Agota Kristof/E’ lo stesso. E’ tutto lo stesso
Agota Kristof è morta il 27 luglio di quest’anno. E’ stata una scrittrice di culto per molte persone, affascinate dalla sua prosa semplicissima, scabra, eppure molto forte.
In rete sono disponibili molte interviste concesse dalla scrittrice svizzera, ma di origine ungherese (era fuggita dal suo paese dopo la rivolta del 1956, perché suo marito era in pericolo, per motivi politici). Ma intervistarla credo sia stata un’esperienza difficile, forse persino frustrante. Dopo la sua morte, Alliette Armel, che l’aveva intervistata per la rivista francese Magazine litteraire, ha riproposto sul settimanale Nouvel Observateur il nastro puro e semplice di quella conversazione. Cioè la registrazione cioè non rielaborata e in qualche modo abbellita per trasformarla in articolo di giornale. L’intervista è preceduta da questo ricordo. “Era molto gentile. Ma si percepiva immediatamente la sua indifferenza per tutte le cose e per tutti gli esseri del mondo. Ogni domanda cozzava contro la brevità di risposte che dunque non riuscivano mai ad aprire la porta a una domanda successiva. Solo il ricordo del passato, della scrittura come della vita, consentiva di nutrire il dialogo. Ma il presente! Un vuoto spaventoso che lasciava lei senza voce e me senza respiro: mi sentivo come se stessi, fisicamente, inseguendo il respiro, come se l’aria si fosse rarefatta. Era stata da poco operata alle gambe, non usciva quasi più da casa, ma non provava più alcun desiderio di ritrovare l’esterno.” L’intervista ha un sapore impietoso, tanto per l’insistenza delle domande, tanto per l’insistenza delle risposte.
Come dicevo prima, in rete è possibile rintracciare molte interviste rilasciate da Agota Kristof. Leggendole, in sequenza, colpisce soprattutto una cosa. Sono praticamente identiche una all’altra. Le domande generano risposte che, nei taccuini dei giornalisti, si discostano solo per pochi, impercettibili millimetri. L’evocazione del passato, di cui parla Alliette Armel, si concentra nel riassunto del suo breve racconto autobiografico “L’Analfabeta”. Come se questo racconto fosse una sorta di copione, proposto e riproposto a ogni intervista. E anche le domande che riguardano il suo modo di lavorare ripropongono, quasi ossessivamente le stesse risposte, quasi con le stesse parole.
Agota Kristof raccontava di essere molto lenta, nello scrivere. Sia per le difficoltà che incontrava a livello linguistico –il francese era stata una conquista faticosa– sia per il suo metodo di lavoro. “Il mio è come un montaggio cinematografico, ha raccontato. Non comincio sempre dall’inizio. Posso cominciare dal bel mezzo del racconto o magari dalla fine. Non scrivo mai i capitoli uno dopo l’altro. Ma poi arriva il momento in cui devo mettere a posto tutto quanto. E anche questo è un gran lavoro, la parte maggiore del lavoro.”
La ricerca dello stile e dell’originalità hanno sempre costituito per Agota Kristof un aspetto importante. “Sono il frutto di una grande ricerca, raccontava. Nei miei testi teatrali le frasi sono più elaborate. Ma, come ho già detto in molte interviste, sono un po’ frutto dell’imitazione del modo in cui mio figlio scriveva i suoi compiti di scuola. Li leggevo e il suo stile è stato determinante per me. Scriveva più o meno come ho scritto io nella Trilogia.”
Proprio lo stile scabro della sua scrittura ne ha fatto una scrittrice di culto. Ma era uno stile che in qualche modo la lasciava insoddisfatta. Su uno dei foglietti sparsi qua e là, scritti per annotare dei pensieri, mentre scriveva il romanzo “Il Grande Quaderno”, c’è scritto: ”In ogni caso è solo letteratura. Le cose vere non le ho ancora dette. La verità non potrò dirla”. Nel suo romanzo “La Terza menzogna”, la Kristof fa dire a un personaggio: ”Cerco di scrivere delle cose vere, ma io non posso, mi fa troppo male, allora abbellisco le cose per renderle più sopportabili.”
Agota Kristof aveva smesso di scrivere molti anni prima di morire per “fatica fisica”.
Qui riproponiamo prima la traduzione di un’intervista concessa a Hana Crausaz-Verselà, nel gennaio del2003, per il sito cecoslovacco I-Literatura.cz. Ci è parsa una delle interviste meglio riassuntive del pensiero della Kristof.
Di seguito l’intervista curata da Alliette Armel per Nouvel Observateur, cui abbiamo accennato più sopra.
*
Lei è arrivata in Svizzera nel 1956. Quali sono i suoi ricordi di quel periodo?
Fu un periodo molto movimentato. Il nostro treno è arrivato al confine svizzero (venivamo da Vienna), c’erano una banda e delle signore che allungavano le mani verso i finestrini per darci delle tavolette di cioccolata, erano tutti molto gentili. Poi, sempre in treno, siamo arrivati a Losanna e ci hanno portato in una specie di caserma che stava accanto a un campo di calcio– e quella è diventata il nostro alloggio. Si sono presi cura di noi e noi eravamo molto contenti.
Scriveva già, quando viveva in Ungheria?
Sì, in principio delle poesie, ma in ungherese, non parlavo ancora francese.
E queste poesie sono state pubblicate?
Sì, da alcuni giornali, ma non in una raccolta. Più tardi ho cercato di tradurle, ma non ci sono riuscita. Ne ho inserita qualcuna nel mio ultimo libro, che si intitola “Ieri”. Ci sono dei passaggi poetici che derivano appunto da ciò che avevo scritto in ungherese molto tempo fa.
Quando ha cominciato a scrivere in francese?
E’ stato un processo molto lungo perché ho lavorato in fabbrica per cinque anni –c’era il rumore delle macchine, non si parlava con nessuno e io imparavo molto lentamente. Poi ho frequentato dei corsi di francese per stranieri che erano stati organizzati dall’Università di Neuchatel. Ho imparato a leggere in francese, ma è stato difficile, perché il francese non assomiglia per niente all’ungherese. A casa leggevo molto e poi ho cominciato a scrivere, molto lentamente, non è stata una cosa immediata.
Scriveva direttamente in francese? Oppure traduceva in francese qual che aveva scritto in ungherese?
Ho cominciato a scrivere direttamente in francese. All’inizio erano brevi testi per il teatro, perché erano più facili da scrivere, rispetto ai romanzi. Si mette solo il nome e la battuta di dialogo, non c’è bisogno di scrivere lunghe frasi. Alcune di queste commedie sono state pubblicate e rappresentate a teatro. E poi, di colpo, non so perché, ho cominciato a scrivere un romanzo. Volevo parlare della mia infanzia, della mia vita insieme a mio fratello, durante la guerra, ma ho aggiunto anche altre cose, non è affatto un romanzo autobiografico. Lo è soltanto un po’.
Che ricordo ha della sua infanzia?
Un ricordo molto bello. C’era la guerra, ma non c’erano molti bombardamenti. Abitavo nella parte occidentale dell’Ungheria, non lontano dal confine con l’Austria, in una città che si chiama Koszeg.
E parlava bene il tedesco?
No, per niente, l’ho studiato un po’ a scuola, quando avevo dieci anni. Ma poi si studiava il russo. C’erano professori di francese, di tedesco, d’inglese che studiavano il russo insieme a noi perché le altre lingue erano vietate. Ma il russo mi piace molto, e così gli scrittori russi, come Dostojeski. Recentemente mi hanno regalato un Cd del gruppo ungherese Kalàka, che ha messo in musica dei testi di Sergei Esenin, una cosa molto bella.
Il suo romanzo è stato pubblicato subito, quando l’ha terminato?
Sì, l’ho mandato in Franca a tre editori, un editore l’ha trovato molto bello e l’ha pubblicato.
Pensa che avrebbe scritto le stesse storie, se lei avesse scritto in ungherese?
Sì, è possibile, ma non posso saperlo.
C’è stato qualcuno che l’ha incoraggiata, nella scrittura?
Non molto, ma mi piaceva così tanto scrivere che non aveva molta importanza.
Quando è arrivata in Svizzera lei ha lavorato in una fabbrica di orologi vicino a Neuchatel. Questa esperienza l’ha stimolata a scrivere?
Sì, in fabbrica ho scritto un po’, e scrivevo ancora in ungherese. Avevo un cassetto dove tenevo carta e penna e quando pensavo qualcosa la scrivevo e riprendevo a lavorare. Ma gli altri, in fabbrica, non lo sapevano e del resto non potevo neanche parlare perché non sapevo ancora il francese.
Ma conosceva altre persone che lo sapevano…
Il mio ex marito lo sapeva, naturalmente, ma erano comunque ancora testi in ungherese. Più tardi, quando ho cominciato a scrivere dei testi per il teatro, l’hanno saputo un buon numero di persone, visto che venivano messi in scena a Neuchatel.
Le piaceva molto, il teatro?
Quando ero in collegio, in Ungheria, il teatro mi piaceva molto in effetti. La sera non si poteva uscire e allora organizzavo degli spettacoli comici, facevo la parodia dei professori e cose così. Andavamo in una camera da letto, spiegavo il testo agli altri e poi dicevamo che avremmo fatto lo spettacolo solo se ci avessero dato del cibo. Perché c’erano molte figlie di contadini che ricevevano dei pacchetti pieni di cibo, torte, prosciutto, salsicce eccetera. Il cibo era il biglietto d’ingresso. Avevo quattordici anni, più o meno e a quell’epoca non conoscevo affatto il teatro, e quando poi mi sono messa a lavorare non potevo andare a teatro, non capivo niente, avevo tre figli che mi aspettavano, a casa. Qualche tempo dopo siamo andati ad abitare in una casa che stava vicino a un piccolo teatro che ora si chiama Centre Culturel Neuchatelois e dove poi ho cominciato ad andare tutti i pomeriggi, a leggere i giornali. Lì ho conosciuto degli attori, anche se non erano attori professionisti. Nel 1979, quando ho scritto il mio primo testo per il teatro, un pezzo di cabaret, una cosa molto divertente, John e Jo ( un testo del 1972 non tradotto in italiano Ndr), è stato messo in scena al Cafè de Marchè. E’ in quel periodo che ho conosciuto molta gente, mi hanno chiesto di scrivere altri testi, anche per la radio. Ma è John e Jo che viene soprattutto messo in scena, ancora oggi, soprattutto in Germania e nella Svizzera tedesca.
Cosa prova, quando vede che un suo testo viene messo in scena?
Ne sono molto felice. A Neuchatel gli attori che hanno recitato al Cafè de Marchè, hanno poi recitato in altre mie commedie, ovunque, per molto tempo e sono i migliori, credo.
E come trova gli adattamenti che vengono fatti dei suoi testi in prosa?
Ci sono stati adattamenti sia per il teatro che per il cinema. In alcuni casi mi sono parsi dei buoni adattamenti, in altri meno. Dei belgi, per esempio, hanno messo in scena i miei tre romanzi, a Budapest, una sera il primo, e la sera seguente gli altri due, recitavano in inglese ma erano sottotitolati in ungherese, c’era molta gente, ottime recensioni, veramente un’ottima cosa. Mentre non sono stata molto contenta, per esempio, dell’adattamento che Silvio Soldini ha fatto di Ieri, col film Brucio nel vento. Il titolo cambiato andava bene, ma poi ha cambiato il finale della storia, ne è venuto fuori l’opposto di quel che avevo scritto io. I personaggi sono partiti tutti insieme, felici e contenti… Ne ho discusso molto con Soldini e gli ho detto che non bisognava cambiare il finale, ma lui è gentile d’animo e voleva che ci fosse un lieto fine. Il film è andato molto bene in Italia, ma non negli altri paesi. E mi spiace, soprattutto per lui. C’è anche un gruppo di lavoro, diretto dal regista danese Thomas Vintemberg, che ha comprato i diritti per i miei tre romanzi, ma poi hanno avuto molte difficoltà. Non è possibile mettere insieme i miei tre romanzi, perché il film allora dovrebbe durare quattro ore e non sapevano più come fare. Hanno comperato i diritti per altri due anni, il film dovrebbe essere già fatto a finito. Sono andati anche nella città dove sono nata, in Ungheria, perché vorrebbero girare lì il film. Se non lo faranno, sarebbe veramente un peccato, perché ci sono molte altre persone che avrebbero voluto farlo, prima di loro. Insomma, alla fin fine mettono insieme il primo e il terzo romanzo, perché nel secondo ci sono troppe cose.
E questo le dà fastidio?
No, ma spero che lo faccia qualcun altro, perché lo amo molto.
Sta scrivendo qualcosa, in questo momento?
Sì, ho cominciato qualcosa, ma non va avanti perché ho molti problemi di salute, ho un’ernia del disco. Faccio molta fatica a camminare, esco raramente di casa, giusto per andare a far la spesa. Mi invitano da un sacco di parti, in tutto il mondo, ma non posso muovermi. Sono andata una volta in Giappone con mia figlia ed è stata una cosa molto gradevole. La gente, in Giappone, è fantastica, ci sono persone molto colte. Siamo rimaste lì un paio di settimane. Si cominciava ogni giorno alle nove con delle interviste, poi una decina di minuti di pausa e poi si ricominciava –tutti i giorni la stessa cosa, nelle librerie, alla radio, alla televisione. Del Giappone non ho visto niente, ero sempre con i giornalisti e con la persona che traduce tutti i miei libri in giapponese.
Il modo di vedere dei giapponesi l’ha sorpresa?
Sì, è abbastanza sbalorditivo. Il posto in cui i miei libri sono accolti con più favore è proprio il Giappone, sia come vendite sia per il pubblico che veniva ad ascoltarmi. Hanno fatto la fila per avere la firma, era incredibile. Ho veramente un grande successo, in Giappone. Hanno pubblicato anche i miei testi teatrali.
E li ha visti anche in scena?
Ho visto solo Il grande quaderno, recitato in giapponese. Una sera i gemelli erano interpretati da due ragazze e la sera successiva invece da due ragazzi. Indossavano delle maschere, era un mélange di teatro, danza e musica, veramente una bella cosa.
Accennava prima al suo traduttore giapponese. I traduttori la contattano spesso per farsi aiutare?
No, non direi. C’è stato un traduttore inglese che mi ha scritto, ma non per farmi delle domande. Voleva che sapessi quali altri autori aveva già tradotto e che dunque potevo fidarmi di lui. E’ stato veramente molto gentile.
In Ungheria lei è considerata una scrittrice Ungherese?
No, veramente no. Ma mi hanno dedicato molti articoli, ho fatto dei reading un po’ ovunque, in diverse città, ma non vengo considerata una scrittrice ungherese, penso. In Ungheria c’è un importante premio letterario che si chiama il Kosut (un personaggio del Diciottesimo secolo) e un giorno mio fratello mi ha telefonato per dirmi che ero stata candidata e che me l’avrebbero dato. Ma poi non ho ricevuto il premio perché non sono ungherese. Ora ho chiesto di potere avere il passaporto ungherese, ma la procedura è avviata ormai da un anno, è tutto molto complicato, bisogna scrivere la data di nascita dei genitori, dei nonni, e poi il matrimonio, il divorzio, mi chiedono un sacco di cose.
Lei va spesso in Ungheria?
Sì, ogni anno. L’ultima volta ci sono stata in gennaio e siccome non mi piace l’aereo ho preso un vagone letto. Era un treno diretto che partiva da Zurigo, molto comodo. Tutti i miei paranti sono venuti a trovarmi, qui in Svizzera, almeno una volta.
La sua famiglia è fiera del suo successo?
Sì, ma neppure troppo, perché ho un fratello che è anche lui scrittore. Mi ha mandato, poco tempo fa, il suo nuovo romanzo che parla di terroristi ed è molto buono. Ha cominciato con dei romanzi gialli ma ora scrive cose più serie.
Il mestiere suo e di suo fratello è qualcosa di eccezionale, nella sua famiglia?
No, non penso, in ogni caso anche mio padre scriveva molto. Era un insegnante e scriveva per un giornale che si occupava di educazione, scriveva anche poesie, ha scritto delle cose sulla prima guerra mondiale, che l’ha portato fino in Russia. Ma non scriveva molto bene, in ogni caso.
Ha letto i suoi libri?
No, perché era già morto, quando i miei libri sono stati pubblicati. Mi sarebbe piaciuto che li leggesse. Li ho mandati a mia madre, ma lei non li ha mai letti e neanche quelli di mio fratello. Non leggeva mai, li metteva su uno scaffale senza leggerli, ma questo non ha nessuna importanza.
Come nascono i suoi libri?
Non comincio mettendomi davanti a un foglio bianco. La mia giornata comincia facendo tutt’altro genere di cose, le idee nascono nella mia testa e quando sono a punto allora predo un foglio e scrivo di getto. Oppure prima di dormire. Ci penso e la mattina scrivo. La storia su cui ora sto lavorando l’ho già tutta in testa, ma è solo in un secondo momento che mi metto a scrivere.
Le succede di stupirsi di ciò che ha scritto?
Sì, molto spesso. Mi chiedo come ho potuto pensare una certa cosa e come ho potuto scriverla.
Scrive col computer?
No, scrivo a mano, qualunque cosa, non soltanto all’inizio del lavoro. E’ più che altro un miscuglio di tanti pezzettini di testo. E quando mi sembra di aver già scritto abbastanza, comincio a battere il testo a macchina. E’ un lavoro molto sgradevole perché faccio molti errori e quindi devo star lì a correggere tutto il tempo. Ma adesso il mio editore mi sta aiutando molto, io gli do il testo con le correzioni fatte a mano e lui mette tutto si dischetto.
Come ha vissuto i primi successi dei suoi libri?
All’inizio ero molto contenta, poi ne ho avuto abbastanza.
Le succede che il successo diventi un ostacolo, quando vuole scrivere una nuova storia?
Sì, perché penso di non poter scrivere meglio di così, e che dunque la nuova sarà meno bella. E infatti trovo che Ieri è meno buono dei libri precedenti.
C’è una storia che è stata più dolorosa da scrivere?
No, non ricordo. Ci sono dei momenti in cui le cose non girano, ma questo non dipende da una storia in particolare.
I suoi personaggi si esprimono con parole molto semplici, sono privi di sentimento, non analizzano né se stessi né i propri gesti, si limitano a constatare ciò che accade attorno a loro. Che ne pensa della nostra epoca, così influenzata dalla psicanalisi e da ogni genere di terapia?
E’ proprio ciò che non amo. Quando si analizza troppo, quando si parla troppo di ciò che si pensa o di ciò che si sogna. Per questo ho scelto un tipo di scrittura molto semplice. John e Jo è appunto così, gli altri testi già lo sono un po’ meno. Nella Chiave dell’ascensore (vedi), per esempio, ci sono molti aggettivi, e questo è lo stile che usano tutti, e io non avrei voluto arrivare a quel punto.
In effetti sia nella Chiave dell’ascensore, sia nel romanzo La terza menzogna, lei pone, attraverso le parole di un personaggio, sempre la stessa domanda: “ Quanto vive un uccello? Quanto vivono le persone? Un’eternità, mi sembra.”
Davvero? Non me ne sono mai accorta. Il mio traduttore giapponese, quando ha tradotto i mei esti teatrali, mi ha detto che c’era già tutto nei miei romanzi e io non me ne ricordavo affatto. Gli ho detto: ”Davvero ho già scritto questa frase?” E lui mi ha risposto: ”Oh, sì.” Aveva già la risposta pronta.
Questa domanda sull’eternità della vita umana la perseguita?
A dir la verità no, ma in ogni caso non vorrei vivere molto a lungo. E’ vero che, a volte, la vita mi sembra interminabile.
E’ molto nera, come visione delle cose…
Sì, ci sono persone che la detestano. Ho un’amica– anche lei è una scrittrice, che non è mai riuscita a leggere i miei libri.
I suoi personaggi sono spesso molto solitari, e mi sembra che la grande domanda, implicita nelle sue opere, sia spesso: ”Come sopportare una grande solitudine?” Lei trova la solitudine difficile da sopportare?
Sì, ma questo succede da quando ho lasciato il mio paese. Non subito. Avevo dei bambini, dei mariti…Ora i miei bambini sono grandi e sento di più la solitudine, anche se li vedo spesso. Ho un ragazzo che vive vicino a casa mia, una figlia che abita in un paese vicino a Neuchatel e un’altra figlia che vive a Parigi. E’ una regista di teatro e ha avuto molto successo con due testi di Claudel. Ma, sia lei che mio figlio, che è un musicista, fanno fatica a trovare un lavoro stabile.
Lei pensa che per essere artisti bisogna essere poveri?
No, ma di fatto è così. Si vede che aiuta.
Cosa fa, soprattutto, un buono scrittore?
La cosa più importante è l’originalità. Un testo non deve assomigliare a nulla che già esiste. Ci sono scrittori che scrivono sempre la stessa cosa. La mia amica scrittrice, per esempio, scrive sempre delle storie d’amore perché non ha altri soggetti tra le mani, non ha avuto altre esperienze. Scrive bene, ma sempre attorno a un unico tema.
Quali sono gli scrittori a cui si sente più vicina?
E’ difficile da dire, perché sono sempre alla ricerca. Mi piace molto il norvegese Hamsun e anche Fernando Pessoa. E’ difficile e deprimente, da leggere. Mi piaceva molto anche l’austriaco Thomas Bernard.
Lei è considerata una scrittrice svizzera di origine ungherese. E’ una definizione che le sta bene?
Sì, è così. Io sono di nazionalità svizzera.
Lei ha contatti con scrittori svizzeri o ungheresi?
Non molti, ma faccio parte della Societé des écrivains suisse e un tempo ci si vedeva spesso. Adesso per me è difficile partecipare, per le mie condizioni di salute.
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Intervista a cura di Alliette Armel da Nouvel Observateur
Non riesce più a scrivere, per niente?
No, non ne ho voglia. Ho iniziato un libro che mi porto dietro da più di dieci anni. Non ho proprio più voglia di metterci le mani e non è finito. Ne ho scritto una gran parte, in realtà, ma non l’ho mai finito e ho abbandonato tutti i miei libri, uno dopo l’altro, in un archivio.
Non se li è tenuti? Non li ha neppure in mano, per poterli eventualmente riprendere?
Solo uno, l’ultimo. E’ ancora lì. Spero di finirlo. Ma ce ne sono molti che non volevo più nemmeno vederli e li ho dati all’archivio.
Ma ce n’è ancora uno, su cui sta lavorando.
Sì, ce n’è uno, ma non va avanti.
Lei sa come sarà una storia?
Sì, la storia è già un po’ nella mia testa. Ma non riesco ad afferrare il modo in cui scriverla. Chi racconta? Chi parla? Non ho ancora deciso.
Chi parla? O piuttosto, chi scrive? E’ il grande problema dei suoi libri. In questo libro, c’è qualcuno che scrive?
Sì, sempre
Quale è la verità del testo? Anche questa è la grande domanda posta dai suoi libri.
Anche questa è una questione complicata. Posso avere delle illuminazioni improvvise: le cose riescono, e mi piacciono. Ma, talvolta, questo si ferma. Non so sempre chi sta parlando. Ma in questo periodo non scrivo più per niente e non riprendo in mano questo libro.
I suoi personaggi hanno una necessità di scrivere che sembra simile alla necessità di vivere. Accade lo stesso per lei?
No
Lei vive dunque senza la necessità di scrivere?
Sì, più o meno
Cosa vuol dire, Più o meno?
Non sempre. Di tanto in tanto mi succede. E riprendo in mano tutto, leggo tutto e riaggiusto qualche pagina.
Lei ha la sensazione di aver lasciato una traccia e che il resto, ciò che sta per accadere, è un di più?
Sì, è più o meno così. Ma il problema principale è: non posso fare di meglio di ciò che ho scritto. Mentre bisognerebbe migliorare di continuo. Nella Trilogia sentivo davvero che tutto era molto forte. Ma non posso scrivere meglio di così. Ora ho molta paura che il livello si abbassi.
Non ritrova più la stessa tensione di quando stava scrivendo la Trilogia? E, all’improvviso, dubita del risultato?
Sì, è così.
E il risultato lei l’ha fatto leggere a qualcuno?
Non c’è ancora nessun risultato. Non faccio mai degli abbozzi. Ci sono dei pezzetti, ma non è neppure certo che io li conservi. Non faccio mai vedere niente a nessuno, prima di aver finito. Ho paura di esserne influenzata.
E’ uno stato di necessità interiore, che lei non riesce a ritrovare?
Sì, è così
Per cui quando si mette al tavolo per scrivere, si ritrova a pensare: A che scopo?
Più o meno così.
Si tratta di una condizione più generale, forse? Il titolo del suo libro, “E’ lo stesso”, sembra testimoniarlo.
Tutto è lo stesso, per me, ora, sì, è proprio così. Anche la scrittura. E’ stata qualcosa di molto importante, ma ora non più.
I suoi personaggi, scrivendo, cercano la prova della loro esistenza. Lei cerca la prova dell’esistenza attraverso la scrittura. La trovata?
Sì, l’ho trovata. Ma questa preoccupazione non l’ho più. Mi lascia del tutto indifferente.
Scrivere la annoia?
Sì, un po’. Mi piacerebbe scrivere dei romanzi gialli. Ci ho anche provato. Molto tempo fa ho scritto un radiodramma che era un poliziesco e penso spesso che quel testo potrebbe essere un punto di partenza per un romanzo. Ma non ho talento per questo. So troppo poco di come la polizia conduce le inchieste, ne so poco di tribunali e di come funzionano. Non mi sento davvero in grado di scrivere delle cose così. Ma mi piace molto leggere. Leggo molti romanzi gialli.
Tutte le domande che sono state poste dai suoi romanzi, a proposito della verità e della menzogna, la preoccupano ancora o no?
No.
Come se lei fosse felice di essere semplicemente seduta su una seggiola. Sente come una pienezza, in questo?
Non sento niente di speciale
Le basta vivere.
Sì, mi è sufficiente alzarmi al mattino. Non ho bisogno di cercare altro.
Ma, ugualmente, ci sono domande che continuano a risuonare, in lei?
Non molte.
Tutte le domande che lei si è posta, rispetto alla guerra, all’infanzia, alla violenza, appartengono tutte al passato? Tutto finito?
Sì, è così. E’ tutto lo stesso.
Perché alzarsi al mattino, se tutto è lo stesso?
Perché non è piacevole stare a letto, ed è tutto. Perché si ha voglia di un caffè. Così.
E tuttavia lei ha sempre lavorato molto
Non per molti anni. Non mi è mai piaciuto lavorare, questo è chiarissimo.
Mi ha colpito il fatto che nei suoi libri il tema dei suicidio è ricorrente. Pensa che questo tema si sia ulteriormente avvicinato a lei?
No, non sono affatto un tipo da suicidio. Perché, al contrario, trovo che la vita è così breve. Poi saremo morti per sempre. Possiamo aspettare, fino a quel momento!
A cura di Claudio Castellani
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Leggi anche:
–Il saggio e l’intervista con Agota Kristof di Erica Duarte pubblicata, in francese, dalla rivista Svizzera Recto/Verso e il Dossier Agota Kristof, curata da Marie-Therèse Lathion per la stessa rivista
–Leggi Agota Kristof su wikipedia































