Stefano Baldazzi/La mela
Un altro, dice e allunga il bicchiere vuoto. Yuri ci appoggia in silenzio il collo della bottiglia di gin. Drupi beve lentamente, tenendo il gomito sollevato, il liquore gli bagna la punta del naso. Il profumo secco dell’alcol cancella l’odore della paura. Non sapeva che avesse un odore, invece ora lo sente benissimo. Teme lo possa sentire anche chi gli passa accanto. Un odore acre, come se indossasse una t-shirt sporca. Tiene il liquore in bocca fino a quando la lingua si intorpidisce, poi, invece di inghiottirlo, lo fa tornare nel bicchiere, trattenendo in bocca il cubetto di ghiaccio. Dice frasi incomprensibili, la sua voce, attraverso il vetro, esce distorta, ovattata. A lui piace, sembra quella di un attore.
Devo restare lucido, essere pronto, pensa. Il Marlin bar è poco frequentato, è nascosto tra le palme e servono solo bevande. Sull’isola ce ne sono altri tre, allineati di fronte al mare. Drupi all’inizio frequentava il “Dracula a go go”. Una specie di capanna in legno con il tetto di fronde. All’interno, di fianco al banco, c’è una piccola pedana tonda con al centro un palo argentato. Dietro al banco ci lavora un ragazzo. Cinque ragazze si alternano tra il palo della lap dance e i tavolini. Con mille bath ne porti una in camera. Poi Drupi si era fissato con la barista del Marlin. Carina, ma niente di più. Aveva una piccola cicatrice sul viso che la rendeva molto sexy. Era entrato lì, una sera, per prendere una bottiglietta d’acqua.
A che ora stacchi?, le aveva chiesto.
Non lo so, dipende dai clienti, aveva risposto.
Non ho fretta, andiamo a casa mia, dopo?
Dopo vado a dormire.
Ti pago, aveva insistito lui.
Hai sbagliato bar, vai al Dracula, lì puoi metterti d’accordo con una ballerina.
Con un approccio così crudo, a Milano, l’avrebbero mandato a cagare, e forse bastonato. Non sarebbe stata la prima volta. Da ragazzino le prendeva da tutti e le ragazze non se lo fumavano.
Lei aveva risposto sorridendo, senza nessuna malizia. Quando sorrideva, la piccola cicatrice vicino al labbro faceva sembrare la sua bocca più grande. Ne usciva un sorriso buffo, un po’ storto. Drupi lo trovava delizioso. Era garbata e non se la tirava. Yuri era gentile, una ragazza speciale.
Da quel giorno aveva cominciato a frequentare solo il Marlin. Stava lì per ore, a chiaccherare con lei. Un corteggiamento serrato, ma privo di risultati. Ci aveva provato in tutti i modi. Dopo la figura di merda che aveva fatto, quando le aveva offerto i soldi, aveva cercato di rimediare. Diventò romantico, si presentava con un fiore e la riempiva di complimenti, ma non servì. Allora diventò sbruffone, si inventava storie con modelle milanesi, o lì, sull’isola, con turiste che aveva rimorchiato nella notte. Il risultato non cambiava. Yuri lo ascoltava, sorrideva e basta. Alla fine cercò di apparire cinico, disinteressato.
Avresti fatto meglio a imparare la lap dance, le dice. Poche ore al giorno per guadagnare il triplo.
Lei sorride. I turisti, credono che siamo tutte puttane, risponde. Io non me la prendo. Non vedo che male c’è a guadagnarsi da vivere così. Il lavoro è scarso, questo sembra un posto da favola, ma c’è tanta miseria. Non posso fare la puttana, mi vergogno a spogliarmi davanti ad un uomo.
Cazzo dici,ribatte Drupi, sei la più carina dell’isola, potresti andare in giro nuda.
Io sono cresciuta in un villaggio nella foresta, tra gli alberi della gomma. I miei vivevano di quella, non avevamo quasi nulla e i bambini erano sempre nudi. Per me spogliarmi vuol dire non avere niente di niente.
Già…la miseria è una brutta bestia, dice Drupi, ti sta attaccata come una mignatta.
Ma se una mignotta ti sta addosso, ti diverti, dice Yuri sorridendo.
Mignatta, no mignotta, risponde Drupi. E’ una bestia che succhia il sangue. E’ un essere schifoso che ti sta addosso e non ti molla più. Tu lo stacchi, lo butti lontano, ma quello ritorna e ti si incolla ancora addosso. Devi ammazzarlo.…. avrei dovuto ammazzarlo…
Due mesi dopo il suo arrivo, Drupi aveva comperato il bar.
Avresti dovuto comperare il Dracula, dice Yuri, lavora molto di più di questo.
Dei soldi me ne frego, risponde Drupi. Fra qualche mese arriverà mia sorella, non voglio farmi trovare in un locale pieno di puttane! Poi ci sei tu..
Il sapore secco dell’alcol lo calma, il viso sereno della ragazza lo fa sentire al sicuro, gli ricorda sua sorella. Non che si assomiglino, anzi. Eva è alta, la pelle bianchissima e capelli ondulati, Yuri è piccola con la pelle scura, ma hanno lo stesso sguardo dolce e lo accettano per quel che è.
Ancora tre mesi, poi la faccio venire. Allora sarà tutto finito. Saremo felici. Noi tre insieme, dice. Lei ascolta in silenzio, accenna un sorriso, ma solo con le labbra. Conosce a memoria la storia di Drupi. Quando è ubriaco, straparla. Di Aska, del cantiere, di sua sorella. Frasi sconnesse, buttate lì come pezzi di una foto. La piccola malese non ha difficoltà a ricomporle, anche se preferirebbe non sapere nulla.
Credi sia facile puntare un coltello in faccia a uno?, dice lui.…. ci vogliono le palle..cazzo. Se non fossi sparito alla svelta, mi avrebbero beccato.….se Aska mi trova mi ammazza.
E’ una sua strategia parlare così. Aska diceva che le donne impazziscono per i duri. Spera di impressionarla. Parlare di quel che ha fatto lo fa stare meglio, gli sembra di raccontare la storia di un altro. Sono gli unici momenti in cui non ha paura, così ha finito per raccontarle tutto.
Lei non vuole entrare nella sua vita. Ne ha conosciuti tanti come lui. Balordi in fuga dai loro casini. I guai se li portano dietro, come una lumaca con il guscio. Drupi dice di amarla. Gli italiani si comportano tutti allo stesso modo, ti stanno addosso, ti riempiono di complimenti, ti raccontano la loro vita solo per portarti a letto.
Lei non ne vuole sapere, ma lui è sicuro che cambierà idea. Quando le ha proposto di diventare la sua donna, lei lo ha guardato negli occhi e gli ha risposto, senza neppure pensarci su, tu hai la faccia di uno che scappa. Le promesse di un uomo che beve durano quanto il gin nella bottiglia. Io qui ho poco, ma mi basta. Tre frasi secche, all’apparenza scollegate, dette a bassa voce, ma con fermezza, senza nessuna emozione. I suoi occhi scuri sono quelli di una donna che conosce i fatti della vita. L’espressione è triste, di chi non si aspetta mai buone notizie. Eppure Drupi gli piace. E’ ingenuo come un bambino, vuol fare il duro, ma non è cattivo altrimenti non si preoccuperebbe per sua sorella. Qualche cazzata nella vita capita di farla. In fondo non ha fatto male a nessuno.
Drupi non si dà per vinto. Non gli ha detto mai di lasciarla in pace e neppure che non le piace. E’ sicuro che non ci sono uomini nella sua vita.
Yuri dimostra quindici anni, ma forse ne ha trenta. Da queste parti sono tutte così, impossibile dargli un’età.
Non vorrai stare sola tutta la vita? Dice Drupi.
Ho venticinque anni, risponde, c’è tempo.… Mi piacerebbe avere una famiglia.. dei figli..una vita normale.
Ho fatto il colpo per poter fare una vita normale, dice Drupi, sono io l’uomo della tua vita. Riporta il bicchiere alla bocca. Lei sorride e scuote il capo.
Ti ho detto che il mio vero nome è Adamo? dice.
Un milione di volte, risponde lei.
Eva è l’unica a chiamarmi così. Si diverte, dice che siamo destinati a vivere nel paradiso terrestre. Era la fissa di nostra madre, per questo ci ha dato questi nomi. Diceva che prima o poi l’avremmo trovato. Invece io non lo sopporto, il mio nome. Una volta ho letto su un giornale che il destino di un uomo sta nel suo nome. Adamo era uno sfigato, si è fatto cacciare dal paradiso. I nostri amici ci sfottevano di continuo. “Dai Eva tira su la maglietta, facci vedere la costola di Adamo!!!” le dicevano. A me chiedevano se avevo le mutande o la foglia di fico. Per cambiare nome ho raccontato che un tipo mi aveva scambiato per il cantante, un po’ gli somiglio. Da quel giorno hanno cominciato a chiamarmi tutti così. I cantanti vivono alla grande. Non fanno un cazzo e sono pieni di donne… Lo conosci?
No, risponde lei, non lo conosco.
E’ bravo. Brutto, ma con la voce calda, canta pezzi romantici. E’ come me, ha il naso schiacciato e capelli lunghi, ma io ho una voce di merda. Sono uno sfigato!
Non mi sembri così sfortunato, risponde la ragazza, sei qua a spassartela.
La voce di Drupi è stridula, quasi da femmina, e su quella faccia ci sta come un paio di pantaloncini da calcio su una suora. Aveva provato a sfruttare la somiglianza col cantante per fare un po’ di soldi, ma appena sentivano la sua voce scoppiavano tutti a ridere. Sua madre diceva che era una voce speciale, come il suo nome. Lo ossessionava con la storia del paradiso terrestre. La raccontava di continuo, diceva che quel nome gli avrebbe portato fortuna. Devi solo stare attento alle cattive compagnie, diceva. Non farti tentare dalle cose facili e, prima o poi, la fortuna ti farà trovare il tuo paradiso. Ma lei si era rotta la schiena a lavar pavimenti per mettere assieme i soldi per l’affitto, il cibo e poco altro. Il padre era morto di cancro quando lui aveva cinque anni e Eva tre.
Quando sono arrivato qui, ho detto a Eva che i nostri sogni si stavano avverando, dice. Di avere pazienza, un anno al massimo, poi mi avrebbe raggiunto. Nessuno deve sapere dove sono. Le aveva detto di raccontare che era scappato in Brasile con una ballerina che aveva conosciuto a Milano.
Sei stato bravo,sorride la ragazza.
Ho fregato tutti! dice Drupi. Avrei dovuto fare il muratore per tutta la vita, invece sono nel paradiso terrestre… Ho un bar e una casa. Con i soldi che ho speso, a Milano non ci comperi neanche un garage. Se continuavo a lavorare al cantiere non avrei rimediato neppure i soldi per quello.…. Invece sono qui, fra qualche mese arriverà mia sorella e tu.…..
A sedici anni aveva abbandonato la scuola per aiutare la famiglia a tirare avanti. Vicino a casa sua stavano costruendo un palazzo. La paga era da apprendista muratore. Allora era gracile, riusciva a malapena a sollevare un secchio di malta pieno a metà. La vita era dura e nel suo futuro non vedeva nulla di buono. Un lunedì mattina arrivò Aska, un albanese poco più grande di lui che si era fatto due anni di riformatorio per furto. Aggravato, teneva a sottolineare. Perché aggravato? Gli aveva chiesto. Ho dato una coltellata a quello a cui ho rubato la valigetta di gioielli, gli aveva risposto. L’albanese era un figlio di puttana, cattivo ma simpatico. Diceva che nel giro lo chiamavano “il cobra”: col coltello era più veloce di un serpente. Drupi ci credeva poco. Pensava che raccontasse un sacco di balle, ma lo affascinavano le sue storie. Quelli dei servizi sociali l’avevano obbligato a lavorare nel cantiere. Erano gli unici ragazzi, lì. Fecero amicizia. Durante la pausa pranzo, seduti sul muro che stavano costruendo, mescolavano i morsi del panino coi discorsi sui loro progetti. Drupi era confuso, sperava di fare qualcosa di buono, ma non sapeva cosa. Altro che paradiso terrestre, diceva, io ho una sfiga mondiale. Ho la faccia da duro, ma sono una mezza sega, ho la voce di una gallina e non so far nulla. Mi devo inventare qualcosa. Non tanto per me, io potrei campare anche così, ma mia madre non ce l’ha fa più e mia sorella merita di meglio. Loro sono tutta la mia vita. Eva poi è un angelo. E’ bellissima, ma ingenua. Chiunque se ne potrebbe approfittare.
La domenica andava a passeggiare in centro. Via della Spiga, San Babila. Gli sembrava di essere in un altro mondo. San Giuliano Milanese, dove viveva, era una accozzaglia di capannoni e brutta gente. In via Montenapoleone era tutto fantastico, ma i prezzi erano inarrivabili, non si poteva permettere neppure un panino. Guardava le modelle, altissime, magre, che per non farsi notare girano per strada in jeans e ballerine. Invece lui le notava, eccome. Anche sua sorella veste così. E’ alta e formosa. Per Drupi è meglio di tutte quelle anoressiche.
Le basterebbe conoscere uno stilista, pensava. Guadagnerebbe una fortuna. Ma gli uomini, le ragazze come lei le illudono solo per fare i propri comodi. Per questo la obbligava a stare sempre in casa. Guardava con invidia anche i ragazzi. Alti e magri, eleganti.
Hanno la giacca anche la mattina, ma pure in mutande sarebbero perfetti, pensava. Dicono che sono tutti gay, ma fanno un sacco di soldi solo per camminare su una passerella!
Lui non avrebbe fatto colpo neppure se lo avesse vestito Armani.
L’albanese aveva le idee chiare. Voleva diventare un rapinatore. Solo gioiellerie, diceva, è più facile, non ci sono le guardie giurate e i gioiellieri non fanno storie. Dall’assicurazione si prendono più di quello che gli rubiamo. Ogni giorno aggiungeva un dettaglio su come farlo, dove e cosa fare dei gioielli. I colpi, diceva, andavano fatti in due.
Anis si deve fare altri tre anni di galera, disse Aska.
Chi è Anis? Chiese Drupi.
Un mio amico, facciamo sempre tutto assieme, è fortissimo.
Allora perchè è in galera?
Sfiga, disse Aska. Non posso aspettare che esca, devo trovare un socio.
Non glielo chiese mai direttamente, ma ne parlava come fosse naturale che fosse lui. Drupi era spaventato, ma non voleva arrendersi al suo destino e non credeva affatto alla fortuna che, per sua madre, sarebbe arrivata. La fortuna non li vede, quelli sfigati come lui, bisogna andarla a cercare. Lui avrebbe voluto vivere su un’isola, ma con il suo lavoro non ci sarebbe mai riuscito. La sera, davanti alla tv, guardava i documentari sui paradisi tropicali.
Il mondo è pieno di gente che sta tutto il giorno in mutande a prendere il sole, a bere e non fare un cazzo se non cercare una puttana per la notte, gli ripeteva Aska.
Drupi ne parlò con Eva. Era convinto che l’avrebbe preso per pazzo, che avrebbe fatto di tutto per convincerlo a lasciar perdere. Invece lo aveva ascoltato senza fare obiezioni, giusto qualche domanda sui rischi e sul suo amico. Sul pericolo di finire in galera o, peggio, ammazzato. Ti fidi di quell’albanese? diceva.
Le aveva risposto che era un tipo sveglio e conosceva le persone giuste. Sì, la prima volta l’avevano preso, ma erano passati tre anni, non era più un ragazzino. A sua sorella l’idea non dispiaceva. Si era incantata a guardare il soffitto. Forse immaginava come sarebbe cambiata la loro vita. Loro due soli, su un’isola.
L’albanese ci sapeva fare, con le persone. L’aveva lavorato ai fianchi, fino a convincerlo.
Ho trovato quella giusta, disse Aska, una gioielleria a San Donato, un lavoretto facile.
Diceva che da quelle parti sono pieni di soldi, ci abitano quelli che non vogliono dare nell’occhio, ma hanno il rolex e regalano brillanti alle mogli. Le gioiellerie sono piene di roba.
Ho telefonato al cugino di Anis, disse. Arriva in Italia fra dieci giorni. Lo farò con lui.
Da dove arriva? Chiese Drupi, dissimulando una certa ansia.
Durres.
Dove cazzo è?
In Albania, rispose Aska, di fronte a Bari. E’ un ragazzino, non sa fare un cazzo, ma è un lavoretto semplice. In dieci minuti diventiamo ricchi.
Se è così facile e quello non sa fare un cazzo, disse Drupi, potrei venire io….
Aska lo guardò in silenzio, gli lanciò un’occhiata cattiva. Drupi aveva paura, ma ormai si era buttato.
Se hai le palle… per me non è un problema, rispose l’albanese. Ma lo devi dire subito, se te la senti davvero. Quello domani compera il biglietto per il traghetto. Poi si mise a ridere. La gioielleria si chiama “Tentazioni”, disse. Tu non ti chiami Adamo?.… Nel retro c’è un laboratorio, hanno un giro di pietre di contrabbando.
Avranno le telecamere collegate alla questura, rispose Drupi.
Non capisci un cazzo, disse Aska, secondo te con quel lavoro sporco si fanno filmare dalla polizia?
Drupi si era sentito stupido. Voleva fare il colpo, ma l’idea che non si sarebbe mai liberato di Aska lo mandava nel panico. Con lui sarebbe finito male.
Ormai non poteva più tirarsi indietro. Era l’unico modo per sfuggire a quella vita di merda. Ma poi doveva sparire. Lui e sua sorella. Non gli interessava diventare milionario e non era un delinquente. Mi basta un gruzzolo sufficiente per cambiare vita, pensava.
Quella sera aveva visto un documentario sulla Thailandia.
Lì la vita costa poco, disse a Eva , è pieno di isolette dove ci si può nascondere e vivere alla grande, lavorando il giusto. Basta aprire un negozio o, un ristorante italiano. In mezzo al mare, lontani dal cemento di questi cantieri di merda. Fanculo anche a quell’albanese del cazzo.
Sua sorella aveva sorriso.
Ora era in mezzo all’oceano Indiano. Mancava solo Eva. Avrebbe anche smesso di bere e Yuri si sarebbe convinta che non aveva nessuna intenzione di scappare. Per andare dove, poi? Era arrivato sull’isola da un anno, tutto filava liscio. Il posto era proprio come l’aveva immaginato. E poi c’era Yuri.
Più ti muovi, più tracce lasci, gli aveva detto sua sorella. Stattene tranquillo, cerca di non farti notare. Appena si calmano le acque ti raggiungo, poi decideremo cosa fare.
Doveva tener duro, ma era stremato. Aveva paura di tutto e di tutti. Sull’isola non succedeva mai nulla. Era questo a mandarlo in paranoia.
Il sole e il carattere dei Thai erano stati fondamentali nella scelta del suo paradiso. A Milano l’estate durava solo due mesi. Il sole era fastidioso, scioglieva l’asfalto sotto alle scarpe e non si respirava. A Ko-Lipe fa caldo tutto l’anno, ma sull’isola c’è sempre una brezza gradevole e ti puoi rinfrescare nel mare. L’acqua è trasparente e vedi i pesci tropicali che ci nuotano dentro. I Thai lo salutavano piegando la testa sulle mani giunte. Il suono della loro lingua è morbido, allungano le vocali come se cantassero. Lo facevano sentire importante. Ma Drupi stava sempre meno in spiaggia ed era diventato scorbutico.
Non ti piace più il mare? Chiede Yuri
Il sole mi cuoce il cervello, risponde lui, e il mare mi ha rotto le palle. I bambini strillano e quegli stupidi pesci colorati mi fanno incazzare. Devo rimanere concentrato. In spiaggia c’è troppo casino.
Te la prendi senza motivo, dice lei. Goditi la vita, conosci tutti, hai quello che volevi. Qui ti rispettano, non c’è motivo di aver paura.
Drupi si fidava solo di lei, ma vedeva complotti ovunque, Aska avrebbe potuto pagare chiunque per fargli la pelle, anche uno del posto.
Tu non capisci, risponde. I Thai non sono tutti come te. I bastardi ci sono anche qui. Quei modi, gli inchini, vogliono farmi abbassare la guardia. Tutto falso, vogliono fottermi.
Si sentiva in trappola.
Yuri lo guarda con indulgenza, mentre gli riempie il sesto bicchiere del pomeriggio. Aggiunti a quelli del mattino, prima di sera avrà finito la bottiglia. La piccola malese aveva visto crescere la sua paranoia assieme al numero dei bicchieri di gin. Aveva ascoltato le sue confessioni fin da quando era arrivato a Ko– Lipe, allegro, sempre in giro a divertirsi.
E’ il posto ideale, diceva, un’isola piccola, fuori da quasi tutte le rotte turistiche e non lo conosce quasi nessuno, in Italia. Ma la paura dell’albanese non l’aveva mai abbandonato. Anche il comportamento di sua sorella, quando le aveva parlato del furto, lo aveva riempito di dubbi. Si era dimostrata fredda e determinata. Il contrario di quello che era sempre stata. Avrebbe chiarito tutto appena lo raggiungeva. Continuava a dire che presto sarebbe arrivata, che finalmente avrebbero fatto quello che avevano sempre sognato.
Adamo ed Eva nel paradiso terrestre!, diceva. Non c’è neppure il rischio di litigare. Siamo fratelli. Lo ripeteva come un mantra, come se volesse convincere se stesso. Sua sorella avrebbe cancellato i suoi dubbi, azzerato le sue paure. Solo che, le cose, andavano sempre peggio.
Aveva iniziato a bere gin perché è trasparente e la mattina poteva fingere che fosse acqua. Nessuno lo guardava con disprezzo.
Sei pallido come uno straccio, dice Yuri.
Il terrore partiva dallo stomaco, i succhi gastrici gli salivano in gola come la schiuma di una birra, le gambe diventavano molli e la schiena si bagnava di sudore.
A cosa stai pensando?, gli chiede .
Non le risponde. Ha la lama di un pugnale stampata nella mente. Aska è pazzo, pensa, quando ha il coltello in mano si eccita, si vede che cerca solo un pretesto per usarlo. Il pensiero gli fa tornare in mente Eva e si chiede perché. Adora sua sorella, il loro è un rapporto stupendo. Hanno litigato una volta sola. Si era convinto che le piacesse l’albanese, ma anche quella era stata una sua paranoia.
Il sudore gli fa battere i denti. Yuri se ne accorge, gli asciuga la fronte e gli tiene ferma la mano per aiutarlo a bere. Il gin lo calma, ma il suo effetto dura sempre meno.
Eppure il suo piano era stato perfetto. Ha i soldi ed è sparito nel nulla.
Il furto aveva fruttato più di quanto potessero immaginare e, tutto sommato, era stato davvero facile. Erano entrati in gioielleria con una calza sul viso. Era l’ora della chiusura e in giro non c’era anima viva. Il padrone del negozio quando aveva visto i coltelli aveva cominciato a implorare che non gli facessero del male. Gli avrebbe dato tutto quello che volevano. Drupi non aveva detto una parola, la sua voce sarebbe stata come un biglietto da visita. In pochi minuti avevano vuotato la cassaforte ed era tutto finito. Assieme agli anelli, le collane, i braccialetti e gli orologi, avevano trovato un sacchetto pieno di diamanti ancora da montare.
L’albanese era euforico, non vedeva l’ora di riprovarci, ma dovevano stare tranquilli, per un po’. Possiamo fare un colpo al mese, non di più, aveva detto. Ho fatto una mappa con le prossime tappe. Prima Rho, poi Rozzano , Desio e Magenta. Sei colpi che varranno almeno tre milioni.
Col cazzo che sto altri sei mesi qui, pensava Drupi
Vendiamo il bottino, poi vedremo che fare, aggiunse.
Drupi non aveva risposto. Svanito l’effetto dell’adrenalina, aveva iniziato a tremare come una foglia. La notte era popolata da incubi. Non aveva lo stomaco per fare quella vita. Era un bravo ragazzo. Doveva sparire prima possibile e dimenticare tutto.
La domenica successiva al colpo, Aska l’aveva portato a Cernusco. Conosceva un certo Mario. Sapeva che bar frequentava. Si fecero un paio di birre. Aska gli disse di stare pronto coi soldi perché entro due mesi gli avrebbero portato almeno tre milioni in gioielli. Avevano già un bel po’ di roba, molti rolex e altri orologi di valore.
Dai un’occhiata, disse Aska. Fece uscire da una tasca un sacchettino di plastica nera e glielo allungò. Aveva portato un un braccialetto e un anello, gli disse quanti ne aveva in tutto.
Sono pietre molto belle, disse Mario. Tra tutto ci posso fare un milione. Il trenta per cento è per te. L’Albanese provò a trattare, lo minacciò di andare da un altro, ma quello rideva. Fai quel cazzo che ti pare, gli disse, qua nessuno paga meglio di me e sono l’unico che sa tenere la bocca chiusa.
Quando se ne andarono, Aska sembrava deluso.
Lui è il migliore, diceva, un professionista. Gli è bastata un’occhiata per valutare le pietre. Dovremo fare qualche colpo in più, hai visto com’è facile.
Drupi si fece il viaggio di ritorno a occhi bassi, in silenzio. Aska provò a sfotterlo. Sei un cagasotto, disse, dopo un paio di colpi sarà come andare al cantiere. Drupi stava pensando a Mario. Se fosse riuscito a vendergli quello avevano già, per lui e sua sorella sarebbe stato più che sufficiente. Non sapeva come fare però. La risposta gli arrivò poco dopo. L’albanese voleva che Drupi nascondesse il bottino a casa sua. Lui era un pregiudicato, in questura lo conoscevano per la sua fissa dei gioielli. La polizia lo avrebbe sospettato subito.
Arrivati a San Giuliano, Aska gli disse di scendere dall’auto. Per arrivare a casa di Drupi mancava quasi un chilometro, ma per l’albanese era più prudente.
Non si sarebbero più visti fino al venti del mese successivo. Si sarebbero incontrati alla stazione di Rho alle sei del pomeriggio.
Aska chiese a quelli dei servizi sociali di trasferirlo in un altro cantiere. Lì lo trattavano male e gli facevano fare poche ore. Lui voleva guadagnare di più e rifarsi una vita. Così nessuno lo vide più con Drupi e la polizia, che nel frattempo l’aveva torchiato più di una volta, non pensò mai a collegarli.
Lascia la bottiglia sul banco, dice Drupi alla ragazza. Non hai idea di come mi sentivo.
Avevo i gioielli, ma l’albanese mi faceva paura e non avevo idea di come contattare il Mario. Mia sorella diceva che un’occasione così non l’avremmo più avuta. Cominciò a starmi addosso, diceva che col ricettatore non avremmo avuto problemi.
A quello interessano solo i gioielli, diceva, ci penso io a trattare.
Era diventata un’altra. Non ti rendi conto di quel che dici, ho urlato. Per fare certe cose bisogna essere nel giro.
Abbiamo litigato, dice Drupi.
Con L’albanese?, chiede Yuri.
Che cazzo me ne frega dell’albanese!! risponde Drupi. Con mia sorella!!! Stavamo discutendo di come organizzare la fuga. Lei diceva che dovevamo andare subito dal ricettatore e comperare un biglietto aereo. Da un internet cafè, con una prepagata, si poteva fare tutto. Insisteva per venire con me a Cernusco, diceva che se avesse trattato lei, avremmo ottenuto di più. Era agitata. Con una mano tormentava la catenina d’oro che portava al collo. Aveva un ciondolo che non le avevo mai visto. Una piccola mela d’oro, con una fogliolina verde. Le ho stretto un braccio, volevo sapere chi glielo aveva regalato. Non so perchè, ma sospettavo che fosse stato Aska. Lei ha detto che se l’era comperato in profumeria, che non era d’oro. Era un ciondolo senza valore, ma le piaceva. L’avrebbe aiutata a immaginare il nostro paradiso, dopo che fossi partito. Non poter partire subito con me la gettava nel panico. Eva non mi mentiva mai. Ma quella volta teneva gli occhi bassi e la sua faccia era rossa.
Eva non conosceva Aska. L’unica volta che è venuta al cantiere, è stato tre mesi prima del colpo. Mi ha portato una lettera del distretto militare. Rideva e mi sfotteva. Diceva che mi avrebbero rapato a zero, che sarei stato orribile. Ma lo diceva con quel suo modo dolce, con gli occhi colmi di tenerezza.
Aska ci stava osservando. Eva si è girata verso di lui, Si sono guardati solo un attimo. A me non è piaciuto.
Ora, appoggiato al banco del Marlin bar, rivede quello sguardo e si sente perduto, senza sapere perché, senza capirne il motivo. Eva non aveva mai chiesto di Aska, ma quell’occhiata, lui non l’aveva mai digerita. Un pomeriggio, mentre lavoravano, uno a fianco all’altro, l’aveva quasi aggredito.
Non fare il cretino con mia sorella, aveva urlato, è una brava ragazza, non t’azzardare a provarci.
Aska l’aveva guardato come se fosse pazzo.
Non so neppure com’è fatta , tua sorella, aveva risposto.
Non fare il furbo, ho visto come l’hai guardata, insiste Drupi.
Non ho tempo per queste cose. Disse Aska. Devo fare i soldi e le donne portano solo guai. Ne avrò quante ne voglio, dopo. Comunque tua sorella non è il mio tipo.
Drupi ha vuotato la prima bottiglia della giornata. Yuri va nel retro e torna con una nuova. Senza che lui dica nulla, rabbocca il bicchiere. Ora beve più in fretta.
Mancava una settimana alla data fissata per un nuovo colpo.
Eva disse che era il momento di sparire. Era domenica. Quando l’ho vista uscire dalla sua camera non credevo ai miei occhi. Indossava un tubino bianco, cortissimo, e un paio di scarpe viola con i tacchi. Si era fatta una treccia che le girava davanti e finiva in mezzo alla scollatura. Il trucco era pesante, da puttana. Ma era uno schianto. Non sapevo cosa pensare, non l’avevo mai vista con una gonna, né truccata. Lei sembrava perfettamente a suo agio. Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto di portarla a Cernusco.
Drupi si interrompe, beve, pensa alla confusione che aveva in testa in quel momento, ma anche al sollievo che provò quando capì che sua sorella avrebbe fatto il lavoro che lui non aveva il coraggio di fare.
Sono andato a prendere l’automobile, dice, e siamo partiti. Mi ha detto di lasciar fare a lei. Mi metteva soggezione, mi faceva paura.
Siamo entrati nel bar e ci siamo seduti a un tavolino appartato. Mario ci ha raggiunto con tre birre in mano. Si è comportato come se io non ci fossi, “Ciao, sono Mario”, ha detto. I suoi occhi erano fissi sulla treccia, dentro alla scollatura di mia sorella. “Piacere Eva”, gli ha risposto sorridendo. “Ecco la merce “. Io credevo di essere in un film. Sembrava la donna di Diabolik. Non mostrava nessuna emozione, teneva le gambe accavallate, strisciava col piede i pantaloni di Mario. Aveva uno sguardo malizioso che non le avevo mai visto, sembrava volerlo ipnotizzare.
“ TI posso dare due e cinquanta” ha detto Mario” .
“Facciamo trecento” ha risposto mia sorella. “Con l’albanese hai problemi?”
“Gli affari sono affari, dell’albanese non mi frega un cazzo” ha risposto lui. “ Quando ci rivediamo io e te?” .
“Prestissimo, ha risposto maliziosa, ti chiamo io”.
Mezz’ora dopo eravamo in auto con duecentonovantamila euro in tasca. Quasi vent’anni di lavoro al cantiere. Cercavo di capirci qualcosa, la tempestavo di domande, ma lei non ha detto una parola. Arrivati a casa, è tornata quella di sempre. Si è messa una tuta, si è lavata il viso, teneva gli occhi bassi. Era incredibile, si comportava come se non fosse successo nulla, come se quella di prima non fosse mai esistita. Era tornata dolce e affettuosa. Mi ha chiesto scusa, mi ha riempito di baci e di carezze.
Dovevo fare per forza quella parte, mi ha detto. Da solo non avresti ottenuto nulla. Gli uomini quando vedono una minigonna non capiscono più nulla.… Non ti preoccupare per me, il Mario non sa come trovarmi. Ora preoccupiamoci del viaggio.
Nonostante la confusione, Drupi si sentiva euforico. Avevano i soldi. Smise di pensarci. Sua sorella era più in gamba di lui, che male c’era? Quindici ore dopo era sparito.
L’unica a sapere dove fosse, era Eva. Sapeva anche dove aveva nascosto i soldi, gli aveva suggerito di metterli sotto una tavola di legno nel pavimento del suo bungalow. L’unico a cercarlo era Aska. Probabilmente anche quelli del servizio di leva. Ma di quelli se ne fregava.
L’unico contatto di Drupi col mondo erano i messaggi che scambiava con Eva. Yuri conosceva una brasiliana che aveva vissuto un anno a Ko-Lipe. Chattava con lei e le trasmetteva i messaggi di Drupi da inviare a sua sorella. Le risposte arrivavano nello stesso modo. Se qualcuno avesse controllato, avrebbe scoperto che sua sorella aveva un’amica Brasiliana di nome Ansa. Sarebbe stata la conferma che lui era in Brasile.
Ma non bastava a farlo sentire tranquillo. Aveva avuto molto tempo per ripensare a quello che era successo. La trasformazione di sua sorella l’aveva colpito.
Non può essere farina del suo sacco, dice Drupi.
Farina? Chiede Yuri.
E’ un modo di dire, risponde. Dietro a tutto c’è l’albanese. Mia sorella deve essersi presa una cotta per quel bastardo e lui ne ha approfittato. Le avrà detto come comportarsi, cosa indossare. Anche quello che diceva al Mario. Sembrava che recitasse. Aska ci ha usati per far sparire i soldi dall’Italia.
Ne era convinto. non poteva che essere così. Era in trappola. Aska sapeva come ritrovarlo. Anche Eva era in pericolo, ma non sapeva che fare.
Passava le giornate trascinandosi da un bar alla spiaggia e poi ancora al bar. Se ne stava per ore nascosto dietro a uno scoglio a osservare l’andirivieni delle barche che scaricavano i turisti. Il mare gli piaceva solo quando era incazzato, con quelle onde violente che ti spaccano i timpani e impediscono la navigazione. Ma era quasi sempre piatto e quelle maledette barche continuavano a vomitare vacanzieri.
Sembrano i bambini delle colonie, pensava. Se mi pagassero per indovinare da dove vengono farei soldi a palate. I tedeschi, sono super organizzati, con zainetto, borraccia e mappa dell’isola.… Quei due con la stuoia sotto braccio sono francesi. Gli americani hanno sempre il bicchierone di caffè in mano. I cinesi li riconoscerei anche se avessero un sacchetto in testa, fotografano tutto.… e gli italiani, coi loro completini firmati. Restavano a Ko-Lipe due o tre giorni al massimo, poi partivano per un’altra isola lasciando posto ad altri, identici. Questi continui cambi, non gli permettevano di inquadrare le persone. L’albanese avrebbe potuto mandare chiunque a fargli la pelle. Lui non aveva nessuna possibilità di riconoscerlo. Così, dopo un po’, se ne tornava al bar.
Un pomeriggio aveva incontrato un milanese in spiaggia. Quello l’aveva sentito parlare e l’aveva preso per il culo per la voce.” Ehilà italiano, parli come quello dei cugini di campagna”. Drupi l’aveva mandato a fanculo, ma da quella notte non aveva più dormito.
Yuri continuava a respingerlo. I messaggi di sua sorella si stavano diradando. Sembrava quasi che non avesse più fretta di raggiungerlo. Una volta provò a chiederle se le fosse mai capitato di vedere l’albanese. Dalla risposta gli sembrò nervosa. Scrisse che se anche l’avesse incontrato, non era neppure sicura di riconoscerlo. Eppure lui non si era dimenticato come si erano guardati al cantiere. Un’occhiata rapida, uno sguardo timoroso, come se nascondessero qualcosa. Se guardi una persona in quel modo, non te la dimentichi. La scena con Mario poi.…. Quella non era sua sorella. I suoi sospetti gli sembravano ogni giorno più reali.
Drupi si trascinava da un bar all’altro, beveva qualsiasi intruglio gli dessero. La mattina era ubriaco, la sera era come uno zombie. Cercava di convincersi che le sue erano solo fantasie, ma sapeva che non era così.
Poi arrivò un messaggio di Eva e cambiò tutto . Gli scrisse che avevano arrestato l’albanese. La polizia aveva avuto una soffiata. L’avevano preso davanti a una gioielleria di Magenta.
Rientrò in casa, la tensione che l’aveva tenuto in piedi per mesi, lo lasciò di colpo. E crollò. La testa sembrava dovesse esplodergli, lo nausea lo costrinse a vomitare. Si buttò sul letto. Cercò di dormire, ma il sonno era popolato da incubi, gioielli, pugnali, sangue. Si svegliava di continuo madido di sudore. Ansimava, l’acido del vomito gli infiammava la gola. Andò avanti così per due giorni. Poi gli incubi cominciarono a diradarsi e il sonno si fece più calmo. Quando si alzò dal letto, le gambe non lo reggevano. Andò in spiaggia. Erano sei mesi che non entrava in acqua, si tuffò e cominciò a nuotare. Lentamente, una bracciata dopo l’altra, cominciò a sentirsi meglio. Uscì dall’acqua, un’ora dopo aveva i crampi alle gambe, ma era sereno.
Andò da Yuri, le disse che stava meglio, che tutto era risolto.
Mia sorella ha fatto arrestare l’albanese, dice, ti rendi conto? Che forza, aveva l’elenco dei colpi da fare, ha aspettato fino all’ultimo poi ha avvisato la pula. L’ha fottuto a quel bastardo. Come minimo si farà dieci anni.
Drupi dice che non avrebbe più toccato un dito di alcol. Sua sorella stava per arrivare e voleva farsi trovare in forma.
Yuri taceva, lo guardava senza emozione. Lui pensò che non gli credesse, allora l’abbracciò e le diede un bacio. Ti ordino di non darmi più nemmeno un bicchierino. Non te lo chiederò, ma se per caso lo facessi, tu non me lo devi dare.
La ragazza non gli credette. Ma i giorni passavano e Adamo sembrava un altro. Lo vedeva uscire dal bungalow appena sorgeva il sole. Nuotava un’ ora tutti i giorni prima di andare da lei per fare colazione. Frutta, uova strapazzate e prosciutto. Beveva acqua e caffè. Solo il sabato sera si concedeva una Singha beer. Il pomeriggio andava a pescare. Ritornava al bar verso le sette. Quando cala il sole, i pochi turisti si radunano per l’aperitivo. Due chiacchere sul tempo, sul pescato del giorno, sul clima che c’è in Svezia o in Russia. Le solite frasi dei vacanzieri. Lui parlava con tutti sorseggiando un ginger ale. La vita era tornata a sorridergli. Ko-Lipe era il paradiso che gli aveva predetto sua madre.
Non toccava un goccio di gin da quindici giorni. Finalmente arrivò il messaggio che aspettava.
Ieri ho visto un bellissimo film in tv “Benvenuto in paradiso”. Domani alle 9 lo ridanno. Eva era già in viaggio, sarebbe arrivata quella sera stessa con l’ultimo traghetto, verso le nove.
Yuri stava cedendo, era sempre più affettuosa. Lui ripensava alle tre frasi che gli aveva detto per respingerlo. Ma ormai non beveva più, non aveva nessun motivo per scappare. Aveva ancora duecentomila euro. Lei diceva di non averne bisogno, ma ci si sarebbe abituata facilmente. Eva l’avrebbe aiutato a convincerla. Avrebbero allargato il bar, o magari aperto un ristorante. Decidessero pure le due ragazze. Lui non avrebbe fatto obiezioni.
Adamo non andava più in spiaggia a spiare gli arrivi, così quel pomeriggio non vide la spilungona che era scesa da un piccolo motoscafo. Aveva i capelli cortissimi, biondo platino, indossava un bikini più piccolo degli occhiali da sole che le coprivano gli occhi. Era insieme a un ragazzo alto, muscoloso, con un berretto e un paio di occhiali che gli nascondevano quasi interamente il volto. Anche se fosse stato in spiaggia, Adamo non avrebbe riconosciuto Eva.
Lei andò verso il bungalow del fratello, sapeva dove trovare la chiave. Entrò, si stese sul letto e chiuse gli occhi. Il suo accompagnatore rimase a gironzolare sulla spiaggia.
Alle sette il bar era ancora vuoto. Drupi aspettava impaziente. Ancora due ore e sua sorella sarebbe arrivata. Seduto sullo sgabello di fianco al suo c’era un ragazzo. Non doveva avere neppure vent’anni. Era biondo, riccio con gli occhi azzurri. Aveva un fisico perfetto. Teneva una mano sul bancone con il pugno chiuso, l’altra in tasca.
E’ un modello, dice Adamo.
Da cosa l’hai capito? Risponde Yuri.
Non vedi come sta in posa? dice. Ha un fisico della madonna, il viso è perfetto, e i capelli? Di sicuro è svedese. Ci vuole un gran culo a nascere così.
Il ragazzo lo guarda e sorride. Poi ordina un bicchiere di gin. In italiano. Drupi sente un brivido alla schiena, lo guarda. La sua è un’occhiata terrorizzata, una goccia di sudore gli riga una guancia, l’odore della paura gli invade le narici. Quello sorride tranquillo, lentamente allunga la mano verso di lui, la piccola mela d’oro con la fogliolina verde entra negli occhi di Adamo alla stessa velocità con cui il pugnale si infila nella sua pancia e lo trascina all’inferno.
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Stefano Baldazzi ha 60 anni. Ha frequentato il liceo scientifico, poi aziende lattiero casearie per una vita, prima come centralinista e poi direttore vendite. Molto sport. Per 10 anni come allenatore pallavolo femminile poi tennis.
































MORALE: MANGIA LA MELA MA NON DIRE COSA C’E’ SOTTO LA TAVOLA!! SI SI… MI E’ PIACIUTO, C’ENTRA POCO COL NOIR, LE SITUAZIONI SONO BEN DESCRITTE SENZA TROPPE LAGNE, IL FINALE E’ PERFETTO RACCOGLIE IL RACCONTO E LO BUTTA VIA.….… SALUTI E BACI