I discorsi dei Nobel/Harold Pinter: Letteratura, politica, verità
Questa è la traduzione integrale del discorso pronunciato da Harold Pinter, in occasione del conferimento del Premio Nobel, nel dicembre del 2005
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Nel 1958 ho scritto così:
“Non ci sono distinzioni nette tra ciò che è reale e ciò che è irreale, tra ciò che è vero e ciò che è falso. Una cosa non è necessariamente vera o falsa; può essere allo stesso tempo vera e falsa.”
Sono convinto che queste affermazioni continuino ad avere un senso e che si possano sempre applicare all’esplorazione della realtà tramite l’arte. Come autore, dunque, le sottoscrivo ancora, mentre non posso farlo come cittadino. Come cittadino, io devo chiedermi: Cosa è vero? Cosa è falso?
La verità, in teatro, è assolutamente inafferrabile. Non la si può mai trovare del tutto, eppure la sua ricerca ha qualcosa di compulsivo. Questa ricerca è proprio ciò che guida il vostro sforzo. Questa ricerca è il vostro compito. Il più delle volte ci si imbatte nella verità per caso, nel buio, inciampandoci addosso, o semplicemente quando si intravede un’immagine o una forma che sembrano corrispondere alla verità, spesso senza neppure rendersi conto che questo è successo. Ma la vera verità è che, in drammaturgia, non c’è mai una e una sola verità da scoprire. Ce ne sono molte. Queste verità si sfidano l’una con l’altra, si rapinano l’una con l’altra, si riflettono, si ignorano, si deridono, sono invisibili l’una all’altra. A volte abbiamo la sensazione di avere in mano la verità d’un istante, ma poi essa ci scivola via tra le dita ed ecco che è perduta.
Mi hanno chiesto spesso come nascevano le mie commedie. Non saprei dirlo. Proprio come non saprei riassumerle, se non per dire ecco cosa è successo. Ecco cosa hanno detto. Ecco cosa hanno fatto.
La maggior parte delle commedie nascono da una risposta, da una parola o da un’immagine. La parola sgorga per prima e spesso l’immagine la segue da vicino. Vi faccio due esempi di risposte che mi sono venute in mente in modo assolutamente inatteso, seguite appunto da un’immagine a cui io stesso, poi, sono andato dietro.
Le commedie in questione sono “Il ritorno a casa” e Vecchi tempi. Nel “Ritorno” la prima risposta è “Cosa ne hai fatto delle forbici?” La prima risposta di “Vecchi tempi” è “Neri”.
In ambedue i casi non avevo altre indicazioni.
Nel primo caso, evidentemente, qualcuno stava cercando un paio di forbici e chiedeva dove fossero andate a finire a qualcuno che sospettava di averle probabilmente rubate. Ma in un modo o nell’altro, sapevo che la persona a cui ci si era rivolti se ne fregava altamente delle forbici, come della persona che faceva la domanda, del resto.
“Neri”: presumevo si trattasse della descrizione dei capelli di qualcuno, i capelli di una donna, e che questa fosse la risposta a una domanda. In un caso come nell’altro, ero costretto ad andare dietro alla cosa. Era una cosa del tutto visiva, un lentissimo sfumare dall’ombra alla luce.
Quando comincio una commedia, chiamo i protagonisti A, B e C.
Nella commedia che poi ha avuto come titolo “Il ritorno a casa” vedevo un uomo entrare in una stanza austera e fare una domanda a un uomo più giovane, seduto su un divano disgustoso, il naso ficcato in un giornale delle corse dei cavalli. Avevo il vago sospetto che A fosse un padre e che B fosse suo figlio, ma non ne avevo nessuna prova. Tuttavia questo ha ricevuto una conferma poco dopo, quando B (che in seguito diventerà Lenny) dice ad A (che in seguito diventerà Max), “Papà, mi permetti di cambiare argomento? Vorrei chiederti una cosa. Come si chiamava quel che abbiamo appena mangiato, per cena? Come lo chiami? Perché non ti compri un cane? Sei un cuoco da cani. Davvero. Sei convinto di far da mangiare per un branco di cani.” Così, dal momento che B chiamava A “Papà”, mi sembrava ragionevole ammettere che erano padre e figlio. A era chiaramente anche quello che faceva da mangiare e i suoi piatti non sembravano essere tenuti in gran considerazione. Voleva dire che la madre non c’era? Non ne sapevo niente. Ma, come continuavo a ripetermi a quell’epoca, i nostri inizi non sanno mai di che pasta sono fatte le nostre scene finali.
“Neri”. Una grande finestra. Cielo, sera. Un uomo, A (che in seguito diventerà Deeley), e una donna, B (che in seguito diventerà Kate), lui è seduto e accanto a lui ci sono dei bicchieri. “Grasso o magro?” chiede l’uomo. Di cosa stanno parlando? E in quel momento io vedo. Accanto alla finestra c’è una donna, C (che in seguito diventerà Anna), immersa in un’altra qualità di luce, che dà loro le spalle, e i suoi capelli sono castani.
E’ un momento davvero singolare, il momento in cui creiamo dei personaggi che fino a quel momento non esistevano per nulla. E quel che ne segue è strambo, incerto, allucinatorio, perfino, anche se tutto questo può a volte prendere la forma di una valanga che niente può arrestare. La posizione dell’autore è una posizione bizzarra. I personaggi, in un certo senso, non lo accolgono a braccia aperte. Gli resistono, non è facile averci a che fare, e sono impossibili da definire. Non gli si può certo dare degli ordini. Ci si lancia con loro, in qualche modo, in un gioco interminabile. Si gioca al gatto e al topo, a moscacieca, a nascondino. Ma alla fine si scopre di avere tra le braccia individui in carne ed ossa, individui dotati di una volontà e di una sensibilità individuale, fatti di ingredienti che non si è in grado di modificare, manipolare o snaturare.
Il linguaggio, nell’arte, continua dunque a essere una questione estremamente ambigua. Sabbie mobili, un trampolino, un mare di ghiaccio che potrebbe spaccarsi da un momento all’altro sotto i vostri piedi. Vostri di voi, l’autore.
Ma, come dicevo, la ricerca della verità non può mai arrestarsi. Non può essere messa in agenda, rinviata. Bisogna affrontarla lì, subito.
Il teatro politico offre una gamma di problemi completamente diversi. Bisogna evitare a ogni costo i sermoni. L’obiettività è essenziale. Bisogna dar modo ai personaggi di respirare la loro aria. L’autore non può rinchiuderli né ammanettarli per assecondare i propri gusti, le proprie inclinazioni o i propri pregiudizi. Deve essere pronto a osservarli da diversi punti di vista, secondo diverse prospettive, senza freni né limiti, prenderli magari di sorpresa, di tanto in tanto, pur permettendogli di seguire la propria strada. Questo non sempre funziona. E la satira politica, con ogni evidenza, non obbedisce a nessuno di questi precetti, fa esattamente l’opposto, perché questa è d’altronde la sua funzione.
Nella commedia “Il compleanno” mi sembra di aver aperto strade interpretative molto diverse, lasciando che si inoltrassero, magari, in una fitta giungla di possibilità, prima di concentrarmi, nel finale, su un atto di sottomissione.
“Il linguaggio della montagna” non pretende di agire in modo così scoperto. Lì tutto è brutale, rapido e sporco. I soldati, nella commedia, trovano tuttavia il modo di divertirsi anche in quella situazione. Talvolta ci si dimentica del fatto che i torturatori si annoiano molto facilmente. Hanno bisogno di ridere un po’, per stare un po’ su di morale. Come del resto hanno confermato i fatti di Abu Ghraib, a Bagdad. “Il linguaggio della montagna” dura solo venti minuti, ma sarebbe potuto andare avanti per ore e ore, senza cedimenti, secondo uno schema che si ripete ancora e ancora, per ore e ore.
Per quanto riguarda “Ceneri alle ceneri”, a me sembra che si svolga sott’acqua. Una donna che annega, la sua mano si protende verso la superficie, attraverso le onde, e poi scompare, si protende verso altre mani, ma non trova nessuno, né sopra né sotto l’acqua, trova solo ombre, riflessi che fluttuano; la donna, un profilo sperso in un paesaggio allagato, una donna incapace di sfuggire a un destino tragico che sembrava appartenere solo agli altri.
Ma siccome gli altri sono morti, deve morire anche lei.
Il linguaggio politico, per come lo usano gli uomini politici, non si avventura mai su quel terreno, perché alla maggioranza degli uomini politici, stando per lo meno agli elementi di cui disponiamo, non interessa la verità, ma il potere e il modo per conservarlo. Per conservare il potere è essenziale che le persone vivano nell’ignoranza, che vivano sprofondati nell’ignoranza della verità, perfino della verità della loro stessa vita. Siamo dunque avvolti da un ampio velo di menzogne, di cui ci nutriamo.
Com’è universalmente noto, l’argomento usato per giustificare l’invasione dell’Iraq era che Saddam Hussein possedeva un arsenale estremamente pericoloso di armi di distruzione di massa, alcune delle quali avrebbero potuto venir usate nel giro di 45 minuti, provocando uno spaventoso massacro. Era vero, ci assicuravano. Non era vero. Ci dicevano che l’Iraq aveva relazioni con Al Quaida e dunque era corresponsabile dell’atrocità dell’11 settembre 2001 a New York. Era vero, ci assicuravano. Non era vero. Ci dicevano che l’Iraq minacciava la sicurezza del mondo. Era vero, ci assicuravano. Non era vero.
La verità è completamente diversa. La verità dipende da come gli Stati Uniti intendono il proprio ruolo nel mondo e dal modo in cui decidono di interpretarlo. Ma, prima di tornare all’oggi, mi piacerebbe prendere in considerazione la storia recente, e con questo mi riferisco alla politica estera degli Stati Uniti dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Sono convinto che per noi è imprescindibile sottoporre questo periodo a un rigoroso esame, benché limitato, ovviamente, dal tempo che qui abbiamo ora a disposizione.
Tutti sanno cosa è successo in Unione Sovietica e in tutta l’Europa dell’Est nel dopoguerra: la brutalità sistematica, le atrocità ampiamente diffuse, l’impietosa repressione di ogni forma di pensiero indipendente. Tutto ciò è ampiamente documentato e attestato.
Ma io sostengo che i crimini commessi dagli Stati Uniti in questo stesso periodo di tempo sono stati raccontati solo in modo superficiale, e ancor meno documentati, e ancor meno riconosciuti, e ancor meno riconosciuti come crimini tout court. Sono convinto che il problema debba venir affrontato e che la verità abbia un evidente rapporto con lo stato attuale del mondo. Benché arginato, in una certa misura, dall’esistenza dell’Unione Sovietica, il modo di agire degli Stati Uniti in tutto il mondo faceva chiaramente capire una cosa: avevano deciso di dover disporre di carta bianca per fare tutto quel che volevano.
In realtà, l’invasione diretta di uno stato sovrano non è mai stato il metodo preferito dall’America. Nel complesso, essa ha preferito ciò che definiva un “conflitto a bassa intensità”. “Conflitto a bassa intensità” vuol dire che migliaia di persone muoiono, ma più lentamente di quel che accadrebbe se si lanciasse una bomba su di loro. Vuol dire che il cuore del paese viene contaminato, che proprio lì vi si impianta un tumore e che poi si sta a guardare come si diffonde la cancrena. Una volta che un popolo è stato sottomesso –o colpito a morte– fa lo stesso– e una volta che i vostri amici, i militari e le grandi società commerciali, sono state stabilmente insediate al potere, potete andare in parlamento e dichiarare che la democrazia ha vinto. Era questa la moneta corrente della politica estera americana negli anni a cui mi riferisco.
La tragedia del Nicaragua si è rivelata un caso estremamente significativo. Se lo ricordo, qui, è perché illustra in modo convincente il modo in cui l’America interpreta il proprio ruolo nel mondo, sia allora che oggi.
Ho partecipato a una riunione che si è svolta all’Ambasciata degli Stati Uniti, a Londra, alla fine degli anni ’80.
Il Congresso americano stava per decidere se fosse il caso o meno di dare altro denaro ai Contras, per sostenere l’azione che conducevano contro lo Stato del Nicaragua. Ero lì come membro di una delegazione che parlava a nome del Nicaragua, ma il membro più importante di questa delegazione era un certo Père John Metcalf. Il capofila della rappresentanza americana era Raymond Seitz (che allora era il braccio destro dell’ambasciatore, e in seguito divenne a sua volta ambasciatore). Père Metcalf ha detto: ”Signore, io dirigo una parrocchia nel nord del Nicaragua. I miei parrocchiani hanno costruito una scuola, un centro medico-sociale e un centro culturale. Abbiamo vissuto in pace. Alcuni mesi fa i Contras hanno attaccato la parrocchia. Hanno distrutto tutto: la scuola, il centro medico-sociale e il centro culturale. Hanno violentato le infermiere e le insegnanti, massacrato i medici nel modo più brutale. Si sono comportati come dei selvaggi. Vi supplico, esigete che il governo americano ritiri il proprio appoggio a questa odiosa attività terroristica.”
Raymond Seitz godeva di un’ottima reputazione. Di uomo razionale, responsabile e molto ben informato. Era molto rispettato, negli ambienti diplomatici. Ha ascoltato, ha fatto una pausa, poi ha parlato con una certa gravità: ”Père, disse, lasci che le dica una cosa. In tempo di guerra, gli innocenti soffrono sempre.” Ci fu un silenzio glaciale. L’abbiamo guardato con gli occhi sbarrati. Lui non ha battuto ciglio.
Alla fine qualcuno ha detto: ”Ma nella situazione di cui ci stiamo occupando, gli ‘innocenti sono stati vittime di una incredibile atrocità, finanziata dal vostro governo. Ed è solo una tra le tante. Se il Congresso darà altro denaro ai Contras, verranno commesse altre atrocità del genere. E’ il caso? Il vostro governo non sarebbe colpevole di aver sostenuto massacri e distruzioni commessi ai danni di cittadini di uno stato sovrano?”
Seitz era imperturbabile. “Non sono d’accordo nel sostenere che i fatti, così come ci sono stati riferiti, dimostrino ciò che avete detto”, disse.
Quando lasciammo l’ambasciata, un consigliere americano mi ha detto che le mie commedie gli piacevano molto. Io non ho risposto.
Devo ricordare che a quell’epoca il Presidente Reagan aveva fatto questa dichiarazione: ”I Contras sono l’equivalente morale dei Padri fondatori della nostra nazione.”
Per più di quarant’anni gli Stati Uniti hanno sostenuto la brutale dittatura di Somoza in Nicaragua. Il popolo nicaraguense, guidati dai Sandinisti, ha rovesciato quel regime nel 1979. E’ stata una rivoluzione popolare e dolorosa.
I Sandinisti non erano perfetti. Avevano la loro bella parte di arroganza e la loro filosofia politica conteneva alcuni elementi contradditori. Ma erano intelligenti, razionali e civili. Il loro obiettivo era costruire una società stabile, dignitosa e pluralista. La pena di morte è stata abolita. Centinaia di migliaia di contadini miserabili sono stati strappati alla morte. Più di 100 mila famiglie si sono viste attribuire un pezzo di terra. Sono state costruite duemila scuole. Una grande campagna di alfabetizzazione ha fatto crollare il tasso di analfabetismo nel paese sotto la soglia del 15%. E’ stata introdotta la scuola gratuita e gratuiti sono i servizi medici e sociali. La mortalità infantile è diminuita di un terzo. La polio è stata sradicata.
Gli Stati Uniti hanno accusato questi successi di essere frutto di una sovversione marxista leninista. Agli occhi del governo americano, il Nicaragua stava dando un cattivo esempio. Se gli fosse stata la possibilità di stabilire alcune norme elementari di giustizia economica e sociale, se gli fosse stato consentito di elevare il livello delle cure mediche e quello delle scuole, di realizzare l’unità sociale e la dignità nazionale, i paesi vicini si sarebbero fatti le stesse domande e avrebbero dato le stesse risposte. A quell’epoca c’era indubbiamente, in Salvador, una resistenza feroce allo statu quo.
Ho appena parlato del ‘velo di menzogne’ che ci avvolge. Il Presidente Reagan definiva regolarmente il Nicaragua come una ‘roccaforte del totalitarismo’. Cosa che i media, e sicuramente il governo inglese, consideravano generalmente come un’osservazione giusta e ben meritata. Tuttavia, col governo sandinista, di squadroni della morte non c’era traccia. Non c’era traccia di torture. Non c’era traccia di brutalità militari, sistematiche o ufficiali. Nessun prete è mai stato assassinato, in Nicaragua. Anzi, c’erano tre preti, nel governo sandinista, due gesuiti e un missionario della Società di Maryknoll. Le ‘roccaforti del totalitarismo’, in realtà, se ne stavano lì accanto, in Salvador e in Guatemala. Nel 1954 gli Stati Uniti avevano fatto cadere il governo del Guatemala che era stato democraticamente eletto e si stima che più di 200 mila persone siano state vittime delle dittature militari che si sono succedute.
Nel 1989, sei dei più autorevoli gesuiti del mondo sono stati uccisi all’Università Centroamericana di San Salvador da un battaglione del reggimento Alcatl addestrato a Fort Benning, Georgia, Usa. L’arcivescovo Romero, un uomo di esemplare coraggio, è stato assassinato mentre celebrava la messa. Le stime dicono che i morti sono stati 75 000. Perché quelle persone sono state uccise? Perché quelle persone erano convinte che una vita migliore era possibile e che sarebbe arrivata. Questa convinzione ha fatto sì che venissero immediatamente etichettate come comuniste. Sono morte perché osavano contestare lo statu quo, l’infinito orizzonte della povertà, delle malattie, dell’umiliazione e dell’oppressione, l’unico diritto che avevano acquisito, nascendo.
Gli Stati Uniti sono riusciti alla fine a far cadere il governo sandinista. Ci hanno messo diversi anni e hanno dovuto far ricorso a una grande tenacia, ma una persecuzione economica accanita e 30 000 morti sono riusciti a disgregare il coraggio dei Nicaraguensi. Erano sfiniti e di nuovo miserabili. I casinò hanno ricominciato a spuntare nel paese. La sanità e l’istruzione gratuita sono state soppresse. Gli affari sono tornati alla grande. La “Democrazia” aveva vinto.
Questa “politica” non veniva applicata solo in America Latina, ma in tutto il mondo. Non aveva mai fine. Ed è come se invece non fosse mai esistita.
Gli Stati Uniti hanno sostenuto, e generato, in numerosi casi, tutte le dittature militari fascistoidi apparse nel mondo dopo la Seconda Guerra mondiale. Mi riferisco all’Indonesia, alla Grecia, all’Uruguay, al Brasile, al Paraguay, ad Haiti, alla Turchia, alle Filippine, al Guatemala, al Salvador e, naturalmente, al Cile. L’orrore che gli Stati Uniti hanno inflitto al Cile nel 1973 non potrà mai venir espiato e non potrà mai venir dimenticato.
In tutti questi paesi ci sono stati centinaia di migliaia di morti. Ci sono stati davvero? E sono sempre imputabili alla politica estera degli Stati Uniti? La risposta è sì. Quei morti ci sono stati e sono imputabili alla politica estera degli Stati Uniti. Ma voi non ne sapete niente.
Questo non è masi successo. Non è mai successo nulla. Anche quando stava succedendo, non succedeva. Non aveva alcuna importanza. Non importava nulla. I crimini commessi dagli Stati Uniti sono stati sistematici, costanti, violenti, impietosi, ma sono stati in pochi a parlarne davvero. Rendiamo giustizia all’America: si è dedicata, in tutto il mondo, a manipolare il potere in modo scientifico, facendosi però passare per una forza che stava agendo nell’interesse del bene universale. Un caso geniale di ipnosi, per non dire spirituale, e terribilmente efficace.
Gli Stati Uniti, credetemi, hanno indubbiamente messo in piedi il più grande spettacolo del momento. E’ un paese brutale, indifferente, pieno di disprezzo e privo di pietà, certo, ma è anche un paese molto scaltro. Come un commesso viaggiatore, agisce da solo e la merce che sa vendere meglio è il modo per farsi amare. Successo garantito. Ascoltate i presidenti americani quando, alla televisione, pronunciano le parole “popolo americano”, come nella frase: ”Io dico al popolo americano che è tempo di pregare e di difendere i diritti del popolo americano e chiedo al popolo americano di dare fiducia al suo Presidente che si appresta ad agire in nome del popolo americano.” Lo stratagemma è brillante. Il linguaggio viene usato in modo da tenere il pensiero sotto scacco. Le parole “popolo americano” sono un confortevole cuscino che serve a rassicurarvi. Non avete bisogno di pensare. Dovete solo appoggiare il capo sul cuscino. Può darsi che questo cuscino soffochi la vostra intelligenza e il vostro senso critico, ma è comunque molto confortevole. Questo naturalmente non vale per i 40 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà e neppure per i 2 milioni di uomini e donne nei grandi gulag concentrazionari che disseminano, da un capo all’altro, tutti gli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti non si preoccupano più dei conflitti a bassa intensità. Non hanno più interesse a dimostrare riserbo o a ricorrere a sotterfugi. Giocano apertamente, a carte scoperte. E’ semplicissimo, se ne fregano totalmente delle Nazioni Unite, del diritto internazionale o dei dissidenti, che secondo loro non hanno alcun potere né pertinenza. E poi c’è il loro agnellino che li segue ovunque, belando, al guinzaglio: l’Inghilterra, patetica e sottomessa.
Che fine ha fatto allora la nostra sensibilità morale? Ne abbiamo mai avuta una? Cosa vogliono dire queste parole? Rimandano a un termine che di questi tempi viene usato raramente, e che è –coscienza? Una coscienza che sia non solo legata alle nostre azioni ma, ugualmente, alla nostra parte di responsabilità presente nell’agire degli altri? Tutto questo è morto? Prendiamo Guantanamo. Centinaia di persone prigioniere senza un capo d’imputazione da oltre tre anni, senza un avvocato che li difenda né un processo equo, e teoricamente detenuti per sempre. Questa struttura è del tutto illegittima ed esiste in spregio alla Convenzione di Ginevra. Non solo viene tollerata, ma la cosiddetta “comunità internazionale” ne fa appena appena un piccolo caso. Questo scandaloso crimine viene commesso in questo stesso momento da parte di un paese che proclama come propria missione quella di essere “leader del mondo libero”. Rivolgiamo mai il nostro pensiero agli inquilini di Guantanamo? Che ne dicono i media? Si svegliano di tanto in tanto per propinarci un breve trafiletto a pagina sei. Questi uomini sono stati relegati in una terra di nessuno da cui potrebbero tranquillamente non fare mai ritorno. In questo momento molti di loro stanno facendo lo sciopero della fame, sono nutriti a forza, e tra loro ci sono anche persone con passaporto inglese. Non c’è alcuna raffinatezza in questi metodi di alimentazione forzata. Niente sedativi o anestetici. Giusto un tubo che vi viene ficcato nel naso e poi fatto scendere in gola. Si vomita sangue. E’ una forma di tortura. Che ne dice il ministro inglese degli Esteri? Niente. Che ne dice il Primo Ministro inglese? Niente. E perché? Perché gli Stati Uniti hanno dichiarato: criticare il modo in cui ci comportiamo a Guantanamo costituisce un atto ostile. Sia che stiate con noi, sia che stiate contro di noi. Risultato, Blair se ne sta zitto.
L’invasione dell’Iraq è stato un atto di banditismo, un atto palese di terrorismo di stato che dimostrava un disprezzo assoluto per il diritto internazionale. Questa invasione è stata un’azione militare arbitraria che si ispirava a tutta una serie di bugie ripetute senza posa e a una manipolazione flagrante dei mass media e dunque del pubblico; un intervento che aveva come scopo quello di rafforzare il controllo militare ed economico dell’America sul Medio Oriente, dal momento che l’America non è riuscita a farlo passare –in ultima istanza e con un minimo di fondamento– come una liberazione. Un formidabile gesto di autoimposizione da parte di forza militare responsabile della morte e della mutilazione di migliaia e migliaia di innocenti.
Abbiamo regalato al popolo iracheno la tortura, le bombe a frammentazione, l’uranio impoverito, innumerevoli massacri commessi a caso, la miseria, l’umiliazione e la morte e definiamo tutto questo “portare la libertà e la democrazia in Medio Oriente”.
Quante persone bisogna uccidere, prima di ottenere il diritto di farsi chiamare assassini di massa e criminali di guerra? Centomila? Più che sufficiente, sarei tentato di credere. Sarebbe dunque giusto che Bush e Blair venissero chiamati a comparire di fronte alla Corte internazionale di giustizia. Ma Bush è stato scaltro. Non ha riconosciuto la Corte internazionale di giustizia. E dunque, se un soldato americano o, a maggior ragione, un politico americano dovessero ritrovarsi sul banco degli accusati, Bush ha già avvisato che in quel caso sarebbe pronto a mandare i marines. Ma Tony Blair, invece, ha riconosciuto la Corte e dunque può venir processato. Possiamo fornire alla Corte il suo indirizzo, nel caso la Corte ne fosse interessata. Abita al Downig Street numero 10, Londra.
La morte, in questo contesto, diventa un fatto del tutto accessorio. Bush e Blair si prendono tutti e due molta cura per metterla in un cantuccio. Sono morti almeno 100 mila iracheni, morti sotto le bombe e i missili americani, prima che l’insurrezione irachena cominciasse. Tutta quella gente costituisce un numero esiguo di persone. La loro morte non esiste. Un niente. Non sono stati neppure censiti come morti. “Noi non contiamo i cadaveri”, ha dichiarato il generale americano Tommy Franks.
Durante i primi giorni dell’invasione, alcuni giornali inglesi hanno pubblicato in evidenza una foto; si vede Tony Blair che bacia sulla guancia un ragazzo iracheno. “Un ragazzo riconoscente”, diceva la didascalia. Alcuni giorni più tardi, nelle pagine interne, si poteva leggere la storia, con tanto di foto, di un altro bambino di quattro anni che non aveva più le braccia. La sua famiglia era stata polverizzata da un missile e lui era l’unico sopravvissuto. “Quando riavrò le mie braccia?”, chiedeva. La storia è passata in sordina. Eh sì, Tony Blair non lo abbracciava, esattamente come non stringeva tra le proprie braccia il corpo di un altro bambino mutilato o un cadavere insanguinato. Il sangue è sporco. Vi sporca la camicia e la cravatta, quando dovete parlare col cuore in mano davanti alle telecamere.
I 2000 morti americani sono imbarazzanti. Li si trasporta di nascosto verso le loro tombe. I loro funerali vengono celebrati con discrezione, in un luogo sicuro. E allo stesso modo i morti e i mutilati marciscono in tombe di diverso genere.
Ecco un brano tratto da “Spiego alcune cose”, un poema di Pablo Neruda:
E una mattina i roghi
Uscivan dalla terra,
Divorando esseri,
E da allora fuoco,
Da allora polvere da sparo,
Da allora sangue.
Banditi con aerei e con mori,
Banditi con anelli e duchesse,
Banditi con neri frati benedicenti
Arrivavan dal cielo a uccidere bambini,
E per le strade il sangue dei bambini
Correva semplicemente, come sangue di bambini.
Sciacalli che lo sciacallo schiferebbe,
Sassi che il cardo secco sputerebbe dopo morsi,
Vipere che le vipere odierebbero!
Davanti a voi ho visto
Sollevarsi il sangue della Spagna
Per annegarvi in una sola onda
Di orgoglio e di coltelli!
Generali
Traditori:
Guardate la mia casa morta,
Guardata la Spagna spezzata:
Però da ogni casa morta esce metallo ardente
Invece di fiori,
Da ogni foro della Spagna
La Spagna viene fuori,
Da ogni bambino morto vien fuori un fucile con occhi,
Da ogni crimine nascono proiettili
Che un giorno troveranno il bersaglio
Del vostro cuore.
Chiederete: perché la tua poesia
Non ci parla del sogno, delle foglie,
Dei grandi vulcani del paese dove sei nato?
Venite a vedere il sangue per le strade,
Venite a vedere Il sangue per le strade,
Venite a vedere il sangue
Per le strade!
Lasciate che precisi una cosa: citando questo poema di Neruda non sto affatto cercando di paragonare la Spagna repubblicana all’Iraq di Saddam Hussein. Cito Neruda perché non ho mai letto nessun’altra poesia contemporanea in cui il bombardamento dei civili venga descritto in modo così potente e viscerale.
Ho appena detto che gli Stati Uniti parlavano ormai con grande franchezza e giocavano a carte scoperte. Ne era il caso. La loro politica ufficiale viene ormai definita come una “full spectrum dominance” (una dominazione totale su tutti i fronti). L’espressione non è mia, è loro. “Full spectrum dominance”, vuol dire controllare terre, mari, aria e lo spazio e tutte le risorse che ci stanno dentro.
Gli Stati Uniti oggi occupano 702 installazioni militari in 132 paesi del mondo intero, fatta certamente eccezione per la Svezia. Non si sa bene come siano arrivati a questo punto, ma quel che è certo è che sono arrivati a questo punto.
Gli Stati Uniti possiedono 8000 ogive nucleari attive e operative. 2000 sono in stato di massima allerta, pronte a venir lanciate nel giro di 15 minuti. Sviluppano nuovi sistemi di forza nucleare, conosciuti col nome di “bunker busters” (demolitori di blockhaus). Gli Inglesi, che cooperano sempre volentieri, hanno intenzione di sostituire il loro missile nucleare, il Trident. Chi vogliono colpire, mi chiedo? Osama Ben Laden? Voi? Me? Il signor Rossi? La Cina? Parigi? Chi lo sa? Ciò che sappiamo è che questa follia infantile –detenere armi nucleari e minacciare di usarle– sta al centro dell’attuale politica americana. Dobbiamo ricordarci che gli Stati Uniti sono permanentemente sul piede di guerra e non lasciano intravvedere in proposito alcun segno distensivo.
Migliaia, se non milioni di persone, negli Stati Uniti, sono pieni di vergogna e di rabbia, visibilmente scoraggiati dal modo di fare del loro governo, ma allo stato attuale delle cose non costituiscono una forza politica coerente –non ancora. Ciò detto, l’angoscia, l’incertezza e la paura che vediamo aumentare di giorno in giorno negli Stati Uniti non stanno per attenuarsi.
So che il Presidente Bush usa già molte persone competenti che gli scrivono i discorsi. Ma mi piacerebbe poter svolgere quel lavoro da volontario. Propongo questa allocuzione. E’ breve e potrebbe leggerla alla televisione, per indirizzarla a tutto il paese. Me lo immagino con un’espressione grave, i capelli accuratamente pettinati, serio, affabile, sincero, spesso accattivante, lo vedo concedersi a volte un piccolo sorriso forzato, curiosamente seducente, un uomo a suo agio con gli altri uomini.
“Dio è buono. Dio è grande. Dio è buono. Il mio Dio è buono. Il Dio di Ben Laden è cattivo. Il suo è un Dio cattivo. Il Dio di Saddam era cattivo, a parte il fatto che Saddam non aveva Dio. Era un barbaro. Noi non siamo barbari. Noi non tagliamo la testa alla gente. Noi crediamo nella libertà. Anche Dio. Io non sono un barbaro. Io sono un leader democraticamente eletto da una democrazia inebriata di libertà. Noi siamo una società piena di compassione. Noi somministriamo elettrocuzioni piene di compassione e iniezioni letali piene di compassione. Noi siamo un grande paese. Io non sono un dittatore. Lui, sì. E quell’altro anche. Lo sono tutti, loro. Io posseggo l’autorità morale. Vedete questo pugno? E’ questa, la mia autorità morale. Cercate di non dimenticarlo.”
La vita di uno scrittore consiste nello svolgere un’attività incredibilmente vulnerabile, quasi nuda. Lo scrittore compie una scelta, una scelta che gli s’incolla alla pelle. E’ giusto dire che è esposto a tutti i venti, e che alcuni sono gelidi. Agisce completamente da solo, isolato da tutto. Non c’è alcun rifugio, alcuna protezione –a meno che non menta– e se ne ha uno, vuol dire che se lo è costruito di sicuro con le proprie mani, e che con le proprie mani si è assicurato una protezione. Ma, in questo caso, si può solo obiettare che è diventato un politico.
Ho parlato in lungo e in largo della morte, questa sera. Ora voglio leggervi una mia poesia che si intitola “Morte”.
Dove è stato trovato il cadavere?
Chi ha trovato il cadavere?
Il cadavere era morto, quando l’hanno trovato?
Chi era il cadavere?
Chi era il padre o la figlia o il fratello
O lo zio o la sorella o la madre o il figlio
Del cadavere abbandonato?
Il cadavere era morto quando è stato abbandonato?
Il corpo era abbandonato?
Chi lo ha abbandonato?
Il cadavere era nudo o vestito da viaggio?
Cosa fa sì che questo cadavere sia stato dichiarato morto?
Il cadavere, è stato dichiarato morto?
Lo conoscevate bene, il cadavere?
Come facevate a sapere che il cadavere era morto?
Avete lavato il cadavere
Avete chiuso i suoi occhi
Avete seppellito il corpo
L’avete abbandonato
Avete abbracciato il cadavere
Quando ci guardiamo allo specchio pensiamo che l’immagine che ci sta di fronte è fedele. Ma muovetevi di un millimetro, e l’immagine cambia. In effetti stiamo guardando una gamma infinita di riflessi. Ma uno scrittore a volte deve fracassare lo specchio –perché è dall’altra parte dello specchio che la verità ci guarda negli occhi.
Credo che, malgrado gli enormi ostacoli, essere intellettualmente risoluti, avere una determinazione feroce, stoica e irremovibile nel voler definire, in quanto cittadini, la vera verità delle nostre vite e della nostra società sia un obbligo che incombe su tutti noi. E’ anche un imperativo.
Se una tale determinazione non si incarna nella nostra visione politica, non abbiamo alcuna speranza di ridare vita a ciò che siamo ormai a un passo dal perdere –la nostra dignità di uomini.
(Traduzione di Claudio Castellani)
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In Africa, caro Pinter, al missionario siciliano dalla barba lunga e bianca e con 50 anni di onorata carriera sacerdotale missionaria, ho detto che assomigliava a Robert Deniro.
— E’ americano ? — Chiede.
– Certo — Dico io.
Si è incazzato come una bestia e mi ha sopportato mal volentieri per il resto della visita in parrocchia.
In Zambia ci sono gli schiavi. Schiavi moderni, figli della globalizzazione. Vivono con un dollaro americano al giorno che guadagnano nelle miniere di rame in mano ai cinesi. Da notare che la carne e la benzina costano come in Italia. La “Repubblica dello Zambia” gli offre due alternative: morire di fame vera, o morire da schiavi sotto terra. Senza contributi pensionistici o mutualità e nessun tipo di tutela di nessun genere. In Zambia le morti sono nere, non bianche. ( Pessima battuta ).
Il potere politico economico ha sotto di se degli schiavi. Il danaro rende schiavi. Forse sopravvivere alla fame, rende schiavi. Sopratutto la fame dei tuoi figli.
Credo, caro Pinter, che di fatto non esista democrazia in nessuna nazione del mondo. Svezia inclusa.
Tutto ruota attorno al Potere, che altro non è che supremazia forte verso i più deboli.
Il potere può nascere dal denaro, dalla forza fisica, dalla scaltrezza mentale. In ogni caso il potere è un agio, meritato o meno, messo al servizio della prevaricazione verso il debole. Che piaccia o no, chi può di più vale di più, nel bene e nel male. Questa è matematica elementare.
Il linguaggio può essere potere. La scrittura, può esserlo. Il nobel pure.
La tua “missione”, caro Pinter, la tua verità, l’esercizio di ciò che è il tuo pensiero sulla democrazia è si il dietro delle immagini o riflessioni dello specchio, ma un frammento giusto della /tua/ verità. Una tua alta missione di denuncia dei fatti, di visione anti-democratica e/o democratica dello stato attuale della storia. La tua visiove è un coriandolo di tempo storico in un di mondo piccolo e schiavo (dico schiavo) anchesso dell’utopia democratica.
Sul pianeta Terra, il mondo del potere, (belli ricchi forti ed in salute), o il mondo del non potere ( poveri brutti e ammalati) , non sarà MAI democratico! ( Scusami se te lo dico )
Per quanto un giorno si possa vivere tutti bene in tutti i luoghi del mondo ( ipotizziamo che ci riusciamo e non ci fossero più confini politici o nazioni), sfamati e senza malattie (ci inventiamo il cibo curativo per tutti e di tutti i tipi), esisterà sempre il mistero della morte.
Mistero forse è un poco esoterico, troppo religioso, diciamo allora la paura della morte.
La morte diviene l’evocazione dell’immortalità. E’ la logica conseguenza.
L’impossibilità di non morire, anche vivendo 200 anni senza malattie e nel lusso più sfrenato per tutti i viventi del pianeta, scatenerà qualcosa di anti-democratico.
Una non verità è l’attuazione della democrazia, dal momento che nessuno fino ad ora è risultato immortale. Per quanto la democrazia possa apparire raggiungibile, la soglia della morte, dell’ignoto, è l’ostacolo del nostro mondo e anche del mondo perfetto e “buonistico” da poco ipotizzato.
In qualsiasi epoca (ieri oggi e domani) la morte sarà anti-democratica e apparirà sempre come qualcosa di ingiusto, di imperfetto, di sbagliato.
La morte è posta come verità su tutte le verità, caro Pinter. Per quanto sia stata descritta e citata, cifrata e arteggiata, per qualcuno rimane come l’unica verità, la più grande e non ultima la più democratica e uguale per tutti. Belli e brutti. Di potere o di impotere. La morte è perfetta, giusta, vera.
E’ giusto combattere per la democrazia, non esiste nulla di più alto e questa lotta appartiene alla sopravvivenza umana come la fame, ma come è possibile raggiungere una utopia globale di tale portata?
Come è possibile, Cervantes-Pinter, sbattersi contro i mulini a vento e sfamarsi di utopia?
Io sono sicuro che ciò che tu dichiari sui fatti del mondo siano la verità assoluta, ma come faccio io ad essere certo totalmente di ciò che affermi, se ciò che dici è l’inseguimento di una utopia e quindi di una irraggiungibile verità? Forse ciò che dici è una piccola verità di una grande falsità?
Forse la tua verità è la luce di una piccola lampada nel sole di mezzogiorno?
Non è per caso, che la ricerca della democrazia è schiava nascosta di una qualche miniera del nostro ( tuo ) cervello, come i negretti dello Zambia, che li vediamo solo in apparenza di verità come uomini liberi ed invece sono dei poveri schiavi? Non è che anche noi siamo schiavi della ricerca della democrazia globale e magari non veramente liberi da ogni forma di potere o di impotere personale?
Non è che anche noi, umani tutti, siamo schiavi dei nostri agi-privilegi sotto un qualche facile motto di democrazia?
Non è che ti danno il Nobel per questa storiella? E che hai scoperto l’acqua calda?
Cazzo Pinter, sei un fisico-nucleare– giornalista-artista– sceneggiatore premiato con successo e dici tutte queste cose “vere” e non mi dici perchè si deve morire? Dimmi perchè cazzo si deve morire! oppure perchè si deve vivere?
Forse si deve vivere perchè non si deve morire di fame e quindi per non morire abbisogna sbattersi per mangiare?
Cazzo sei grande!
E ti pagano anche?
Facciamo cosi, caro Pinter, se leggi queste poche righe, dimmi il tuo pensiero sulla democrazia. Dimmi dove cazzo devo andare a vivere in democrazia e dove non devo. Magari si sposta qualcosa. Magari la Terra stessa si sposta di un qualche grado di rotazione ( O Rivoluzione? )
Viva
Ettore