Stefano Baldazzi/La mela



Un altro, dice e allunga il bic­chiere vuoto. Yuri ci appog­gia in silen­zio il collo della bot­ti­glia di gin. Drupi beve len­ta­mente, tenendo il gomito  sol­le­vato, il liquore gli bagna la punta del naso. Il pro­fumo secco dell’alcol can­cella l’odore della paura. Non sapeva che avesse un odore, invece ora lo sente benis­simo. Teme lo possa sen­tire anche chi gli passa accanto. Un odore acre, come se indos­sasse una t-shirt sporca. Tiene il liquore in bocca fino a quando la lin­gua si intor­pi­di­sce, poi, invece di inghiot­tirlo, lo fa tor­nare nel bic­chiere, trat­te­nendo in bocca il cubetto di ghiac­cio. Dice frasi incom­pren­si­bili, la sua voce, attra­verso il vetro, esce distorta, ovat­tata. A lui piace, sem­bra quella di un attore.

Devo restare lucido, essere pronto, pensa. Il Mar­lin bar è poco fre­quen­tato, è nasco­sto tra le palme e  ser­vono solo bevande. Sull’isola ce ne sono altri  tre, alli­neati di fronte al mare.  Drupi all’inizio fre­quen­tava il “Dra­cula a go go”.  Una spe­cie di capanna in legno con il tetto di fronde. All’interno, di fianco al banco, c’è una pic­cola pedana tonda con al cen­tro un palo argen­tato. Die­tro al banco ci lavora un ragazzo. Cin­que  ragazze si alter­nano tra il palo della lap dance e i tavo­lini.   Con mille bath ne porti una in camera. Poi Drupi si era fis­sato con la bari­sta del Mar­lin.  Carina, ma niente di più. Aveva  una pic­cola cica­trice sul viso che la ren­deva molto sexy. Era entrato lì, una sera, per pren­dere una bot­ti­glietta d’acqua.

A che ora stac­chi?, le aveva chiesto.

Non lo so, dipende dai clienti, aveva risposto.

Non ho fretta, andiamo a casa mia, dopo?

Dopo vado a dormire.

Ti pago, aveva insi­stito lui.

Hai sba­gliato bar, vai al Dra­cula, puoi met­terti d’accordo con una bal­le­rina.

Con un approc­cio così crudo, a Milano, l’avrebbero man­dato a cagare, e forse basto­nato. Non sarebbe stata  la prima volta. Da ragaz­zino le pren­deva da tutti e le ragazze non se lo fumavano.

Lei aveva rispo­sto sor­ri­dendo, senza nes­suna mali­zia.  Quando sor­ri­deva, la pic­cola cica­trice  vicino al lab­bro faceva sem­brare la  sua bocca  più grande. Ne usciva un sor­riso buffo, un po’ storto. Drupi lo tro­vava deli­zioso. Era gar­bata e non se la tirava. Yuri era gen­tile, una ragazza speciale.

 

Da quel giorno aveva comin­ciato a fre­quen­tare solo il Mar­lin. Stava  lì per ore, a chiac­che­rare con  lei. Un cor­teg­gia­mento ser­rato, ma privo di risul­tati.  Ci aveva pro­vato in tutti i modi. Dopo la figura di merda che aveva fatto, quando le aveva offerto i soldi, aveva cer­cato di rime­diare. Diventò roman­tico, si pre­sen­tava con un fiore e la riem­piva di com­pli­menti, ma non servì.  Allora diventò sbruf­fone, si inven­tava sto­rie con modelle mila­nesi, o lì, sull’isola, con turi­ste che aveva rimor­chiato nella notte. Il risul­tato non cam­biava. Yuri lo ascol­tava, sor­ri­deva e basta. Alla fine cercò di appa­rire cinico, disinteressato.

Avre­sti fatto meglio a impa­rare la lap dance, le dice. Poche ore al giorno per gua­da­gnare il triplo.

Lei sor­ride. I turi­sti, cre­dono che siamo tutte put­tane, risponde. Io non me la prendo. Non vedo che male c’è a gua­da­gnarsi da vivere così. Il lavoro è scarso, que­sto sem­bra un posto da favola, ma c’è tanta mise­ria. Non posso fare la put­tana, mi ver­go­gno a spo­gliarmi davanti ad un uomo.

Cazzo dici,ribatte Drupi, sei la più carina dell’isola, potre­sti andare in giro nuda.

Io sono cre­sciuta in un vil­lag­gio nella fore­sta, tra gli alberi della gomma. I miei vive­vano di quella, non ave­vamo quasi nulla e i bam­bini erano sem­pre nudi. Per me spo­gliarmi vuol dire non avere niente di niente.

Già…la mise­ria è una brutta bestia, dice Drupi, ti sta attac­cata come una mignatta.

Ma se una mignotta ti sta addosso, ti diverti, dice Yuri sorridendo.

Mignatta, no mignotta, risponde Drupi. E’ una bestia che suc­chia il san­gue. E’ un essere schi­foso che ti sta addosso e non ti molla più. Tu lo stac­chi, lo butti lon­tano, ma quello ritorna e ti si incolla ancora addosso. Devi ammaz­zarlo.…. avrei dovuto ammazzarlo…

 

Due mesi dopo il suo arrivo, Drupi aveva com­pe­rato il bar.

Avre­sti dovuto com­pe­rare il Dra­cula, dice Yuri, lavora molto di più di que­sto.

Dei soldi me ne frego, risponde Drupi. Fra qual­che mese arri­verà mia sorella, non voglio  farmi tro­vare in un locale pieno di put­tane! Poi ci sei tu..

Il sapore secco dell’alcol lo calma, il viso sereno della ragazza lo fa sen­tire al sicuro, gli ricorda sua sorella. Non che si asso­mi­glino, anzi. Eva è alta, la pelle bian­chis­sima e capelli ondu­lati, Yuri è pic­cola con la pelle scura, ma hanno lo stesso sguardo dolce e lo accet­tano per quel che è.

 

Ancora tre mesi, poi la fac­cio venire. Allora sarà tutto finito. Saremo felici. Noi tre insieme, dice. Lei  ascolta in silen­zio, accenna un sor­riso, ma solo con le lab­bra. Cono­sce a memo­ria la sto­ria di Drupi. Quando è ubriaco, stra­parla. Di Aska, del can­tiere, di sua sorella. Frasi scon­nesse, but­tate lì come pezzi di una foto.  La pic­cola malese non ha dif­fi­coltà a ricom­porle, anche se pre­fe­ri­rebbe non sapere nulla.

Credi sia facile pun­tare un col­tello in fac­cia a uno?, dice lui.…. ci vogliono le palle..cazzo. Se non fossi spa­rito alla svelta, mi avreb­bero beccato.….se Aska mi trova mi ammazza.

E’ una sua stra­te­gia par­lare così. Aska  diceva che le donne impaz­zi­scono per i duri.  Spera di impres­sio­narla. Par­lare di quel che ha fatto lo fa stare meglio, gli sem­bra di rac­con­tare la sto­ria di un altro. Sono gli unici momenti in cui non ha paura, così ha finito per rac­con­tarle tutto.

Lei non vuole entrare nella sua vita. Ne ha cono­sciuti tanti come lui.  Balordi in fuga dai loro casini. I guai se li por­tano die­tro, come una lumaca con il guscio. Drupi dice di amarla. Gli ita­liani  si com­por­tano tutti allo stesso modo, ti stanno addosso, ti riem­piono di com­pli­menti, ti rac­con­tano  la loro vita solo per por­tarti a letto.

Lei non ne vuole sapere,  ma lui è sicuro che  cam­bierà idea. Quando le ha pro­po­sto di diven­tare la sua donna, lei lo ha guar­dato negli occhi e gli ha rispo­sto, senza nep­pure pen­sarci su, tu hai la fac­cia di uno che scappa. Le pro­messe di un uomo che beve durano quanto il gin nella bot­ti­glia. Io qui ho poco, ma mi basta. Tre frasi sec­che, all’apparenza scol­le­gate, dette a bassa voce, ma con fer­mezza, senza nes­suna emo­zione. I suoi occhi scuri sono quelli di una donna che cono­sce i fatti della vita. L’espressione è tri­ste, di chi non si aspetta  mai buone noti­zie. Eppure Drupi gli piace. E’ inge­nuo come un bam­bino, vuol fare il duro, ma non è cat­tivo altri­menti non si pre­oc­cu­pe­rebbe per sua sorella. Qual­che caz­zata nella vita capita di farla. In fondo non ha fatto male a nessuno.

Drupi non si dà per vinto. Non gli ha detto  mai di lasciarla in pace e nep­pure che  non le piace. E’ sicuro che non ci sono uomini nella sua vita.

Yuri dimo­stra quin­dici anni, ma forse ne ha trenta. Da que­ste parti sono tutte così, impos­si­bile dar­gli un’età.

Non vor­rai stare sola tutta la vita? Dice Drupi.

Ho ven­ti­cin­que anni, risponde, c’è tempo.…  Mi pia­ce­rebbe avere una fami­glia.. dei figli..una vita normale.

Ho fatto il colpo per poter fare una vita nor­male, dice Drupi,  sono io l’uomo della tua vita. Riporta il bic­chiere alla bocca. Lei  sor­ride e scuote il capo.

Ti ho detto che il mio vero nome è Adamo? dice.

Un milione di volte, risponde lei.

Eva è l’unica a chia­marmi così. Si diverte, dice che siamo desti­nati a vivere nel para­diso ter­re­stre. Era la fissa di nostra madre, per que­sto ci ha dato que­sti nomi. Diceva che prima o poi l’avremmo tro­vato. Invece io non lo sop­porto, il mio nome. Una volta ho letto su un gior­nale che il destino di un uomo sta nel suo nome. Adamo era uno sfi­gato, si è fatto cac­ciare dal para­diso. I nostri amici ci sfot­te­vano di con­ti­nuo. “Dai Eva tira su la maglietta, facci vedere la costola di Adamo!!!” le dice­vano. A me chie­de­vano se avevo le mutande o la foglia di fico. Per cam­biare nome ho rac­con­tato che un tipo mi aveva scam­biato per il can­tante, un po’ gli somi­glio. Da quel giorno hanno comin­ciato a chia­marmi tutti così.  I can­tanti vivono alla grande. Non fanno un cazzo e sono pieni di donne… Lo conosci?

No, risponde lei, non lo conosco.

E’ bravo. Brutto, ma con la voce calda, canta pezzi roman­tici. E’ come me, ha il naso schiac­ciato e capelli lun­ghi, ma io ho  una voce di merda. Sono uno sfigato!

Non mi sem­bri così sfor­tu­nato, risponde la ragazza, sei qua a spassartela.

La  voce  di Drupi è stri­dula, quasi da fem­mina, e su quella fac­cia ci sta come un paio di pan­ta­lon­cini da cal­cio su una suora. Aveva pro­vato a sfrut­tare la somi­glianza  col can­tante per fare un po’ di soldi, ma appena  sen­ti­vano la sua voce scop­pia­vano tutti a ridere. Sua madre diceva che  era una voce spe­ciale, come il suo nome. Lo osses­sio­nava con la sto­ria del para­diso ter­re­stre. La rac­con­tava di con­ti­nuo, diceva che quel nome gli avrebbe por­tato for­tuna. Devi solo stare attento alle cat­tive com­pa­gnie, diceva. Non farti ten­tare dalle cose facili e, prima o poi, la for­tuna ti farà tro­vare il tuo para­diso. Ma lei si era rotta la schiena a lavar pavi­menti  per met­tere assieme i soldi per l’affitto, il cibo e poco altro. Il padre era morto di can­cro quando lui aveva cin­que anni e Eva tre.

 

Quando sono arri­vato qui, ho detto a Eva che i nostri sogni si sta­vano avve­rando, dice. Di avere pazienza, un anno al mas­simo, poi mi avrebbe rag­giunto. Nes­suno deve sapere dove sono. Le aveva detto di rac­con­tare che  era scap­pato in Bra­sile con una bal­le­rina che aveva cono­sciuto a Milano.

Sei stato bravo,sor­ride la ragazza.

Ho fre­gato tutti! dice Drupi. Avrei dovuto fare il mura­tore per tutta la vita, invece sono  nel para­diso ter­re­stre… Ho un bar e una casa. Con i soldi che ho speso, a Milano non ci com­peri nean­che un garage. Se con­ti­nuavo a lavo­rare al can­tiere non avrei rime­diato nep­pure i soldi per  quello.…. Invece sono qui, fra qual­che mese arri­verà mia sorella e tu.…..

 

A sedici anni aveva abban­do­nato la scuola per aiu­tare la fami­glia a tirare avanti. Vicino a casa sua sta­vano costruendo un palazzo. La paga era da appren­di­sta mura­tore. Allora era gra­cile, riu­sciva a mala­pena a sol­le­vare un sec­chio di malta pieno a metà. La vita era dura e nel suo futuro non vedeva nulla di buono. Un lunedì mat­tina arrivò Aska, un alba­nese poco più grande di lui che si era fatto due anni di rifor­ma­to­rio per furto. Aggra­vato, teneva a sot­to­li­neare. Per­ché aggra­vato? Gli aveva chie­sto. Ho dato una col­tel­lata a quello a cui ho rubato la vali­getta di gio­ielli, gli aveva rispo­sto. L’albanese era un figlio di put­tana, cat­tivo ma sim­pa­tico. Diceva che nel giro lo chia­ma­vano “il cobra”:  col col­tello era più veloce di un ser­pente. Drupi ci cre­deva poco. Pen­sava che rac­con­tasse un sacco di balle, ma lo affa­sci­na­vano le sue sto­rie. Quelli dei ser­vizi sociali l’avevano obbli­gato a lavo­rare nel can­tiere. Erano gli unici ragazzi, lì. Fecero ami­ci­zia. Durante la pausa pranzo, seduti sul muro che sta­vano costruendo, mesco­la­vano i morsi del panino  coi discorsi sui loro pro­getti. Drupi era con­fuso, spe­rava di fare qual­cosa di buono, ma non sapeva  cosa.  Altro che para­diso ter­re­stre, diceva, io ho una sfiga mon­diale. Ho la fac­cia da duro, ma sono una mezza sega, ho la voce di una gal­lina e non so far nulla.  Mi devo inven­tare qual­cosa. Non tanto per me, io potrei cam­pare anche così, ma mia madre non ce l’ha fa più e mia sorella merita di meglio. Loro sono tutta la mia vita. Eva poi è un angelo. E’ bel­lis­sima, ma inge­nua. Chiun­que se ne potrebbe approfittare.

 

La dome­nica andava  a pas­seg­giare in cen­tro. Via della Spiga, San Babila. Gli sem­brava di essere in un altro mondo. San Giu­liano Mila­nese, dove viveva, era una accoz­za­glia di capan­noni e brutta gente. In via Mon­te­na­po­leone era tutto fan­ta­stico, ma i prezzi erano inar­ri­va­bili, non si poteva per­met­tere nep­pure un panino. Guar­dava le modelle, altis­sime, magre, che per non farsi notare girano per strada in jeans e bal­le­rine. Invece lui le notava, eccome.  Anche sua sorella veste così.  E’ alta e for­mosa. Per Drupi è meglio di tutte quelle ano­res­si­che.

Le baste­rebbe cono­scere  uno sti­li­sta, pen­sava. Guada­gne­rebbe una for­tuna. Ma  gli uomini, le ragazze come lei le illu­dono solo per fare i pro­pri comodi. Per que­sto la obbli­gava a stare sem­pre in casa. Guar­dava con invi­dia anche i ragazzi. Alti e magri, eleganti.

Hanno la giacca anche la mat­tina, ma pure in mutande sareb­bero per­fetti, pen­sava. Dicono che sono tutti gay, ma fanno un sacco di soldi solo per cam­mi­nare su una passerella!

Lui non avrebbe fatto colpo nep­pure se lo avesse vestito Armani.

L’albanese aveva le idee chiare.  Voleva  diven­tare un rapi­na­tore. Solo gio­iel­le­rie, diceva, è più facile, non ci sono le guar­die giu­rate e i gio­iel­lieri non fanno sto­rie. Dall’assicurazione si  pren­dono più di quello che gli rubiamo. Ogni giorno aggiun­geva un det­ta­glio su come farlo, dove e cosa fare dei gio­ielli. I colpi, diceva, anda­vano fatti in due.

Anis si deve fare altri tre anni di galera, disse Aska.

Chi è Anis? Chiese Drupi.

Un mio amico, fac­ciamo sem­pre tutto assieme, è for­tis­simo.

Allora per­chè è in galera?

Sfiga, disse Aska. Non posso aspet­tare che esca, devo tro­vare un socio.

Non glielo chiese mai diret­ta­mente, ma ne par­lava come fosse natu­rale che fosse lui. Drupi era spa­ven­tato, ma non voleva arren­dersi al suo destino e non cre­deva affatto alla for­tuna che, per sua madre, sarebbe arri­vata. La for­tuna non li vede, quelli sfi­gati come lui, biso­gna andarla a cer­care. Lui avrebbe voluto vivere su un’isola, ma con il suo lavoro non ci sarebbe mai riu­scito. La sera, davanti alla tv, guar­dava i docu­men­tari sui para­disi tropicali.

Il mondo è pieno di gente che sta tutto il giorno in mutande a pren­dere il sole, a bere e non fare un cazzo se non cer­care una put­tana per la notte, gli ripe­teva Aska.

 

Drupi ne parlò con Eva. Era con­vinto che  l’avrebbe preso per pazzo, che avrebbe fatto di tutto per con­vin­cerlo a lasciar per­dere. Invece lo aveva ascol­tato senza fare obie­zioni, giu­sto qual­che domanda sui rischi e sul suo amico. Sul peri­colo di finire in galera o, peg­gio, ammaz­zato. Ti fidi di quell’albanese? diceva.

Le aveva rispo­sto che era un tipo sve­glio e cono­sceva le per­sone giu­ste. Sì, la prima volta l’avevano preso, ma erano pas­sati tre anni, non era più un ragaz­zino. A sua sorella l’idea non  dispia­ceva.  Si era incan­tata a guar­dare il sof­fitto. Forse imma­gi­nava come sarebbe cam­biata la loro vita. Loro due soli, su un’isola.

 

L’albanese ci sapeva fare, con le per­sone.  L’aveva lavo­rato ai fian­chi, fino a convincerlo.

Ho tro­vato quella giu­sta, disse Aska, una gio­iel­le­ria a San Donato, un lavo­retto facile.

Diceva che da quelle parti sono pieni di soldi, ci abi­tano quelli che non vogliono dare nell’occhio, ma hanno il rolex e rega­lano bril­lanti alle mogli. Le gio­iel­le­rie sono piene di roba.

Ho tele­fo­nato al cugino di Anis, disse. Arriva in Ita­lia fra dieci giorni. Lo farò con lui.

Da dove arriva? Chiese Drupi, dis­si­mu­lando una certa ansia.

Dur­res.

Dove cazzo è?

In Alba­nia, rispose Aska, di fronte a Bari. E’ un ragaz­zino, non sa fare un cazzo, ma è un lavo­retto sem­plice. In dieci minuti diven­tiamo ric­chi.

Se è così facile e quello non sa fare un cazzo, disse Drupi, potrei venire io….

Aska lo guardò in silen­zio,  gli lan­ciò un’occhiata cat­tiva. Drupi aveva paura, ma ormai si era buttato.

Se hai le palle… per me non è un pro­blema, rispose l’albanese. Ma lo devi dire subito, se te la senti dav­vero.  Quello domani com­pera il biglietto per il tra­ghetto. Poi si mise a ridere. La gio­iel­le­ria si chiama “Ten­ta­zioni, disse. Tu non ti chiami Adamo?.… Nel retro c’è un labo­ra­to­rio, hanno un giro di pie­tre di con­trab­bando.

Avranno le tele­ca­mere col­le­gate alla que­stura, rispose Drupi.

Non capi­sci un cazzo, disse Aska, secondo te con quel lavoro sporco si fanno fil­mare dalla poli­zia?

Drupi si era sen­tito stu­pido. Voleva fare il colpo, ma  l’idea che non si sarebbe mai libe­rato di Aska lo man­dava nel panico. Con lui sarebbe finito male.

Ormai non poteva più tirarsi indie­tro. Era l’unico modo per sfug­gire a quella vita di merda. Ma poi doveva spa­rire. Lui e sua sorella. Non gli inte­res­sava diven­tare milio­na­rio e non era un delin­quente. Mi basta un gruz­zolo suf­fi­ciente per cam­biare vita, pen­sava.

Quella sera aveva visto un docu­men­ta­rio sulla Thailandia.

Lì la vita costa poco, disse a Eva , è pieno di iso­lette dove ci si può nascon­dere e vivere alla grande, lavo­rando il giu­sto. Basta aprire un nego­zio o, un risto­rante ita­liano.  In mezzo al mare, lon­tani dal cemento di que­sti can­tieri di merda. Fan­culo anche a quell’albanese del cazzo.

Sua sorella aveva sorriso.

 

Ora era in mezzo all’oceano Indiano. Man­cava solo Eva. Avrebbe anche smesso di bere e Yuri si sarebbe con­vinta che  non  aveva nes­suna inten­zione di scap­pare. Per andare dove, poi? Era arri­vato sull’isola da un anno,  tutto filava liscio. Il posto era pro­prio come l’aveva imma­gi­nato. E poi c’era Yuri.

Più ti muovi, più tracce lasci, gli aveva detto sua sorella. Stat­tene tran­quillo, cerca di non farti notare. Appena si cal­mano le acque ti rag­giungo, poi deci­de­remo cosa fare.

Doveva tener duro, ma era stre­mato. Aveva paura di tutto e di tutti. Sull’isola non suc­ce­deva mai nulla. Era que­sto a man­darlo in paranoia.

Il sole e il carat­tere dei Thai erano stati fon­da­men­tali nella scelta del suo para­diso. A Milano l’estate durava  solo due mesi. Il sole era fasti­dioso, scio­glieva l’asfalto sotto alle scarpe e non si respi­rava.  A  Ko-Lipe fa caldo tutto l’anno, ma sull’isola c’è sem­pre una  brezza gra­de­vole e ti puoi rin­fre­scare  nel mare. L’acqua è tra­spa­rente e vedi i pesci tro­pi­cali che ci nuo­tano den­tro. I Thai lo salu­ta­vano pie­gando la testa sulle mani giunte.  Il suono della loro lin­gua  è mor­bido, allun­gano le vocali  come se can­tas­sero. Lo face­vano sen­tire impor­tante. Ma Drupi stava sem­pre meno in spiag­gia ed era diven­tato scorbutico.

Non ti piace più il mare? Chiede Yuri

Il sole mi  cuoce il cer­vello, risponde lui, e il mare mi ha rotto le palle. I bam­bini stril­lano e que­gli stu­pidi pesci colo­rati mi fanno incaz­zare. Devo rima­nere con­cen­trato. In spiag­gia c’è troppo casino.

Te la prendi senza motivo, dice lei. Goditi la vita, cono­sci tutti, hai quello che volevi. Qui ti rispet­tano, non c’è motivo di aver paura.

Drupi si fidava solo di lei, ma vedeva com­plotti ovun­que,  Aska avrebbe potuto pagare chiun­que per far­gli la pelle, anche uno del posto.

Tu non capi­sci, risponde. I Thai non sono tutti come te. I bastardi ci sono anche qui. Quei modi, gli inchini, vogliono  farmi abbas­sare la guar­dia. Tutto falso, vogliono fottermi.

Si sen­tiva in trappola.

 

Yuri lo guarda con indul­genza, men­tre gli riem­pie il sesto bic­chiere del pome­rig­gio. Aggiunti a quelli del mat­tino, prima di sera avrà finito la bot­ti­glia. La pic­cola malese aveva visto cre­scere la sua para­noia assieme al numero dei bic­chieri di gin. Aveva ascol­tato le sue con­fes­sioni fin da quando era arri­vato a Ko– Lipe,  alle­gro, sem­pre in giro a divertirsi.

E’ il posto ideale, diceva, un’isola  pic­cola, fuori da quasi tutte le rotte turi­sti­che e non lo cono­sce quasi nes­suno, in Ita­lia. Ma la paura dell’albanese non l’aveva mai abban­do­nato. Anche  il com­por­ta­mento di sua sorella, quando le aveva par­lato del furto, lo aveva riem­pito di dubbi. Si era  dimo­strata fredda e deter­mi­nata. Il con­tra­rio di quello che era sem­pre stata. Avrebbe chia­rito tutto  appena lo rag­giun­geva. Con­ti­nuava a dire che  pre­sto sarebbe arri­vata, che final­mente avreb­bero fatto quello che ave­vano sem­pre sognato.

Adamo ed Eva nel para­diso ter­re­stre!, diceva. Non c’è nep­pure il rischio di liti­gare. Siamo fra­telli.  Lo ripe­teva come un man­tra, come se  volesse con­vin­cere se stesso. Sua sorella avrebbe can­cel­lato i suoi dubbi, azze­rato le sue paure.  Solo che, le cose, anda­vano sem­pre peggio.

Aveva ini­ziato a bere gin per­ché è tra­spa­rente e la mat­tina  poteva fin­gere che fosse acqua. Nes­suno lo guar­dava con disprezzo.

Sei pal­lido come uno strac­cio, dice Yuri.

Il ter­rore par­tiva dallo sto­maco, i suc­chi gastrici gli sali­vano in gola come la schiuma di una birra, le gambe diven­ta­vano molli e la schiena si bagnava di sudore.

A cosa stai pen­sando?,  gli chiede .

Non le risponde. Ha la lama di un pugnale stam­pata nella mente. Aska è pazzo, pensa, quando ha il col­tello in mano si eccita, si vede che cerca solo un pre­te­sto per usarlo. Il pen­siero gli fa tor­nare in mente Eva e si chiede per­ché. Adora sua sorella, il loro è un rap­porto stu­pendo.  Hanno liti­gato una volta sola. Si era con­vinto che le pia­cesse l’albanese, ma anche quella era stata  una sua paranoia.

Il sudore gli fa bat­tere i denti. Yuri se ne accorge, gli asciuga la fronte e gli tiene ferma la mano per aiu­tarlo a bere. Il gin lo calma, ma il suo effetto dura sem­pre meno.

Eppure il suo piano era stato per­fetto. Ha i soldi ed è spa­rito nel nulla.

 

Il furto aveva frut­tato più di quanto potes­sero imma­gi­nare e, tutto som­mato, era stato dav­vero facile. Erano entrati in gio­iel­le­ria con una calza sul viso. Era l’ora della chiu­sura e in giro non c’era anima viva. Il padrone del nego­zio quando aveva visto i col­telli aveva comin­ciato a implo­rare che non gli faces­sero del male. Gli avrebbe dato tutto quello che vole­vano. Drupi non aveva detto una parola, la sua voce sarebbe stata come un biglietto da visita. In pochi minuti  ave­vano vuo­tato la cas­sa­forte ed era tutto finito. Assieme agli anelli, le col­lane, i brac­cia­letti e gli oro­logi, ave­vano tro­vato un sac­chetto pieno di dia­manti ancora da montare.

L’albanese era eufo­rico, non vedeva l’ora di ripro­varci, ma dove­vano stare tran­quilli, per un po’.   Pos­siamo fare un colpo al mese, non di più, aveva detto. Ho fatto una mappa  con le pros­sime tappe. Prima  Rho, poi Roz­zano , Desio e Magenta. Sei colpi  che var­ranno almeno tre milioni.

Col cazzo che sto altri sei mesi qui, pen­sava Drupi

Ven­diamo il bot­tino, poi vedremo che fare, aggiunse.

Drupi non aveva rispo­sto. Sva­nito l’effetto dell’adrenalina, aveva ini­ziato a tre­mare come una foglia. La notte era popo­lata da incubi. Non aveva lo sto­maco per fare quella vita. Era un bravo ragazzo. Doveva  spa­rire  prima pos­si­bile e dimen­ti­care tutto.

 

La dome­nica suc­ces­siva al colpo, Aska l’aveva por­tato a Cer­nu­sco. Cono­sceva un certo Mario.  Sapeva che bar fre­quen­tava.  Si fecero un paio di birre. Aska gli disse di stare pronto coi soldi per­ché entro due mesi gli avreb­bero por­tato almeno tre milioni in gio­ielli. Ave­vano già un bel po’ di roba, molti rolex e altri oro­logi di valore.

Dai un’occhiata, disse Aska. Fece uscire  da una tasca un sac­chet­tino di pla­stica nera e glielo allungò. Aveva por­tato un un brac­cia­letto e un anello, gli disse quanti ne aveva in tutto.

Sono pie­tre molto belle, disse Mario. Tra tutto ci posso fare un milione. Il trenta per cento è per te. L’Albanese provò a trat­tare, lo minac­ciò di andare da un altro, ma quello rideva. Fai quel cazzo che ti pare, gli disse, qua nes­suno paga meglio di me e sono l’unico che sa tenere la bocca chiusa.

Quando se ne anda­rono, Aska sem­brava deluso.

Lui è il migliore, diceva, un pro­fes­sio­ni­staGli è bastata un’occhiata per valu­tare le pie­tre. Dovremo fare qual­che colpo in più, hai visto com’è facile.

Drupi si fece il viag­gio di ritorno a occhi bassi, in silen­zio. Aska provò a sfot­terlo. Sei un caga­sotto, disse, dopo un paio di colpi sarà come andare al can­tiere. Drupi stava pen­sando a Mario.  Se fosse riu­scito a ven­der­gli quello  ave­vano già, per lui e sua sorella sarebbe stato più che suf­fi­ciente. Non sapeva come fare però.  La rispo­sta gli arrivò poco dopo. L’albanese voleva che Drupi nascon­desse il bot­tino a casa sua. Lui era  un pre­giu­di­cato, in que­stura lo cono­sce­vano  per la sua fissa dei gio­ielli. La poli­zia lo avrebbe sospet­tato subito.

Arri­vati a San Giu­liano, Aska  gli disse di scen­dere dall’auto. Per arri­vare a casa di Drupi man­cava  quasi un chi­lo­me­tro, ma per  l’albanese era più prudente.

Non si sareb­bero più visti fino al  venti del mese suc­ces­sivo. Si sareb­bero incon­trati alla sta­zione di Rho alle sei del pomeriggio.

Aska chiese a quelli dei ser­vizi sociali di tra­sfe­rirlo in un altro can­tiere. Lì lo trat­ta­vano male e gli face­vano fare poche ore. Lui voleva gua­da­gnare di più e rifarsi una vita. Così nes­suno lo vide più con Drupi e la poli­zia, che nel frat­tempo l’aveva tor­chiato più di una volta, non pensò mai a collegarli.

 

Lascia la bot­ti­glia sul banco, dice  Drupi alla ragazza. Non hai idea di come mi sen­tivo.

Avevo i gio­ielli, ma l’albanese mi faceva paura e non avevo idea di come con­tat­tare il Mario. Mia sorella diceva che un’occasione così non l’avremmo più avuta. Comin­ciò a starmi addosso, diceva che col ricet­ta­tore non avremmo avuto pro­blemi.

A quello inte­res­sano solo i gio­ielli, diceva, ci penso io a trat­tare.

Era diven­tata un’altra. Non ti rendi conto di quel che dici, ho urlato. Per fare certe cose biso­gna essere nel giro.

Abbiamo liti­gato, dice Drupi.

Con L’albanese?, chiede Yuri.

Che cazzo me ne frega dell’albanese!! risponde Drupi. Con mia sorella!!! Sta­vamo discu­tendo  di come orga­niz­zare la fuga. Lei diceva che dove­vamo andare subito dal ricet­ta­tore e com­pe­rare un biglietto aereo. Da un inter­net cafè, con una  pre­pa­gata, si poteva fare tutto. Insi­steva per venire con me a Cer­nu­sco, diceva che se avesse trat­tato lei, avremmo otte­nuto di più. Era agi­tata. Con una mano tor­men­tava la cate­nina d’oro che por­tava al collo.  Aveva un cion­dolo che non le avevo mai visto. Una pic­cola mela d’oro, con una foglio­lina verde. Le ho stretto  un brac­cio, volevo sapere chi glielo aveva rega­lato. Non so per­chè, ma sospet­tavo che fosse stato Aska. Lei ha detto che se l’era com­pe­rato in pro­fu­me­ria, che non era d’oro. Era un cion­dolo senza valore, ma le pia­ceva. L’avrebbe aiu­tata  a imma­gi­nare il nostro para­diso, dopo che fossi par­tito. Non poter par­tire subito con me la get­tava nel panico. Eva non mi men­tiva mai. Ma quella volta teneva gli occhi bassi e la sua fac­cia era rossa.

Eva non cono­sceva Aska. L’unica volta che è venuta al can­tiere, è stato tre mesi prima del colpo. Mi ha por­tato una let­tera  del distretto mili­tare. Rideva e mi sfot­teva. Diceva che mi avreb­bero rapato a zero, che sarei stato orri­bile. Ma lo diceva con  quel suo modo dolce, con gli occhi colmi di tenerezza.

Aska  ci stava osser­vando. Eva si è girata verso di lui, Si sono guar­dati solo un attimo. A me non è piaciuto.

Ora, appog­giato al banco del Mar­lin bar, rivede quello sguardo e si sente per­duto, senza sapere per­ché, senza capirne il motivo. Eva non aveva mai chie­sto di Aska, ma quell’occhiata, lui non l’aveva mai dige­rita. Un pome­rig­gio, men­tre lavo­ra­vano, uno a fianco all’altro, l’aveva quasi aggredito.

Non  fare il cre­tino con mia sorella, aveva urlato, è una brava ragazza, non t’azzardare a provarci.

Aska l’aveva guar­dato come se fosse pazzo.

Non so nep­pure com’è fatta , tua sorella, aveva risposto.

Non fare il furbo, ho visto come l’hai guar­data, insi­ste Drupi.

Non ho tempo per que­ste cose. Disse Aska. Devo fare i soldi e le donne por­tano solo guai. Ne avrò  quante ne voglio, dopo. Comun­que tua sorella non è il mio tipo.

 

Drupi ha vuo­tato la prima bot­ti­glia della gior­nata. Yuri va nel retro e torna con una nuova. Senza che lui dica nulla, rab­bocca il bic­chiere. Ora beve più in fretta.

Man­cava una set­ti­mana alla data fis­sata per un nuovo colpo.

Eva disse che era il momento di spa­rire. Era dome­nica. Quando l’ho vista uscire dalla sua camera non cre­devo ai miei occhi. Indos­sava un tubino bianco, cor­tis­simo, e un paio di scarpe viola con i tac­chi. Si era fatta una trec­cia che le girava davanti e finiva in mezzo alla scol­la­tura. Il trucco era pesante, da put­tana. Ma era uno schianto. Non sapevo cosa pen­sare, non l’avevo mai vista con una gonna, truc­cata. Lei sem­brava per­fet­ta­mente a suo agio. Mi ha guar­dato negli occhi e mi ha detto di por­tarla a Cer­nu­sco.

Drupi si inter­rompe, beve, pensa alla con­fu­sione che aveva in testa in quel momento, ma anche al sol­lievo che provò quando capì che sua sorella avrebbe fatto il lavoro che lui non aveva il corag­gio di fare.

Sono andato a pren­dere l’automobile, dice, e siamo par­titi. Mi ha detto di lasciar fare a lei. Mi met­teva sog­ge­zione, mi faceva paura.

Siamo entrati nel bar e ci siamo seduti a un tavo­lino appar­tato. Mario ci ha rag­giunto con tre birre in mano. Si è com­por­tato come se io non ci fossi, “Ciao, sono Mario”, ha detto. I suoi occhi erano fissi sulla trec­cia, den­tro alla scol­la­tura di mia sorella. “Pia­cere Eva”, gli ha rispo­sto sor­ri­dendo. “Ecco la merce “. Io cre­devo di essere in un film. Sem­brava la donna di Dia­bo­lik.  Non mostrava nes­suna emo­zione, teneva le gambe acca­val­late, stri­sciava col piede i pan­ta­loni di Mario. Aveva uno sguardo mali­zioso che non  le avevo mai visto, sem­brava volerlo ipnotizzare.

TI posso dare due e cin­quanta” ha detto Mario” .

“Fac­ciamo tre­cento” ha rispo­sto mia sorella. “Con l’albanese hai problemi?”

“Gli affari sono affari, dell’albanese non mi frega un cazzo” ha rispo­sto lui. “ Quando ci rive­diamo io e te?” .

“Pre­stis­simo, ha rispo­sto mali­ziosa, ti chiamo io”.

Mezz’ora dopo era­vamo in auto con due­cen­to­no­van­ta­mila euro in tasca. Quasi vent’anni di lavoro al can­tiere. Cer­cavo di capirci qual­cosa, la tem­pe­stavo di domande, ma lei non ha detto una parola. Arri­vati a casa, è tor­nata quella di sem­pre.  Si è messa una tuta, si è lavata il viso, teneva gli occhi bassi. Era incre­di­bile, si com­por­tava come se non fosse suc­cesso nulla, come se quella  di prima non fosse mai esi­stita. Era tor­nata dolce e affet­tuosa. Mi ha chie­sto scusa, mi ha riem­pito di baci e di carezze.

Dovevo fare per forza quella parte, mi ha detto. Da solo non avre­sti otte­nuto nulla. Gli uomini quando vedono una mini­gonna non capi­scono più nulla.… Non ti pre­oc­cu­pare per me, il Mario non sa come tro­varmi. Ora pre­oc­cu­pia­moci del viaggio.

 

Nono­stante la con­fu­sione,  Drupi si sen­tiva eufo­rico. Ave­vano i soldi. Smise di pen­sarci. Sua sorella era più in gamba di lui, che male c’era? Quin­dici ore dopo era  sparito.

L’unica a sapere dove fosse, era Eva. Sapeva anche dove aveva nasco­sto i soldi, gli aveva sug­ge­rito di met­terli sotto una tavola di legno nel pavi­mento del suo bun­ga­low.  L’unico a cer­carlo era Aska. Pro­ba­bil­mente anche quelli del ser­vi­zio di leva. Ma di quelli se ne fregava.

 

L’unico con­tatto di Drupi col mondo erano i mes­saggi che  scam­biava con Eva.  Yuri cono­sceva una bra­si­liana che aveva vis­suto un anno a Ko-Lipe. Chat­tava con lei e le tra­smet­teva i mes­saggi di Drupi da inviare a sua sorella. Le rispo­ste  arri­va­vano nello stesso modo. Se qual­cuno avesse con­trol­lato, avrebbe sco­perto che sua sorella aveva un’amica Bra­si­liana di nome Ansa. Sarebbe stata la con­ferma che lui era in Brasile.

Ma non bastava a farlo sen­tire tran­quillo.  Aveva avuto molto tempo per ripen­sare a quello che era suc­cesso. La tra­sfor­ma­zione di sua sorella l’aveva colpito.

Non può essere farina del suo sacco, dice Drupi.

Farina? Chiede Yuri.

E’ un modo di dire, risponde. Dietro a tutto c’è l’albanese. Mia sorella deve essersi presa una cotta per quel bastardo e lui ne ha appro­fit­tatoLe avrà detto come com­por­tarsi, cosa indos­sare. Anche quello che diceva al Mario. Sem­brava che reci­tasse. Aska ci ha usati per far spa­rire i soldi dall’Italia.

Ne era con­vinto. non poteva che essere così. Era in trap­pola. Aska sapeva come ritro­varlo. Anche Eva era in peri­colo, ma non sapeva che fare.

 

Pas­sava le gior­nate tra­sci­nan­dosi da un bar alla spiag­gia e poi ancora al bar. Se ne stava per ore nasco­sto die­tro a uno sco­glio a osser­vare l’andirivieni delle bar­che che  sca­ri­ca­vano i turi­sti.  Il mare  gli pia­ceva solo quando era incaz­zato, con quelle onde vio­lente che ti spac­cano i tim­pani e impe­di­scono la navi­ga­zione. Ma era  quasi sem­pre piatto e quelle male­dette bar­che con­ti­nua­vano a vomi­tare vacanzieri.

Sem­brano i bam­bini delle colo­nie, pen­sava. Se mi pagas­sero per indo­vi­nare da dove ven­gono farei soldi a palate. I tede­schi, sono super orga­niz­zati, con zai­netto, bor­rac­cia e mappa dell’isola.… Quei due con la stuoia sotto brac­cio sono fran­cesi. Gli ame­ri­cani hanno sem­pre il bic­chie­rone di caffè in mano. I cinesi li rico­no­sce­rei anche se aves­sero un sac­chetto in testa,  foto­gra­fano tutto.… e gli ita­liani, coi loro com­ple­tini fir­mati. Resta­vano a Ko-Lipe  due o tre giorni al mas­simo, poi par­ti­vano per un’altra isola lasciando posto ad altri, iden­tici. Que­sti con­ti­nui cambi, non gli per­met­te­vano di inqua­drare le per­sone. L’albanese avrebbe potuto man­dare chiun­que a far­gli la pelle. Lui non aveva nes­suna pos­si­bi­lità di rico­no­scerlo. Così, dopo un po’, se ne tor­nava  al bar.

 

Un pome­rig­gio aveva incon­trato un mila­nese in spiag­gia. Quello l’aveva sen­tito par­lare e l’aveva preso per il culo per la voce.” Ehilà ita­liano, parli come quello dei cugini di cam­pa­gna”. Drupi l’aveva man­dato a fan­culo, ma da quella notte non aveva più dormito.

Yuri con­ti­nuava a respin­gerlo. I mes­saggi di sua sorella si sta­vano dira­dando. Sem­brava quasi che non avesse più fretta di rag­giun­gerlo. Una volta provò a chie­derle se le fosse mai capi­tato di  vedere l’albanese. Dalla rispo­sta gli sem­brò ner­vosa. Scrisse che se anche l’avesse incon­trato, non era nep­pure sicura di rico­no­scerlo. Eppure lui non si era dimen­ti­cato come si erano guar­dati al can­tiere.  Un’occhiata rapida,  uno sguardo timo­roso, come se nascon­des­sero qual­cosa. Se guardi una per­sona in quel modo, non te la dimen­ti­chi.  La scena con Mario poi.…. Quella non era sua sorella.  I suoi sospetti gli sem­bra­vano ogni giorno più reali.

 

Drupi si tra­sci­nava da un bar all’altro, beveva qual­siasi intru­glio gli des­sero. La mat­tina era ubriaco, la sera era come uno zom­bie. Cer­cava di con­vin­cersi  che le sue erano solo fan­ta­sie, ma sapeva che non era così.

Poi arrivò un mes­sag­gio di Eva e cam­biò tutto . Gli scrisse che ave­vano arre­stato l’albanese. La poli­zia aveva avuto una sof­fiata. L’avevano preso davanti a una gio­iel­le­ria di Magenta.

 

Rien­trò in casa, la ten­sione che l’aveva tenuto in piedi per mesi, lo lasciò di colpo. E crollò. La testa sem­brava dovesse esplo­der­gli, lo nau­sea lo costrinse a vomi­tare. Si buttò sul letto. Cercò di dor­mire, ma  il sonno  era popo­lato da incubi, gio­ielli, pugnali, san­gue. Si sve­gliava di con­ti­nuo madido di sudore. Ansi­mava, l’acido del vomito gli infiam­mava la gola. Andò avanti così per due giorni. Poi gli incubi comin­cia­rono a dira­darsi e il sonno si fece più calmo. Quando si alzò dal letto, le gambe non lo reg­ge­vano. Andò in spiag­gia. Erano sei mesi che non entrava in acqua, si tuffò e comin­ciò a nuo­tare. Len­ta­mente, una brac­ciata dopo l’altra, comin­ciò a sen­tirsi meglio. Uscì dall’acqua, un’ora dopo aveva i crampi alle gambe, ma era sereno.

 

Andò da Yuri, le disse che stava meglio, che tutto era  risolto.

Mia sorella ha fatto arre­stare l’albanese, dice,  ti rendi conto? Che forza, aveva l’elenco dei colpi da fare, ha aspet­tato fino all’ultimo poi ha avvi­sato la pula. L’ha fot­tuto a quel bastardo. Come minimo si farà dieci anni.

Drupi dice che non avrebbe più toc­cato un dito di alcol. Sua sorella  stava per arri­vare e voleva farsi tro­vare in forma.

Yuri taceva, lo guar­dava senza emo­zione. Lui pensò che non gli cre­desse, allora l’abbracciò e le diede un bacio. Ti ordino di non darmi più nem­meno un bic­chie­rino. Non te lo chie­derò, ma se per caso lo facessi, tu non me lo devi dare.

La ragazza  non gli cre­dette. Ma i giorni pas­sa­vano e Adamo sem­brava un altro. Lo vedeva uscire dal  bun­ga­low appena sor­geva il sole. Nuo­tava un’ ora tutti i giorni prima di andare da lei per fare cola­zione. Frutta, uova stra­paz­zate e pro­sciutto. Beveva acqua e caffè. Solo il sabato sera si con­ce­deva una Sin­gha beer. Il pome­rig­gio andava a pescare.  Ritor­nava al bar verso le sette. Quando cala il sole, i pochi turi­sti si radu­nano per l’aperitivo. Due chiac­chere sul tempo, sul pescato del giorno, sul clima che c’è in Sve­zia  o in Rus­sia. Le solite frasi dei vacan­zieri. Lui par­lava con tutti sor­seg­giando un gin­ger ale. La vita era tor­nata a sor­ri­der­gli. Ko-Lipe era il para­diso che gli aveva pre­detto sua madre.

 

Non toc­cava un goc­cio di gin da quin­dici giorni. Final­mente arrivò il mes­sag­gio che aspettava.

Ieri ho visto un bel­lis­simo film  in tv  “Ben­ve­nuto in para­diso”. Domani alle 9 lo ridanno. Eva era già in viag­gio, sarebbe arri­vata  quella sera stessa con l’ultimo tra­ghetto, verso le nove.

Yuri stava cedendo, era sem­pre più affet­tuosa. Lui ripen­sava alle tre frasi che gli aveva detto per respin­gerlo. Ma ormai non beveva più, non aveva nes­sun motivo per scap­pare. Aveva ancora due­cen­to­mila euro. Lei diceva di non averne biso­gno, ma ci si sarebbe abi­tuata facil­mente. Eva l’avrebbe aiu­tato a con­vin­cerla. Avreb­bero allar­gato il bar, o magari aperto un risto­rante. Deci­des­sero pure le due ragazze. Lui non avrebbe fatto obiezioni.

 

Adamo non andava più in spiag­gia a spiare  gli arrivi, così quel pome­rig­gio non vide la spi­lun­gona  che era scesa da un pic­colo moto­scafo. Aveva i capelli cor­tis­simi, biondo pla­tino, indos­sava un bikini più pic­colo degli occhiali da sole che le copri­vano gli occhi. Era insieme a un ragazzo alto, musco­loso, con un ber­retto e un paio di occhiali che gli nascon­de­vano quasi inte­ra­mente il volto. Anche se fosse stato in spiag­gia, Adamo non avrebbe rico­no­sciuto Eva.

Lei andò verso il bun­ga­low del fra­tello, sapeva dove tro­vare la chiave. Entrò, si stese sul letto e chiuse gli occhi. Il suo accom­pa­gna­tore rimase a giron­zo­lare sulla spiaggia.

 

Alle sette il bar era ancora vuoto. Drupi aspet­tava impa­ziente. Ancora due ore e sua sorella sarebbe arri­vata. Seduto sullo sga­bello di fianco al suo c’era un ragazzo. Non doveva avere nep­pure vent’anni. Era biondo, ric­cio con gli occhi azzurri.  Aveva un fisico per­fetto. Teneva una mano sul ban­cone con il pugno chiuso, l’altra in tasca.

E’ un modello, dice Adamo.

Da cosa l’hai capito? Risponde Yuri.

Non vedi come sta in posa? dice. Ha un fisico della madonna, il viso è per­fetto, e i capelli? Di sicuro è sve­dese. Ci vuole un gran culo a nascere così.

Il ragazzo lo guarda e sor­ride. Poi ordina un bic­chiere di gin. In ita­liano. Drupi sente un bri­vido alla schiena, lo guarda. La sua è un’occhiata ter­ro­riz­zata, una goc­cia di sudore gli riga una guan­cia, l’odore della paura gli invade le narici. Quello sor­ride tran­quillo, len­ta­mente allunga la mano verso di lui, la pic­cola mela d’oro con la foglio­lina verde entra negli occhi di Adamo alla stessa velo­cità con cui il pugnale si infila nella sua pan­cia e lo tra­scina all’inferno.

*

Ste­fano Bal­dazzi ha 60 anni. Ha fre­quen­tato il liceo scien­ti­fico, poi aziende lat­tiero casea­rie per una vita, prima come cen­tra­li­ni­sta e poi diret­tore ven­dite. Molto sport. Per 10 anni come alle­na­tore pal­la­volo fem­mi­nile poi tennis.

 

 




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     maggio 1, 2012 Pubblicato in Racconti -       Leggi Tutto
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1 Commento al “Stefano Baldazzi/La mela”

  1. SERGIO scrive:

    MORALE: MANGIA LA MELA MA NON DIRE COSA C’E’ SOTTO LA TAVOLA!! SI SIMI E’ PIACIUTO, C’ENTRA POCO COL NOIR, LE SITUAZIONI SONO BEN DESCRITTE SENZA TROPPE LAGNE, IL FINALE E’ PERFETTO RACCOGLIE IL RACCONTO E LO BUTTA VIA.….… SALUTIBACI

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