Agota Kristof/E’ lo stesso. E’ tutto lo stesso



 

Agota Kri­stof è morta il 27 luglio di quest’anno. E’ stata una scrit­trice di culto per molte per­sone, affa­sci­nate dalla sua prosa sem­pli­cis­sima, sca­bra, eppure molto forte.

In rete sono dispo­ni­bili molte inter­vi­ste con­cesse dalla scrit­trice sviz­zera, ma di ori­gine unghe­rese (era fug­gita dal suo paese dopo la rivolta del 1956, per­ché suo marito era in peri­colo, per motivi poli­tici). Ma inter­vi­starla credo sia stata un’esperienza dif­fi­cile, forse per­sino fru­strante. Dopo la sua morte, Alliette Armel, che l’aveva inter­vi­stata per la rivi­sta fran­cese Maga­zine lit­te­raire, ha ripro­po­sto sul set­ti­ma­nale Nou­vel Obser­va­teur il nastro puro e sem­plice di quella con­ver­sa­zione. Cioè la regi­stra­zione cioè non rie­la­bo­rata e in qual­che modo abbel­lita per tra­sfor­marla in arti­colo di gior­nale. L’intervista è pre­ce­duta da que­sto ricordo. “Era molto gen­tile. Ma si per­ce­piva imme­dia­ta­mente la sua indif­fe­renza per tutte le cose e per tutti gli esseri del mondo. Ogni domanda coz­zava con­tro la bre­vità di rispo­ste che dun­que non riu­sci­vano mai ad aprire la porta a una domanda suc­ces­siva. Solo il ricordo del pas­sato, della scrit­tura come della vita, con­sen­tiva di nutrire il dia­logo. Ma il pre­sente! Un vuoto spa­ven­toso che lasciava lei senza voce e me senza respiro: mi sen­tivo come se stessi, fisi­ca­mente, inse­guendo il respiro, come se l’aria si fosse rare­fatta. Era stata da poco ope­rata alle gambe, non usciva quasi più da casa, ma non pro­vava più alcun desi­de­rio di ritro­vare l’esterno.” L’intervista ha un sapore impie­toso, tanto per l’insistenza delle domande, tanto per l’insistenza delle risposte.

Come dicevo prima, in rete è pos­si­bile rin­trac­ciare molte inter­vi­ste rila­sciate da Agota Kri­stof. Leg­gen­dole, in sequenza, col­pi­sce soprat­tutto una cosa. Sono pra­ti­ca­mente iden­ti­che una all’altra. Le domande gene­rano rispo­ste che, nei tac­cuini dei gior­na­li­sti, si disco­stano solo per pochi, imper­cet­ti­bili mil­li­me­tri. L’evocazione del pas­sato, di cui parla Alliette Armel, si con­cen­tra nel rias­sunto del suo breve rac­conto auto­bio­gra­fico “L’Analfabeta”. Come se que­sto rac­conto fosse una sorta di copione, pro­po­sto e ripro­po­sto a ogni inter­vi­sta. E anche le domande che riguar­dano il suo modo di lavo­rare ripro­pon­gono, quasi osses­si­va­mente le stesse rispo­ste, quasi con le stesse parole.

Agota Kri­stof rac­con­tava di essere molto lenta, nello scri­vere. Sia per le dif­fi­coltà che incon­trava a livello lin­gui­stico –il fran­cese era stata una con­qui­sta fati­cosa– sia per il suo metodo di lavoro. “Il mio è come un mon­tag­gio cine­ma­to­gra­fico, ha rac­con­tato. Non comin­cio sem­pre dall’inizio. Posso comin­ciare dal bel mezzo del rac­conto o magari dalla fine. Non scrivo mai i capi­toli uno dopo l’altro. Ma poi arriva il momento in cui devo met­tere a posto tutto quanto. E anche que­sto è un gran lavoro, la parte mag­giore del lavoro.”

La ricerca dello stile e dell’originalità hanno sem­pre costi­tuito per Agota Kri­stof un aspetto impor­tante. “Sono il frutto di una grande ricerca, rac­con­tava. Nei miei testi tea­trali le frasi sono più ela­bo­rate. Ma, come ho già detto in molte inter­vi­ste, sono un po’ frutto dell’imitazione del modo in cui mio figlio scri­veva i suoi com­piti di scuola. Li leg­gevo e il suo stile è stato deter­mi­nante per me. Scri­veva più o meno come ho scritto io nella Trilogia.”

Pro­prio lo stile sca­bro della sua scrit­tura ne ha fatto una scrit­trice di culto. Ma era uno stile che in qual­che modo la lasciava insod­di­sfatta. Su uno dei foglietti sparsi qua e là, scritti per anno­tare dei pen­sieri, men­tre scri­veva il romanzo  “Il Grande Qua­derno”, c’è scritto: ”In ogni caso è solo let­te­ra­tura. Le cose vere non le ho ancora dette. La verità non potrò dirla”. Nel suo romanzo “La Terza men­zo­gna”, la Kri­stof fa dire a un per­so­nag­gio: ”Cerco di scri­vere delle cose vere, ma io non posso, mi fa troppo male, allora abbel­li­sco le cose per ren­derle più sopportabili.”

Agota Kri­stof aveva smesso di scri­vere molti anni prima di morire per “fatica fisica”.

Qui ripro­po­niamo prima la tra­du­zione di un’intervista con­cessa a Hana  Crausaz-Verselà, nel gen­naio del2003, per il sito ceco­slo­vacco I-Literatura.cz. Ci è parsa una delle inter­vi­ste meglio rias­sun­tive del pen­siero della Kristof.

Di seguito l’intervista curata da Alliette Armel per Nou­vel Obser­va­teur, cui abbiamo accen­nato più sopra.

*

Lei è arri­vata in Sviz­zera nel 1956. Quali sono i suoi ricordi di quel periodo?

Fu un periodo molto movi­men­tato. Il nostro treno è arri­vato al con­fine sviz­zero (veni­vamo da Vienna), c’erano una banda e delle signore che allun­ga­vano le mani verso i fine­strini per darci delle tavo­lette di cioc­co­lata, erano tutti molto gen­tili. Poi, sem­pre in treno, siamo arri­vati a Losanna e ci hanno por­tato in una spe­cie di caserma che stava accanto a un campo di cal­cio– e quella è diven­tata il nostro allog­gio. Si sono presi cura di noi e noi era­vamo molto contenti.

Scri­veva già, quando viveva in Ungheria?

Sì, in prin­ci­pio delle poe­sie, ma in unghe­rese, non par­lavo ancora francese.

E que­ste poe­sie sono state pubblicate?

Sì, da alcuni gior­nali, ma non in una rac­colta. Più tardi ho cer­cato di tra­durle, ma non ci sono riu­scita. Ne ho inse­rita qual­cuna nel mio ultimo libro, che si inti­tola “Ieri”. Ci sono dei pas­saggi poe­tici che deri­vano appunto da ciò che avevo scritto in unghe­rese molto tempo fa.

Quando ha comin­ciato a scri­vere in francese?

E’ stato un pro­cesso molto lungo per­ché ho lavo­rato in fab­brica per cin­que anni –c’era il rumore delle mac­chine, non si par­lava con nes­suno e io impa­ravo molto len­ta­mente. Poi ho fre­quen­tato dei corsi di fran­cese per stra­nieri che erano stati orga­niz­zati dall’Università di Neu­cha­tel. Ho impa­rato a leg­gere in fran­cese, ma è stato dif­fi­cile, per­ché il fran­cese non asso­mi­glia per niente all’ungherese. A casa leg­gevo molto e poi ho comin­ciato a scri­vere, molto len­ta­mente, non è stata una cosa immediata.

Scri­veva diret­ta­mente in fran­cese? Oppure tra­du­ceva in fran­cese qual che aveva scritto in ungherese?

Ho comin­ciato a scri­vere diret­ta­mente in fran­cese. All’inizio erano brevi testi per il tea­tro, per­ché erano più facili da scri­vere, rispetto ai romanzi. Si mette solo il nome e la bat­tuta di dia­logo, non c’è biso­gno di scri­vere lun­ghe frasi. Alcune di que­ste com­me­die sono state pub­bli­cate e rap­pre­sen­tate a tea­tro. E poi, di colpo, non so per­ché, ho comin­ciato a scri­vere un romanzo. Volevo par­lare della mia infan­zia, della mia vita insieme a mio fra­tello, durante la guerra, ma ho aggiunto anche altre cose, non è affatto un romanzo auto­bio­gra­fico. Lo è sol­tanto un po’.

Che ricordo ha della sua infanzia?

Un ricordo molto bello. C’era la guerra, ma non c’erano molti bom­bar­da­menti. Abi­tavo nella parte occi­den­tale dell’Ungheria, non lon­tano dal con­fine con l’Austria, in una città che si chiama Koszeg.

E par­lava bene il tedesco?

No, per niente, l’ho stu­diato un po’ a scuola, quando avevo dieci anni. Ma poi si stu­diava il russo. C’erano pro­fes­sori di fran­cese, di tede­sco, d’inglese che stu­dia­vano il russo insieme a noi per­ché le altre lin­gue erano vie­tate. Ma il russo mi piace molto, e così gli scrit­tori russi, come Dosto­je­ski. Recen­te­mente mi hanno rega­lato un Cd del gruppo unghe­rese Kalàka, che ha messo in musica dei testi di Ser­gei Ese­nin, una cosa molto bella.

Il suo romanzo è stato pub­bli­cato subito, quando l’ha terminato?

Sì, l’ho man­dato in Franca a tre edi­tori, un edi­tore l’ha tro­vato molto bello e l’ha pubblicato.

Pensa che avrebbe scritto le stesse sto­rie, se lei avesse scritto in ungherese?

Sì, è pos­si­bile, ma non posso saperlo.

C’è stato qual­cuno che l’ha inco­rag­giata, nella scrittura?

Non molto, ma mi pia­ceva così tanto scri­vere che non aveva molta importanza.

Quando è arri­vata in Sviz­zera lei ha lavo­rato in una fab­brica di oro­logi vicino a Neu­cha­tel. Que­sta espe­rienza l’ha sti­mo­lata a scrivere?

Sì, in fab­brica ho scritto un po’, e scri­vevo ancora in unghe­rese. Avevo un cas­setto dove tenevo carta e penna e quando pen­savo qual­cosa la scri­vevo e ripren­devo a lavo­rare. Ma gli altri, in fab­brica, non lo sape­vano e del resto non potevo nean­che par­lare per­ché non sapevo ancora il francese.

Ma cono­sceva altre per­sone che lo sapevano…

Il mio ex marito lo sapeva, natu­ral­mente, ma erano comun­que ancora testi in unghe­rese. Più tardi, quando ho comin­ciato a scri­vere dei testi per il tea­tro, l’hanno saputo un buon numero di per­sone, visto che veni­vano messi in scena a Neuchatel.

Le pia­ceva molto, il teatro?

Quando ero in col­le­gio, in Unghe­ria, il tea­tro mi pia­ceva molto in effetti. La sera non si poteva uscire e allora orga­niz­zavo degli spet­ta­coli comici, facevo la paro­dia dei pro­fes­sori e cose così. Anda­vamo in una camera da letto, spie­gavo il testo agli altri e poi dice­vamo che avremmo fatto lo spet­ta­colo solo se ci aves­sero dato del cibo. Per­ché c’erano molte figlie di con­ta­dini che rice­ve­vano dei pac­chetti pieni di cibo, torte, pro­sciutto, sal­sicce ecce­tera. Il cibo era il biglietto d’ingresso. Avevo quat­tor­dici anni, più o meno e a quell’epoca non cono­scevo affatto il tea­tro, e quando poi mi sono messa a lavo­rare non potevo andare a tea­tro, non capivo niente, avevo tre figli che mi aspet­ta­vano, a casa. Qual­che tempo dopo siamo andati ad abi­tare in una casa che stava vicino a un pic­colo tea­tro che ora si chiama Cen­tre Cul­tu­rel Neu­cha­te­lois e dove poi ho comin­ciato ad andare tutti i pome­riggi, a leg­gere i gior­nali. Lì ho cono­sciuto degli attori, anche se non erano attori pro­fes­sio­ni­sti. Nel 1979, quando ho scritto il mio primo testo per il tea­tro, un pezzo di caba­ret, una cosa molto diver­tente, John e Jo ( un testo del 1972 non tra­dotto in ita­liano Ndr), è stato messo in scena al Cafè de Mar­chè. E’ in quel periodo che ho cono­sciuto molta gente, mi hanno chie­sto di scri­vere altri testi, anche per la radio. Ma è John e Jo che viene soprat­tutto messo in scena, ancora oggi, soprat­tutto in Ger­ma­nia e nella Sviz­zera tedesca.

Cosa prova, quando vede che un suo testo viene messo in scena?

Ne sono molto felice. A Neu­cha­tel gli attori che hanno reci­tato al Cafè de Mar­chè, hanno poi reci­tato in altre mie com­me­die, ovun­que, per molto tempo e sono i migliori, credo.

E come trova gli adat­ta­menti che ven­gono fatti dei suoi testi in prosa?

Ci sono stati adat­ta­menti sia per il tea­tro che per il cinema. In alcuni casi mi sono parsi dei buoni adat­ta­menti, in altri meno. Dei belgi, per esem­pio, hanno messo in scena i miei tre romanzi, a Buda­pest, una sera il primo, e la sera seguente gli altri due, reci­ta­vano in inglese ma erano sot­to­ti­to­lati in unghe­rese, c’era molta gente, ottime recen­sioni, vera­mente un’ottima cosa. Men­tre non sono stata molto con­tenta, per esem­pio, dell’adattamento che Sil­vio Sol­dini ha fatto di Ieri, col film Bru­cio nel vento. Il titolo cam­biato andava bene, ma poi ha cam­biato il finale della sto­ria, ne è venuto fuori l’opposto di quel che avevo scritto io. I per­so­naggi sono par­titi tutti insieme, felici e con­tenti… Ne ho discusso molto con Sol­dini e gli ho detto che non biso­gnava cam­biare il finale, ma lui è gen­tile d’animo e voleva che ci fosse un lieto fine. Il film è andato molto bene in Ita­lia, ma non negli altri paesi. E mi spiace, soprat­tutto per lui. C’è anche un gruppo di lavoro, diretto dal regi­sta danese Tho­mas Vin­tem­berg, che ha com­prato i diritti per i miei tre romanzi, ma poi hanno avuto molte dif­fi­coltà. Non è pos­si­bile met­tere insieme i miei tre romanzi, per­ché il film allora dovrebbe durare quat­tro ore e non sape­vano più come fare. Hanno com­pe­rato i diritti per altri due anni, il film dovrebbe essere già fatto a finito. Sono andati anche nella città dove sono nata, in Unghe­ria, per­ché vor­reb­bero girare lì il film. Se non lo faranno, sarebbe vera­mente un pec­cato, per­ché ci sono molte altre per­sone che avreb­bero voluto farlo, prima di loro. Insomma, alla fin fine met­tono insieme il primo e il terzo romanzo, per­ché nel secondo ci sono troppe cose.

E que­sto le dà fastidio?

No, ma spero che lo fac­cia qual­cun altro, per­ché lo amo molto.

Sta scri­vendo qual­cosa, in que­sto momento?

Sì, ho comin­ciato qual­cosa, ma non va avanti per­ché ho molti pro­blemi di salute, ho un’ernia del disco. Fac­cio molta fatica a cam­mi­nare, esco rara­mente di casa, giu­sto per andare a far la spesa. Mi invi­tano da un sacco di parti, in tutto il mondo, ma non posso muo­vermi. Sono andata una volta in Giap­pone con mia figlia ed è stata una cosa molto gra­de­vole. La gente, in Giap­pone, è fan­ta­stica, ci sono per­sone molto colte. Siamo rima­ste lì un paio di set­ti­mane. Si comin­ciava ogni giorno alle nove con delle inter­vi­ste, poi una decina di minuti di pausa e poi si rico­min­ciava –tutti i giorni la stessa cosa, nelle libre­rie, alla radio, alla tele­vi­sione. Del Giap­pone non ho visto niente, ero sem­pre con i gior­na­li­sti e con la per­sona che tra­duce tutti i miei libri in giapponese.

Il modo di vedere dei giap­po­nesi l’ha sorpresa?

Sì, è abba­stanza sba­lor­di­tivo. Il posto in cui i miei libri sono accolti con più favore è pro­prio il Giap­pone, sia come ven­dite sia per il pub­blico che veniva ad ascol­tarmi. Hanno fatto la fila per avere la firma, era incre­di­bile. Ho vera­mente un grande suc­cesso, in Giap­pone. Hanno pub­bli­cato anche i miei testi teatrali.

E li ha visti anche in scena?

Ho visto solo Il grande qua­derno, reci­tato in giap­po­nese. Una sera i gemelli erano inter­pre­tati da due ragazze e la sera suc­ces­siva invece da due ragazzi. Indos­sa­vano delle maschere, era un mélange di tea­tro, danza e musica, vera­mente una bella cosa.

Accen­nava prima al suo tra­dut­tore giap­po­nese. I tra­dut­tori la con­tat­tano spesso per farsi aiutare?

No, non direi. C’è stato un tra­dut­tore inglese che mi ha scritto, ma non per farmi delle domande. Voleva che sapessi quali altri autori aveva già tra­dotto e che dun­que potevo fidarmi di lui. E’ stato vera­mente molto gentile.

In Unghe­ria lei è con­si­de­rata una scrit­trice Ungherese?

No, vera­mente no. Ma mi hanno dedi­cato molti arti­coli, ho fatto dei rea­ding un po’ ovun­que, in diverse città, ma non vengo con­si­de­rata una scrit­trice unghe­rese, penso. In Unghe­ria c’è un impor­tante pre­mio let­te­ra­rio che si chiama il Kosut (un per­so­nag­gio del Diciot­te­simo secolo) e un giorno mio fra­tello mi ha tele­fo­nato per dirmi che ero stata can­di­data e che me l’avrebbero dato. Ma poi non ho rice­vuto il pre­mio per­ché non sono unghe­rese. Ora ho chie­sto di potere avere il pas­sa­porto unghe­rese, ma la pro­ce­dura è avviata ormai da un anno, è tutto molto com­pli­cato, biso­gna scri­vere la data di nascita dei geni­tori, dei nonni, e poi il matri­mo­nio, il divor­zio, mi chie­dono un sacco di cose.

Lei va spesso in Ungheria?

Sì, ogni anno. L’ultima volta ci sono stata in gen­naio e sic­come non mi piace l’aereo ho preso un vagone letto. Era un treno diretto che par­tiva da Zurigo, molto comodo. Tutti i miei paranti sono venuti a tro­varmi, qui in Sviz­zera, almeno una volta.

La sua fami­glia è fiera del suo successo?

Sì, ma nep­pure troppo, per­ché ho un fra­tello che è anche lui scrit­tore. Mi ha man­dato, poco tempo fa, il suo nuovo romanzo che parla di ter­ro­ri­sti ed è molto buono. Ha comin­ciato con dei romanzi gialli ma ora scrive cose più serie.

Il mestiere suo e di suo fra­tello è qual­cosa di ecce­zio­nale, nella sua famiglia?

No, non penso, in ogni caso anche mio padre scri­veva molto. Era un inse­gnante e scri­veva per un gior­nale che si occu­pava di edu­ca­zione, scri­veva anche poe­sie, ha scritto delle cose sulla prima guerra mon­diale, che l’ha por­tato fino in Rus­sia. Ma non scri­veva molto bene, in ogni caso.

Ha letto i suoi libri?

No, per­ché era già morto, quando i miei libri sono stati pub­bli­cati. Mi sarebbe pia­ciuto che li leg­gesse. Li ho man­dati a mia madre, ma lei non li ha mai letti e nean­che quelli di mio fra­tello. Non leg­geva mai, li met­teva su uno scaf­fale senza leg­gerli, ma que­sto non ha nes­suna importanza.

Come nascono i suoi libri?

Non comin­cio met­ten­domi davanti a un foglio bianco. La mia gior­nata comin­cia facendo tutt’altro genere di cose, le idee nascono nella mia testa e quando sono a punto allora predo un foglio e scrivo di getto. Oppure prima di dor­mire. Ci penso e la mat­tina scrivo. La sto­ria su cui ora sto lavo­rando l’ho già tutta in testa, ma è solo in un secondo momento che mi metto a scrivere.

Le suc­cede di stu­pirsi di ciò che ha scritto?

Sì, molto spesso. Mi chiedo come ho potuto pen­sare una certa cosa e come ho potuto scriverla.

Scrive col computer?

No, scrivo a mano, qua­lun­que cosa, non sol­tanto all’inizio del lavoro. E’ più che altro un miscu­glio di tanti pez­zet­tini di testo. E quando mi sem­bra di aver già scritto abba­stanza, comin­cio a bat­tere il testo a mac­china. E’ un lavoro molto sgra­de­vole per­ché fac­cio molti errori e quindi devo star lì a cor­reg­gere tutto il tempo. Ma adesso il mio edi­tore mi sta aiu­tando molto, io gli do il testo con le cor­re­zioni fatte a mano e lui mette tutto si dischetto.

Come ha vis­suto i primi suc­cessi dei suoi libri?

All’inizio ero molto con­tenta, poi ne ho avuto abbastanza.

Le suc­cede che il suc­cesso diventi un osta­colo, quando vuole scri­vere una nuova storia?

Sì, per­ché penso di non poter scri­vere meglio di così, e che dun­que la nuova sarà meno bella. E infatti trovo che Ieri è meno buono dei libri precedenti.

C’è una sto­ria che è stata più dolo­rosa da scrivere?

No, non ricordo. Ci sono dei momenti in cui le cose non girano, ma que­sto non dipende da una sto­ria in particolare.

I suoi per­so­naggi si espri­mono con parole molto sem­plici, sono privi di sen­ti­mento, non ana­liz­zano né se stessi né i pro­pri gesti, si limi­tano a con­sta­tare ciò che accade attorno a loro. Che ne pensa della nostra epoca, così influen­zata dalla psi­ca­na­lisi e da ogni genere di terapia?

E’ pro­prio ciò che non amo. Quando si ana­lizza troppo, quando si parla troppo di ciò che si pensa o di ciò che si sogna. Per que­sto ho scelto un tipo di scrit­tura molto sem­plice. John e Jo è appunto così, gli altri testi già lo sono un po’ meno. Nella Chiave dell’ascensore (vedi), per esem­pio, ci sono molti agget­tivi, e que­sto è lo stile che usano tutti, e io non avrei voluto arri­vare a quel punto.

In effetti sia nella Chiave dell’ascensore, sia nel romanzo La terza men­zo­gna, lei pone, attra­verso le parole di un per­so­nag­gio, sem­pre la stessa domanda: “ Quanto vive un uccello? Quanto vivono le per­sone? Un’eternità, mi sembra.”

Dav­vero? Non me ne sono mai accorta. Il mio tra­dut­tore giap­po­nese, quando ha tra­dotto i mei esti tea­trali, mi ha detto che c’era già tutto nei miei romanzi e io non me ne ricor­davo affatto. Gli ho detto: ”Dav­vero ho già scritto que­sta frase?” E lui mi ha rispo­sto: ”Oh, sì.” Aveva già la rispo­sta pronta.

Que­sta domanda sull’eternità della vita umana la perseguita?

A dir la verità no, ma in ogni caso non vor­rei vivere molto a lungo. E’ vero che, a volte, la vita mi sem­bra interminabile.

E’ molto nera, come visione delle cose…

Sì, ci sono per­sone che la dete­stano. Ho un’amica– anche lei è una scrit­trice, che non è mai riu­scita a leg­gere i miei libri.

I suoi per­so­naggi sono spesso molto soli­tari, e mi sem­bra che la grande domanda, impli­cita nelle sue opere, sia spesso: ”Come sop­por­tare una grande soli­tu­dine?” Lei trova la soli­tu­dine dif­fi­cile da sopportare?

Sì, ma que­sto suc­cede da quando ho lasciato il mio paese. Non subito. Avevo dei bam­bini, dei mariti…Ora i miei bam­bini sono grandi e sento di più la soli­tu­dine, anche se li vedo spesso. Ho un ragazzo che vive vicino a casa mia, una figlia che abita in un paese vicino a Neu­cha­tel e un’altra figlia che vive a Parigi. E’ una regi­sta di tea­tro e ha avuto molto suc­cesso con due testi di Clau­del. Ma, sia lei che mio figlio, che è un musi­ci­sta, fanno fatica a tro­vare un lavoro stabile.

Lei pensa che per essere arti­sti biso­gna essere poveri?

No, ma di fatto è così. Si vede che aiuta.

Cosa fa, soprat­tutto, un buono scrittore?

La cosa più impor­tante è l’originalità. Un testo non deve asso­mi­gliare a nulla che già esi­ste. Ci sono scrit­tori che scri­vono sem­pre la stessa cosa. La mia amica scrit­trice, per esem­pio, scrive sem­pre delle sto­rie d’amore per­ché non ha altri sog­getti tra le mani, non ha avuto altre espe­rienze. Scrive bene, ma sem­pre attorno a un unico tema.

Quali sono gli scrit­tori a cui si sente più vicina?

E’ dif­fi­cile da dire, per­ché sono sem­pre alla ricerca. Mi piace molto il nor­ve­gese Ham­sun e anche Fer­nando Pes­soa. E’ dif­fi­cile e depri­mente, da leg­gere. Mi pia­ceva molto anche l’austriaco Tho­mas Bernard.

Lei è con­si­de­rata una scrit­trice sviz­zera di ori­gine unghe­rese. E’ una defi­ni­zione che le sta bene?

Sì, è così. Io sono di nazio­na­lità svizzera.

Lei ha con­tatti con scrit­tori sviz­zeri o ungheresi?

Non molti, ma fac­cio parte della Societé des écri­vains suisse e un tempo ci si vedeva spesso. Adesso per me è dif­fi­cile par­te­ci­pare, per le mie con­di­zioni di salute.

 

*

Inter­vi­sta a cura di Alliette Armel da Nou­vel Observateur

Non rie­sce più a scri­vere, per niente?

No, non ne ho voglia. Ho ini­ziato un libro che mi porto die­tro da più di dieci anni. Non ho pro­prio più voglia di met­terci le mani e non è finito. Ne ho scritto una gran parte, in realtà, ma non l’ho mai finito e ho abban­do­nato tutti i miei libri, uno dopo l’altro, in un archivio.

Non se li è tenuti? Non li ha nep­pure in mano, per poterli even­tual­mente riprendere?

Solo uno, l’ultimo. E’ ancora lì. Spero di finirlo. Ma ce ne sono molti che non volevo più nem­meno vederli e li ho dati all’archivio.

Ma ce n’è ancora uno, su cui sta lavorando.

Sì, ce n’è uno, ma non va avanti.

Lei sa come sarà una storia?

Sì, la sto­ria è già un po’ nella mia testa. Ma non rie­sco ad affer­rare il modo in cui scri­verla. Chi rac­conta? Chi parla? Non ho ancora deciso.

Chi parla? O piut­to­sto, chi scrive? E’ il grande pro­blema dei suoi libri. In que­sto libro, c’è qual­cuno che scrive?

Sì, sem­pre

Quale è la verità del testo? Anche que­sta è la grande domanda posta dai suoi libri.

Anche que­sta è una que­stione com­pli­cata. Posso avere delle illu­mi­na­zioni improv­vise: le cose rie­scono, e mi piac­ciono. Ma, tal­volta, que­sto si ferma. Non so sem­pre chi sta par­lando. Ma in que­sto periodo non scrivo più per niente e non riprendo in mano que­sto libro.

I suoi per­so­naggi hanno una neces­sità di scri­vere che sem­bra simile alla neces­sità di vivere. Accade lo stesso per lei?

No

Lei vive dun­que senza la neces­sità di scrivere?

Sì, più o meno

Cosa vuol dire, Più o meno?

Non sem­pre. Di tanto in tanto mi suc­cede. E riprendo in mano tutto, leggo tutto e riag­giu­sto qual­che pagina.

Lei ha la sen­sa­zione di aver lasciato una trac­cia e che il resto, ciò che sta per acca­dere, è un di più?

Sì, è più o meno così. Ma il pro­blema prin­ci­pale è: non posso fare di meglio di ciò che ho scritto. Men­tre biso­gne­rebbe miglio­rare di con­ti­nuo. Nella Tri­lo­gia sen­tivo dav­vero che tutto era molto forte. Ma non posso scri­vere meglio di così. Ora ho molta paura che il livello si abbassi.

Non ritrova più la stessa ten­sione di quando stava scri­vendo la Tri­lo­gia? E, all’improvviso, dubita del risultato?

Sì, è così.

E il risul­tato lei l’ha fatto leg­gere a qualcuno?

Non c’è ancora nes­sun risul­tato. Non fac­cio mai degli abbozzi. Ci sono dei pez­zetti, ma non è nep­pure certo che io li con­servi. Non fac­cio mai vedere niente a nes­suno, prima di aver finito. Ho paura di esserne influenzata.

E’ uno stato di neces­sità inte­riore, che lei non rie­sce a ritrovare?

Sì, è così

Per cui quando si mette al tavolo per scri­vere, si ritrova a pen­sare: A che scopo?

Più o meno così.

Si tratta di una con­di­zione più gene­rale, forse? Il titolo del suo libro, “E’ lo stesso”, sem­bra testimoniarlo.

Tutto è lo stesso, per me, ora, sì, è pro­prio così. Anche la scrit­tura. E’ stata qual­cosa di molto impor­tante, ma ora non più.

I suoi per­so­naggi, scri­vendo, cer­cano la prova della loro esi­stenza. Lei cerca la prova dell’esistenza attra­verso la scrit­tura. La trovata?

Sì, l’ho tro­vata. Ma que­sta pre­oc­cu­pa­zione non l’ho più. Mi lascia del tutto indifferente.

Scri­vere la annoia?

Sì, un po’. Mi pia­ce­rebbe scri­vere dei romanzi gialli. Ci ho anche pro­vato. Molto tempo fa ho scritto un radio­dramma che era un poli­zie­sco e penso spesso che quel testo potrebbe essere un punto di par­tenza per un romanzo. Ma non ho talento per que­sto. So troppo poco di come la poli­zia con­duce le inchie­ste, ne so poco di tri­bu­nali e di come fun­zio­nano. Non mi sento dav­vero in grado di scri­vere delle cose così. Ma mi piace molto leg­gere. Leggo molti romanzi gialli.

Tutte le domande che sono state poste dai suoi romanzi, a pro­po­sito della verità e della men­zo­gna, la pre­oc­cu­pano ancora o no?

No.

Come se lei fosse felice di essere sem­pli­ce­mente seduta su una seg­giola. Sente come una pie­nezza, in questo?

Non sento niente di speciale

Le basta vivere.

Sì, mi è suf­fi­ciente alzarmi al mat­tino. Non ho biso­gno di cer­care altro.

Ma, ugual­mente, ci sono domande che con­ti­nuano a risuo­nare, in lei?

Non molte.

Tutte le domande che lei si è posta, rispetto alla guerra, all’infanzia, alla vio­lenza, appar­ten­gono tutte al pas­sato? Tutto finito?

Sì, è così. E’ tutto lo stesso.

Per­ché alzarsi al mat­tino, se tutto è lo stesso?

Per­ché non è pia­ce­vole stare a letto, ed è tutto. Per­ché si ha voglia di un caffè. Così.

E tut­ta­via lei ha sem­pre lavo­rato molto

Non per molti anni. Non mi è mai pia­ciuto lavo­rare, que­sto è chiarissimo.

Mi ha col­pito il fatto che nei suoi libri il tema dei sui­ci­dio è ricor­rente. Pensa che que­sto tema si sia ulte­rior­mente avvi­ci­nato a lei?

No, non sono affatto un tipo da sui­ci­dio. Per­ché, al con­tra­rio, trovo che la vita è così breve. Poi saremo morti per sem­pre. Pos­siamo aspet­tare, fino a quel momento!

 

A cura di Clau­dio Castellani

*

Leggi anche:

–Il sag­gio e l’intervista con Agota Kri­stof di Erica Duarte pub­bli­cata, in fran­cese, dalla rivi­sta Sviz­zera Recto/Verso e il Dos­sier Agota Kri­stof, curata da Marie-Therèse Lathion per la stessa rivista

–Leggi Agota Kri­stof su wikipedia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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     novembre 23, 2011 Pubblicato in Articoli, Autori, Interviste -       Leggi Tutto
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