Perchè scrivo/L’alfabetosfera dell’essere



di paolo vachino

Alla domanda: “per­ché scrivo?” — for­mu­lata oggi — ho senza dub­bio una rispo­sta, che mi pia­ce­rebbe tra­durre in scrit­tura. Trovo però delle resi­stenze, delle arren­de­voli titu­banze, per­ché ho pro­vato a for­mu­larla ai tanti me che mi hanno accom­pa­gnato fino a qui, e ogni volta, ho udito da loro delle rispo­ste molto diverse, biz­zarre, per certi versi quasi aliene al me che credo di essere oggi.

All’alfabeto sono stato avviato da mia madre, in età pre­sco­la­stica: sono arri­vato al mio primo giorno di scuola sapendo, quindi, già scri­vere. E mi è pia­ciuto subito avere una matita tra le mani; non mi è stato dif­fi­cile quindi, com­pren­dere molti anni dopo, cosa vuol dire Erri De Luca quando afferma che “scri­vere è fare con le mani”. Per il me bam­bino è stato pro­prio que­sto: un fare con le mani; un fare diverso rispetto allo spro­fon­dare le dita nell’umido della terra, e arri­vare a cena con le unghie aureo­late di nero, susci­tando le ire geni­to­riali per l’affronto reso a tova­glie e sto­vi­glie, imban­denti deschi dome­stici con cibi pre­pa­rati dall’amorevole dedi­zione materna.

Ma que­sta mia vora­cità di appren­dere la mera­vi­gliosa arte del trac­ciare dei segni sulla carta, era acuita dal pia­cere immenso che ne seguiva: quei segni che len­ta­mente impa­ravo a fab­bri­care, li tro­vavo ovun­que intorno a me: sulla estesa fac­ciata della chiesa, eclis­sante ogni mat­tina il levarsi del sole dai campi amman­tel­lati intorno al lago more­nico, inca­sto­nato tra mam­mel­lose col­line, sul gior­nale che mio padre acqui­stava (poteva eco­no­mi­ca­mente acqui­stare) solo alla dome­nica mat­tina, den­tro allo schermo della tele­vi­sione, sui barat­toli golosi di cioc­co­lata. Quei segni dove­vano avere dei poteri magici: per­ché, quando sal­tavo sulle spalle di mio padre che amava leg­gere il gior­nale sugli sca­lini di pie­tra in giar­dino, e a fatica com­pi­tavo le seguenti sil­labe: “dome­nica di sole al…”, improv­vi­sa­mente vedevo una luce sfa­vil­lare sulla pagina, e non capivo più il senso di quello che stava acca­dendo, e se il sole, che mi appa­riva in tutto il suo bril­lio, stesse ada­giato tra le mani di mio padre che con­ti­nuava ignaro a sfo­gliare le pagine len­zuo­lose del gior­nale, o invece pat­ti­nasse infra­pal­pe­bral­mente sui miei occhi; o, peg­gio ancora, avesse vio­lato la super­fi­cie del mio corpo e fosse pene­trato den­tro di me, in chissà quale ter­ri­to­rio che cre­devo invio­la­bile. Alzavo gli occhi per vedere se per caso il sole non fosse anche lì dove doveva essere: nel cielo; e invece c’erano solo delle nuvole al guin­za­glio di tanti altri occhi, che le sta­vano osser­vando nello stesso istante.

Il mio primo me bam­bino avrebbe rispo­sto alla domanda “per­ché scrivo?”: “per impa­rare a fab­bri­care quei segni che mi avreb­bero prima di tutto per­messo di rico­no­scere gli stessi segni trac­ciati da altri”. Quei segni erano la prima cosa che appren­devo essere comune a tutti, erano di tutti. Pro­prio come avrei capito essere la Poe­sia, molti anni dopo: essere come il pane, come il pane di tutti, per tutti. E poi erano magici, quei segni, quella fami­glia di let­tere, per­ché dall’unione di alcune di loro avrei potuto vedere, dopo aver sem­pli­ce­mente letto un car­tello stra­dale, man­drie di muc­che al pascolo, quando in realtà c’erano solo prati verdi rico­perti di erba qua e là mor­bil­losa di corolle colorate.

Quei segni erano un punto di incon­tro tra me e il mondo: appa­ren­te­mente muti esplo­de­vano in una fan­ta­sma­go­ria di imma­gini, come tante bolle di sapone sulla scia di un sof­fio. Ma non acca­deva ogni volta la stessa cosa, e que­sto dipen­deva non solo e non tanto dal segno trac­ciato, ma molto anche dal me osser­vante, dalla mia ener­gia di let­tore in erba. Pro­prio come nelle pale­stre: pesi da sol­le­vare per tor­nire i muscoli della mente, dell’immaginazione, della fan­ta­sia. Avevo paura a volte delle imma­gini che la mia fan­ta­sia con­vo­cava alla con­sa­pe­vo­lezza, sti­mo­lata dall’incontro con quei segni trac­ciati da altri. Non sapevo ancora che l’etimo di fan­ta­sia (= phaìno) volesse signi­fi­care “mostro”. E così mi atter­riva ancor di più l’idea di poter dare vita a dei mostri, di poter spa­ven­tare altri come loro sta­vano facendo con me.

Par­tendo da quel mio primo me, le rifles­sioni che si stanno com­po­nendo intorno all’interrogativo “per­ché scrivo?” vanno via via for­man­dosi attra­verso la seduta ple­na­ria dei tanti altri me sus­se­gui­tisi nel tempo. E uno di que­sti che ha preso ener­gi­ca­mente la parola pro­prio in quest’istante, e sta riven­di­cando forte il diritto di essere ascol­tato, dice che “scri­vere è incon­trare qual­cuno senza che occorra la sua pre­senza”, “è instau­rare una rela­zione con un inter-locutore assente”, “un gioco tra le parti dove una parte non c’è, anzi, sce­glie di essere pre­sente in un’altra forma: un assen­tire attra­verso l’assenza a essere pre­senti attra­verso l’essenza tra­va­sata in un segno”, “alchi­mia inte­riore”. “Scri­vere come atto di rinun­cia a essere pre­senti al momento dell’apertura del pacco pieno di parole: pacco dono / pacco bomba”. “Bene­fat­tori. Ter­ro­ri­sti”. “Angeli. Demoni”.

Dall’ascolto del me che ha appena ceduto il micro­fono a un altro me, mi sem­bra di capire che la ter­ri­bi­lità della scrit­tura con­si­sta pro­prio in que­sto: pas­sare in un sof­fio dalla vita alla morte, dal dolore al pia­cere. Si eli­dono i tempi dell’innesco delle emo­zioni: si entra in un uni­verso paral­lelo alla vita. L’alfabetosfera dell’essere.

Nell’assemblea dei miei me sta avve­nendo un con­ci­tato avvampo di urla: tutti vogliono pren­dere la parola, quella par­lata, avente il soprav­vento quindi su quella scritta, che si assi­len­zia per con­sen­tire, appunto, il paci­fico svol­gi­mento dell’adunanza, quell’ad-unare neces­sa­rio al ricom­pat­ta­mento dell’Uno che si sta accin­gendo a pren­dere la bici­cletta per andare a incon­trare l’umore del mare di oggi.

Non fosse altro per­ché in più di uno si sta sco­modi sulla sella.

Una anche lei.

Una anche lei?

Chissà.




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     ottobre 28, 2008 Pubblicato in I modi dello scrivere, Pensieri spettinati -       Leggi Tutto
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