Romanzo a Puntate/Claudio Castellani: Il Quarto muro/Sesta e ultima puntata
Il castello è separato dal paese da un fossato asciutto. Per entrarci bisognerebbe attraversare un ponticello che in realtà non c’è mai bisogno di attraversare perché al di là non c’è niente da vedere. Si può entrare solo nel cortile su cui si affacciano portoni e porte chiuse, sbarrate da assi incrociate e dipinte alla buona di verde.
Antogno dice che il castello è chiuso e sbarrato per difendere il paese dagli spiriti maligni della gente morta. La fortezza non conta per le mura, i merli e le torri, per la parte che si vede, ma per i cunicoli che si aprono nelle sue viscere. Li usavano i soldati per sfuggire agli assedi. S’intrufolavano là dentro e si ritrovavano in campagna. Attaccavano i nemici alle spalle. Alcuni sono interrotti dal crollo e altri sono aperti, ma percorrerli è inimmaginabile. Chi ci ha provato, gli uomini più forti del paese, non ha fatto ritorno o è tornato pazzo. Per quanto gli chiedessero, non era in grado di dire cosa avesse visto. Allora hanno provato con cani e altri animali, come conigli, tacchini, galline e porci. Ma nessun essere vivente è tornato indietro o sbucato dall’altra parte. Nessuno ne sa nulla, ma tutti sanno che le gallerie e i cunicoli sono così estesi che duplicano Paese. Nebbia impedisce di guardare avanti e costringe a immaginare il di sotto.
E là sotto è pieno di diavoli e di cadaveri putridi e sanguinanti, ma vivi a modo loro. Le volte risuonano delle urla dei soldati massacrati, torturati, squartati e sepolti vivi. Le si sente d’estate, nelle notti di temporale, nello spazio di silenzio che separa un tuono dall’altro. All’approssimarsi di un essere vivente riprendono a muoversi schizzando ovunque il pus delle loro piaghe che forma pozzanghere in cui si muovono scorpioni, vipere e tarantole. Sulla superficie delle pozzanghere di pus volano i pipistrelli che sfiorano i capelli e li trasformano in carne calva e marcia. Traditori impalati, bruciati vivi. Mostri in lotta tra loro. Ebrei bruciati vivi, anche loro, perché sono il popolo che ha ucciso Gesù. Nessuno è peggio dell’ ebreo. L’ebreo ha ucciso Gesù e con lui la speranza di un aldilà delle cose, di una morte più viva della vita. Dunque c’è la vendetta del Signore nella morte o nella follia di chi si avventura in quel dedalo. Dio, quando parla, non si capisce mai bene cosa dice e cosa vuole e comunque vuole che le sue parole restino segrete. La vendetta più grande del Signore è fare in modo che venga seppellito vivo chi cerca di conoscere il suo mistero o d’ignorarlo. Perciò anche gente che muore nel proprio letto a volte viene seppellita viva. Sembra morta ma non è morta e che è viva non se ne accorge neanche il dottore. Se ne accorge il becchino, anni e anni dopo, quando apre la fossa e vede le mani protese e le unghie spezzate dal legno sigillato della bara. Per questo, chi è intelligente, dà ordine di venir seppellito una settimana, almeno, dopo che è morto. Ma è un ordine che vale solo per i ricchi. Chi è povero vive in una piccola casa, il suo corpo puzza e i parenti lo interrano subito, il giorno dopo.
Morte come Nebbia domina Paese.
Padre e Madre hanno assunto una domestica fissa, così Madre ha più tempo per scrivere il Romanzo. Ha sedici anni. Dorme in un ripostiglio privo di finestre. Si chiama Teresina. Ha una lunga treccia nera e il suo seno è pieno come la ragazza della fotografia che c’è sul giornale in soffitta che spinge sul verde.
Quando Fratello torna da scuola, Teresina è in cucina e stira. Canta stringhe infinite di parole che inseguono il movimento della mano. Sinistra destra, destra sinistra. Il suo canto si spande ovunque.
Un re molto ricco s’innamora di una ragazza povera ma bellissima. La porta a vivere nel suo castello. Il re esce ogni mattina e torna col buio. Ordina alla ragazza di approfittare della sua assenza per mangiare una mano mozzata. La mano non si sa di chi sia, ma la ragazza non è comunque stupita dall’ordine. Gli chiede solo se può farla bollire o cuocere arrosto e il re risponde che può farne ciò che vuole, l’importante è che la mangi, altrimenti la dovrà uccidere. La ragazza fa bollire la mano ma non riesce a mangiarla. La nasconde. Il re torna. Le chiede se ha mangiato la mano, lei risponde di sì. Ma il re non le crede e chiama la mano, che ha la virtù magica di parlare, e le chiede dove è. Sono sotto terra, davanti alla porta del castello, risponde la mano. Il re dice alla ragazza che per questa volta la perdonerà, ma l’indomani dovrà mangiarla per davvero, pena la morte.
La ballata non ha mai fine. La voce di Teresina entra dentro di lui e gli fa venire sonno. La sua voce è tiepida. La mano mozzata è verdastra e rattrappita. Sembra che voglia graffiare il piatto. Sotto il piatto c’è una pozzanghera verde di pus.
Il giorno seguente la ragazza la fa arrosto, ma ancora non riesce a mangiarla e la nasconde in solaio. Il re la perdona una seconda volta. La ragazza piange per tutta la notte, ma al mattino ha trovato la soluzione. Si lega la mano sulla pancia. Il re torna chiede alla mano, Dove sei? Sullo stomaco della tua sposa risponde. La ragazza è salva e poi della mano non se ne sa più niente.
Teresina canta storie di amori impossibili. La donna è sempre sposata ma ama sempre un altro. Appena il marito esce, la mattina, fa entrare il suo amante. I mariti escono di casa molto presto, al mattino, subito dopo l’alba, quando il buio non ancora del tutto svanito suggerisce l’inganno. Gli amanti si stendono sul letto, ma all’improvviso il marito torna, li sorprende e li accoltella. Un letto non è un luogo di semplice dormire, è un luogo di molte visioni. Il sangue dei due amanti si unisce e forma un fiume rosso che sgorga inesauribile e allaga Paese. Il loro sangue sgorga infinito come il loro amore. Quello degli amanti è l’amore più grande, perché è illegittimo. Gli amanti vengono sempre sorpresi. Non è l’immagine del fiume rosso che serpeggia tra le case, s’insinua nella chiesa, lambisce l’altare e sembra volerlo accarezzare per ottenere l’amore e la comprensione di Dio, ad accendere la visione di Fratello. E’ la sorpresa, invece. Gli amanti vivono e muoiono di sorpresa. S’innamorano nello spazio di uno sguardo e muoiono nel tempo di una coltellata.
Teresina è la donna del quadro che c’è nel gabinetto del pianterreno, in casa dei Nonni. La donna del quadro tira la pasta sfoglia, mentre bacia un uomo col cappello. Teresina invece stira i panni. Qualcosa di molle e d’informe pende in ogni caso al di là del bordo del tavolo.
Fratello vede l’uomo che la bacia. E’ più alto di lei ed è vestito come un contadino. Non porta il cappello con la piuma. Stringe leggermente le dita della mano destra attorno alle guance di Teresina per costringerla a voltarsi verso di lui, ed è proprio in quell’istante che compare alle loro spalle un uomo. E’ anziano, aggrotta la fronte, solleva la mano che impugna il coltello. Se ha in mano il coltello vuol dire che sapeva già che avrebbe sorpreso gli amanti. Gli occhi del marito vecchio lampeggiano insieme alla lama. L’amante stringe ancora le guance di Teresina. Lei lascia il bacio e il ferro da stiro, solleva le braccia, si libera dalla stretta del suo amante e urla. E’ l’urlo della sorpresa. Guarda il marito vecchio, è pallida e non respira più. Il marito vecchio si avvicina, incassa il collo nel torace e affonda la lama nel cuore di Teresina. E’ lì che colpiscono, i mariti, dopo aver sorpreso l’adulterio della moglie.
Amanti e adulteri sono due parole quasi uguali come significato ma sono diverse come suono. AdUltEri. La u nasconde l’inganno a cui sono costretti gli amanti, ma non può giustificarlo né cancellarlo. La e di adultero accende la visione di una donna il cui corpo inspiegabilmente si confonde con quello dell’acquasantiera che Fratello ha visto in chiesa. E’ fredda e umida come un nudo di donna che ha dormito nei campi e si è bagnato di rugiada e di Nebbia. E’ in questo umidore e nella sua molle solidità marmorea che si rapprende il senso di vergogna e la grandezza del peccato che l’adulterio racchiude in sé. La t di amanti emana l’eroismo di una inevitabile ribellione. La forza di un bacio che non può essere distolta dal suo volere e dal suo desiderio. Anche i baci vivono nell’aldiquà del dialetto.
Perché è stata costretta a sposarlo, dice Fratello.
Perché l’ha costretta la sua mamma che era vedova e povera e aveva altre cinque figlie. Per i soldi. Perché lui non lavorava i campi, ma vendeva formaggi. Era un signore. Loro invece vivevano in una cascina. Dormivano tutte e sette in un letto e non avevano il cesso in casa.
Ha venduto sua figlia al signore vecchio dei formaggi.
Non l’ha proprio venduta. Però un po’ di soldi certo che li voleva. Almeno da avere la brace da mettere nel letto, perché la loro stanza è fredda e umida.
Però lei ama un altro, dice Fratello.
Il destino delle donne è sempre quello di amare un altro. I mariti dopo un po’ si stufano delle mogli. Gli fanno fare i figli e poi si stufano.
Perché si fanno sorprendere, dice Fratello.
Per fargliela vedere, al marito vecchio e crudele. Che se lui la picchia, lei trova ugualmente qualcuno che le vuol bene e la bacia. Tante volte sono gli amanti che, dopo che sono stati sorpresi, uccidono il marito. Oppure prima che lui li sorprenda. Lo aspettano in campagna, di notte, che fa buio e lui torna a casa ubriaco dall’osteria. Lo imbavagliano e poi lo ammazzano. Certe volte lo fanno a pezzi per nasconderlo meglio sotto la terra. Certe volte chi cerca il marito ammazzato lo ritrova sotto un cespuglio o in un fosso perché puzza di vino anche il suo cadavere.
La Chiesa dice che uccidere è peccato.
Sì, è peccato. Ma bisogna anche vedere quante bastonate lui dava alla moglie. Ci sono di quei mariti che conoscono solo la parola dell’umiliazione, e allora non c’è altro rimedio che il coltello. Io conosco una certa coppia di amanti che il marito di lei l’hanno fatto a pezzi e poi l’hanno seppellito vicino alla chiesa di San Rocco, per dargli almeno un po’ di sepoltura cristiana.
La stanza di Teresina è piccola e dentro ci sta solo un letto e una seggiola. Sopra la seggiola c’è una pila di riviste. In copertina ci sono figure di donne sorprese. Le loro labbra sono rosse come le loro unghie, i loro vestiti o le loro sottovesti sono strappate. Il grande seno si mostra nascondendosi e disegna triangoli ampi e rotondi. Una mano si tuffa tra i capelli e l’altra è protesa in avanti, contratta come quella dei morti seppelliti vivi. Cerca di fermare il coltello che sta per colpire, ma è chiaro che non ci riesce. Il tessuto della sottoveste è lacerato nei punti in cui la lama è già entrata nel corpo dell’adultera. E’ chiaro che è così, perché da lì esce il sangue.
E’ la Signora Alba, dice Madre. E’ per il marito, aggiunge.
Parla con voce bassa e preoccupata. Padre appoggia il tovagliolo accanto al piatto. Non dice niente e la guarda. Padre ha un modo di tacere che fa paura. Non dice nulla, ma è come se il suo corpo ronzasse. Lo squillo del telefono si è nascosto nella sua voglia rosa, alla radice del naso.
Un’altra crisi, dice Madre. Evita lo sguardo di Padre. Non aggiunge altro. Sanno già di che si tratta. Lo sanno perché dormono nello stesso letto e vedono le stesse visioni. Fratello e Sorella dormono nello stesso letto ma, per qualche motivo, non hanno le stesse visioni.
Vado subito, dice lui.
Dal rumore che proviene dalla cucina si capisce che ha messo sul fuoco il recipiente di ferro dove vengono sterilizzate le siringhe. Il signor Giulio Borsani è il padrone della fabbrica di caramelle e dolciumi vari.
Padre torna a tavola. Mastica ancora qualche boccone.
Cos’è, gli fai l’iniezione, chiede Madre.
Per forza, dice Padre.
Sorella non vuole mangiare il carciofo.
Smettila, le dice Padre con voce così secca che Sorella continua a masticare all’infinito senza dire più nient’altro. Quanto, questa volta, dice rivolto a Madre.
Cinque, dice Madre.
Cristo, dice Padre.
Dalla cucina arriva rumore di metallo. Il vapore fa alzare e abbassare il coperchio d’acciaio del recipiente per sterilizzare le siringhe.
Sono pronte, dice Madre.
A un operaio? chiede Padre.
Sì, dice Madre. La moglie era quella tua mutuata giovane, la Faletti, che è appena morta di tumore. Aveva tre figli, poveretta. Adesso lui non sa più come fare, non ha parenti. Sono ancora piccoli, dovrà metterli all’orfanatrofio. Anche loro si erano conosciuti all’orfanatrofio.
Padre torna in cucina. Il recipiente ha la forma delle pentole in cui si fa cuocere il pesce. Lo mette nel lavello e apre il rubinetto per farlo raffreddare.
Cristòfer, urla. Non si capisce se si è scottato o se sta ancora pensando a quel che gli ha detto Madre.
Mette un paio di siringhe e di aghi in una piccola scatola di metallo. Ora si muove e cammina in fretta. Prende la borsa degli strumenti.
Te lo tengo in caldo, dice Madre, e copre il suo piatto con un altro piatto. Lui fa un verso nervoso. La porta dell’ingresso sbatte con un suono selvatico.
Cristo, mormora Madre. Cinque milioni.
Guarda fuori dalla finestra. Sorella continua a masticare il carciofo.
Il signor Borsani va in amministrazione, si fa dare un fascio di banconote, ci mette attorno un elastico e lo allunga a un operaio.
Lo prende l’eccitazione, dice sua moglie. Si agita che nessuno riesce più a tenerlo. Si mette a ridere. Aspetta la sirena della fine turno, gli si avvicina e gli allunga l’involto dei soldi. Così, davanti a tutti, ridendo, come se gli regalasse una sigaretta.
La visione del ridere del signor Borsani è quella del ridere di un ebreo. Se non fosse ebreo non regalerebbe i soldi agli operai poveri. I bigotti stanno attenti fino all’ultimo centesimo, dice Madre.
La prima volta che ha dato via i soldi, gli operai si sono messi in sciopero, racconta Padre. Dicevano che voleva prendere in giro un uomo nel bisogno. Aveva dato due milioni a uno che gli si era incendiata la casa.
Quando fa così, Padre dice che poi è un problema perché è un uomo alto e corpulento e per calmarlo ci vuole la grazia di dio. La grazia di dio è la forza misteriosa che anima il cavaliere morente che ancora solleva la spada. Gli deve parlare a lungo, con calma, fino a quando riesce a farlo sdraiare sul letto e a fargli l’iniezione. Ritorna normale e si vergogna. Si vergogna per molti mesi e allora al massimo regala dolciumi. Una volta, per esempio, ha preso da parte Padre e gli ha dato cinque chili di cioccolata.
Se il signor Borsani si vergogna vuol dire che sa che i soldi devono stare nascosti, come l’inguine, pensa Fratello. I soldi sono una forza vergognosa.
Adesso, quando succede, l’operaio lo ringrazia e poi riporta i soldi in amministrazione.
Padre ha sudato le sette camicie e ha avuto la pazienza di un santo.
Giulio Borsani ha urlato a sua moglie che non può capire, perché è nata ricca. Non capisce cosa vuol dire avere bisogno di denaro e non averlo. Non può capire.
La Signora Alba è minuta e pallida, i suoi occhi azzurri sbucano a fatica dalle occhiaie infossate e grigie. Il suo sorriso è fermo, disilluso, forse esausto, come la sua pelle. Indossa camicie bianche, abbottonate fino al collo. Sopra ci getta uno scialle di seta dello stesso color cenere delle sue mani, delle guance, delle braccia. Sorride piano, come se sorridere fosse pericoloso.
Non si può contraddirlo, dice Padre, altrimenti si mette a urlare ancora di più.
Ha urlato a sua moglie che la ricchezza gli ha rovinato Alberto. Anche lui indossa la camicia bianca, però non arrotola mai le maniche fino al gomito, come suo padre. Allaccia anche i bottoni dei polsini. Il colletto lo tiene slacciato, invece. Il suo viso è pallidissimo, le sue mani hanno dita lunghe e verdi come gambi di anemoni. Sorride con più forza di sua madre e qualche volta ride, ma come se lo facesse per gentilezza. Non parla volentieri.
Me l’hai tirato su come un pretino, urla il Signor Borsani. Non sopporta che faccia il Conservatorio e suoni il pianoforte tutto il giorno. Plìn plìn plìn. Avrebbe dovuto iscriversi a economia e commercio, invece, e un giorno prendere in mano l’azienda. La Signora Alba si è impuntata perché suo figlio facesse quel che gli andava di fare. Il Dovere serve a creare ricchezza e poi la ricchezza a disfare il Dovere, se ci riesce.
Le dita di Alberto sono lunghe e fragili. Fratello pensa che, probabilmente, non può fare nulla con quelle sue mani, tranne appunto sfiorare i tasti del pianoforte. Forse non riesce neppure a tagliare la carne con la forchetta e il coltello o lavarsi i denti con lo spazzolino. Si muovono proprio come le cose vegetali sfiorate dal vento.
La voce di Padre cambia tono e colore a ogni passo. Un momento sembra dare ragione a Giulio Borsani, poi la sua voce irata s’incrina e si spegne in un accenno di pianto, quando parla dell’irremovibilità della signora Alba.
Un pretino, ha urlato Borsani. Una signorina, col suo plìn plìn plìn. Me l’hai tirato su col semolino. E’ andato di corsa in cucina, ha preso un pestacarne, è tornato in soggiorno per fracassare il pianoforte di Alberto. La Signora Alba non ha detto niente, l’ha guardato negli occhi e ha appoggiato una mano sul suo braccio. Il signor Giulio ha messo giù il pestacarne, è salito al primo piano, si è seduto su una poltrona e ha nascosto il viso tra le mani.
Sono un figlio del popolo. Mio padre andava a vendere le caramelle davanti alle scuole elementari. Se le portava in giro per tutto il paese su un vassoio di legno appeso al collo con una cinghia da tapparella.
Padre ha detto che Giulio Borsani urlava che lui non è della razza dei padroni.
Il pianerottolo è illuminato da un lucernario sporco e da una lampadina sempre accesa. La casa è composta da una piccola cucina e da un soggiorno. Il soggiorno contiene un letto, un tavolo, quattro sedie e un piccolo scaffale dove sono riposti pochi libri di scuola consunti. La finestra del soggiorno si apre verso lo sporco del lucernario. Su un muro c’è la fotografia in bianco e nero di una ragazza. Fratello un giorno ha trovato il coraggio per chiederle chi è.
E’ mia figlia, ha detto Maestra Straulino e per una volta ha sorriso.
Figlia abita nella grande città e lavora come dattilografa.
Maestra parla per il ripasso di geografia. Fratello guarda la fotografia di Figlia che guarda il cielo del soffitto e sorride. E’ strano che Figlia sia bella mentre Maestra è secca e contorta. Maestra si accorge che Fratello guarda la fotografia di Figlia. Figlia ha le labbra morbide.
Scemo, urla.
Afferra il braccio di Fratello e scuote il suo corpo inerte. Fratello si afferra al bordo del tavolo. Solo la foto di Figlia rimane immobile, sul muro.
Per arrivare a casa di Maestra bisogna attraversare uno stretto cortile circondato da alte mura. Le mura del cortile sono corrose da grandi macchie d’umidità. Sono grigie, azzurre, nere, marroni, rossicce e bianche. Le pareti della scala gli si stringono addosso. Salgono dalla penombra verso il buio. Il profilo di Maestra ondeggia sui vetri smerigliati della porta d’ingresso. Mescola lo zucchero con un movimento lunghissimo, poi rovescia un po’ di caffè sul piattino. Non ha mai visto nessuno bere il caffè in quel modo.
Fratello respira piano. In casa c’è odore d’iniezione. Maestra ha la tosse secca.
Dice a Fratello di mettere Cartina Muta sul tavolo. Cartina Muta è un ammasso anonimo di macchie. Sono grigie, azzurre, nere, marroni, rossicce e bianche. Ci pigia sopra il polpastrello e dice a Fratello di dire i nomi dei fiumi affluenti di fiume Po. Fratello non conosce i nomi dei fiumi affluenti di fiume Po. L’unico nome di fiume che gli viene in mente è quello di fiume Serio che scorre vicino a Paese. Lì è pericoloso nuotare. D’estate muoiono affogati i figli dei poveri veri. Mangiano salame e subito dopo si gettano nell’acqua gelida e fangosa che scende dai monti.
Sei scemo, urla Maestra.
Il suo sguardo è fisso come un chiodo e non permette agli occhi di Fratello di cercare gli occhi di Figlia. Il suo viso è immobile. Anche la luce, il tavolo, le seggiole e i libri consunti sono immobili. Si muovono solo le labbra di Maestra. Appoggia il piattino sul tavolo e la tazzina rotola addosso al cucchiaino. Anche il caffè ha odore d’iniezione.
Qui, Qui, Qui, urla. Il suo dito precipita ancora su Cartina Muta.
Hai la sabbia, nella testa, dice. Ci puoi versare tutta l’acqua che vuoi, ma è acqua sprecata.
Questo, urla. Come si chiama, che te l’ho appena detto. Questo. Qui. Questo qui.
Tossisce. Appoggia una mano sul cuore. Va in cucina, torna con una boccetta e versa alcune gocce in un bicchiere con poca acqua. Beve gettando il viso verso il soffitto. Cerca di ritrovare il respiro.
Mi hai fatto parlare per un’ora per niente, urla Maestra. Per un’ora. Per niente. Mi strappi dalla bocca quel poco fiato che mi resta in gola. Per cosa, poi. Per niente.
Ti compri giusto due pacchetti di sigarette, con questi soldi dell’Argentina, dice Madre.
Non li voglio neanche, dice Padre.
Se non te li fai dare passa però il principio che a te non tocca niente, dice Madre.
Padre fa il verso del serpente irato. La voglia rosa, alla radice del suo naso, ronza.
Lo vedi anche tu che quei terreni non valgono una cicca frusta, dice.
Qualcosa dovranno pur valere, insiste Madre. Da anni tuo fratello non ti manda un rendiconto che è uno straccio di rendiconto. E adesso saltano fuori i soldi per due pacchetti di sigarette?
Non li voglio neanche vedere, quei soldi. Cosa ha fatto mio padre per me? dice Padre. Non ha mai fatto niente. Perché dovrebbe, adesso che è morto? Ci ha caricati su una nave, ci ha rispediti in Italia e lui è rimasto in Argentina per altri dieci anni. Ci mandava i soldi, ma lui non c’era. Quando è sbarcato dal treno, era un estraneo. Voleva darmi una carezza, ma io ho scostato il viso. Non sapevo più chi fosse. L’ho lasciato che ero un bambino e l’ho rivisto che ero un uomo. Era un intruso. Mi faceva orrore che baciasse mia madre.
Devi pensare ai tuoi figli. Se ti succede qualcosa? O se succede qualcosa a noi due?
Padre guarda nel piatto, non dice niente, ma è arrabbiato perché sa che Madre ha ragione. Ora guadagna più soldi, ma non ha uno straccio di risparmio o di pensione o di assistenza medica che sia uno straccio.
Rinunciare è la strada più semplice, dice Madre. Comodo, oh comodo! lasciare che si facciano gli affari loro, i tuoi fratelli.
Se ci dovesse succedere qualcosa, dice ancora Madre.
Padre e Madre potrebbero uscire di strada, quando sono in automobile. Andare contro un albero e morire, come è successo al dottor Fusar Poli.
Non ci vuole niente, dice Madre, con le strade che si sono in questo paese. Si intascano i soldi delle nostre tasse, ma non si preoccupano neanche di mettere un po’ di ghiaia nelle buche.
Sorella ha la faccia di quando sta per piangere.
Sì, dice Padre. Non ci vuole proprio niente.
Cristo, sussurra Madre.
Se a Padre e Madre dovesse succedere come al dottor Fusar Poli, non si sa cosa succederebbe a Fratello e Sorella.
I Nonni sono vecchi e i miei fratelli, figurati. Anche i tuoi fratelli, figurati, dice Madre a Padre. Non so proprio chi si prenderebbe cura di voi, dice a Fratello e a Sorella. Rischia davvero che vi troviate in mezzo a una strada. Di sicuro. Meglio non pensarci, ma come si fa a non pensarci. In mezzo a una strada, capite?
Anche Madre guarda il piatto. I suoi occhi sono diventati più grandi e sembra che abbiano smarrito qualcosa.
C’è l’Assicurazione sulla vita, dice Padre a bassa voce, come se non fosse sicuro che quella è una soluzione.
Padre e Madre sono già morti. Stanno parlando a Fratello e Sorella da più in alto ancora del deserto azzurro.
Nella visione di Fratello, l’Appartamento Tutto Per Loro è la visione di una casa vuota. Non si vedono Padre e Madre morti. Non si vede neppure chi entra in casa e ordina a Fratello e Sorella di andarsene sulla strada. Nella visione, Fratello e Sorella sono già per strada.
E’ notte, è inverno, c’è Nebbia e non si vede niente.
Camminano.
Camminano nella Nebbia buia e non sanno dove stanno andando. Non sanno dove andare e comunque c’è talmente Buio e Nebbia che non capirebbero dove stanno andando neppure se sapessero dove vogliono andare. Sorella piange e prende per mano Fratello.
Camminano, ma sono fermi. I loro passi sono immobili.
Anche la strada non si muove. E’ dal suo respiro freddo che nascono Nebbia e Buio.
Fratello non sa se il movimento immobile esiste davvero o solo nella visione.
Le figure nere dei contadini che cantano canzoni senza storia, fuori dalla finestra, ubriachi, di ritorno dall’osteria, avvolti nei tabarri neri, schiacciati dai cappelli neri, ondeggiano come grandi uccelli goffi. Ancora pochi passi e anche gli uccelli moriranno.
I contadini sono neri. I loro cappelli e i loro tabarri sono più neri di loro. Le loro figure sono più nere della notte.
Lo dico soprattutto a te, che sei la più grande, dice Padre a Sorella.
In un cassetto, Padre custodisce il Documento di Assicurazione sulla vita.
Documento è una parola dolce e opaca, come Nebbia. Scivola via senza curarsi del piccolo inciampo della t. E’ una parola nervosa, ma apparentemente innocua. Sa rendersi invisibile.
Mi ascolti? urla Padre a Sorella.
Sorella ha smesso di masticare. Il boccone le gonfia una guancia. La luce delle lampadine risale nei fili elettrici e si rintana nei soffitti. La stanza non ha più pareti. Il dentro è come il fuori.
Guardami, dice Padre. Afferra il viso di Sorella. Le dita stringono le sue guance, ma il boccone non ha il coraggio di buttarsi fuori dalle labbra. Si nasconde anche lui. Guardami e cerca di aprire bene le orecchie. Piangere adesso non serve a niente. Quando saremo morti non ci sarà più niente da piangere e voi non avrete soldi. Non avrete neanche il tempo per piangere. Hai aperto bene le orecchie?
Documento va spedito entro ventiquattro ore.
Entro ventiquattro ore. Avete capito bene? E non un minuto di più, altrimenti non vi danno più neanche una lira.
La mappa per raggiungere il cassetto dove è riposto Documento è più stupida e vuota di Cartina Muta.
Assicurazione Sulla Vita, se appena può, ti frega.
Ventiquattro ore e non un minuto di più. Il suono delle parole è una fiamma quieta che brucia pigramente il foglio su cui è stampato Documento. La sua pigrizia annuncia a Fratello e Sorella che stanno per entrare nel Mondo popolato dalla gente che ti frega. Altro che cesso. Quelli, se appena appena possono, ti portano via anche la sedia da sotto il sedere. Il Mondo è fatto di volti apparentemente cordiali, come il fornaio che poi ti rifila invece il pane fatto con la farina di manici di ombrello. La carta si annerisce prima ancora che arrivi a lambirla la fiamma azzurrina.
Padre elenca stanze, corridoi, maniglie, armadi, chiavi, cassetti e cartellette di cartone di tutti colori.
Mi raccomando, dice Madre. Entro ventiquattro ore e non un minuto di più. Avete capito bene?
Hai capito? urla Padre a Sorella. Hai aperto bene le orecchie?
Se Sorella non apre bene le orecchie, la strada sarà l’unica casa dove Fratello e Sorella potranno vivere, se mai riusciranno a sopravvivere.
Non ne avete un’idea, dice Madre.
Sorella non piange, ma è rossa in volto.
Ripetimi tutto quello che ho detto, dice Padre. Dall’a alla zeta.
I suoi occhi schioccano come sberle cattive. Le sue mani hanno odore d’iniezione. Lo scalpiccio delle sue scarpe, sotto il tavolo, è più pesante e ruvido del carro trascinato dai cavalli che corre sullo sterrato di strada Circonvallazione, quando va a raccogliere il latte alla cascina lì avanti.
Sorella tace, le lacrime rigano il suo volto. Fratello la guarda. Sorella non ripeterà mai tutto dall’a alla zeta.
Se lo facesse, Madre e Padre morirebbero.
Ha capito. Non c’è bisogno di insistere, dice Madre.
La sua voce giunge dalla tomba in cui sono stati gettati i corpi di Padre e Madre. Esprime il dolore di chi è solo un grumo d’aria che vede e sente, ma non può fare nulla. Non può aiutare Fratello e Sorella.
Padre e Madre parlano. E’ sicuro. Moriranno come il dottor Fusar Poli. L’unica cosa incerta è quando moriranno. E da quando inizieranno a scorrere le ventiquattro ore e non un minuto di più.
Da quando inizieranno a scorrere?
Dal momento in cui Padre e Madre saranno morti?
O dal momento in cui qualcuno dirà a Fratello e Sorella che Padre e Madre sono morti?
O dal momento in cui qualcuno li caccerà di casa?
Comunque toccherà a Sorella spedire il Documento.
E’ lei la più grande e sa dove è il cassetto in cui è riposto. Sorella sa anche cosa è, un Documento.
Fratello trattiene il respiro e allo stesso tempo gli viene da ridere. Le voci di Padre e Madre sono rauche e monotone e sovrastano il rumore delle posate.
Padre e Madre non moriranno. Non moriranno mai.
Nell’umidità gelata della Notte e della Nebbia in cui Fratello e Sorella camminano senza meta, tuttavia, le voci dei morti, di tutti i morti che sono morti in tutte le epoche del mondo, sussurrano domande prive di significato e di risposta.
Chi aprirà il cassetto di Padre?
E chi troverà quello giusto?
E di colore è la cartella in cui è riposto Documento? Gialla, verde o rossa o blu?
E come, e da cosa, si potrà riconoscere Documento?
Cosa è un Documento?
Come si fa spedire un Documento?
Cosa ci si deve scrivere, sopra?
Dove abita Assicurazione Sulla Vita?
Qual è il suo indirizzo?
Gli torna in mente il cavaliere medioevale. Il punto in cui è maggiormente esposto alla morte è anche quello in cui più riesce a difendere la propria vita. O a reclamarla. Il dialetto del cavallo reclama la vita del cavaliere. Il dialetto ha bisogno del dialetto.
Gli viene da ridere.
Da come parlano Padre e Madre è chiaro che ventiquattro ore e non un minuto di più fuggono in un istante così veloce che sarà impossibile vederlo e fermarlo. Sono un vento che non si sa da dove viene e dove andrà, ma che trascinerà lontano, con sé, Documento.
Tutto sarà terribilmente inevitabile. Il tremendo sarà talmente orribile che non avrà il coraggio di avverarsi. Passerà oltre. La spada taglierà la carne dei suoi piedi, e le sue ossa, ma il cavaliere raggiungerà l’altra sponda. In volo.
Gli viene da ridere.
Fratello e Sorella sono soli sulla strada. Buio e Nebbia. Questo è bello.
E’ il primo passo verso il va-gare. Va-gheranno.
Non sa dove Sorella va-gherà. Non lo sa. Sorella è sempre altrove. Lui camminerà, da solo, verso il Meri-Dione, dove fa caldo e si può va-gare.
Nel Qui di questo paese ormai lontano, continueranno a imputridire, nell’umido di Nebbia, Maestra Straulino, Cartina Muta e le sue macchie in cui si confondono i cibi fatali, i gesucristi, gli ebrei, il dialetto, il Dovere, la febbre che lo trascina nel deserto azzurro, il pane di farina di manico di ombrello, il campanello che suona di notte per svegliare Padre e la voce di Madre che urla nel buio, Qui, parli qui. Qui davanti. La cornetta nera del citofono è sorda.
La distruzione, il dolore assoluto, il va-gare, sono vivi e desiderabili.
Fratello non riesce a tenere a bada il gesto. Allunga la mano e picchia la lama del coltello contro la brocca dell’acqua.
Il suono sbatte le ali.
Gli occhi di Madre diventano ancora più grandi. La voglia rosa alla radice del naso di Padre ricomincia a ronzare.
Il va-gare è Qui, a un passo.
Sorella sputa il boccone nel pugno e lo appoggia sul piatto.
Gli occhi di Padre schioccano come sberle cattive.
Il suono che ride nella brocca richiude le ali. L’uccello si nasconde sotto il tavolo e bisticcia coi piedi nervosi di Padre, con le sue scarpe che odorano di Padre più di Padre.
In camera da letto, la santa prega Dio che ripeta quel che le ha detto.
Cosa fai? dice Madre. La sua gola inghiotte l’aria. I suoi capelli volano. Vi stiamo parlando di una cosa importante e tu ti metti a giocare?
Madre spegne la luce.
Vi siete lavati i denti, dice. Poi dice, Sono già le otto e mezza. E’ tardi.
I bambini dei poveri veri parlano dialetto e vanno a letto tardi per ascoltare le canzoni alla radio.
Le canzoni sono stupide, dicono Madre e Padre. Sono il Mondo che distrae il Mondo dal suo Silenzio.
Ci fanno andare a letto presto perché gli diamo fastidio, dice Sorella. Vogliono che ci togliamo dai piedi.
Altrimenti Madre non può scrivere il romanzo sui conformisti, dice Fratello.
Sorella ride.
Pisci nel letto anche stanotte, chiede Fratello.
Quando chiudo gli occhi ho paura di riaprirli. Quando li riapro devo andare a scuola da Maestra Straulino, dice Sorella. Certe volte sogno che Padre e Madre muoiono e dobbiamo spedire Documento. Certe volte sogno che esco di casa per andare a scuola da Maestra, ma invece di andare a scuola continuo a camminare e arrivo in un posto lontano.
Cammino e cammino, dice Sorella.
Come è questo posto, chiede Fratello.
E’ un posto come un altro, dice Sorella. Solo che lì non c’è Maestra e neppure Documento da spedire. I bambini sono poveri ancora più poveri dei poveri veri. Non vanno a scuola. Ridono e cantano. I loro genitori muoiono solo quando loro sono grandi.
Voglio camminare insieme a te, dice Fratello.
E’ un posto mio. Trovatene un altro, tu, e cammina dove ti va di camminare. Devi trovarti un posto tuo. Io non ti voglio tra i piedi.
Io andrò a San Severo, dice Fratello, dove è nato Nonno. E’ in Meri-Dione e fa sempre caldo. Lì si può va-gare.
Sorella ride.
Com’è che poi pisci nel letto, dice Fratello.
Il cielo è azzurro e nei prati ci sono i fiori. Nel prato con i fiori arriva una fata che mi accarezza. Il mio corpo diventa dolce e allora piscio perché il calore della piscia è ancora più dolce delle carezze della fata. Non so spiegare.
Tutto il mondo fa schifo, a sentire Madre, dice Sorella. Fa schifo il pane, fa schifo la verdura della Pina, fanno schifo i preti, fa schifo il dialetto, fanno schifo le canzoni, fanno schifo i clienti di Padre. Viviamo assediati dallo schifo, secondo loro. Tutto fa schifo. Non c’è nessun luogo dove andare, qui. Non posso neanche dire che i carciofi mi fanno vomitare, dice Sorella. Padre e Madre dicono che sono anticonformisti, ma sono tutte parole.
Mi viene da piangere, dice Fratello. Tu cammini, quando dormi. L’unico posto dove io posso andare è la visione del cielo azzurro, ma devo aspettare di avere la febbre alta, per andarci. Tu incontri le fate. Nel deserto azzurro non c’è nessuno. E’ tutto vuoto.
Fratello e Sorella dormono in un grande letto matrimoniale. Al posto della coperta c’è una trapunta imbottita.
Dopo che Madre ha spento la luce, Fratello e Sorella si rannicchiano sotto la trapunta. Se bisbigliano, Padre e Madre non possono udire le loro voci. La trapunta ha ancora addosso l’odore della casa dei Nonni.
Ci sei andato anche oggi, a ripetizione da Maestra Straulino, dice Sorella.
Sì, dice Fratello. Sorella ride.
Se ridi ci sentono e ci obbligano a dormire, dice Fratello.
Racconta, dice Sorella.
Ho salito le scale. Sai come sono. Sono strette e buie, come se le pareti volessero schiacciarti. Quando sono arrivato sul pianerottolo, la vecchietta che vive lì di fianco ha subito socchiuso la sua porticina. Ha fatto segno che mi avvicinassi. Ssssttt, ha bisbigliato pianissimo, guardando spaventata la porta di Maestra. La serpe diabolica non deve sentire, ha detto. Mi ha allungato l’immaginetta di San Quirino protettore del bambino. Mettila in tasca, ha sussurrato e stringila sempre nella mano.
Sorella ride.
Se ridi ci sentono e ci tocca dormire, dice Fratello.
Mi fa ridere San Quirino, bisbiglia Sorella.
Sssstttt…ha sussurrato la vecchietta. Non farti sentire, ha detto. Quella vecchia ha ancora più paura di me. Ho messo l’immaginetta di San Quirino nella taschina sopra il cuore, dice Fratello.
Spera che Sorella rida ancora.
Il pianerottolo era ancora più buio delle scale. Buio come l’Inferno. Ho visto l’ombra di Maestra che camminava nella stanza e ho creduto di morire. Il cuore mi batteva in gola e soffocavo. Ero freddo come il ghiaccio e non riuscivo a camminare. Anche le gambe erano di ghiaccio. Avevo paura che a muoverle si spezzassero e che il mio cuore si sciogliesse.
Vai avanti, dice Sorella.
Sorella comincia ad avere paura. Quando Sorella ha paura, si avvicina di più a Fratello. I suoi capelli sono morbidi.
Appena ho appoggiato la mano sulla maniglia della porta di Maestra Straulino, è scoppiato il fulmine. Ho sentito una scossa elettrica, fortissima, che mi ha scaraventato a terra, tra una cascata di milioni e milioni di scintille infuocate. In bocca sentivo il sapore del ferro fuso. I miei capelli erano ritti in testa. Poi il tuono, più forte di una bomba in guerra. La porta di Maestra si è aperta piano, cigolando orrendamente. La apriva piano per farmi ancora più paura. Sa che quel cigolio mi fa morire di paura. Ha cominciato a piovere e a grandinare, lì, proprio sul pianerottolo, sotto la luce sporca del lucernario. Teneva le braccia sollevate e pioveva e grandinava dalle sue mani. Dalle sue unghie partivano i fulmini. Entra subito, ha detto con voce cavernosa e poi si è messa a ridere. Rideva cattivo. La sua voce schioccava come sberle. Le sue mani uncinavano l’aria e si protendevano verso di me. Le sue unghie erano lunghe e nere come la pece. Ho fatto un passo verso la soglia, ma prima ho guardato la vecchietta. Si stava facendo il segno della croce. Entra, ha gridato Maestra con la sua profonda voce cavernosa. Entra, scemo, che sei già in ritardo di venticinque secondi. La sua gola risucchiava l’aria. Me li dovrai elencare lo stesso, tutti i nomi dei fiumi affluenti di fiume Po, anche se sei in ritardo di venticiiiiinqueeeee secondiiiii. Mi dovrai anche direeeee cosa si coltivaaaa sulla vetta del Moncenisioooo e cosa si estraeeee dalle nevi delle alpi Cozieeee, ha urlato risucchiando l’aria. Ah, Ah, Ah, Ah, Ah….faceva. Saaaiii cosa è il Monceniiisiiiooooo, piccolo pisquano? Sai pensare, eh? Sai pensare, piccolo pisquano, o hai la sabbia nella testa?
Maestra stava bevendo il caffè? dice Sorella. Bisbiglia piano.
Maestra stava in piedi, davanti a me, alta, magra, con la sua gran massa di capelli grigi in testa e vestita di stracci rattoppati. Più magra di una serpe diabolica. Teneva in mano la tazzina del caffè e il piattino. Con il cucchiaino di ferro continuava a rigirare lo zucchero. Il cucchiaino sbatteva contro la tazzina e faceva rumore di denti di drago che sbattono per il freddo. Entra, scemoooo, ha urlato. Venticinque secondi di ritaaaardooooo, ha ripetuto. Eeee…ccc…ooo…mmm…iiiii, ho balbettato io. Maestra ha appoggiato il cucchiaino sul tavolo. Poi ha versato un po’ di caffè sul piattino e l’ha bevuto da lì, risucchiandolo orrendamente.
Dal piattino? chiede Sorella.
Dal piattino. E risucchiandolo dal piattino, sai il caffè che rumore faceva? Maestra Straulino faceva il rumore della caverna che risucchia il fiume. Del lavandino che risucchia il mare, dell’uragano che risucchia l’oceano. Era un rumore terrificante. Tutto vibrava, il vento ululava e strappava via tutto quanto e io mi dovevo aggrappare a qualcosa per non essere trascinato via. E questa non era ancora la cosa più terribile. Sai qual’era la cosa più terribile?, dice Fratello.
Cosa, dice Sorella.
La cosa più terribile era che il caffè, scivolando dal piattino nella bocca di Maestra, riempiva la stanza di odore di iniezione. Questa era la cosa più terribile.
Sorella stringe il braccio di Fratello.
Basta, dice Sorella. Oh, basta, adesso. Basta.
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Claudio Castellani è nato a Caravaggio nel 1949




























