Milena Ferri/Lazzaro
Il suo volto era caduto nel piatto, aveva sentito il caldo del brodo sul viso e poi più nulla. Tutto era silenzio, anche se gli era sembrato di sentire un gallo cantare in lontananza. Brividi di freddo avevano precorso il suo corpo, le sue gambe e le sua braccia erano diventate rigide, non era stato in grado di muovere nessun muscolo. Mani calde e callose di donna che lavora lo avevano lavato e massaggiato. Era stato un momento piacevole. Per un istante il cuore gli era sembrato ancora caldo. Oli profumati avevano inebriato la sua mente. Qualcosa di morbido l’aveva avvolto e lo aveva fatto sentire a suo agio, come se avesse indossato un bel vestito. Poi il buio e, in lontananza, preghiere e pianti, ma era come se non fossero rivolti a lui. Non voleva sapere se era vivo o morto e, se era morto, chi lo aveva ucciso o se fosse successo per causa naturale. La pace, la sua testa l’aveva sentita enorme, come a proteggere la sua figura diventata minuscola. Inizialmente piena di pensieri e domande, poi c’era stato un suono celestiale di arpa e cori finché aveva visto, di fronte a lui, una tribù di Masai. Aveva sentito trillare le loro voci in suoni armonici e anche lui aveva iniziato a saltare. Sempre più in alto. Sempre più in alto. Ancora un balzo e il suo corpo enorme, e la testa diventata piccola, era stato massaggiato da mille odalische al suono di una musica indiana che ripeteva sempre le stesse note. Poi molta gente, chi aveva suonato le pentole, chi il rastrello muovendolo ritmicamente sul selciato, chi aveva fatto il tip tap. Al culmine del baccano, la quiete. Si era ritrovato in una fila infinita di persone vestite di verde e di giallo. Il silenzio era assordante, riempiva il cervello di niente. Inizialmente si era sentito smarrito, cercava un qualsiasi rumore. Ma il rumore era silenzio. Tutto era immobile. Da quel momento nessun pensiero aveva più disturbato la sua tranquillità. Nessuna voglia di conoscenza. Come se tutti i pensieri fossero rimasti dietro a un vetro. Nessun interrogativo a turbare la pace. “Lazzaro, vieni fuori!” Un fulmine lo percorse, una scossa dai piedi al cervello. Un odore di umido e d’incenso era penetrato nelle sue narici. Odore di fiori recisi, puzzo di morte. Aveva pensato di essere ancora con la faccia nel piatto, un sapore amaro in bocca e la voglia di mettersi in piedi. Lazzaro si tocca le gambe e il volto. Era morto quattro giorni prima. La sorella gli aveva messo del topicida nel cibo, ma lui questo non può saperlo. Si sente rinato, più giovane. Si avvicina a Gesù e gli bacia l’anello con il sigillo. “Gesù, chi ti ha mandato? Chi mi ha voluto di nuovo in vita?” “Tua sorella Marta. Mi ha convinto con la fede. Era triste per averti perso. Ha cercato di colpire il mio cuore,” Gesù lo bacia, senza guardarlo. “Nella vita è giusto che si compia il destino per ognuno di noi. Il tuo giorno non era ancora arrivato. Però ricordati che deve essere fatta la Sua volontà,” dice Gesù. Marta entra con passo lento nel sepolcro, una candela illumina fiocamente la tomba. È vestita di nero, a tracolla una borsetta lilla. Lazzaro le corre incontro e la bacia. La ringrazia, ma lei è rigida e impassibile. Tiene gli occhi alti, sopra la figura di Lazzaro. Il suo sguardo è austero, gli occhi neri nella penombra del sepolcro si vedono a malapena. Il fratello la stringe ma lei è gelida, “Marta, non sei felice?” Lei tace “L’emozione che non ti permette di parlare?” Allora Marta risponde: “Lazzaro, ho chiesto a Gesù di riportarti in vita per un’unica ragione. Volevo che tu sapessi che ti ho ucciso, ma ancor di più voglio che tu soffra.” Non poteva perdonargli di aver perso cinquantamila euro alle slot-macine. Lazzaro si scioglie dall’abbraccio, Marta fa un paio di passi indietro. Lui sente il cuore battere forte, la testa pulsare. Si tocca di nuovo per accertarsi di essere vivo. “Voglio che tu soffra. Ritornare in vita è stata per te una gioia?” Lazzaro risponde con voce fioca, “È stato il momento più sublime e alto della mia vita. Niente è paragonabile all’istante in cui si torna alla vita. Sentire il sangue scorrere nelle vene, le arterie pulsare. Il rumore del cuore. Il battito più gradevole che le mie orecchie abbiano mai udito. Ogni profumo riempie il tuo cervello e la sensazione è di una prima volta. Il cuore in sussulto, come quando fai l’amore con passione. Sentire i polmoni riempirsi d’aria. L’aria, in bocca, ha un sapore. Il tepore scalda la pelle, come i primi raggi di primavera che accendono il corpo, dopo un inverno rigido.” “Voglio che tu soffra,” ripete Marta. “Quale maggior sofferenza ci può essere nella vita che morire una seconda volta? Spegnere i rumori e gli odori. Sentire il sangue che rallenta il suo flusso e il battito del cuore allontanarsi. Essere consapevole di ciò che stai lasciando e che sarà per sempre. Niente fa più male della conoscenza,” dice Marta. Estrae una pistola dalla borsa e la punta verso il fratello. Spara un colpo al centro del suo petto. Il braccio di Marta fa un balzo all’indietro per il contraccolpo. Il braccio, ora è senza forze. La pistola cade a terra. Gesù rientra nel sepolcro. Si avvicina a Lazzaro disteso a terra. Gli chiude gli occhi e pronuncia una sola parola “Amen.” Il corpo di Lazzaro è percorso da brividi di freddo, gambe e braccia diventavano rigide e non è in grado di muoversi. La pace, sente la sua testa diventare enorme, come a proteggere la sua figura diventata piccola. Poi un suono celestiale di arpa e cori finché vede, di fronte a sè, una tribù di Masai. Sente trillare le loro voci in suoni armonici e anche lui inizia a saltare. Sempre più in alto. Sempre più in alto. Ancora un balzo e il suo corpo diventa enorme e la testa piccola, viene massaggiato da mille odalische al suono di una musica indiana che ripete le stesse note. Poi molta gente, chi suona le pentole, chi il rastrello muovendolo ritmicamente sul selciato, chi fa il tip tap. Tutti sono felici e lo è anche Lazzaro. Al culmine del baccano, la quiete. È in una fila infinita di persone vestite di verde e di giallo. Il silenzio assordante riempie il cervello di niente. Si sente smarrito cerca un rumore qualsiasi ma intorno a lui c’è solo immobilità. Il rumore di un vetro che si rompe, poi la consapevolezza di essere morto. Forte è il rimpianto di ciò che ha lasciato, si sente bruciare. Ricorda tutto, un eco lontano a narrare la sua storia, Marta ti ha ucciso una seconda volta. Attende trepidante il momento della non conoscenza, che forse non arriverà mai. Gesù si avvicina a Marta e dice: “Conoscevo le tue vere intenzioni. Quelle che mi hai raccontato per convincermi a fare il miracolo erano bugie e lo sapevo.” Lei lo guarda “Allora perché lo hai fatto?” chiede perplessa. “Ho riportato in vita Lazzaro, perché ogni essere umano deve seguire il suo destino. Io sono salito fin sulla croce per far compiere la volontà del Padre nostro. Tuo fratello ha avuto la sua seconda occasione. Se solo fosse stato capace di toccare il tuo cuore con le sue lacrime e le sue parole, tu non avresti estratto quella pistola e non gli avresti sparato. Ma era giusto che la tua vendetta si compisse fino in fondo,” dice Gesù. Apre uno specchietto e, nonostante la penombra, ripassa la linea nera sotto gli occhi. “Ti dispiace se mi cambio?” chiede Gesù. “Fai pure,” risponde Marta. Lui apre il borsone di cuoio e tira fuori un completo nero, giacca e pantalone. Si toglie il saio di tela e indossa una camicia bianca di cotone e una cravatta nera. “Non capisco,“ dice Marta. “Non c’è niente da capire, io sono come ognuno di voi mi vuole. Tu mi hai immaginato con i capelli lunghi e i sandali di cuoio. Adesso devo andare a un rinfresco di nozze. Lì mi vogliono elegante.” Indossa un paio di scarpe lucide, nere anch’esse. “I tempi cambiano. Nessuno prega o mi invoca, nelle proprie orazioni. L’uomo moderno disconosce Dio, ma non ha il coraggio di rinnegare il miracolo. Ai miracoli non sa rinunciare. Così l’uomo inginocchiandosi davanti a un prodigio si prostrerà davanti a Dio. Io sono in grado di evolvermi. Io divento di continuo il tempo che di continuo creo.” A questo punto, per Marta tutto è chiaro. Lui non è altro che il ritratto appeso nella sua camera da letto, che aveva comprato al mercato un paio d’anni prima. Gesù indossa lo stesso abito e ha la stessa faccia del quadro. Così lo immaginava, ogni volta che pregava. Così si è presentato, il giorno del miracolo. Si spruzza il profumo dietro l’orecchio, ripone la boccetta nel borsone. Chiude la cerniera, solleva lo sguardo verso Marta che sa dire solo poche parole. “Allora non l’ho ucciso?” “Certo che lo hai ucciso. Io ho solo fatto il miracolo della resurrezione. Ho fatto ciò che è impossibile per l’uomo, ma tutto il resto è stato il compimento della tua volontà.” Gesù esce. Marta guarda per l’ultima volta il corpo senza vita di Lazzaro. Si abbassa, raccoglie la pistola, la ripone nella borsa lilla.
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Milena Ferri è nata a Riccione nel 1974. Si è diplomata in ragioneria. Vive con il suo gatto Modì. Il teatro è la sua passione. Ha frequentato per 6 anni una scuola di improvvisazione teatrale.




























