Martin Amis/La mia America divisa e razzista



Ripro­po­niamo qui un rac­conto dello scrit­tore inglese, apparso quest’anno su La Let­tura –il sup­ple­mento let­te­ra­rio del quo­ti­diano Il Cor­riere della Sera–

 

Andai in Ame­rica per la prima volta nel 1958. Avevo nove anni, e mi piac­que tal­mente che vi restai quasi un anno. Prima di imbar­carci sulla Queen Eli­za­beth, io e mio fra­tello Phi­lip (di dieci anni) pren­demmo la sag­gia pre­cau­zione di cam­biare i nostri nomi. Io feci una scelta piut­to­sto ovvia: negli Sta­tes sarei stato Marty. Phi­lip, più fan­ta­sioso, modi­ficò uno dei suoi secondi nomi in Nick Junior — igno­rando bel­la­mente che non c’era un Nick Senior. Mi resi conto in seguito che sarebbe stato per­fetto se avessi usato il mio secondo nome, Louis (i miei geni­tori erano ammi­ra­tori di Louis Arm­strong). A ogni modo, quando il tran­sa­tlan­tico si avvi­cinò alla scin­til­lante immen­sità di New York, Nick Junior e Marty erano asso­lu­ta­mente pronti.

Veni­vamo da Swan­sea, nel Gal­le­sme­ri­dio­nale. Era una città di tale omo­ge­neità etnica che giunsi all’età di rubac­chiare gli spic­cioli e fumare le prime siga­rette prima di cono­scere — o vedere — una per­sona con la pelle nera. Il mio bat­te­simo del fuoco avvenne nel 1956, quando andai con mio padre a tro­vare un pro­fes­sore che veniva dalla Rho­de­sia (oggi Zim­ba­bwe). Lungo la strada, men­tre era­vamo sul bus rosso a due piani, mio padre mi tenne con pazienza un discor­setto — che mi parve piut­to­sto ripe­ti­tivo — su quel che mi aspet­tava. «Ha la fac­cia nera», mi ripe­teva. «È nero». Appena entrai nel pic­colo appar­ta­mento scop­piai in lacrime. Senza trat­te­nermi, dissi: «Hai la fac­cia nera!». «Certo», rispose il visi­ting pro­fes­sor, quando finì di ridere. «Sono nero!».

Nel 1958 anche mio padre era un visi­ting pro­fes­sor — era andato a inse­gnare scrit­tura crea­tiva a Prin­ce­ton. Quando ini­ziammo la scuola a Val­ley Road, Nick Junior si fece com­prare da mia­ma­dre il suo primo paio di pan­ta­loni lun­ghi, men­tre Marty si trovò a essere l’unica per­sona dell’intera scuola ad avere i cal­zoni corti (oltre a un paio di san­dali Clark e a flo­sce calze gri­gie). A Val­ley Road c’erano molti sco­lari neri, ma, se ricordo bene, nes­sun inse­gnante nero. A casa allac­ciai subito ottimi rap­porti con la donna delle puli­zie, May, che arri­vava da Tren­ton due o tre volte alla set­ti­mana con la sua sen­sa­zio­nale Cadil­lac rosa.

In quarta ele­men­tare feci ami­ci­zia dap­prima con Con­nie, poi con Mar­shal, poi con Dic­kie. In seguito un ragaz­zino nero che si chia­mava Marty divenne il mio amico del cuore. Marty por­tava il suo nome con un certo stile (nel mio caso, Marty era tor­nato a essere Mart, come Nick Junior era tor­nato Phil). Un giorno, usando la tipica frase con cui i bam­bini bri­tan­nici si invi­tano a casa, dissi a Marty:
«Vuoi venire da me per il tè?».
«Mmm, pre­fe­ri­sco il caffè».
«Voglio dire per la merenda con il tè, i pastic­cini e le brio­che. Tu puoi bere il caffè».
«No. Non pia­ce­rei a tua mamma».
«Perché?».
«Perché sono nero».
«Mia madre non ci farebbe nean­che caso».

Marty venne a pren­dere il tè, e fu un suc­cesso, pen­sai. Poi andai a casa di Marty. Viveva nel quar­tiere nero di Prin­ce­ton (che ora mi sem­bra sia in gran parte ispa­nico). Men­tre man­giavo il pasto serale con la grande fami­glia di Marty, e gio­cavo a basket nel vicolo sul retro con i suoi fra­telli e i suoi amici, mi resi conto di essere bianco con un’intensità fisica che non dimen­ti­cherò mai. L’unico ragaz­zino della scuola con i pan­ta­loni corti: con­si­de­rate la ver­go­gna di quell’esperienza e mol­ti­pli­ca­tela per mille. Ora si trat­tava della mia pelle. Per tre ore fui preda di un attacco di imba­razzo così vio­lento che temetti di sve­nire. In seguito mi chiesi se anche Marty avesse pro­vato la stessa cosa a casa mia. Era così che si sen­tiva in Main Street?

Nel 1967 mio padre accettò un altro inca­rico di inse­gna­mento in Ame­rica, alla «Van­der­bilt Uni­ver­sity di Nash­ville, in Ten­nes­see», come ripor­tano le sue memo­rie, «un’istituzione cono­sciuta — sup­pongo senza che molti lo tro­vino iro­nico — come l’Atene del Sud». Prin­ce­ton aveva ini­ziato ad accet­tare stu­denti neri ametà degli anni Qua­ranta. Due decenni più tardi, mio padre chiese se ci fos­sero stu­denti «di colore» a Van­der­bilt. «Certo», gli rispo­sero senza scom­porsi. «Si chiama Mr. Moore». Il corpo inse­gnante delle facoltà uma­ni­sti­che non espri­meva «valori» diversi da quelli della società cir­co­stante, che con­si­ste­vano nei pre­giu­dizi più beceri. Il pro­ta­go­ni­sta dell’aneddoto che segue era un roman­ziere e docente di let­te­ra­tura di nome Wal­ter Sullivan.

Quando rac­conto que­sta sto­ria, cosa che fac­cio spesso, attri­bui­sco a Sul­li­van un pesante accento del Sud per farlo sem­brare ancor più orri­bile, ma di fatto par­lava un nor­male inglese ame­ri­cano con una cadenza meri­dio­nale piut­to­sto pia­ce­vole. Ad ogni modo le sue parole furono, let­te­ral­mente, le seguenti: «Non rie­sco pro­prio a dare a un negro o a un ebreo il voto mas­simo, una A».

La grande pro­ba­bi­lità di sen­tire a ogni evento sociale com­menti di que­sto genere — che non solo non erano mai cri­ti­cati, ma di solito erano lar­ga­mente applau­diti — spinse mio padre a scri­vere che con­si­de­rava il periodo pas­sato a Nash­ville come «secondo solo al ser­vi­zio mili­tare nell’elenco delle espe­rienze che non vor­rei mai ripetere».

Tutto que­sto accadde molto tempo fa, e ve ne do la prova. Nell’anno tra­scorso a Prin­ce­ton, la fami­glia Amis — tutti e sei noi — andò a fare una gita a New York per un giorno. Fu un evento gio­ioso e mera­vi­glioso, e spen­demmo tanto che ne par­lammo, incre­di­bil­mente, per set­ti­mane, mesi, anni. Per­ché tra biglietti del treno, taxi e giri in tra­ghetto, il lauto pranzo, la cena son­tuosa, gli innu­me­re­voli snack e meren­dine, gli Amis riu­sci­rono a spen­dere non meno di 100 dollari.

Nel 1967, quando tornò in Gran Bre­ta­gna, mio padre scrisse una poe­sia piut­to­sto lunga su Nash­ville, che si con­clude con que­sti versi: «Ma nel sud, nulla c’è né ci sarà / Per bian­chi e neri nes­sun futuro / Nes­suno. Non qui». La sua dispe­ra­zione, a quanto pare, era ecces­siva. Una delle ten­denze demo­gra­fi­che più evi­denti dell’America con­tem­po­ra­nea è l’esodo delle fami­glie nere dagli Stati del Nord a quelli del Sud. Cio­no­no­stante, quelli di noi che cre­dono nell’uguaglianza civile sen­tono di aver biso­gno di essere ras­si­cu­rati. Mi rife­ri­sco ovvia­mente al caso dell’uccisione di Tray­von Mar­tin. Lasciamo da parte, per ora, quel capo­la­voro di giu­ri­spru­denza che è lo «Stand Your Ground Act» (la legge sulla legit­tima difesa che oppone la parola di un assas­sino a quella della sua vit­tima che non potrà più repli­care), e rispon­dete a que­sta domanda: è pos­si­bile, nel 2012, con­fes­sare di aver inse­guito e ucciso un dicias­set­tenne bianco non armato senza essere nean­che arre­stati? Tran­quil­liz­za­temi, ditemi di sì.
© Mar­tin Amis, 2012 (Tra­du­zione di Maria Sepa)

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     giugno 15, 2012 Pubblicato in Autori, Racconti -       Leggi Tutto
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