Ethan Canin/La porta nascosta dei piccoli fatti
Ethan Canin è nato nel Michigan nel 1960 ed è cresciuto in California. Laureato in medicina, ha raggiunto la notorietà e il successo grazie ai suoi racconti. Nel 1966 la prestigiosa rivista Granta lo ha inserito nella classifica dei migliori scrittori americani. Il suo ultimo romanzo è “America America” . La casa editrice Ponte alle Grazie ha recentemente ripubblicato la sua raccolta di racconti “L’Imperatore dell’aria”.
In questo breve testo lo Canin ripercorre gli inizi della sua attività di scrittore.
TROPPO GIOVANE PER ARRIVARE IN IOWA
Arrivai all’Iowa Writers’ workshop nell’agosto del 1982. Avevo attraversato il paese con una Mustang hardtop del ’67, che poco a poco, durante il viaggio, si trasformò in una decapottabile. La cucitura iniziò a staccarsi dal rivestimento del tettino rigido e gli enormi pannelli penzolarono come ombre all’interno della macchina. Per poter vedere fuori dai finestrini bloccai i pannelli con dei ganci di sicurezza. Avevo 22 anni. Quell’anno mi ero comprato la Mustang con i soldi che la rivista Redbook mi aveva pagato per un racconto che avevo scritto al corso di scrittura dell’università di Standford, dove avevo studiato fino a giugno. Ero troppo giovane per andare nello Iowa.
Allora non l’immaginavo neanche. Mi sembrava un’avventura: andare in un posto sperduto, lontano da tutto –quando lo dicevo, la gente rideva ed esclamava “Io-wa?” — e inseguire la romantica illusione che una notte mi si era presentata come la mia vera vocazione. Avevo iniziato il college come specializzando in ingegneria meccanica. Per i primi due anni frequentai le lezioni di matematica e di fisica, poi, per caso, lessi i racconti di John Cheever. Un libro voluminoso dalla copertina rossa, che cambiò la mia vita.
Forse era un normale processo di maturazione mentale. All’improvviso, al secondo anno di college, decisi che l’immobilità dell’ingegneria, la precisione e la stabilità che mi avevano affascinato a diciotto anni, era limitante. Cercavo un campo in cui nessuno, nemmeno gli esperti, sapesse nulla. Capii che quel settore era la scrittura.
Beh forse non era la scrittura, ma la letteratura. Quell’anno, a un corso obbligatorio avevo letto Memorie dal sottosuolo di Dostoyevsky, Il disagio della civiltà di Freud e L’immoralista di Gide. Libri che da solo non avrei mai letto anche se avessi vissuto dieci vite. Mi conquistarono per la forza delle loro affermazioni – ancor più affascinanti perché mi apparivano non-dimostrabili. Da una parte c’erano oscure affermazioni sull’animo umano, che non si basavano su un nessun fondamento scientifico ma solo su una sensazione, e dall’altra c’ero io, educato al rigore della dimostrazione matematica e alla progressione logica, tarate in modo assoluto sulla verità –o per lo meno su una verità possibile – di ciò che c’era prima di me. Un giorno sbirciando nell’elenco dei corsi della sezione di Ingegneria vidi un’intera pagina dedicata ai di corsi di Letteratura Inglese. Lì trovai un laboratorio di scrittura creativa.
COSA MI INSEGNO’ IL GRANDE LIBRO ROSSO
Poche settimane dopo ero alla mia prima lezione e guardavo l’insegnante, che secondo alcune voci era uno scrittore che aveva pubblicato. Si arrotolava sulla mano degli elastici fino a far diventare le nocche bianche. Gli studenti intorno a me erano di un tipo diverso da quello che frequentava i corsi d’ingegneria — molti sembravano tristi, qualcuno aveva il viso sciupato e in generale erano vestiti male. Ogni sera prima di dormire leggevo, sdraiato sul piccolo letto del dormitorio, i racconti di Cheever. Ero rapito dalla sua scrittura.
“Il suo sorriso, le sue spalle nude avevano cominciato ad agitare le forme e i simboli indecifrabili che sono il banco di prova del desiderio, e la luce della lampada sembrava ravvivarli, dar loro calore e diffondere quell’inesprimibile senso di appagamento, quel benefico oblio che il primo sole di primavera reca a ogni sorta di spossatezza e di disperazione. Il desiderio di lei lo emozionava e lo confondeva. Ecco, tutto era lì, e il riverbero dell’oro gli sembrò allora circonfondere le sue braccia tese.“
“La pentola d’oro,” da Addio, fratello mio di John Cheever
Ecco tutto era lì anche per me, tutto era lì – leggevo fino all’alba mentre dall’altra parte della stanza il mio compagno russava come al solito. Ogni notte avvertivo la sensazione di avere tra le mani la chiave per un altro mondo.
Come potevo giustificare tale debolezza? Un ingegnere, uno studente che aveva sempre disprezzato la mancanza di rigore che c’è al di fuori della scienza? Al corso di scrittura creativa decisi che avrei scritto come John Cheever, con le sue frasi complesse, con quegli slanci sincopati verso il mondo della passione, della trascendenza, del desiderio umano finalmente dissotterrato e che splendeva nei suoi racconti come gemme sotto il pelo dell’acqua. Era l’occasione per liberarmi dal rigore che avevo amato e di cui avevo, in realtà, sempre voluto disfarmi. Solo in quel momento lo capii. Come mi sembrava splendida questa emozione spontanea. Mi sembrava una verità molto più profonda e complessa. Eccitato dalla lettura, mi sedetti e mi misi a scrivere un racconto.
Era deprimente. Il mio insegnante storse la bocca quando me lo riconsegnò. Nel racconto c’erano spunti presi da Cheever, da “Arabia” di James Joyce, che avevo letto da poco, e da Gide – un poema in prosa, che celebrava in chiave sentimentale la rivelazione dello spirito umano. Il mio insegnante scrisse: “Forse dovresti darci qualche dettaglio in più.”
Forse era così. Ci restai male, ma tornai a leggere Cheever. Lì continuai a trovare nuova energia e il suo sentimento istintivo mi elettrizzava:
“… Forse il senso dell’orgoglio, un’aureola di luminosità e valore, una specie di corona. Sembrò che la alzasse, la corona, per scrutarla con minuzia, e cosa trovò? Era semplicemente l’antica paura della coramella del padre e dello sguardo torvo della madre? Un po’ di servilismo infantile nei confronti della prepotenza del mondo? Sapeva bene che i suoi istinti erano turbolenti, indomabili e indiscreti, e aveva permesso al mondo e a tutte le sue lingue di imporgli una specie di struttura fatta di valori limpidi a vantaggio di un’economia conservatrice, della Chiesa ufficiale, di un esercito e una marina bellicosi? Sembrava che tenesse la corona, che la alzasse alla luce, sembrava che fosse fatta di luce e ciò che pareva rappresentare era il gusto genuino e tonico dell’esaltazione e dell’afflizione.“
“Il mondo delle mele” da I racconti italiani di John Cheever
L’emozione mi attraversava di nuovo, mi sedetti e scrissi un altro racconto. Di nuovo deprimente. Ora, quando riprendo in mano il racconto, capisco che era emozione pura, fin dalle prime parole trasmetteva eccitazione. Il mio insegnante, quando me lo restituì, storse di nuovo la bocca.
UN INGEGNERE INCONTRA LA SCRITTURA
Così tornai ancora una volta a Cheever. Questa volta esaminai più attentamente la sua scrittura. Forse questa propensione all’analisi derivava dalla mia formazione scientifica. Anche il movimento più complesso, se scomposto nelle sue parti fondamentali, può essere compreso. Iniziai a trascrivere alcuni paragrafi di Cheever. Semplicemente mi sedevo e copiavo:
“… Qualcuno bussò alla porta. Alice si precipitò ad aprirla e uscì. Entrò una donna, una sconosciuta che cercava il bagno. Laura accese una sigaretta e rimase in camera da letto per una decina di minuti prima di tornare nella sala della festa. Alice e suo marito se ne erano andati. Bevve qualcosa e tentò di fare conversazione, ma non riusciva a seguire il filo di quello che diceva.
La caccia, la ricerca del denaro che le era sembrata un’impresa naturale e anche giusta, quando all’inizio vi si erano dedicati, le appariva ora un gioco rischioso e banditesco. Prima, quella sera, Laura aveva pensato agli assenti. Ancora ripensò a loro. Quelle assenze per metà erano dovute alle avversità e ai fallimenti e le sembrò che dietro all’atmosfera spensierata di quella bella sala fosse in corso una gara spietata, nella quale i perdenti perdevano tutto. Laura avvertì un brivido di freddo. Con le dita, tirò fuori dal bicchiere il cubetto di ghiaccio e lo buttò in un vaso di fiori, ma il whiskey liscio non fu sufficiente a scaldarla. Chiese a Ralph di accompagnarla a casa. “
“La pentola d’oro,” da Addio, fratello mio di John Cheever
Penso che nel mio percorso di scrittore questo sia stato l’esercizio più utile che abbia mai fatto.
Scoprii due cose: i meravigliosi slanci rivelatori di Cheever erano quasi sempre preceduti (e anche seguiti) da descrizioni accurate, piene di piccoli dettagli. All’inizio mi sembrò una scoperta molto profonda e importante. Nella mia scrittura, l’emotività, che mi aveva così sedotto, poteva essere usata solo se riuscivo a bilanciarla con dettagli banali. Ritornai sui miei racconti e aggiunsi dettagli, circondai le mie epifanie con frasi e frasi piene di piccoli particolari.
Ma questo da solo non rendeva migliore quello che avevo scritto. E fu in questo momento che io feci la mia seconda scoperta, non dimostrabile e che era già presente nei racconti di Cheever: procedere dal dettaglio all’epifania non è solo una tecnica per catturare il lettore ma è un modo attraverso cui lo scrittore scopre la sua materia prima.
Questo cambiò per sempre la mia scrittura. In altre parole: avevo scoperto che per uno scrittore l’inizio di un racconto non deve coincidere con una riflessione morale o con una forte emozione, bisogna partire dal dettaglio e dal piccolo evento.
Non cominciai la storia successiva con quel sentimento di grandezza, che mi aveva precedentemente ispirato, ma con una situazione circoscritta. Immaginai un singolo evento: un uomo che sta per fare il bagno nella Baia di San Francisco. Non avevo nella mente un messaggio preciso. Non c’era una progressione emotiva che arrivava a travolgermi. Iniziai con una nuotata.
Scoprii che, mentre descrivevo i dettagli, immaginavo me stesso avanzare verso la spiaggia sporca, tuffarmi nell’acqua fredda, nuotare contro corrente. Il racconto mi entrò dentro. Ma non era il racconto che avevo cercato. La storia non sembrava provenire da me, ma dal personaggio, un tipo vecchio e arguto che nuotava nell’acqua fredda. Era straordinario, alla fine mi immersi per davvero in quel turbine febbrile, che era stata la mia prima ispirazione. Questa volta la differenza consisteva nel fatto che l’eccitazione era il risultato del racconto, non ne era stata la causa. Il racconto fu facile da scrivere (forse l’ultimo pezzo facile, purtroppo, che io abbia scritto). Redbook lo pubblicò e mi comprai la Mustang.
Dopo di che arrivai in Iowa.
Smisi di scrivere. Quasi immediatamente e quasi completamente. Perché? Forse perché alla difficoltà di inventare una storia si aggiungeva, improvvisamente, le tensione paralizzante di essere sotto osservazione.
Ogni cosa che scrivevo doveva essere analizzata. Per più di un anno non scrissi nulla. Quale segreto custodivo, camminando per questa idilliaca città del Midwest, andando ai reading, parlando di letteratura, incontrandomi con i miei colleghi per leggere i loro racconti e dare in cambio i miei vecchi pezzi, scritti al college. Ero troppo giovane, all’epoca, per capire quale regalo fossero quei due anni ad Iowa City. Come ero stato presuntuoso nello sprecare quel periodo. Troppo giovane anche per sentire l’insopportabile colpa che una persona più adulta avrebbe dovuto avvertire di fronte ad un’occasione sprecata.
LA PORTA NASCOSTA DEL PICCOLO EVENTO
Non solo impariamo in modi imprevedibili, ma impariamo anche cose inaspettate. Allora non ero riuscito a capire che quello che mi sarei portato via dall’Iowa era la base di una delle qualità più importanti per uno scrittore, una capacità che non centra con lo stile, il ritmo o la struttura narrativa. Ogni cosa deve venire dall’ispirazione.
La battaglia che lo scrittore deve sostenere per tutta la vita, consiste, imparai quell’anno (anche se capii più tardi di averlo capito), nell’alimentare l’immaginazione, nello scoprire i trucchi che permettono di indossare l’abito della creatività alla faccia del conformismo. Dovevo scrivere trenta pagine per arrivare alla lunghezza necessaria per la mia tesi. Ormai ero alla fine del mio ultimo anno e, appena mi mettevo a scrivere, la pressione diventava soffocante. Non solo dovevo scrivere due racconti (e anche velocemente) ma due grandi storie. Mi sentivo veramente così quando cominciai a scrivere. Solo ora capisco che quella sensazione era una parente stretta dell’antica emozione a cui ero abituato, la vecchia frenesia viscerale che era stata la mia iniziale ispirazione.
Naturalmente da quei tentativi non venne fuori nulla. Sedevo per ore paralizzato di fronte ai tasti, immaginando non solo i racconti finiti ma già pubblicati. Vedevo i lettori commuoversi inspiegabilmente, proprio come facevo io. Scrissi in quello stato quattro, cinque, sei inizi diversi. Alla fine mi arresi.
In realtà la sola cosa che mi salvò fu lo sconforto. Mi costrinse ad abbandonare la grandezza e a iniziare ancora una volta con un piccolo avvenimento. Una o due settimane più tardi mi sedetti avvilito, quasi in preda al panico, e semplicemente provai a scrivere l’inizio di un episodio poco importante. Non sapevo dove mi avrebbe portato, ma iniziai immaginando un uomo il cui vicino voleva abbattere il suo olmo. Nient’altro. Niente speranze. Niente messaggi. Nessun finale.
Scoprii che il solo modo di evitare la pressione era di gironzolarci intorno in modo furtivo, ingannando così la mente che si abbandona facilmente a una corsa estatica o che cerca perfino di anticipare tristemente se stessa lungo il sentiero di una creatività meschina. Mi sembra che questo cammino sia un labirinto, e lo scrittore non ne è fuori, ma ne è dentro.
Partendo dal piccolo, in un paio di settimane, scrissi due racconti. Non avevo idea se avrebbero “funzionato”, come i miei compagni avrebbero poi detto, ma sentivo che, almeno, i fatti si legavano ai successivi. Lo sentivo perché era quello il modo in cui li avevo scritti, seguendoli e non anticipandoli. Imparai, come ora capisco, a entrare nel regno dell’immaginazione attraverso la porta nascosta dei piccoli fatti e lasciando che la storia mi si mostrasse. Questa era una lezione inestimabile, anche se allora non mi resi conto di averla imparata. I racconti erano abbastanza buoni, almeno per il mio diploma, che ricevetti nel maggio del 1984. Un foglio quasi senza valore tutto nero e oro, come grano sullo sfondo della terra.
Quell’estate finalmente partii dall’Iowa con la mia Mustang diretto a Ovest. Dai finestrini aperti entrava, intriso di nostalgia, l’odore delle sere del Midwest.
Appena presi velocità, percorrendo l’Highway 80, l’imbottitura del tettino rigido cadde nuovamente. Penzolava e mi impediva di vedere. Lo fissai ai soliti ganci di sicurezza e proseguii. Chiusi il finestrino, spinsi l’acceleratore a tavoletta e sfrecciai per il Nebraska, diretto in California e verso il resto della mia vita. Era cambiato poco o niente, pensai. In due anni non avevo imparato nulla. Ero profondamente scoraggiato ma allo stesso tempo, in una parte nascosta del mio cuore, provavo sollievo, penso, nel sapere che non c’era, in me, ciò che mi avrebbe condotto a diventare uno scrittore. Nel sapere che non avrei dovuto vivere quella vita difficilissima che, come ora sapevo, è la vita dello scrittore.
Traduzione di Roberta Aliventi




























