor­ti­cava in tutta la car­rozza.
Durante uno di que­sti lun­ghi silenzi mi alzai, presi la vali­gia dalla rastrel­liera e dissi: “vado in bagno”.
Il mio com­pa­gno si era allar­mato. “Devi pro­prio andare?” Non sapeva cosa fare. “ Non puoi aspet­tare?”
“Il viag­gio sarà lungo,” dissi. “Prima o poi dovrò andare in bagno. Hai paura che mi butti giù dal treno?”
“No, no. Che dici…”
“Se non ti fidi puoi venire con me.”
“No.. vai pure.” Era nel panico. “Io non so quello che devo fare… gli ordini…”
Il cor­ri­doio era pieno di gente, ma di fronte alla mia divisa si sco­sta­vano e mi lascia­vano pas­sare senza bron­to­lare. Il bagno era libero.

Mi chiusi den­tro e mi appog­giai con la schiena alla porta. Chiusi gli occhi e feci dei pro­fondi respiri. Era la prima volta, dopo tanto tempo, che stavo da solo e mi sen­tivo libero.
Avevo fatto i miei biso­gni e mi ero rasato la barba di tre giorni usando la schiuma fatta con la sapo­netta che avevo tra i miei effetti per­so­nali. Poi comin­ciai a spo­gliarmi. Get­tai tutti i miei indu­menti mili­tari dal fine­strino. Ridevo. In fondo era come se mi fossi pro­prio but­tato giù dal treno. Avevo get­tato anche la vali­gia e tutto ciò che non mi ser­viva. Rimasi com­ple­ta­mente nudo e poi comin­ciai a rive­stirmi con gli abiti civili che avevo quando ero arri­vato in caserma, il giorno del arruo­la­mento. I pan­ta­loni mi anda­vano lar­ghi e dovetti strin­gere la cin­tura di almeno due buchi. Mi fece uno strano effetto, come se quelli non fos­sero i miei abiti.

Mi cadde lo sguardo sullo spec­chio arrug­gi­nito del bagno. Facevo fatica a rico­no­scermi, e poi que­gli occhi, mio Dio, gli occhi. Li notavo solo adesso. Erano occhi allu­ci­nati. Durante quei due giorni di rico­vero erano esplosi e adesso ema­na­vano males­sere, come un’inarrestabile emor­ra­gia psi­chica. Come facevo a tor­nare a casa con degli occhi così? Pen­savo di essere stato abile e scal­tro a tro­vare il modo di ingan­nare i medici, invece era stato tutto merito dei miei occhi. Ma allora chi ero io? Ero un ragazzo nor­male che in una par­ti­co­lare situa­zione si era finto pazzo; o un pazzo che per tutta la vita aveva finto di essere normale?

Mi misi degli occhiali da sole e mi calai il capel­lino da base­ball in testa. Con­trol­lai un’ultima volta le tasche per vedere se avevo preso tutto. Il resto era finito giù dal treno.
Fuori dal bagno, seduto a terra davanti alla porta, c’era un ragaz­zino di dieci anni. Aveva in mano un albo di fumetti dei supe­re­roi. Mi aveva visto entrare vestito da mili­tare con la vali­gia; e ora vedeva uscire uno vestito in bor­ghese, senza più la vali­gia. Guar­dava ripe­tu­ta­mente me e den­tro il bagno per cer­care di capire cosa fosse suc­cesso. Tutti dor­mi­vano. Lui era l’unico sve­glio, l’unico che si era accorto di me.
Mi chi­nai e finsi di siste­marmi i lacci delle scarpe spor­tive per avere il mio viso vicino al suo.
“Sono un agente del Ser­vi­zio Segreto Mili­tare, in mis­sione,” dissi serio. “Sul treno ci sono dei nemici che mi vogliono cat­tu­rare. Tu non mi tra­di­rai, vero?”

I suoi occhi si illu­mi­na­rono di gioia. La bocca si era spa­lan­cata in un sor­riso com­plice. Diceva no con la testa senza dire nulla. Mi alzai e prima di girare nel cor­ri­doio sol­le­vai l’indice e il medio della mia mano fino alla tem­pia e gli feci un veloce saluto mili­tare.
La gente che prima si era sco­stata edu­ca­ta­mente, al mio pas­sag­gio in divisa, ora, che ero vestito da civile, si mostrava scon­trosa e irri­tata. Davanti al mio scom­par­ti­mento mi fer­mai nasco­sto fra i viag­gia­tori in piedi, e guar­dai dentro.

Il mio posto era vuoto, il mio com­pa­gno si agi­tava come se il suo sedile fosse bol­lente: comin­ciava a pre­oc­cu­parsi. Più di una volta mi aveva guar­dato, ma non mi aveva rico­no­sciuto. La ten­ta­zione di andar­mene e lasciarlo lì era grande. Cosa avrebbe fatto? Mi sarebbe venuto a cer­care?
Io lo avrei seguito di nasco­sto per spiare le sue mosse. Il ragaz­zino davanti al bagno, mi avrebbe tra­dito o scam­biato uno sguardo com­plice? Avrebbe messo in allarme il con­trol­lore e comin­ciato una cac­cia all’uomo sul treno come in un romanzo di Aga­tha Christie?

Sarebbe stato bel­lis­simo, ma ci rinun­ciai. Avrei corso il rischio di tro­varmi i cara­bi­nieri a casa e avrei dovuto dare un sacco di spie­ga­zioni. Entrai nello scom­par­ti­mento e feci per met­termi a sedere. Il mio com­pa­gno stava per dirmi che quel posto era occu­pato, poi io mi tolsi capel­lino e occhiali e lui mi rico­nobbe.
“Sono io,” dissi. “Pen­savi che non sarei più tor­nato?”
“No, che dici…” Men­tiva, ma lo capivo, e lo vedevo sol­le­vato per il mio ritorno.
In abiti civili mi sen­tivo più forte e pro­vai a pren­dere in mano la situa­zione.
“Ascolta,” dissi. “ Non so cosa ti hanno rac­con­tato, di me, all’ospedale. Posso capire che non sia facile per te accom­pa­gnare a casa uno sco­no­sciuto appena uscita da un reparto neu­ro­psi­chia­trico. Nei tuoi panni sarei pre­oc­cu­pato anche io.”
Mi osser­vava in silen­zio. Era la prima volta, da quando mi aveva pre­le­vato all’ospedale, che mi vedeva così lucido, loquace e nor­male. A parte gli occhi, cazzo. Mi rimisi gli occhiali scuri e con­ti­nuai: “Per­ché hanno man­dato te?”
“Hanno chie­sto se c’era un volon­ta­rio per que­sto ser­vi­zio. In cam­bio davano una licenza di due giorni.”
“Tu sei un medico o cosa? Per­do­nami, ma sei un po’ gra­cile e non sem­bri in grado di affron­tare situa­zioni di emer­genza…”
“Figu­rati, io nella vita civile fac­cio l’ odon­to­tec­nico. Forse per que­sto, sono finito a fare l’infermiere gene­rico in ospe­dale.”
“Non ti hanno dato niente in caso di emer­genza? che so, una cami­cia di forza, una siringa di seda­tivo, delle manette.”
“No, per­ché, dove­vano?” rispose allar­mato. Non aveva nes­sun senso dell’umorismo, ma ero riu­scito ad allen­tare un po’ la ten­sione e gli feci la pro­po­sta che avevo in mente dall’inizio del viag­gio.
“Io sono in grado di arri­vare a casa da solo. Non c’è biso­gno che tu mi accom­pa­gni fino alla porta di casa, a Rimini. Spre­che­re­sti tutta la licenza per il viag­gio. Se invece scendi prima e con­ti­nui per casa tua, risparmi un sacco di tempo.”

Era tor­men­tato. Que­ste con­si­de­ra­zioni le aveva già fatte per conto suo, ma disse: “Non pos­siamo farlo. Gli ordini sono ordini”
“Per me non c’è pro­blema,” men­tii, cer­cando di nascon­dere la delu­sione. “Io lo avevo pen­sato solo per farti un favore.”
Con­ti­nuammo a par­lare. Lui voleva sapere del reparto dei para­ca­du­ti­sti e mi chie­deva che effetto faceva get­tarsi da un aereo, se avevo avuto paura. Non era mai stato Rimini e voleva che gli par­lassi della mia città, del mare e dei diver­ti­menti estivi e poi finimmo a par­lar di ragazze.
Era un ragazzo inge­nuo e cam­pa­gnolo, ma voleva farsi pas­sare per un uomo di mondo. Mi fece subito una con­fi­denza.
“Desi­de­ravo tanto que­sta licenza,” disse. “Sono andato a casa altre due volte, ma la mia fidan­zata aveva le mestrua­zioni e non abbiamo potuto fare all’amore.”
“Capi­sco,” dissi.
“È una ragazza tanto inge­nua. Si era messa a pian­gere e diceva che era colpa sua se non pote­vamo fare all’amore. Voleva per­fino che la lasciassi,” disse con aria grave. “Vuoi vedere una sua foto?”
“Sarebbe fan­ta­stico,” risposi.

Tolse una foto dal por­ta­fo­glio e me la diede. Io la guar­dai. La sua ragazza era un cesso. “Carina,” dissi. Era seduta su un moto­rino e sor­ri­deva come un’idiota verso l’obiettivo foto­gra­fico.
Che strana la vita, pen­sai. Eccomi entrato nella mito­lo­gia della vita di que­sto sol­da­tino. Sta­sera arri­verà al suo paese e rac­con­terà ai fami­gliari, agli amici del bar e a que­sta ragazza eter­na­mente mestruata che ha avuto la licenza per­ché ha accom­pa­gnato un matto a casa a Rimini. Magari, per farsi bello, modi­fi­cherà la sto­ria per ren­derla più avven­tu­rosa e con il pas­sare degli anni io diven­terò, nei suoi rac­conti, un peri­co­lo­sis­simo psi­co­pa­tico cri­mi­nale. “Nonno, Nonno. Rac­con­taci ancora di quella volta che da mili­tare hai accom­pa­gnato quel matto a casa,” chie­de­ranno i suoi nipotini.

Comin­cia i ridere. Non riu­scivo a trat­te­nermi. Erano risate fra­go­rose, dopo giorni di ten­sione. Mi man­cava il fiato e mi faceva male la pan­cia. Dagli occhi scen­de­vano grosse lacrime.
“Che ti suc­cede, per­ché ridi?” disse il mio com­pa­gno sor­preso.
Mi ero chi­nato in avanti e mi ritro­vai a rider­gli in fac­cia a pochi cen­ti­me­tri di distanza. Poi nostri sguardi cad­dero assieme sulla foto della sua ragazza che tenevo ancora in mano. Lui si offese e con un gesto bru­sco mi strappò di mano la foto­gra­fia.
Io avevo alzato le mani e le agi­tavo in segno di diniego: volevo dir­gli che non ridevo della sua ragazza, ma l’equivoco ren­deva ancora più comica la situa­zione e non mi veniva il fiato per par­lare.
“Non mi importa se non ti piace la mia ragazza,” disse. “ Non deve pia­cere a te, ma a me. Io le voglio bene.” Rimise la foto nel por­ta­fo­glio. “In que­sta foto non è venuta molto bene, ma tu non devi ridere di lei.”
“Scusami,”dissi e gli posai una mano sul ginoc­chio in segno di ami­ci­zia. Volevo spie­garmi.
“Non mi toc­care,” urlò e con un gesto vio­lento scac­ciò la mia mano.
Si chiuse in se stesso e non mi parlò più per tutto il viag­gio. Fra noi si era alzato un muro inva­li­ca­bile. Gli altri pas­seg­geri sem­brava che non si fos­sero accorti di nulla. Io mi aggiu­stai gli occhiali sul naso, mi calai il cap­pel­lino in testa e cer­cai una posi­zione comoda. Dovevo dor­mire un po’. Ero stremato.

Ero par­tito per andare in guerra ed eccomi tor­nare a casa in maniera così infame. Avrei dovuto tro­vare anche una buona giu­sti­fi­ca­zione per i miei geni­tori che non sape­vano nulla di quello che era suc­cesso e mi avreb­bero visto arri­vare accom­pa­gnato da uno sco­no­sciuto in divisa.
A casa mi sarei fatto una doc­cia, avrei man­giato qual­cosa e poi sarei uscito con la moto per rag­giun­gere i miei amici nella vita not­turna in riviera, come se nulla fosse suc­cesso. Avrei bevuto qual­che birra e poi mi sarei messo a cer­care una turi­sta nor­dica abba­stanza ubriaca, per poter man­te­nere la pro­messa fatta all’inserviente del reparto neu­ro­psi­chia­trico dell’ospedale mili­tare di Roma.




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     giugno 7, 2011 Pubblicato in Racconti -       Leggi Tutto
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