I discorsi dei Nobel/Harold Pinter: Letteratura, politica, verità



Que­sta è la tra­du­zione inte­grale del discorso pro­nun­ciato da Harold Pin­ter, in occa­sione del con­fe­ri­mento del Pre­mio Nobel, nel dicem­bre del 2005
*

Nel 1958 ho scritto così:
“Non ci sono distin­zioni nette tra ciò che è reale e ciò che è irreale, tra ciò che è vero e ciò che è falso. Una cosa non è neces­sa­ria­mente vera o falsa; può essere allo stesso tempo vera e falsa.”
Sono con­vinto che que­ste affer­ma­zioni con­ti­nuino ad avere un senso e che si pos­sano sem­pre appli­care all’esplorazione della realtà tra­mite l’arte. Come autore, dun­que, le sot­to­scrivo ancora, men­tre non posso farlo come cit­ta­dino. Come cit­ta­dino, io devo chie­dermi: Cosa è vero? Cosa è falso?
La verità, in tea­tro, è asso­lu­ta­mente inaf­fer­ra­bile. Non la si può mai tro­vare del tutto, eppure la sua ricerca ha qual­cosa di com­pul­sivo. Que­sta ricerca è pro­prio ciò che guida il vostro sforzo. Que­sta ricerca è il vostro com­pito. Il più delle volte ci si imbatte nella verità per caso, nel buio, inciam­pan­doci addosso, o sem­pli­ce­mente quando si intra­vede un’immagine o una forma che sem­brano cor­ri­spon­dere alla verità, spesso senza nep­pure ren­dersi conto che que­sto è suc­cesso. Ma la vera verità è che, in dram­ma­tur­gia, non c’è mai una e una sola verità da sco­prire. Ce ne sono molte. Que­ste verità si sfi­dano l’una con l’altra, si rapi­nano l’una con l’altra, si riflet­tono, si igno­rano, si deri­dono, sono invi­si­bili l’una all’altra. A volte abbiamo la sen­sa­zione di avere in mano la verità d’un istante, ma poi essa ci sci­vola via tra le dita ed ecco che è per­duta.
Mi hanno chie­sto spesso come nasce­vano le mie com­me­die. Non saprei dirlo. Pro­prio come non saprei rias­su­merle, se non per dire ecco cosa è suc­cesso. Ecco cosa hanno detto. Ecco cosa hanno fatto.
La mag­gior parte delle com­me­die nascono da una rispo­sta, da una parola o da un’immagine. La parola sgorga per prima e spesso l’immagine la segue da vicino. Vi fac­cio due esempi di rispo­ste che mi sono venute in mente in modo asso­lu­ta­mente inat­teso, seguite appunto da un’immagine a cui io stesso, poi, sono andato die­tro.
Le com­me­die in que­stione sono “Il ritorno a casa” e Vec­chi tempi. Nel “Ritorno” la prima rispo­sta è “Cosa ne hai fatto delle for­bici?” La prima rispo­sta di “Vec­chi tempi” è “Neri”.
In ambe­due i casi non avevo altre indi­ca­zioni.
Nel primo caso, evi­den­te­mente, qual­cuno stava cer­cando un paio di for­bici e chie­deva dove fos­sero andate a finire a qual­cuno che sospet­tava di averle pro­ba­bil­mente rubate. Ma in un modo o nell’altro, sapevo che la per­sona a cui ci si era rivolti se ne fre­gava alta­mente delle for­bici, come della per­sona che faceva la domanda, del resto.

Neri”: pre­su­mevo si trat­tasse della descri­zione dei capelli di qual­cuno, i capelli di una donna, e che que­sta fosse la rispo­sta a una domanda. In un caso come nell’altro, ero costretto ad andare die­tro alla cosa. Era una cosa del tutto visiva, un len­tis­simo sfu­mare dall’ombra alla luce.
Quando comin­cio una com­me­dia, chiamo i pro­ta­go­ni­sti A, B e C.
Nella com­me­dia che poi ha avuto come titolo “Il ritorno a casa” vedevo un uomo entrare in una stanza austera e fare una domanda a un uomo più gio­vane, seduto su un divano disgu­stoso, il naso fic­cato in un gior­nale delle corse dei cavalli. Avevo il vago sospetto che A fosse un padre e che B fosse suo figlio, ma non ne avevo nes­suna prova. Tut­ta­via que­sto ha rice­vuto una con­ferma poco dopo, quando B (che in seguito diven­terà Lenny) dice ad A (che in seguito diven­terà Max), “Papà, mi per­metti di cam­biare argo­mento? Vor­rei chie­derti una cosa. Come si chia­mava quel che abbiamo appena man­giato, per cena? Come lo chiami? Per­ché non ti com­pri un cane? Sei un cuoco da cani. Dav­vero. Sei con­vinto di far da man­giare per un branco di cani.” Così, dal momento che B chia­mava A “Papà”, mi sem­brava ragio­ne­vole ammet­tere che erano padre e figlio. A era chia­ra­mente anche quello che faceva da man­giare e i suoi piatti non sem­bra­vano essere tenuti in gran con­si­de­ra­zione. Voleva dire che la madre non c’era? Non ne sapevo niente. Ma, come con­ti­nuavo a ripe­termi a quell’epoca, i nostri inizi non sanno mai di che pasta sono fatte le nostre scene finali.
“Neri”. Una grande fine­stra. Cielo, sera. Un uomo, A (che in seguito diven­terà Dee­ley), e una donna, B (che in seguito diven­terà Kate), lui è seduto e accanto a lui ci sono dei bic­chieri. “Grasso o magro?” chiede l’uomo. Di cosa stanno par­lando? E in quel momento io vedo. Accanto alla fine­stra c’è una donna, C (che in seguito diven­terà Anna), immersa in un’altra qua­lità di luce, che dà loro le spalle, e i suoi capelli sono castani.
E’ un momento dav­vero sin­go­lare, il momento in cui creiamo dei per­so­naggi che fino a quel momento non esi­ste­vano per nulla. E quel che ne segue è strambo, incerto, allu­ci­na­to­rio, per­fino, anche se tutto que­sto può a volte pren­dere la forma di una valanga che niente può arre­stare. La posi­zione dell’autore è una posi­zione biz­zarra. I per­so­naggi, in un certo senso, non lo accol­gono a brac­cia aperte. Gli resi­stono, non è facile averci a che fare, e sono impos­si­bili da defi­nire. Non gli si può certo dare degli ordini. Ci si lan­cia con loro, in qual­che modo, in un gioco inter­mi­na­bile. Si gioca al gatto e al topo, a mosca­cieca, a nascon­dino. Ma alla fine si sco­pre di avere tra le brac­cia indi­vi­dui in carne ed ossa, indi­vi­dui dotati di una volontà e di una sen­si­bi­lità indi­vi­duale, fatti di ingre­dienti che non si è in grado di modi­fi­care, mani­po­lare o sna­tu­rare.
Il lin­guag­gio, nell’arte, con­ti­nua dun­que a essere una que­stione estre­ma­mente ambi­gua. Sab­bie mobili, un tram­po­lino, un mare di ghiac­cio che potrebbe spac­carsi da un momento all’altro sotto i vostri piedi. Vostri di voi, l’autore.
Ma, come dicevo, la ricerca della verità non può mai arre­starsi. Non può essere messa in agenda, rin­viata. Biso­gna affron­tarla lì, subito.
Il tea­tro poli­tico offre una gamma di pro­blemi com­ple­ta­mente diversi. Biso­gna evi­tare a ogni costo i ser­moni. L’obiettività è essen­ziale. Biso­gna dar modo ai per­so­naggi di respi­rare la loro aria. L’autore non può rin­chiu­derli né amma­net­tarli per asse­con­dare i pro­pri gusti, le pro­prie incli­na­zioni o i pro­pri pre­giu­dizi. Deve essere pronto a osser­varli da diversi punti di vista, secondo diverse pro­spet­tive, senza freni né limiti, pren­derli magari di sor­presa, di tanto in tanto, pur per­met­ten­do­gli di seguire la pro­pria strada. Que­sto non sem­pre fun­ziona. E la satira poli­tica, con ogni evi­denza, non obbe­di­sce a nes­suno di que­sti pre­cetti, fa esat­ta­mente l’opposto, per­ché que­sta è d’altronde la sua funzione.

Nella com­me­dia “Il com­pleanno” mi sem­bra di aver aperto strade inter­pre­ta­tive molto diverse, lasciando che si inol­tras­sero, magari, in una fitta giun­gla di pos­si­bi­lità, prima di con­cen­trarmi, nel finale, su un atto di sottomissione.

Il lin­guag­gio della mon­ta­gna” non pre­tende di agire in modo così sco­perto. Lì tutto è bru­tale, rapido e sporco. I sol­dati, nella com­me­dia, tro­vano tut­ta­via il modo di diver­tirsi anche in quella situa­zione. Tal­volta ci si dimen­tica del fatto che i tor­tu­ra­tori si anno­iano molto facil­mente. Hanno biso­gno di ridere un po’, per stare un po’ su di morale. Come del resto hanno con­fer­mato i fatti di Abu Ghraib, a Bag­dad. “Il lin­guag­gio della mon­ta­gna” dura solo venti minuti, ma sarebbe potuto andare avanti per ore e ore, senza cedi­menti, secondo uno schema che si ripete ancora e ancora, per ore e ore.
Per quanto riguarda “Ceneri alle ceneri”, a me sem­bra che si svolga sott’acqua. Una donna che annega, la sua mano si pro­tende verso la super­fi­cie, attra­verso le onde, e poi scom­pare, si pro­tende verso altre mani, ma non trova nes­suno, né sopra né sotto l’acqua, trova solo ombre, riflessi che flut­tuano; la donna, un pro­filo sperso in un pae­sag­gio alla­gato, una donna inca­pace di sfug­gire a un destino tra­gico che sem­brava appar­te­nere solo agli altri.
Ma sic­come gli altri sono morti, deve morire anche lei.

Il lin­guag­gio poli­tico, per come lo usano gli uomini poli­tici, non si avven­tura mai su quel ter­reno, per­ché alla mag­gio­ranza degli uomini poli­tici, stando per lo meno agli ele­menti di cui dispo­niamo, non inte­ressa la verità, ma il potere e il modo per con­ser­varlo. Per con­ser­vare il potere è essen­ziale che le per­sone vivano nell’ignoranza, che vivano spro­fon­dati nell’ignoranza della verità, per­fino della verità della loro stessa vita. Siamo dun­que avvolti da un ampio velo di men­zo­gne, di cui ci nutriamo.
Com’è uni­ver­sal­mente noto, l’argomento usato per giu­sti­fi­care l’invasione dell’Iraq era che Sad­dam Hus­sein pos­se­deva un arse­nale estre­ma­mente peri­co­loso di armi di distru­zione di massa, alcune delle quali avreb­bero potuto venir usate nel giro di 45 minuti, pro­vo­cando uno spa­ven­toso mas­sa­cro. Era vero, ci assi­cu­ra­vano. Non era vero. Ci dice­vano che l’Iraq aveva rela­zioni con Al Quaida e dun­que era cor­re­spon­sa­bile dell’atrocità dell’11 set­tem­bre 2001 a New York. Era vero, ci assi­cu­ra­vano. Non era vero. Ci dice­vano che l’Iraq minac­ciava la sicu­rezza del mondo. Era vero, ci assi­cu­ra­vano. Non era vero.
La verità è com­ple­ta­mente diversa. La verità dipende da come gli Stati Uniti inten­dono il pro­prio ruolo nel mondo e dal modo in cui deci­dono di inter­pre­tarlo. Ma, prima di tor­nare all’oggi, mi pia­ce­rebbe pren­dere in con­si­de­ra­zione la sto­ria recente, e con que­sto mi rife­ri­sco alla poli­tica estera degli Stati Uniti dopo la fine della Seconda Guerra mon­diale. Sono con­vinto che per noi è impre­scin­di­bile sot­to­porre que­sto periodo a un rigo­roso esame, ben­ché limi­tato, ovvia­mente, dal tempo che qui abbiamo ora a dispo­si­zione.
Tutti sanno cosa è suc­cesso in Unione Sovie­tica e in tutta l’Europa dell’Est nel dopo­guerra: la bru­ta­lità siste­ma­tica, le atro­cità ampia­mente dif­fuse, l’impietosa repres­sione di ogni forma di pen­siero indi­pen­dente. Tutto ciò è ampia­mente docu­men­tato e atte­stato.
Ma io sostengo che i cri­mini com­messi dagli Stati Uniti in que­sto stesso periodo di tempo sono stati rac­con­tati solo in modo super­fi­ciale, e ancor meno docu­men­tati, e ancor meno rico­no­sciuti, e ancor meno rico­no­sciuti come cri­mini tout court. Sono con­vinto che il pro­blema debba venir affron­tato e che la verità abbia un evi­dente rap­porto con lo stato attuale del mondo. Ben­ché argi­nato, in una certa misura, dall’esistenza dell’Unione Sovie­tica, il modo di agire degli Stati Uniti in tutto il mondo faceva chia­ra­mente capire una cosa: ave­vano deciso di dover disporre di carta bianca per fare tutto quel che vole­vano.
In realtà, l’invasione diretta di uno stato sovrano non è mai stato il metodo pre­fe­rito dall’America. Nel com­plesso, essa ha pre­fe­rito ciò che defi­niva un “con­flitto a bassa inten­sità”. “Con­flitto a bassa inten­sità” vuol dire che migliaia di per­sone muo­iono, ma più len­ta­mente di quel che acca­drebbe se si lan­ciasse una bomba su di loro. Vuol dire che il cuore del paese viene con­ta­mi­nato, che pro­prio lì vi si impianta un tumore e che poi si sta a guar­dare come si dif­fonde la can­crena. Una volta che un popolo è stato sot­to­messo –o col­pito a morte– fa lo stesso– e una volta che i vostri amici, i mili­tari e le grandi società com­mer­ciali, sono state sta­bil­mente inse­diate al potere, potete andare in par­la­mento e dichia­rare che la demo­cra­zia ha vinto. Era que­sta la moneta cor­rente della poli­tica estera ame­ri­cana negli anni a cui mi rife­ri­sco.
La tra­ge­dia del Nica­ra­gua si è rive­lata un caso estre­ma­mente signi­fi­ca­tivo. Se lo ricordo, qui, è per­ché illu­stra in modo con­vin­cente il modo in cui l’America inter­preta il pro­prio ruolo nel mondo, sia allora che oggi.
Ho par­te­ci­pato a una riu­nione che si è svolta all’Ambasciata degli Stati Uniti, a Lon­dra, alla fine degli anni ’80.
Il Con­gresso ame­ri­cano stava per deci­dere se fosse il caso o meno di dare altro denaro ai Con­tras, per soste­nere l’azione che con­du­ce­vano con­tro lo Stato del Nica­ra­gua. Ero lì come mem­bro di una dele­ga­zione che par­lava a nome del Nica­ra­gua, ma il mem­bro più impor­tante di que­sta dele­ga­zione era un certo Père John Met­calf. Il capo­fila della rap­pre­sen­tanza ame­ri­cana era Ray­mond Seitz (che allora era il brac­cio destro dell’ambasciatore, e in seguito divenne a sua volta amba­scia­tore). Père Met­calf ha detto: ”Signore, io dirigo una par­roc­chia nel nord del Nica­ra­gua. I miei par­roc­chiani hanno costruito una scuola, un cen­tro medico-sociale e un cen­tro cul­tu­rale. Abbiamo vis­suto in pace. Alcuni mesi fa i Con­tras hanno attac­cato la par­roc­chia. Hanno distrutto tutto: la scuola, il cen­tro medico-sociale e il cen­tro cul­tu­rale. Hanno vio­len­tato le infer­miere e le inse­gnanti, mas­sa­crato i medici nel modo più bru­tale. Si sono com­por­tati come dei sel­vaggi. Vi sup­plico, esi­gete che il governo ame­ri­cano ritiri il pro­prio appog­gio a que­sta odiosa atti­vità ter­ro­ri­stica.”
Ray­mond Seitz godeva di un’ottima repu­ta­zione. Di uomo razio­nale, respon­sa­bile e molto ben infor­mato. Era molto rispet­tato, negli ambienti diplo­ma­tici. Ha ascol­tato, ha fatto una pausa, poi ha par­lato con una certa gra­vità: ”Père, disse, lasci che le dica una cosa. In tempo di guerra, gli inno­centi sof­frono sem­pre.” Ci fu un silen­zio gla­ciale. L’abbiamo guar­dato con gli occhi sbar­rati. Lui non ha bat­tuto ciglio.
Alla fine qual­cuno ha detto: ”Ma nella situa­zione di cui ci stiamo occu­pando, gli ‘inno­centi sono stati vit­time di una incre­di­bile atro­cità, finan­ziata dal vostro governo. Ed è solo una tra le tante. Se il Con­gresso darà altro denaro ai Con­tras, ver­ranno com­messe altre atro­cità del genere. E’ il caso? Il vostro governo non sarebbe col­pe­vole di aver soste­nuto mas­sa­cri e distru­zioni com­messi ai danni di cit­ta­dini di uno stato sovrano?”
Seitz era imper­tur­ba­bile. “Non sono d’accordo nel soste­nere che i fatti, così come ci sono stati rife­riti, dimo­strino ciò che avete detto”, disse.
Quando lasciammo l’ambasciata, un con­si­gliere ame­ri­cano mi ha detto che le mie com­me­die gli pia­ce­vano molto. Io non ho rispo­sto.
Devo ricor­dare che a quell’epoca il Pre­si­dente Rea­gan aveva fatto que­sta dichia­ra­zione: ”I Con­tras sono l’equivalente morale dei Padri fon­da­tori della nostra nazione.”
Per più di quarant’anni gli Stati Uniti hanno soste­nuto la bru­tale dit­ta­tura di Somoza in Nica­ra­gua. Il popolo nica­ra­guense, gui­dati dai San­di­ni­sti, ha rove­sciato quel regime nel 1979. E’ stata una rivo­lu­zione popo­lare e dolo­rosa.
I San­di­ni­sti non erano per­fetti. Ave­vano la loro bella parte di arro­ganza e la loro filo­so­fia poli­tica con­te­neva alcuni ele­menti con­trad­di­tori. Ma erano intel­li­genti, razio­nali e civili. Il loro obiet­tivo era costruire una società sta­bile, digni­tosa e plu­ra­li­sta. La pena di morte è stata abo­lita. Cen­ti­naia di migliaia di con­ta­dini mise­ra­bili sono stati strap­pati alla morte. Più di 100 mila fami­glie si sono viste attri­buire un pezzo di terra. Sono state costruite due­mila scuole. Una grande cam­pa­gna di alfa­be­tiz­za­zione ha fatto crol­lare il tasso di anal­fa­be­ti­smo nel paese sotto la soglia del 15%. E’ stata intro­dotta la scuola gra­tuita e gra­tuiti sono i ser­vizi medici e sociali. La mor­ta­lità infan­tile è dimi­nuita di un terzo. La polio è stata sra­di­cata.
Gli Stati Uniti hanno accu­sato que­sti suc­cessi di essere frutto di una sov­ver­sione mar­xi­sta leni­ni­sta. Agli occhi del governo ame­ri­cano, il Nica­ra­gua stava dando un cat­tivo esem­pio. Se gli fosse stata la pos­si­bi­lità di sta­bi­lire alcune norme ele­men­tari di giu­sti­zia eco­no­mica e sociale, se gli fosse stato con­sen­tito di ele­vare il livello delle cure medi­che e quello delle scuole, di rea­liz­zare l’unità sociale e la dignità nazio­nale, i paesi vicini si sareb­bero fatti le stesse domande e avreb­bero dato le stesse rispo­ste. A quell’epoca c’era indub­bia­mente, in Sal­va­dor, una resi­stenza feroce allo statu quo.

Ho appena par­lato del ‘velo di men­zo­gne’ che ci avvolge. Il Pre­si­dente Rea­gan defi­niva rego­lar­mente il Nica­ra­gua come una ‘roc­ca­forte del tota­li­ta­ri­smo’. Cosa che i media, e sicu­ra­mente il governo inglese, con­si­de­ra­vano gene­ral­mente come un’osservazione giu­sta e ben meri­tata. Tut­ta­via, col governo san­di­ni­sta, di squa­droni della morte non c’era trac­cia. Non c’era trac­cia di tor­ture. Non c’era trac­cia di bru­ta­lità mili­tari, siste­ma­ti­che o uffi­ciali. Nes­sun prete è mai stato assas­si­nato, in Nica­ra­gua. Anzi, c’erano tre preti, nel governo san­di­ni­sta, due gesuiti e un mis­sio­na­rio della Società di Mary­k­noll. Le ‘roc­ca­forti del tota­li­ta­ri­smo’, in realtà, se ne sta­vano lì accanto, in Sal­va­dor e in Gua­te­mala. Nel 1954 gli Stati Uniti ave­vano fatto cadere il governo del Gua­te­mala che era stato demo­cra­ti­ca­mente eletto e si stima che più di 200 mila per­sone siano state vit­time delle dit­ta­ture mili­tari che si sono suc­ce­dute.
Nel 1989, sei dei più auto­re­voli gesuiti del mondo sono stati uccisi all’Università Cen­troa­me­ri­cana di San Sal­va­dor da un bat­ta­glione del reg­gi­mento Alcatl adde­strato a Fort Ben­ning, Geor­gia, Usa. L’arcivescovo Romero, un uomo di esem­plare corag­gio, è stato assas­si­nato men­tre cele­brava la messa. Le stime dicono che i morti sono stati 75 000. Per­ché quelle per­sone sono state uccise? Per­ché quelle per­sone erano con­vinte che una vita migliore era pos­si­bile e che sarebbe arri­vata. Que­sta con­vin­zione ha fatto sì che venis­sero imme­dia­ta­mente eti­chet­tate come comu­ni­ste. Sono morte per­ché osa­vano con­te­stare lo statu quo, l’infinito oriz­zonte della povertà, delle malat­tie, dell’umiliazione e dell’oppressione, l’unico diritto che ave­vano acqui­sito, nascendo.
Gli Stati Uniti sono riu­sciti alla fine a far cadere il governo san­di­ni­sta. Ci hanno messo diversi anni e hanno dovuto far ricorso a una grande tena­cia, ma una per­se­cu­zione eco­no­mica acca­nita e 30 000 morti sono riu­sciti a disgre­gare il corag­gio dei Nica­ra­guensi. Erano sfi­niti e di nuovo mise­ra­bili. I casinò hanno rico­min­ciato a spun­tare nel paese. La sanità e l’istruzione gra­tuita sono state sop­presse. Gli affari sono tor­nati alla grande. La “Demo­cra­zia” aveva vinto.
Que­sta “poli­tica” non veniva appli­cata solo in Ame­rica Latina, ma in tutto il mondo. Non aveva mai fine. Ed è come se invece non fosse mai esi­stita.
Gli Stati Uniti hanno soste­nuto, e gene­rato, in nume­rosi casi, tutte le dit­ta­ture mili­tari fasci­stoidi apparse nel mondo dopo la Seconda Guerra mon­diale. Mi rife­ri­sco all’Indonesia, alla Gre­cia, all’Uruguay, al Bra­sile, al Para­guay, ad Haiti, alla Tur­chia, alle Filip­pine, al Gua­te­mala, al Sal­va­dor e, natu­ral­mente, al Cile. L’orrore che gli Stati Uniti hanno inflitto al Cile nel 1973 non potrà mai venir espiato e non potrà mai venir dimen­ti­cato.
In tutti que­sti paesi ci sono stati cen­ti­naia di migliaia di morti. Ci sono stati dav­vero? E sono sem­pre impu­ta­bili alla poli­tica estera degli Stati Uniti? La rispo­sta è sì. Quei morti ci sono stati e sono impu­ta­bili alla poli­tica estera degli Stati Uniti. Ma voi non ne sapete niente.
Que­sto non è masi suc­cesso. Non è mai suc­cesso nulla. Anche quando stava suc­ce­dendo, non suc­ce­deva. Non aveva alcuna impor­tanza. Non impor­tava nulla. I cri­mini com­messi dagli Stati Uniti sono stati siste­ma­tici, costanti, vio­lenti, impie­tosi, ma sono stati in pochi a par­larne dav­vero. Ren­diamo giu­sti­zia all’America: si è dedi­cata, in tutto il mondo, a mani­po­lare il potere in modo scien­ti­fico, facen­dosi però pas­sare per una forza che stava agendo nell’interesse del bene uni­ver­sale. Un caso geniale di ipnosi, per non dire spi­ri­tuale, e ter­ri­bil­mente effi­cace.
Gli Stati Uniti, cre­de­temi, hanno indub­bia­mente messo in piedi il più grande spet­ta­colo del momento. E’ un paese bru­tale, indif­fe­rente, pieno di disprezzo e privo di pietà, certo, ma è anche un paese molto scal­tro. Come un com­messo viag­gia­tore, agi­sce da solo e la merce che sa ven­dere meglio è il modo per farsi amare. Suc­cesso garan­tito. Ascol­tate i pre­si­denti ame­ri­cani quando, alla tele­vi­sione, pro­nun­ciano le parole “popolo ame­ri­cano”, come nella frase: ”Io dico al popolo ame­ri­cano che è tempo di pre­gare e di difen­dere i diritti del popolo ame­ri­cano e chiedo al popolo ame­ri­cano di dare fidu­cia al suo Pre­si­dente che si appre­sta ad agire in nome del popolo ame­ri­cano.” Lo stra­ta­gemma è bril­lante. Il lin­guag­gio viene usato in modo da tenere il pen­siero sotto scacco. Le parole “popolo ame­ri­cano” sono un con­for­te­vole cuscino che serve a ras­si­cu­rarvi. Non avete biso­gno di pen­sare. Dovete solo appog­giare il capo sul cuscino. Può darsi che que­sto cuscino sof­fo­chi la vostra intel­li­genza e il vostro senso cri­tico, ma è comun­que molto con­for­te­vole. Que­sto natu­ral­mente non vale per i 40 milioni di per­sone che vivono al di sotto della soglia di povertà e nep­pure per i 2 milioni di uomini e donne nei grandi gulag con­cen­tra­zio­nari che dis­se­mi­nano, da un capo all’altro, tutti gli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti non si pre­oc­cu­pano più dei con­flitti a bassa inten­sità. Non hanno più inte­resse a dimo­strare riserbo o a ricor­rere a sot­ter­fugi. Gio­cano aper­ta­mente, a carte sco­perte. E’ sem­pli­cis­simo, se ne fre­gano total­mente delle Nazioni Unite, del diritto inter­na­zio­nale o dei dis­si­denti, che secondo loro non hanno alcun potere né per­ti­nenza. E poi c’è il loro agnel­lino che li segue ovun­que, belando, al guin­za­glio: l’Inghilterra, pate­tica e sot­to­messa.
Che fine ha fatto allora la nostra sen­si­bi­lità morale? Ne abbiamo mai avuta una? Cosa vogliono dire que­ste parole? Riman­dano a un ter­mine che di que­sti tempi viene usato rara­mente, e che è –coscienza? Una coscienza che sia non solo legata alle nostre azioni ma, ugual­mente, alla nostra parte di respon­sa­bi­lità pre­sente nell’agire degli altri? Tutto que­sto è morto? Pren­diamo Guan­ta­namo. Cen­ti­naia di per­sone pri­gio­niere senza un capo d’imputazione da oltre tre anni, senza un avvo­cato che li difenda né un pro­cesso equo, e teo­ri­ca­mente dete­nuti per sem­pre. Que­sta strut­tura è del tutto ille­git­tima ed esi­ste in spre­gio alla Con­ven­zione di Gine­vra. Non solo viene tol­le­rata, ma la cosid­detta “comu­nità inter­na­zio­nale” ne fa appena appena un pic­colo caso. Que­sto scan­da­loso cri­mine viene com­messo in que­sto stesso momento da parte di un paese che pro­clama come pro­pria mis­sione quella di essere “lea­der del mondo libero”. Rivol­giamo mai il nostro pen­siero agli inqui­lini di Guan­ta­namo? Che ne dicono i media? Si sve­gliano di tanto in tanto per pro­pi­narci un breve tra­fi­letto a pagina sei. Que­sti uomini sono stati rele­gati in una terra di nes­suno da cui potreb­bero tran­quil­la­mente non fare mai ritorno. In que­sto momento molti di loro stanno facendo lo scio­pero della fame, sono nutriti a forza, e tra loro ci sono anche per­sone con pas­sa­porto inglese. Non c’è alcuna raf­fi­na­tezza in que­sti metodi di ali­men­ta­zione for­zata. Niente seda­tivi o ane­ste­tici. Giu­sto un tubo che vi viene fic­cato nel naso e poi fatto scen­dere in gola. Si vomita san­gue. E’ una forma di tor­tura. Che ne dice il mini­stro inglese degli Esteri? Niente. Che ne dice il Primo Mini­stro inglese? Niente. E per­ché? Per­ché gli Stati Uniti hanno dichia­rato: cri­ti­care il modo in cui ci com­por­tiamo a Guan­ta­namo costi­tui­sce un atto ostile. Sia che stiate con noi, sia che stiate con­tro di noi. Risul­tato, Blair se ne sta zitto.
L’invasione dell’Iraq è stato un atto di ban­di­ti­smo, un atto palese di ter­ro­ri­smo di stato che dimo­strava un disprezzo asso­luto per il diritto inter­na­zio­nale. Que­sta inva­sione è stata un’azione mili­tare arbi­tra­ria che si ispi­rava a tutta una serie di bugie ripe­tute senza posa e a una mani­po­la­zione fla­grante dei mass media e dun­que del pub­blico; un inter­vento che aveva come scopo quello di raf­for­zare il con­trollo mili­tare ed eco­no­mico dell’America sul Medio Oriente, dal momento che l’America non è riu­scita a farlo pas­sare –in ultima istanza e con un minimo di fon­da­mento– come una libe­ra­zione. Un for­mi­da­bile gesto di autoim­po­si­zione da parte di forza mili­tare respon­sa­bile della morte e della muti­la­zione di migliaia e migliaia di innocenti.

Abbiamo rega­lato al popolo ira­cheno la tor­tura, le bombe a fram­men­ta­zione, l’uranio impo­ve­rito, innu­me­re­voli mas­sa­cri com­messi a caso, la mise­ria, l’umiliazione e la morte e defi­niamo tutto que­sto “por­tare la libertà e la demo­cra­zia in Medio Oriente”.
Quante per­sone biso­gna ucci­dere, prima di otte­nere il diritto di farsi chia­mare assas­sini di massa e cri­mi­nali di guerra? Cen­to­mila? Più che suf­fi­ciente, sarei ten­tato di cre­dere. Sarebbe dun­que giu­sto che Bush e Blair venis­sero chia­mati a com­pa­rire di fronte alla Corte inter­na­zio­nale di giu­sti­zia. Ma Bush è stato scal­tro. Non ha rico­no­sciuto la Corte inter­na­zio­nale di giu­sti­zia. E dun­que, se un sol­dato ame­ri­cano o, a mag­gior ragione, un poli­tico ame­ri­cano doves­sero ritro­varsi sul banco degli accu­sati, Bush ha già avvi­sato che in quel caso sarebbe pronto a man­dare i mari­nes. Ma Tony Blair, invece, ha rico­no­sciuto la Corte e dun­que può venir pro­ces­sato. Pos­siamo for­nire alla Corte il suo indi­rizzo, nel caso la Corte ne fosse inte­res­sata. Abita al Dow­nig Street numero 10, Lon­dra.
La morte, in que­sto con­te­sto, diventa un fatto del tutto acces­so­rio. Bush e Blair si pren­dono tutti e due molta cura per met­terla in un can­tuc­cio. Sono morti almeno 100 mila ira­cheni, morti sotto le bombe e i mis­sili ame­ri­cani, prima che l’insurrezione ira­chena comin­ciasse. Tutta quella gente costi­tui­sce un numero esi­guo di per­sone. La loro morte non esi­ste. Un niente. Non sono stati nep­pure cen­siti come morti. “Noi non con­tiamo i cada­veri”, ha dichia­rato il gene­rale ame­ri­cano Tommy Franks.
Durante i primi giorni dell’invasione, alcuni gior­nali inglesi hanno pub­bli­cato in evi­denza una foto; si vede Tony Blair che bacia sulla guan­cia un ragazzo ira­cheno. “Un ragazzo rico­no­scente”, diceva la dida­sca­lia. Alcuni giorni più tardi, nelle pagine interne, si poteva leg­gere la sto­ria, con tanto di foto, di un altro bam­bino di quat­tro anni che non aveva più le brac­cia. La sua fami­glia era stata pol­ve­riz­zata da un mis­sile e lui era l’unico soprav­vis­suto. “Quando ria­vrò le mie brac­cia?”, chie­deva. La sto­ria è pas­sata in sor­dina. Eh sì, Tony Blair non lo abbrac­ciava, esat­ta­mente come non strin­geva tra le pro­prie brac­cia il corpo di un altro bam­bino muti­lato o un cada­vere insan­gui­nato. Il san­gue è sporco. Vi sporca la cami­cia e la cra­vatta, quando dovete par­lare col cuore in mano davanti alle tele­ca­mere.
I 2000 morti ame­ri­cani sono imba­raz­zanti. Li si tra­sporta di nasco­sto verso le loro tombe. I loro fune­rali ven­gono cele­brati con discre­zione, in un luogo sicuro. E allo stesso modo i morti e i muti­lati mar­ci­scono in tombe di diverso genere.
Ecco un brano tratto da “Spiego alcune cose”, un poema di Pablo Neruda:
E una mat­tina i roghi
Usci­van dalla terra,
Divo­rando esseri,
E da allora fuoco,
Da allora pol­vere da sparo,
Da allora san­gue.
Ban­diti con aerei e con mori,
Ban­diti con anelli e duchesse,
Ban­diti con neri frati bene­di­centi
Arri­va­van dal cielo a ucci­dere bam­bini,
E per le strade il san­gue dei bam­bini
Cor­reva sem­pli­ce­mente, come san­gue di bambini.

Scia­calli che lo scia­callo schi­fe­rebbe,
Sassi che il cardo secco spu­te­rebbe dopo morsi,
Vipere che le vipere odierebbero!

Davanti a voi ho visto
Sol­le­varsi il san­gue della Spa­gna
Per anne­garvi in una sola onda
Di orgo­glio e di coltelli!

Gene­rali
Tra­di­tori:
Guar­date la mia casa morta,
Guar­data la Spa­gna spezzata:

Però da ogni casa morta esce metallo ardente
Invece di fiori,
Da ogni foro della Spa­gna
La Spa­gna viene fuori,
Da ogni bam­bino morto vien fuori un fucile con occhi,
Da ogni cri­mine nascono pro­iet­tili
Che un giorno tro­ve­ranno il ber­sa­glio
Del vostro cuore.

Chie­de­rete: per­ché la tua poe­sia
Non ci parla del sogno, delle foglie,
Dei grandi vul­cani del paese dove sei nato?

Venite a vedere il san­gue per le strade,
Venite a vedere Il san­gue per le strade,
Venite a vedere il sangue

Per le strade!

Lasciate che pre­cisi una cosa: citando que­sto poema di Neruda non sto affatto cer­cando di para­go­nare la Spa­gna repub­bli­cana all’Iraq di Sad­dam Hus­sein. Cito Neruda per­ché non ho mai letto nessun’altra poe­sia con­tem­po­ra­nea in cui il bom­bar­da­mento dei civili venga descritto in modo così potente e visce­rale.
Ho appena detto che gli Stati Uniti par­la­vano ormai con grande fran­chezza e gio­ca­vano a carte sco­perte. Ne era il caso. La loro poli­tica uffi­ciale viene ormai defi­nita come una “full spec­trum domi­nance” (una domi­na­zione totale su tutti i fronti). L’espressione non è mia, è loro. “Full spec­trum domi­nance”, vuol dire con­trol­lare terre, mari, aria e lo spa­zio e tutte le risorse che ci stanno den­tro.
Gli Stati Uniti oggi occu­pano 702 instal­la­zioni mili­tari in 132 paesi del mondo intero, fatta cer­ta­mente ecce­zione per la Sve­zia. Non si sa bene come siano arri­vati a que­sto punto, ma quel che è certo è che sono arri­vati a que­sto punto.
Gli Stati Uniti pos­sie­dono 8000 ogive nucleari attive e ope­ra­tive. 2000 sono in stato di mas­sima allerta, pronte a venir lan­ciate nel giro di 15 minuti. Svi­lup­pano nuovi sistemi di forza nucleare, cono­sciuti col nome di “bun­ker busters” (demo­li­tori di bloc­khaus). Gli Inglesi, che coo­pe­rano sem­pre volen­tieri, hanno inten­zione di sosti­tuire il loro mis­sile nucleare, il Tri­dent. Chi vogliono col­pire, mi chiedo? Osama Ben Laden? Voi? Me? Il signor Rossi? La Cina? Parigi? Chi lo sa? Ciò che sap­piamo è che que­sta fol­lia infan­tile –dete­nere armi nucleari e minac­ciare di usarle– sta al cen­tro dell’attuale poli­tica ame­ri­cana. Dob­biamo ricor­darci che gli Stati Uniti sono per­ma­nen­te­mente sul piede di guerra e non lasciano intrav­ve­dere in pro­po­sito alcun segno disten­sivo.
Migliaia, se non milioni di per­sone, negli Stati Uniti, sono pieni di ver­go­gna e di rab­bia, visi­bil­mente sco­rag­giati dal modo di fare del loro governo, ma allo stato attuale delle cose non costi­tui­scono una forza poli­tica coe­rente –non ancora. Ciò detto, l’angoscia, l’incertezza e la paura che vediamo aumen­tare di giorno in giorno negli Stati Uniti non stanno per atte­nuarsi.
So che il Pre­si­dente Bush usa già molte per­sone com­pe­tenti che gli scri­vono i discorsi. Ma mi pia­ce­rebbe poter svol­gere quel lavoro da volon­ta­rio. Pro­pongo que­sta allo­cu­zione. E’ breve e potrebbe leg­gerla alla tele­vi­sione, per indi­riz­zarla a tutto il paese. Me lo imma­gino con un’espressione grave, i capelli accu­ra­ta­mente pet­ti­nati, serio, affa­bile, sin­cero, spesso accat­ti­vante, lo vedo con­ce­dersi a volte un pic­colo sor­riso for­zato, curio­sa­mente sedu­cente, un uomo a suo agio con gli altri uomini.
“Dio è buono. Dio è grande. Dio è buono. Il mio Dio è buono. Il Dio di Ben Laden è cat­tivo. Il suo è un Dio cat­tivo. Il Dio di Sad­dam era cat­tivo, a parte il fatto che Sad­dam non aveva Dio. Era un bar­baro. Noi non siamo bar­bari. Noi non tagliamo la testa alla gente. Noi cre­diamo nella libertà. Anche Dio. Io non sono un bar­baro. Io sono un lea­der demo­cra­ti­ca­mente eletto da una demo­cra­zia ine­briata di libertà. Noi siamo una società piena di com­pas­sione. Noi som­mi­ni­striamo elet­tro­cu­zioni piene di com­pas­sione e inie­zioni letali piene di com­pas­sione. Noi siamo un grande paese. Io non sono un dit­ta­tore. Lui, sì. E quell’altro anche. Lo sono tutti, loro. Io pos­seggo l’autorità morale. Vedete que­sto pugno? E’ que­sta, la mia auto­rità morale. Cer­cate di non dimen­ti­carlo.”
La vita di uno scrit­tore con­si­ste nello svol­gere un’attività incre­di­bil­mente vul­ne­ra­bile, quasi nuda. Lo scrit­tore com­pie una scelta, una scelta che gli s’incolla alla pelle. E’ giu­sto dire che è espo­sto a tutti i venti, e che alcuni sono gelidi. Agi­sce com­ple­ta­mente da solo, iso­lato da tutto. Non c’è alcun rifu­gio, alcuna pro­te­zione –a meno che non menta– e se ne ha uno, vuol dire che se lo è costruito di sicuro con le pro­prie mani, e che con le pro­prie mani si è assi­cu­rato una pro­te­zione. Ma, in que­sto caso, si può solo obiet­tare che è diven­tato un poli­tico.
Ho par­lato in lungo e in largo della morte, que­sta sera. Ora voglio leg­gervi una mia poe­sia che si inti­tola “Morte”.
Dove è stato tro­vato il cada­vere?
Chi ha tro­vato il cada­vere?
Il cada­vere era morto, quando l’hanno trovato?

Chi era il cadavere?

Chi era il padre o la figlia o il fra­tello
O lo zio o la sorella o la madre o il figlio
Del cada­vere abbandonato?

Il cada­vere era morto quando è stato abban­do­nato?
Il corpo era abban­do­nato?
Chi lo ha abbandonato?

Il cada­vere era nudo o vestito da viaggio?

Cosa fa sì che que­sto cada­vere sia stato dichia­rato morto?
Il cada­vere, è stato dichia­rato morto?
Lo cono­sce­vate bene, il cada­vere?
Come face­vate a sapere che il cada­vere era morto?

Avete lavato il cada­vere
Avete chiuso i suoi occhi
Avete sep­pel­lito il corpo
L’avete abban­do­nato
Avete abbrac­ciato il cadavere

Quando ci guar­diamo allo spec­chio pen­siamo che l’immagine che ci sta di fronte è fedele. Ma muo­ve­tevi di un mil­li­me­tro, e l’immagine cam­bia. In effetti stiamo guar­dando una gamma infi­nita di riflessi. Ma uno scrit­tore a volte deve fra­cas­sare lo spec­chio –per­ché è dall’altra parte dello spec­chio che la verità ci guarda negli occhi.
Credo che, mal­grado gli enormi osta­coli, essere intel­let­tual­mente riso­luti, avere una deter­mi­na­zione feroce, stoica e irre­mo­vi­bile nel voler defi­nire, in quanto cit­ta­dini, la vera verità delle nostre vite e della nostra società sia un obbligo che incombe su tutti noi. E’ anche un impe­ra­tivo.
Se una tale deter­mi­na­zione non si incarna nella nostra visione poli­tica, non abbiamo alcuna spe­ranza di ridare vita a ciò che siamo ormai a un passo dal per­dere –la nostra dignità di uomini.

(Tra­du­zione di Clau­dio Castel­lani)
*
Leggi Harold Pin­ter su wikipedia




Share |

     novembre 18, 2011 Pubblicato in Articoli, Autori -       Leggi Tutto
  • Add to Google
  • Facebook
  • Twitter
  • RSS Feed

1 Commento al “I discorsi dei Nobel/Harold Pinter: Letteratura, politica, verità”

  1. ettore scrive:

    In Africa, caro Pin­ter, al mis­sio­na­rio sici­liano dalla barba lunga e bianca e con 50 anni di ono­rata car­riera sacer­do­tale mis­sio­na­ria, ho detto che asso­mi­gliava a Robert Deniro.
    — E’ ame­ri­cano ? — Chiede.
    – Certo — Dico io.
    Si è incaz­zato come una bestia e mi ha sop­por­tato mal volen­tieri per il resto della visita in par­roc­chia.
    In Zam­bia ci sono gli schiavi. Schiavi moderni, figli della glo­ba­liz­za­zione. Vivono con un dol­laro ame­ri­cano al giorno che gua­da­gnano nelle miniere di rame in mano ai cinesi. Da notare che la carne e la ben­zina costano come in Ita­lia. La “Repub­blica dello Zam­bia” gli offre due alter­na­tive: morire di fame vera, o morire da schiavi sotto terra. Senza con­tri­buti pen­sio­ni­stici o mutua­lità e nes­sun tipo di tutela di nes­sun genere. In Zam­bia le morti sono nere, non bian­che. ( Pes­sima bat­tuta ).
    Il potere poli­tico eco­no­mico ha sotto di se degli schiavi. Il danaro rende schiavi. Forse soprav­vi­vere alla fame, rende schiavi. Sopra­tutto la fame dei tuoi figli.
    Credo, caro Pin­ter, che di fatto non esi­sta demo­cra­zia in nes­suna nazione del mondo. Sve­zia inclusa.
    Tutto ruota attorno al Potere, che altro non è che supre­ma­zia forte verso i più deboli.
    Il potere può nascere dal denaro, dalla forza fisica, dalla scal­trezza men­tale. In ogni caso il potere è un agio, meri­tato o meno, messo al ser­vi­zio della pre­va­ri­ca­zione verso il debole. Che piac­cia o no, chi può di più vale di più, nel bene e nel male. Que­sta è mate­ma­tica ele­men­tare.
    Il lin­guag­gio può essere potere. La scrit­tura, può esserlo. Il nobel pure.
    La tua “mis­sione”, caro Pin­ter, la tua verità, l’esercizio di ciò che è il tuo pen­siero sulla demo­cra­zia è si il die­tro delle imma­gini o rifles­sioni dello spec­chio, ma un fram­mento giu­sto della /tua/ verità. Una tua alta mis­sione di denun­cia dei fatti, di visione anti-democratica e/o demo­cra­tica dello stato attuale della sto­ria. La tua visiove è un corian­dolo di tempo sto­rico in un di mondo pic­colo e schiavo (dico schiavo) anchesso dell’utopia demo­cra­tica.
    Sul pia­neta Terra, il mondo del potere, (belli ric­chi forti ed in salute), o il mondo del non potere ( poveri brutti e amma­lati) , non sarà MAI demo­cra­tico! ( Scu­sami se te lo dico )
    Per quanto un giorno si possa vivere tutti bene in tutti i luo­ghi del mondo ( ipo­tiz­ziamo che ci riu­sciamo e non ci fos­sero più con­fini poli­tici o nazioni), sfa­mati e senza malat­tie (ci inven­tiamo il cibo cura­tivo per tutti e di tutti i tipi), esi­sterà sem­pre il mistero della morte.
    Mistero forse è un poco eso­te­rico, troppo reli­gioso, diciamo allora la paura della morte.
    La morte diviene l’evocazione dell’immortalità. E’ la logica con­se­guenza.
    L’impossibilità di non morire, anche vivendo 200 anni senza malat­tie e nel lusso più sfre­nato per tutti i viventi del pia­neta, sca­te­nerà qual­cosa di anti-democratico.
    Una non verità è l’attuazione della demo­cra­zia, dal momento che nes­suno fino ad ora è risul­tato immor­tale. Per quanto la demo­cra­zia possa appa­rire rag­giun­gi­bile, la soglia della morte, dell’ignoto, è l’ostacolo del nostro mondo e anche del mondo per­fetto e “buo­ni­stico” da poco ipo­tiz­zato.
    In qual­siasi epoca (ieri oggi e domani) la morte sarà anti-democratica e appa­rirà sem­pre come qual­cosa di ingiu­sto, di imper­fetto, di sba­gliato.
    La morte è posta come verità su tutte le verità, caro Pin­ter. Per quanto sia stata descritta e citata, cifrata e arteg­giata, per qual­cuno rimane come l’unica verità, la più grande e non ultima la più demo­cra­tica e uguale per tutti. Belli e brutti. Di potere o di impo­tere. La morte è per­fetta, giu­sta, vera.
    E’ giu­sto com­bat­tere per la demo­cra­zia, non esi­ste nulla di più alto e que­sta lotta appar­tiene alla soprav­vi­venza umana come la fame, ma come è pos­si­bile rag­giun­gere una uto­pia glo­bale di tale por­tata?
    Come è pos­si­bile, Cervantes-Pinter, sbat­tersi con­tro i mulini a vento e sfa­marsi di uto­pia?
    Io sono sicuro che ciò che tu dichiari sui fatti del mondo siano la verità asso­luta, ma come fac­cio io ad essere certo total­mente di ciò che affermi, se ciò che dici è l’inseguimento di una uto­pia e quindi di una irrag­giun­gi­bile verità? Forse ciò che dici è una pic­cola verità di una grande fal­sità?
    Forse la tua verità è la luce di una pic­cola lam­pada nel sole di mez­zo­giorno?
    Non è per caso, che la ricerca della demo­cra­zia è schiava nasco­sta di una qual­che miniera del nostro ( tuo ) cer­vello, come i negretti dello Zam­bia, che li vediamo solo in appa­renza di verità come uomini liberi ed invece sono dei poveri schiavi? Non è che anche noi siamo schiavi della ricerca della demo­cra­zia glo­bale e magari non vera­mente liberi da ogni forma di potere o di impo­tere per­so­nale?
    Non è che anche noi, umani tutti, siamo schiavi dei nostri agi-privilegi sotto un qual­che facile motto di demo­cra­zia?
    Non è che ti danno il Nobel per que­sta sto­riella? E che hai sco­perto l’acqua calda?
    Cazzo Pin­ter, sei un fisico-nucleare– giornalista-artista– sce­neg­gia­tore pre­miato con suc­cesso e dici tutte que­ste cose “vere” e non mi dici per­chè si deve morire? Dimmi per­chè cazzo si deve morire! oppure per­chè si deve vivere?
    Forse si deve vivere per­chè non si deve morire di fame e quindi per non morire abbi­so­gna sbat­tersi per man­giare?
    Cazzo sei grande!
    E ti pagano anche?
    Fac­ciamo cosi, caro Pin­ter, se leggi que­ste poche righe, dimmi il tuo pen­siero sulla demo­cra­zia. Dimmi dove cazzo devo andare a vivere in demo­cra­zia e dove non devo. Magari si spo­sta qual­cosa. Magari la Terra stessa si spo­sta di un qual­che grado di rota­zione ( O Rivo­lu­zione? )
    Viva
    Ettore

Lascia un Commento