Claudio Magris/Il vero eroe lo è suo malgrado



Ripro­po­niamo qui una rifles­sione dello scrit­tore trie­stino, apparsa sul quo­ti­diano La Stampa del 3 giu­gno 2012 -

 

Alcuni decenni fa, durante il ser­vi­zio mili­tare, ho pas­sato alcuni mesi imbo­scato – assai poco eroi­ca­mente – in una sezione dell’Ufficio Sto­rico dello Stato Mag­giore, a Roma. C’era un capi­tano che aveva l’abitudine, a metà mat­tina, di offrire un caffè a noi tre o quat­tro sol­dati sem­plici, addetti a rico­piare a mac­china e a cata­lo­gare vec­chi docu­menti o a spo­stare armadi e scaf­fali. Uno di noi era un gar­zone fale­gname di Bastìa di Rovo­lòn, in pro­vin­cia di Padova, un ragazzo alto e sbi­lenco, dai grandi occhi azzurri sem­pre sgra­nati con stu­pore sul mondo. Il capi­tano, quando ci offriva il caffè, ci rac­con­tava spesso qual­che epi­so­dio o aned­doto in cui riful­geva la glo­ria mili­tare. Un giorno ci rac­contò la sto­ria del «salto del gra­na­tiere»: il colon­nello coman­dante di un reg­gi­mento di gra­na­tieri, attac­cato da pre­pon­de­ranti forze nemi­che e costretto a riti­rarsi, sino a tro­varsi con i suoi pochi uomini rima­sti sull’orlo di un pro­fon­dis­simo pre­ci­pi­zio – più di mille metri, diceva il capi­tano – all’invito ad arren­dersi rispose affer­rando la ban­diera e get­tan­dosi nell’abisso. Qui, per il capi­tano, la sto­ria finiva, con un suf­fi­ciente mate­riale di glo­ria e di morte, senon­ché il ragazzo di Bastìa di Rovo­lòn, sgra­nando pre­oc­cu­pato ancora di più gli occhi, chiese: «Xelo morto, magari?», facendo infu­riare il capi­tano, il quale ripe­teva arrab­biato che certo era morto, sfra­cel­lato dopo mille metri di caduta; era arrab­biato soprat­tutto all’idea che un dub­bio sulla morte potesse sgon­fiare tutto il pathos della sto­ria, facendo sfu­mare quell’eroismo che aveva biso­gno della morte. […]

Cer­ta­mente uno dei carat­teri salienti dell’eroe è la capa­cità di affron­tare la morte; la capa­cità, non il mor­boso ed esal­tato pia­cere. Gli eroi, certo, spesso muo­iono e diven­tano eroi soprat­tutto per que­sta defi­ni­tiva scon­fitta e per il corag­gio con cui la vivono. Un corag­gio che, a dif­fe­renza di ogni fal­lace e sospetto entu­sia­smo, di ogni «Viva la muerte», cono­sce la paura ed è corag­gio auten­tico pro­prio per­ché la cono­sce. Ettore, il pro­to­tipo dell’eroe per eccel­lenza, scappa cor­rendo per tre volte intorno alle mura di Troia prima di affron­tare Achille ed è lui l’eroe più grande, più del furente Pelìde. Ana­lo­ga­mente, nel Maha­b­ha­rata, Carna, il puris­simo eroe dai natali indi­scu­ti­bili che muore, come Ettore, per una causa invisa all’autore del poema – il quale par­teg­gia per i suoi nemici Pan­duidi come Omero par­teg­gia per i Greci – è più grande del Pan­duide Arjuna, l’Achille dell’epopea sanscrita.

Di eroi c’è biso­gno, ma averne biso­gno è una sven­tura, come dice una famosa bat­tuta di Bre­cht, per­ché è una sven­tura dover com­bat­tere, ucci­dere, morire, sacri­fi­carsi, rinun­ciare all’amabile vita di ogni giorno, a vaga­bon­dare, gio­care, fare all’amore, stare con gli amici, guar­dare il mare, bersi – come esorta un detto chas­si­dico – qual­che buon bic­chie­rino. E tut­ta­via può capi­tare di dover ven­dere il man­tello per com­prare una spada, come dice il Van­gelo, rinun­ciare alla feli­cità per opporsi a qual­che Levia­tano che si appre­sta a tra­sfor­mare il mondo in una Ausch­witz e impe­dir­glielo anche a costo di sacri­fi­care la vita. È que­sto che fa, che sa fare l’eroe, quello famoso e quello sco­no­sciuto, i sette fra­telli Cervi come i militi ignoti. Ma il vero eroe lo fa con­tro­vo­glia; non ama maneg­giare la spada, anche quando sa farlo e quando ritiene di doverlo fare per difen­dere qual­cuno o qual­cosa. Pre­fe­ri­rebbe andare a una festa piut­to­sto che a una guerra ed è que­sto sen­tire che rende auten­ti­ca­mente eroico – senza reto­rica, senza ebbrezze auto­sa­cri­fi­cali – il suo agire e, quando capita, il suo morire.

Die­trich Bon­hoef­fer, gio­vane pastore pro­te­stante, salì al pati­bolo per la sua oppo­si­zione al nazi­smo: non desi­de­rava il mar­ti­rio, diceva che il suo desi­de­rio non era vedere Dio bensì piut­to­sto la sua fidan­zata, ma non gli venne in mente di tirarsi indie­tro da una lotta neces­sa­ria, che dava senso alla sua vita e anche al suo amore per Dio e per la sua fidan­zata. Nep­pure Tom­maso Moro aveva voglia di essere un mar­tire; gli dispia­ceva rinun­ciare ai mani­ca­retti che gli pre­pa­rava la figlia, ma è stato pro­prio que­sto amore per la vita a ren­derlo capace di sfi­dare la morte, per­ché anche per gustare i buoni mani­ca­retti e le gioie più alte occorre essere fedeli a que­gli impe­ra­tivi che ren­dono la vita degna di essere vis­suta e goduta.

Poche vicende fanno capire per esem­pio cosa sia l’eroismo come la tran­quilla calma con cui Franz Jäger­stät­ter – il con­ta­dino austriaco che viene giu­sti­ziato per il suo rifiuto di arruo­larsi nell’esercito nazi­sta e coo­pe­rare alla sua infame con­qui­sta del mondo – spiega a chi vuol con­vin­cerlo a mol­lare (parenti, auto­rità, il vescovo di Linz) che com­bat­tere per il nazi­smo è incom­pa­ti­bile con la sua fede cat­to­lica. Anche Franz Jäger­stät­ter non ha alcuna ten­ta­zione di mar­ti­rio: è un uomo che ha vis­suto gagliar­da­mente, molto apprez­zato dalle donne; che ha saputo menar le mani quando le squa­dracce fasci­stoidi veni­vano nell’osteria che amava fre­quen­tare spesso; che gode di un non disprez­za­bile benes­sere eco­no­mico e soprat­tutto è felice di vivere con la moglie, molto amata, l’unica che com­prende la sua scelta e gli resta vicino, men­tre il vil­lag­gio lo odia pro­prio per­ché il suo tran­quillo corag­gio mette a nudo il misero livello umano dei suoi compaesani.

Eroi sono il tenente degli alpini Sil­vio Geuna e il gene­rale Giu­seppe Perotti, con­dan­nati dal tri­bu­nale spe­ciale fasci­sta a Torino nell’aprile 1944, il primo all’ergastolo e il secondo a morte, per la loro oppo­si­zione al regime. Il tenente, affer­mando di aver agito di sua spon­ta­nea volontà e non per isti­ga­zione del gene­rale Perotti, chiede, visto che lui è sca­polo e il gene­rale ha tre figli, di inflig­gere a lui la pena di morte e l’ergastolo al gene­rale, il quale replica bru­sca­mente che l’altro ha invece agito obbe­dendo ai suoi ordini. Allo stesso pro­cesso, l’avvocato Cor­ne­lio Bro­sio, per il quale viene chie­sta la pena capi­tale, legge con pigno­le­ria la domanda di gra­zia che la moglie gli chiede di fir­mare e alla fine, dopo attenta rifles­sione, resti­tui­sce con calma il foglio, dicendo «non posso». Non è vero, come ha scritto Bor­ges, che il nostro tempo abbia per­duto il senso dell’eroico, anche se non lo esprime con lo stile delle saghe a lui care.

Que­sti sono gli eroi. Non neces­sa­ria­mente figli di dèi, come quelli del mito greco, sui quali di recente Giu­lio Gui­do­rizzi, nella sua intro­du­zione al secondo Meri­diano dedi­cato al Mito greco, ha scritto pagine bel­lis­sime cui c’è ben poco da aggiun­gere. Non sono nem­meno olim­pi­ca­mente supe­riori all’umano, come voleva Julius Evola con­trap­po­nen­doli alla stra­ziata lace­ra­zione dei titani, a Pro­me­teo cui l’aquila divora il fegato. Il vero eroe – comun­que quello a noi oggi più vicino – è chi non vor­rebbe esserlo ed è costretto a com­por­tarsi come tale suo mal­grado; in que­sto senso è anche e soprat­tutto un anti­e­roe, non per intento di demi­sti­fi­ca­zione ideo­lo­gica, ma per la comica, uma­nis­sima gof­fag­gine e debo­lezza con cui affronta un destino anche tra­gico e spesso enfa­ti­ca­mente stu­pido ma non per­ciò meno tra­gico, per­ché intriso di vio­lenza, ingiu­sti­zia, cru­deltà e sof­fe­renze spesso inflitte a innocenti.

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     giugno 5, 2012 Pubblicato in Articoli, Autori -       Leggi Tutto
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1 Commento al “Claudio Magris/Il vero eroe lo è suo malgrado”

  1. Alessandro Sandini scrive:

    Magris non scrive niente di nuovo. Ma illu­stra il suo con­cetto con chia­rezza.
    Come pos­siamo appas­sio­narci a un per­so­nag­gio, tifare per lui — per­ché è quello che fac­ciamo quando leg­giamo un romanzo ben scritto — quando egli ha già den­tro di sé le qua­lità che con­trad­di­stin­guono un eroe: corag­gio, lealtà, gene­ro­sità, ecc?
    Come può il pro­ta­go­ni­sta cam­biare – per­ché è quello che ci aspet­tiamo dal pro­ta­go­ni­sta di un romanzo ben scritto – se incarna già la per­fe­zione?
    Non sono d’accordo quando Magris scrive: “[…] Que­sti sono gli eroi. Non neces­sa­ria­mente figli di dèi, come quelli del mito greco” – per­ché sem­bra impli­ci­ta­mente con­no­tare l’eroe greco come figura che incarna i valori che ho pre­ce­den­te­mente elen­cato (corag­gio, lealtà, gene­ro­sità, ecc), per­ché non è così: Egi­sto, ad esem­pio, è un mito com­plesso e pieno di con­trad­di­zioni.
    Tra­la­sciando que­sto punto, la chiusa di Magris è pre­cisa e con­di­vi­si­bile: “Il vero eroe – comun¬que quello a noi oggi più vicino – è chi non vor­rebbe esserlo ed è costretto a com­por­tarsi come tale suo mal­grado; in que­sto senso è anche e soprat­tutto un anti­e­roe”, sep­pur dege­neri in una defi­ni­zion assai semplicistica.

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