Jennifer Egan/Dal quaderno al Twitter



Ripro­po­niamo qui l’intervista alla scrit­trice ame­ri­cana, a cura di Elena Stan­ca­nelli, apparsa sul quo­ti­diano La Repub­blica dell’1 giu­gno 2012 —

 

Jen­ni­fer Egan è una scrit­trice ame­ri­cana di impres­sio­nante bra­vura. È nata nel 1962, l’anno scorso ha vinto il pre­mio Puli­tzer con Il tempo è un bastardo (mini­mum fax) che con­te­neva un capi­tolo in Power Point e ora sta spe­ri­men­tando sul New Yor­ker un romanzo attra­verso Twit­ter. In Ita­lia verrà pub­bli­cato sem­pre da Mini­mum Fax (che ad otto­bre man­derà in libre­ria Guar­dami, un titolo uscito qual­che anno fa) ma intanto vale la pena capire che forma avrà.

È stato il New Yor­ker a sug­ge­stio­narla o è un’idea sua?

«Total­mente mia. Addi­rit­tura quando ho sot­to­po­sto alla rivi­sta la trama del rac­conto che avrei scritto, non ho detto che avrei voluto farlo su Twit­ter, per­ché temevo che non avreb­bero accet­tato. Solo dopo gli ho spie­gato che avrei voluto che uscisse con la for­mula dei tweet. E anche allora, temevo che si sareb­bero tirati indie­tro. Invece l’idea è piaciuta».

Per­ché ha scelto una trama noir?

«È suc­cesso in maniera natu­rale. Da un po’ di tempo volevo scri­vere una spy story al fem­mi­nile, esplo­rando il regno del noir. Twit­ter, per la sua dop­pia valenza pub­bli­cae pri­vata, miè sem­brato molto vicino all’idea dello spionaggio. C’è qual­cosa di inti­ma­mente segreto nel lin­guag­gio di Twit­ter. Una voce nar­ra­tiva che si fosse espressa attra­verso i tweet, avrebbe con­te­nuto natu­ral­mente que­sta ambi­guità pubblico/privato. Il regi­stro men­tale di una spia com­presa nella sua mis­sione, si sposa con faci­lità a que­sto tipo di struttura».

L’ha scritto tutto insieme, o tweet per tweet?

«Ho scritto tutto a mano in un qua­derno di appunti giap­po­nese, costi­tuito da otto ret­tan­goli in ogni pagina. In alcuni mesi, ho riem­pito cin­que o sei pagine del mio qua­derno, fino ad avere una prima ste­sura. Ma era lun­ghis­simo, pro­ba­bil­mente il dop­pio di quello che poi è stato effet­ti­va­mente pub­bli­cato. Quindi l’ho ribat­tuto al com­pu­ter e ci ho lavo­rato come fosse un mano­scritto. I pic­coli brani, i tweet, erano sepa­rati uno dall’altro da spazi bianchi».

Di solito come lavora quando scrive? Pre­para una scaletta?

«No. quando ini­zio, no. Per esem­pio Il tempo è un bastardo nasce da un’immagine: una donna che ruba il por­ta­fo­glio di un’altra donna in una toi­lette. È un epi­so­dio che mi è suc­cesso davvero.

Ero a New York, e dovevo pren­dere un aereo. Mi sono ritro­vata senza niente: soldi, carte, biglietto.

Ero dispe­rata. In quel momento mi squilla il tele­fono. Era una donna. Sono di City Bank, mi ha detto, sap­piamo che ha perso il por­ta­fo­glio e noi siamo qui per aiutarla.

Ero feli­cis­sima. Sono scop­piata a pian­gere per l’ansia. Lei mi ha con­so­lato e poi ha mi ha chie­sto varie infor­ma­zioni, e tra que­ste il pin del ban­co­mat. E io gliel’ho dato. Paz­ze­sco, no? Per­ché la per­sona al tele­fono, ho capito sol­tanto dopo, era la ladra stessa. Che mi ha svuo­tato il conto. Que­sta con­ver­sa­zione mi ha osses­sio­nato a lungo. Mi sono chie­sta se lavo­rasse dav­vero in una banca e chi fosse dav­vero que­sta donna? Sono par­tita da lì. Anche in quel caso scri­vendo prima a mano e poi copiando sul com­pu­ter. Per me il rap­porto tra segno scritto e schermo, è una spe­cie di dia­let­tica tra libertà crea­tiva e organizzazione».

Il tempo è un bastardo va avanti e indie­tro nel tempo dalla fine degli anni Set­tanta fino al 2020.L’ha scritto in maniera cronologica?

«No. All’inizio non pen­savo nem­meno che sarebbe diven­tato un romanzo. Volevo scri­vere un rac­conto che avesse come tema l’industria disco­gra­fica, il pas­sag­gio dall’analogico al digi­tale, da un busi­ness ric­chis­simo all’attuale crisi. Ho scritto quello che sarebbe diven­tato il primo capi­tolo, quello del furto del por­ta­fo­glio, e poi il secondo. Ma a quel punto.

sono diven­tata curiosa di sco­prire l’origine dell’abitudine di Ben­nie di bere sca­glie d’oro sciolte nel caffè. E ho pro­se­guito così, inse­guendo su e giù nel tempo le mie curio­sità sui per­so­naggi. È stata la curio­sità, non la cro­no­lo­gia ha costi­tuire la struttura».

Lei hai defi­nito il suo romanzo una sorte di con­cept album.

«Ho pen­sato a un con­cept album solo in un secondo momento, quando ho capito che il libro era diviso in due parti: prima e dopo l’11 set­tem­bre. Come un lato A e un lato B. All’inizio, dopo che ho capito che sarebbe diven­tato un romanzo, mi sono data tre regole: ogni capi­tolo avrà un pro­ta­go­ni­sta diverso, ogni capi­tolo avrà un sen­ti­mento, un approc­cio tec­nico e uno stile diversi, ogni capi­tolo avrà una sua auto­no­mia di senso, potrà essere letto anche senza sapere cosa viene prima o dopo. Come tanti rac­conti, appunto».

Non scrive mai di se stessa?

«Non sono capace. Non fun­ziona. Non so cosa debba essere la let­te­ra­tura, non è una regola gene­rale, ma per me l’autobiografia non fun­ziona. Ovvio che uso le mie emo­zioni, ma le metto in per­so­naggi immaginari».

Lavora con un gruppo di let­tura. Da chi è com­po­sto e che regole ha?

«Non sono per­sone famose. Sono amici di New York. All’inizio, circa 20 anni fa, era­vamo tutti allievi di un corso tenuto da un poeta. Uno di noi legge, gli altri sem­pli­ce­mente ascol­tano. La cosa inte­res­sante, è che non ci sono mai foto­co­pie o testi scritti. In que­sto modo, ascol­tando, si col­gono det­ta­gli che alla let­tura sfug­gono. I testi che porto al gruppo sono ancora molto acerbi, men­tre quelli che con­se­gno all’editore sono pas­sati attra­verso molte ste­sure. Ma que­sto non signi­fica che non abbia con l’editore ulte­riori scambi di opi­nioni. Ad esem­pio il capi­tolo in Power Point non c’era quando il libro è stato acqui­stato. Avevo ten­tato di met­ter­celo ma non aveva fun­zio­nato e mi ero arresa. Ma l’editore ha insi­stito, mi ha spinto a ripro­vare e alla fine sono riu­scita a scriverlo».

Ne Il tempo è un bastardo c’è un capi­tolo ambien­tato in Ita­lia. Ha vis­suto qui per un periodo?

«La prima volta che sono stata a Napoli era il 1997. Men­tre ero lì pen­savo che avrei voluto scri­verne. Di solito non mi suc­cede. Deve pas­sare un po’ di tempo per­ché recu­peri dei ricordi e decida di usare un luogo e una situa­zione per una sto­ria. Ma a Napoli ero tal­mente attratta dalla sen­sa­zione di dupli­cità che emana quella città: da una parte la sto­ria, forte, potente, sana, dall’altra la deca­denza del pre­sente. Que­sto con­tra­sto era molto evo­ca­tivo per me. Ho deciso subito che ne avrei scritto e ho preso mol­tis­simi appunti».

Gli e-book cam­bie­ranno il nostro modo di leggere?

«Non lo so, dav­vero. Io ho un iPad ma non amo mol­tis­simo leg­gerci sopra. Soprat­tutto per­ché non rie­sco mai a capire a che punto sono del libro. Mi manca il peso delle pagine da una parte all’altra.

Ma le per­sone amano i let­tori digi­tali e i tablet. Sono oggetti di affe­zione ed è bello che abbiano a che fare anche con i libri. Que­sto pro­ba­bil­mente signi­fi­cherà che i romanzi non spa­ri­ranno. Ho un pre­giu­di­zio però: che la gente legga gli e-book con meno atten­zione rispetto ai libri di carta. Ma non ho nes­suna prova, è solo una sensazione.E io fac­cio sem­pre atten­zione a non tra­sfor­mare le mie sen­sa­zioni in idee sul mondo. E poi non voglio essere vit­tima della nostal­gia di mezza età».

Il tempo è un bastardo diven­terà una serie per Hbo. La scri­verà lei?

«Non lo scri­verò io, per­ché non me l’hanno chie­sto. E per­ché non saprei come fare, non guardo molta tele­vi­sione. Ed è un lavoro che richie­de­rebbe molto tempo, men­tre io voglio scri­vere un altro libro.E non voglio tor­nare su quello che ho già scritto, pro­ba­bil­mente mai più. Meglio che lo fac­ciano degli spe­cia­li­sti, che lo faranno sicu­ra­mente meglio di me».

Le piac­ciono le serie tele­vi­sive americane?

«Mol­tis­simo. La prima volta che ho visto The Wire sono rima­sta stre­gata. Era una spe­cie di droga, non riu­scivo a fare altro, non volevo uscire di casa, non avevo più nean­che voglia di leg­gere. Sono i nostri feuil­le­ton. I nostri Dic­kens, o George Eliot».

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RABLE’-DOSSIER : Sul nostro blog puoi leg­gere un altro inter­vento di Jen­ni­fer Egan, dal titolo “Supe­rare i limiti della nar­ra­zione tra­di­zio­nale”, postato l’11 giu­gno 2011

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Leggi Jen­ni­fer Egan su wikipedia

 

 

 




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     giugno 13, 2012 Pubblicato in Autori, Interviste -       Leggi Tutto
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