Paul Auster/Silenzio, parla il mio corpo



ripro­po­niamo qui l’intervista allo scrit­tore ame­ri­cano, a cura di Paolo Mastro­lilli, apparsa sul quo­ti­diano La Stampa di ieri, 11 giu­gno 2012 -

 

Noi siamo i nostri corpi. Non rie­sco a vedere la mente sepa­rata dal resto, non credo a uno spi­rito esterno che ci soprav­vive. E non credo nean­che al pro­gresso: migliora la tec­no­lo­gia, ma i difetti degli uomini restano sem­pre gli stessi».

Un testa­mento. Intel­let­tuale, ma pur sem­pre un testa­mento. Bilan­cio della pro­pria esi­stenza, fatto attra­verso il rac­conto della sto­ria del suo corpo. Que­sto è Win­ter Jour­nal, il nuovo libro di Paul Auster, già uscito in Spa­gna, Olanda e Tur­chia, atteso per ago­sto negli Usa, e pro­gram­mato per l’autunno in Italia.

Lei dice che era una mat­tina d’inverno, e nevi­cava, quando ha comin­ciato a scri­vere que­sto dia­rio. Per­ché ha sen­tito il biso­gno di farlo?

«Non lo so. È una domanda a cui non sono riu­scito a rispon­dere. Ho solo voluto que­sto libro e l’ho scritto».

In seconda per­sona: perché?

«Mi è parso il modo migliore per coin­vol­gere il let­tore, e far­gli capire che in realtà sto rac­con­tando la sto­ria di tutti noi. La prima per­sona sarebbe stata troppo intima ed ego­cen­trica, la terza troppo distante. La seconda era giu­sta, per­ché que­sto è il libro di ogni corpo. In modi diversi, siamo pas­sati tutti attra­verso que­ste stesse espe­rienze e sensazioni».

Lei con­clude il rac­conto dicendo che è entrato nell’inverno della sua vita: cosa le ha dato que­sta sensazione?

«È un sem­plice fatto mate­ma­tico. Oggi nei paesi occi­den­tali la lun­ghezza media dell’esistenza è circa ottant’anni, se sei for­tu­nato. Divi­dendo que­sto numero per le quat­tro sta­gioni, il risul­tato è venti anni per cia­scuna. Io ho com­piuto 65 anni, e cer­ta­mente non sono nella pri­ma­vera della mia vita. Spero di pas­sare un lungo inverno, ma que­sta è la mia sta­gione e non posso sapere quanto durerà».

Oltre trent’anni fa, dopo la morte di suo padre, lei pub­blicò L’invenzione della soli­tu­dine. Ora che sua madre è morta, torna a scri­vere una memo­ria: c’è una connessione?

«Lon­tana. Comin­ciai a scri­vere L’invenzione poche set­ti­mane dopo la morte di mio padre, per­ché il mio rap­porto con lui era stato com­pli­cato. Mia madre invece è morta da qual­che anno, ma ci ho messo più tempo ad assor­bire que­sto lutto. Avendo deciso di scri­vere un libro sul mio corpo, ho pen­sato che dovevo par­lare anche di lei, per­ché den­tro di lei tutto è comin­ciato. Così come ho sen­tito la neces­sità di par­lare delle 21 case in cui ho abi­tato, per­ché sono la corazza che mi ha pro­tetto dagli elementi».

Ogni volta che arriva a un pas­sag­gio fon­da­men­tale della sua vita, il suo corpo va in fran­tumi: attac­chi di panico, crisi gastri­che. Sem­bra quasi che capi­sca i suoi sen­ti­menti meglio della mente.

«È esat­ta­mente così. Credo che capiti anche ad altri: quando ci tro­viamo davanti a situa­zioni emo­tive, invece di mani­fe­stare le nostre sen­sa­zioni, lasciamo che sia il corpo a spie­garle. Quando perdo una per­sona vicina divento di pie­tra, ma il mio corpo si scioglie».

Almeno due volte si è tro­vato a un passo dalla morte: da bam­bino, quando un suo amico che le stava vicino fu ammaz­zato da un ful­mine; e da adulto, quando ha fatto un inci­dente d’auto che quasi ucci­deva sua moglie. A cosa ha pen­sato in quei momenti?

«Alla fra­gi­lità della vita. C’è gente che soprav­vive alle guerre, e poi muore inciam­pando in casa. Può finire in ogni istante, dob­biamo tenerlo sem­pre presente».

Nel libro rac­conta anche i suoi incon­tri con pro­sti­tute: perché?

«È la sto­ria di un uomo: ho pen­sato che l’unico modo di scri­verla era essere com­ple­ta­mente one­sto. È suc­cesso quando ero gio­vane e molto solo, penso sia capi­tato a tanti altri. Quando ne ho par­lato in Spa­gna, molti gior­na­li­sti si sono scan­da­liz­zati; quando l’ho fatto in Olanda, non hanno mostrato par­ti­co­lare inte­resse. Deve essere la dif­fe­renza tra la cul­tura cat­to­lica e quella pro­te­stante, forse. Comun­que io ho rag­giunto un’età in cui non ci si ver­go­gna più della realtà, e non mi piace l’ipocrisia di chi la nasconde».

Parla molto anche del suo rap­porto col cibo.

«Dob­biamo man­giare per neces­sità, ma se ci riflet­tete bene la cucina è un enorme salto della nostra imma­gi­na­zione. Pen­sare che da una spiga possa venire il pane è un grande atto crea­tivo. Il cibo è così sofi­sti­cato, pieno di cul­tura, legato insieme alle nostre neces­sità di soprav­vi­venza quo­ti­diana e alla nostra aspi­ra­zione alla gioia. Non potevo lasciarlo fuori».

Lei dice che non ha nostal­gia per il pas­sato, per­ché aveva gli stessi difetti del pre­sente: non crede al pro­gresso dell’umanità?

«No. Migliora la tec­no­lo­gia, ma i nostri limiti restano gli stessi. Stu­pi­dità, pre­giu­dizi, avi­dità cam­biano forma durante le varie epo­che, ma nella sostanza restano uguali. Altri­menti come si spiega che fac­ciamo ancora le guerre, dopo la seconda guerra mon­diale? Come si spiega il mas­sa­cro di inno­centi che vediamo ogni giorno in Siria? I geno­cidi dove­vano finire, eppure è arri­vato il Ruanda. Guar­diamo all’ingiustizia eco­no­mica e sociale, a come è stato osta­co­lato il primo pre­si­dente afro-americano, Obama, che pro­prio per que­sto va ancora soste­nuto nono­stante tutti i pro­blemi. No, la natura umana è la stessa, e non cam­bia. Abbiamo nostal­gia di quando era­vamo gio­vani per­ché è stato il momento in cui abbiamo sco­perto la vita, ma non era un tempo migliore. Non c’è mai un tempo migliore degli altri».

Scri­vere del suo corpo, l’aspetto più mate­riale dell’uomo, l’ha spinta a riflet­tere sulla sua spiritualità?

«Certo. Io sono una per­sona molto spi­ri­tuale, in con­ti­nua ricerca. Sono con­vinto che fac­ciamo parte di una cosa enor­me­mente più grande di noi, che non riu­sciamo a capire. Però sono restio a chia­marla Dio. Non credo che esi­sta un’intelligenza supe­riore che ha pen­sato tutto questo».

E cosa suc­ce­derà alla fine del suo inverno? «Noi siamo i nostri corpi, non credo a uno spi­rito sepa­rato dal resto. Quando arriva la morte è finita. Forse si soprav­vive nel ricordo degli altri, ma non mi aspetto un’altra vita».

È pos­si­bile l’etica, senza una fede reli­giosa che ci obbli­ghi ad abbracciarla?

«La chiave resta nel rispetto e nella tol­le­ranza reci­proca. Io non credo, ma ho il mas­simo rispetto di chi lo fa. Non accetto l’idea che si possa com­bat­tere per una reli­gione. Non voglio imporre il mio incerto parere agli altri, e mi aspetto che gli altri fac­ciano altret­tanto con me. Que­sto siamo, que­sto dob­biamo impa­rare ad accet­tare. Pos­si­bil­mente prima che arrivi l’inverno».

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     giugno 12, 2012 Pubblicato in Autori, Interviste -       Leggi Tutto
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