Romanzo a Puntate/Claudio Castellani: Il Quarto muro/Sesta e ultima puntata



 

Il castello è sepa­rato dal paese da un fos­sato asciutto. Per entrarci biso­gne­rebbe attra­ver­sare un pon­ti­cello che in realtà non c’è mai biso­gno di attra­ver­sare per­ché al di là non c’è niente da vedere. Si può entrare solo nel cor­tile su cui si affac­ciano por­toni e porte chiuse, sbar­rate da assi incro­ciate e dipinte alla buona di verde.

Anto­gno dice che il castello è chiuso e sbar­rato per difen­dere il paese dagli spi­riti mali­gni della gente morta. La for­tezza non conta per le mura, i merli e le torri, per la parte che si vede, ma per i cuni­coli che si aprono nelle sue viscere.  Li usa­vano i sol­dati per sfug­gire agli assedi. S’intrufolavano là den­tro e si ritro­va­vano in cam­pa­gna. Attac­ca­vano i nemici alle spalle. Alcuni sono inter­rotti dal crollo e altri sono aperti, ma per­cor­rerli è inim­ma­gi­na­bile. Chi ci ha pro­vato, gli uomini più forti del paese, non ha fatto ritorno o è tor­nato pazzo. Per quanto gli chie­des­sero, non era in grado di dire cosa avesse visto. Allora hanno pro­vato con cani e altri ani­mali, come coni­gli, tac­chini, gal­line e porci. Ma nes­sun essere vivente è tor­nato indie­tro o sbu­cato dall’altra parte. Nes­suno ne sa nulla, ma tutti sanno che le gal­le­rie e i cuni­coli sono così estesi che dupli­cano Paese. Neb­bia impe­di­sce di guar­dare avanti e costringe a imma­gi­nare il di sotto.

E là sotto è pieno di dia­voli e di cada­veri putridi e san­gui­nanti, ma vivi a modo loro. Le volte risuo­nano delle urla dei sol­dati mas­sa­crati, tor­tu­rati, squar­tati e sepolti vivi. Le si sente d’estate, nelle notti di tem­po­rale, nello spa­zio di silen­zio che separa un tuono dall’altro. All’approssimarsi di un essere vivente ripren­dono a muo­versi schiz­zando ovun­que il pus delle loro pia­ghe che forma poz­zan­ghere in cui si muo­vono scor­pioni, vipere e taran­tole. Sulla super­fi­cie delle poz­zan­ghere di pus volano i pipi­strelli che sfio­rano i capelli e li tra­sfor­mano in carne calva e mar­cia. Tra­di­tori impa­lati, bru­ciati vivi. Mostri in lotta tra loro. Ebrei bru­ciati vivi, anche loro, per­ché sono il popolo che ha ucciso Gesù. Nes­suno è peg­gio dell’ ebreo. L’ebreo ha ucciso Gesù e con lui la spe­ranza di un aldilà delle cose, di una morte più viva della vita. Dun­que c’è la ven­detta del Signore nella morte o nella fol­lia di chi si avven­tura in quel dedalo. Dio, quando parla, non si capi­sce mai bene cosa dice e cosa vuole e comun­que vuole che le sue parole restino segrete. La ven­detta più grande del Signore è fare in modo che venga sep­pel­lito vivo chi cerca di cono­scere il suo mistero o d’ignorarlo. Per­ciò anche gente che muore nel pro­prio letto a volte viene sep­pel­lita viva. Sem­bra morta ma non è morta e che è viva non se ne accorge nean­che il dot­tore. Se ne accorge il bec­chino, anni e anni dopo, quando apre la fossa e vede le mani pro­tese e le unghie spez­zate dal legno sigil­lato della bara. Per que­sto, chi è intel­li­gente, dà ordine di venir sep­pel­lito una set­ti­mana, almeno, dopo che è morto. Ma è un ordine che vale solo per i ric­chi. Chi è povero vive in una pic­cola casa, il suo corpo puzza e i parenti lo inter­rano subito, il giorno dopo.

Morte come Neb­bia domina Paese.

Padre e Madre hanno assunto una dome­stica fissa, così Madre ha più tempo per scri­vere il Romanzo. Ha sedici anni. Dorme in un ripo­sti­glio privo di fine­stre. Si chiama Tere­sina. Ha una lunga trec­cia nera e il suo seno è pieno come la ragazza della foto­gra­fia che c’è sul gior­nale in sof­fitta che spinge sul verde.

Quando Fra­tello torna da scuola, Tere­sina è in cucina e stira. Canta strin­ghe infi­nite di parole che inse­guono il movi­mento della mano. Sini­stra destra, destra sini­stra. Il suo canto si spande ovunque.

Un re molto ricco s’innamora di una ragazza povera ma bel­lis­sima. La porta a vivere nel suo castello. Il re esce ogni mat­tina e torna col buio. Ordina alla ragazza di appro­fit­tare della sua assenza per man­giare una mano moz­zata. La mano non si sa di chi sia, ma la ragazza non è comun­que stu­pita dall’ordine. Gli chiede solo se può farla bol­lire o cuo­cere arro­sto e il re risponde che può farne ciò che vuole, l’importante è che la mangi, altri­menti la dovrà ucci­dere. La ragazza fa bol­lire la mano ma non rie­sce a man­giarla. La nasconde. Il re torna. Le chiede se ha man­giato la mano, lei risponde di sì. Ma il re non le crede e chiama la mano, che ha la virtù magica di par­lare, e le chiede dove è. Sono sotto terra, davanti alla porta del castello, risponde la mano. Il re dice alla ragazza che per que­sta volta la per­do­nerà, ma l’indomani dovrà man­giarla per dav­vero, pena la morte.

La bal­lata non ha mai fine. La voce di Tere­sina entra den­tro di lui e gli fa venire sonno. La sua voce è tie­pida. La mano moz­zata è ver­da­stra e rat­trap­pita. Sem­bra che voglia graf­fiare il piatto. Sotto il piatto c’è una poz­zan­ghera verde di pus.

Il giorno seguente la ragazza la fa arro­sto, ma ancora non rie­sce a man­giarla e la nasconde in solaio. Il re la per­dona una seconda volta. La ragazza piange per tutta la notte, ma al mat­tino ha tro­vato la solu­zione. Si lega la mano sulla pan­cia. Il re torna chiede alla mano, Dove sei? Sullo sto­maco della tua sposa risponde. La ragazza è salva e poi della mano non se ne sa più niente.

Tere­sina canta sto­rie di amori impos­si­bili. La donna è sem­pre spo­sata ma ama sem­pre un altro. Appena il marito esce, la mat­tina, fa entrare il suo amante. I mariti escono di casa molto pre­sto, al mat­tino, subito dopo l’alba, quando il buio non ancora del tutto sva­nito sug­ge­ri­sce l’inganno. Gli amanti si sten­dono sul letto, ma all’improvviso il marito torna, li sor­prende e li accol­tella. Un letto non è un luogo di sem­plice dor­mire, è un luogo di molte visioni. Il san­gue dei due amanti si uni­sce e forma un fiume rosso che sgorga ine­sau­ri­bile e allaga Paese. Il loro san­gue sgorga infi­nito come il loro amore. Quello degli amanti è l’amore più grande, per­ché è ille­git­timo. Gli amanti ven­gono sem­pre sor­presi. Non è l’immagine del fiume rosso che ser­peg­gia tra le case, s’insinua nella chiesa, lam­bi­sce l’altare e sem­bra volerlo acca­rez­zare per otte­nere l’amore e la com­pren­sione di Dio, ad accen­dere la visione di Fra­tello. E’ la sor­presa, invece. Gli amanti vivono e muo­iono di sor­presa. S’innamorano nello spa­zio di uno sguardo e muo­iono nel tempo di una coltellata.

Tere­sina è la donna del qua­dro che c’è nel gabi­netto del pian­ter­reno, in casa dei Nonni. La donna del qua­dro tira la pasta sfo­glia, men­tre bacia un uomo col cap­pello. Tere­sina invece stira i panni. Qual­cosa di molle e d’informe pende in ogni caso al di là del bordo del tavolo.

Fra­tello vede l’uomo che la bacia. E’ più alto di lei ed è vestito come un con­ta­dino. Non porta il cap­pello con la piuma. Stringe leg­ger­mente le dita della mano destra attorno alle guance di Tere­sina per costrin­gerla a vol­tarsi verso di lui, ed è pro­prio in quell’istante che com­pare alle loro spalle un uomo. E’ anziano, aggrotta la fronte, sol­leva la mano che impu­gna il col­tello. Se ha in mano il col­tello vuol dire che sapeva già che avrebbe sor­preso gli amanti. Gli occhi del marito vec­chio lam­peg­giano insieme alla lama. L’amante stringe ancora le guance di Tere­sina. Lei lascia il bacio e il ferro da stiro, sol­leva le brac­cia, si libera dalla stretta del suo amante e urla. E’ l’urlo della sor­presa. Guarda il marito vec­chio, è pal­lida e non respira più. Il marito vec­chio si avvi­cina, incassa il collo nel torace e affonda la lama nel cuore di Tere­sina. E’ lì che col­pi­scono, i mariti, dopo aver sor­preso l’adulterio della moglie.

Amanti e adul­teri sono due parole quasi uguali come signi­fi­cato ma sono diverse come suono. AdUl­tEri. La u nasconde l’inganno a cui sono costretti gli amanti, ma non può giu­sti­fi­carlo né can­cel­larlo. La e di adul­tero accende la visione di una donna il cui corpo inspie­ga­bil­mente si con­fonde con quello dell’acquasantiera che Fra­tello ha visto in chiesa. E’ fredda e umida come un nudo di donna che ha dor­mito nei campi e si è bagnato di rugiada e di Neb­bia. E’ in que­sto umi­dore e nella sua molle soli­dità mar­mo­rea che si rap­prende il senso di ver­go­gna e la gran­dezza del pec­cato che l’adulterio rac­chiude in sé. La t di amanti emana l’eroismo di una ine­vi­ta­bile ribel­lione. La forza di un bacio che non può essere distolta dal suo volere e dal suo desi­de­rio. Anche i baci vivono nell’aldiquà del dialetto.

Per­ché è stata costretta a spo­sarlo, dice Fratello.

Per­ché l’ha costretta la sua mamma che era vedova e povera e aveva altre cin­que figlie. Per i soldi. Per­ché lui non lavo­rava i campi, ma ven­deva for­maggi. Era un signore. Loro invece vive­vano in una cascina. Dor­mi­vano tutte e sette in un letto e non ave­vano il cesso in casa.

Ha ven­duto sua figlia al signore vec­chio dei formaggi.

Non l’ha pro­prio ven­duta. Però un po’ di soldi certo che li voleva. Almeno da avere la brace da met­tere nel letto, per­ché la loro stanza è fredda e umida.

Però lei ama un altro, dice Fratello.

Il destino delle donne è sem­pre quello di amare un altro. I mariti dopo un po’ si stu­fano delle mogli. Gli fanno fare i figli e poi si stufano.

Per­ché si fanno sor­pren­dere, dice Fratello.

Per far­gliela vedere, al marito vec­chio e cru­dele. Che se lui la pic­chia, lei trova ugual­mente qual­cuno che le vuol bene e la bacia. Tante volte sono gli amanti che, dopo che sono stati sor­presi, ucci­dono il marito. Oppure prima che lui li sor­prenda. Lo aspet­tano in cam­pa­gna, di notte, che fa buio e lui torna a casa ubriaco dall’osteria. Lo imba­va­gliano e poi lo ammaz­zano. Certe volte lo fanno a pezzi per nascon­derlo meglio sotto la terra. Certe volte chi cerca il marito ammaz­zato lo ritrova sotto un cespu­glio o in un fosso per­ché puzza di vino anche il suo cadavere.

La Chiesa dice che ucci­dere è peccato.

Sì, è pec­cato. Ma biso­gna anche vedere quante basto­nate lui dava alla moglie. Ci sono di quei mariti che cono­scono solo la parola dell’umiliazione, e allora non c’è altro rime­dio che il col­tello. Io cono­sco una certa cop­pia di amanti che il marito di lei l’hanno fatto a pezzi e poi l’hanno sep­pel­lito vicino alla chiesa di San Rocco, per dar­gli almeno un po’ di sepol­tura cristiana.

La stanza di Tere­sina è pic­cola e den­tro ci sta solo un letto e una seg­giola. Sopra la seg­giola c’è una pila di rivi­ste. In coper­tina ci sono figure di donne sor­prese. Le loro lab­bra sono rosse come le loro unghie, i loro vestiti o le loro sot­to­ve­sti sono strap­pate. Il grande seno si mostra nascon­den­dosi e dise­gna trian­goli ampi e rotondi. Una mano si tuffa tra i capelli e l’altra è pro­tesa in avanti, con­tratta come quella dei morti sep­pel­liti vivi. Cerca di fer­mare il col­tello che sta per col­pire, ma è chiaro che non ci rie­sce. Il tes­suto della sot­to­ve­ste è lace­rato nei punti in cui la lama è già entrata nel corpo dell’adultera. E’ chiaro che è così, per­ché da lì esce il sangue.

 

 

E’ la Signora Alba, dice Madre. E’ per il marito, aggiunge.

Parla con voce bassa e pre­oc­cu­pata. Padre appog­gia il tova­gliolo accanto al piatto. Non dice niente e la guarda. Padre ha un modo di tacere che fa paura. Non dice nulla, ma è come se il suo corpo ron­zasse. Lo squillo del tele­fono si è nasco­sto nella sua voglia rosa, alla radice del naso.

Un’altra crisi, dice Madre. Evita lo sguardo di Padre. Non aggiunge altro. Sanno già di che si tratta. Lo sanno per­ché dor­mono nello stesso letto e vedono le stesse visioni. Fra­tello e Sorella dor­mono nello stesso letto ma, per qual­che motivo, non hanno le stesse visioni.

Vado subito, dice lui.

Dal rumore che pro­viene dalla cucina si capi­sce che ha messo sul fuoco il reci­piente di ferro dove ven­gono ste­ri­liz­zate le sirin­ghe. Il signor Giu­lio Bor­sani è il padrone della fab­brica di cara­melle e dol­ciumi vari.

Padre torna a tavola. Mastica ancora qual­che boccone.

Cos’è, gli fai l’iniezione, chiede Madre.

Per forza, dice Padre.

Sorella non vuole man­giare il carciofo.

Smet­tila, le dice Padre con voce così secca che Sorella con­ti­nua a masti­care all’infinito senza dire più nient’altro. Quanto, que­sta volta, dice rivolto a Madre.

Cin­que, dice Madre.

Cri­sto, dice Padre.

Dalla cucina arriva rumore di metallo. Il vapore fa alzare e abbas­sare il coper­chio d’acciaio del reci­piente per ste­ri­liz­zare le siringhe.

Sono pronte, dice Madre.

A un ope­raio? chiede Padre.

Sì, dice Madre. La moglie era quella tua mutuata gio­vane, la Faletti, che è appena morta di tumore. Aveva tre figli, pove­retta. Adesso lui non sa più come fare, non ha parenti. Sono ancora pic­coli, dovrà met­terli all’orfanatrofio. Anche loro si erano cono­sciuti all’orfanatrofio.

Padre torna in cucina. Il reci­piente ha la forma delle pen­tole in cui si fa cuo­cere il pesce. Lo mette nel lavello e apre il rubi­netto per farlo raffreddare.

Cri­stò­fer, urla. Non si capi­sce se si è scot­tato o se sta ancora pen­sando a quel che gli ha detto Madre.

Mette un paio di sirin­ghe e di aghi in una pic­cola sca­tola di metallo. Ora si muove e cam­mina in fretta. Prende la borsa degli strumenti.

Te lo tengo in caldo, dice Madre, e copre il suo piatto con un altro piatto. Lui fa un verso ner­voso. La porta dell’ingresso sbatte con un suono selvatico.

Cri­sto, mor­mora Madre. Cin­que milioni.

Guarda fuori dalla fine­stra. Sorella con­ti­nua a masti­care il carciofo.

Il signor Bor­sani va in ammi­ni­stra­zione, si fa dare un fascio di ban­co­note, ci mette attorno un ela­stico e lo allunga a un operaio.

Lo prende l’eccitazione, dice sua moglie. Si agita che nes­suno rie­sce più a tenerlo. Si mette a ridere. Aspetta la sirena della fine turno, gli si avvi­cina e gli allunga l’involto dei soldi. Così, davanti a tutti, ridendo, come se gli rega­lasse una sigaretta.

La visione del ridere del signor Bor­sani è quella del ridere di un ebreo. Se non fosse ebreo non rega­le­rebbe i soldi agli ope­rai poveri. I bigotti stanno attenti fino all’ultimo cen­te­simo, dice Madre.

La prima volta che ha dato via i soldi, gli ope­rai si sono messi in scio­pero, rac­conta Padre. Dice­vano che voleva pren­dere in giro un uomo nel biso­gno. Aveva dato due milioni a uno che gli si era incen­diata la casa.

Quando fa così, Padre dice che poi è un pro­blema per­ché è un uomo alto e cor­pu­lento e per cal­marlo ci vuole la gra­zia di dio. La gra­zia di dio è la forza miste­riosa che anima il cava­liere morente che ancora sol­leva la spada. Gli deve par­lare a lungo, con calma, fino a quando rie­sce a farlo sdra­iare sul letto e a far­gli l’iniezione. Ritorna nor­male e si ver­go­gna. Si ver­go­gna per molti mesi e allora al mas­simo regala dol­ciumi. Una volta, per esem­pio, ha preso da parte Padre e gli ha dato cin­que chili di cioccolata.

Se il signor Bor­sani si ver­go­gna vuol dire che sa che i soldi devono stare nasco­sti, come l’inguine, pensa Fra­tello. I soldi sono una forza vergognosa.

Adesso, quando suc­cede, l’operaio lo rin­gra­zia e poi riporta i soldi in amministrazione.

Padre ha sudato le sette cami­cie e ha avuto la pazienza di un santo.

Giu­lio Bor­sani ha urlato a sua moglie che non può capire, per­ché è nata ricca. Non capi­sce cosa vuol dire avere biso­gno di denaro e non averlo. Non può capire.

La Signora Alba è minuta e pal­lida, i suoi occhi azzurri sbu­cano a fatica dalle occhiaie infos­sate e gri­gie. Il suo sor­riso è fermo, disil­luso, forse esau­sto, come la sua pelle. Indossa cami­cie bian­che, abbot­to­nate fino al collo. Sopra ci getta uno scialle di seta dello stesso color cenere delle sue mani, delle guance, delle brac­cia. Sor­ride piano, come se sor­ri­dere fosse pericoloso.

Non si può con­trad­dirlo, dice Padre, altri­menti si mette a urlare ancora di più.

Ha urlato a sua moglie che la ric­chezza gli ha rovi­nato Alberto. Anche lui indossa la cami­cia bianca, però non arro­tola mai le mani­che fino al gomito, come suo padre. Allac­cia anche i bot­toni dei pol­sini. Il col­letto lo tiene slac­ciato, invece. Il suo viso è pal­li­dis­simo, le sue mani hanno dita lun­ghe e verdi come gambi di ane­moni. Sor­ride con più forza di sua madre e qual­che volta ride, ma come se lo facesse per gen­ti­lezza. Non parla volentieri.

Me l’hai tirato su come un pre­tino, urla il Signor Bor­sani. Non sop­porta che fac­cia il Con­ser­va­to­rio e suoni il pia­no­forte tutto il giorno. Plìn plìn plìn. Avrebbe dovuto iscri­versi a eco­no­mia e com­mer­cio, invece, e un giorno pren­dere in mano l’azienda. La Signora Alba si è impun­tata per­ché suo figlio facesse quel che gli andava di fare. Il Dovere serve a creare ric­chezza e poi la ric­chezza a disfare il Dovere, se ci riesce.

Le dita di Alberto sono lun­ghe e fra­gili. Fra­tello pensa che, pro­ba­bil­mente, non può fare nulla con quelle sue mani, tranne appunto sfio­rare i tasti del pia­no­forte. Forse non rie­sce nep­pure a tagliare la carne con la for­chetta e il col­tello o lavarsi i denti con lo spaz­zo­lino. Si muo­vono pro­prio come le cose vege­tali sfio­rate dal vento.

La voce di Padre cam­bia tono e colore a ogni passo. Un momento sem­bra dare ragione a Giu­lio Bor­sani, poi la sua voce irata s’incrina e si spe­gne in un accenno di pianto, quando parla dell’irremovibilità della signora Alba.

Un pre­tino, ha urlato Bor­sani. Una signo­rina, col suo plìn plìn plìn. Me l’hai tirato su col semo­lino. E’ andato di corsa in cucina, ha preso un pesta­carne, è tor­nato in sog­giorno per fra­cas­sare il pia­no­forte di Alberto. La Signora Alba non ha detto niente, l’ha guar­dato negli occhi e ha appog­giato una mano sul suo brac­cio. Il signor Giu­lio ha messo giù il pesta­carne, è salito al primo piano, si è seduto su una pol­trona e ha nasco­sto il viso tra le mani.

Sono un figlio del popolo. Mio padre andava a ven­dere le cara­melle davanti alle scuole ele­men­tari. Se le por­tava in giro per tutto il paese su un vas­soio di legno appeso al collo con una cin­ghia da tapparella.

Padre ha detto che Giu­lio Bor­sani urlava che lui non è della razza dei padroni.

 

 

Il pia­ne­rot­tolo è illu­mi­nato da un lucer­na­rio sporco e da una lam­pa­dina sem­pre accesa. La casa è com­po­sta da una pic­cola cucina e da un sog­giorno. Il sog­giorno con­tiene un letto, un tavolo, quat­tro sedie e un pic­colo scaf­fale dove sono ripo­sti pochi libri di scuola con­sunti. La fine­stra del sog­giorno si apre verso lo sporco del lucer­na­rio. Su un muro c’è la foto­gra­fia in bianco e nero di una ragazza. Fra­tello un giorno ha tro­vato il corag­gio per chie­derle chi è.

E’ mia figlia, ha detto Mae­stra Strau­lino e per una volta ha sorriso.

Figlia abita nella grande città e lavora come dattilografa.

Mae­stra parla per il ripasso di geo­gra­fia. Fra­tello guarda la foto­gra­fia di Figlia che guarda il cielo del sof­fitto e sor­ride. E’ strano che Figlia sia bella men­tre Mae­stra è secca e con­torta. Mae­stra si accorge che Fra­tello guarda la foto­gra­fia di Figlia. Figlia ha le lab­bra morbide.

Scemo, urla.

Afferra il brac­cio di Fra­tello e scuote il suo corpo inerte. Fra­tello si afferra al bordo del tavolo. Solo la foto di Figlia rimane immo­bile, sul muro.

Per arri­vare a casa di Mae­stra biso­gna attra­ver­sare uno stretto cor­tile cir­con­dato da alte mura. Le mura del cor­tile sono cor­rose da grandi mac­chie d’umidità. Sono gri­gie, azzurre, nere, mar­roni, ros­sicce e bian­che. Le pareti della scala gli si strin­gono addosso. Sal­gono dalla penom­bra verso il buio. Il pro­filo di Mae­stra ondeg­gia sui vetri sme­ri­gliati della porta d’ingresso. Mescola lo zuc­chero con un movi­mento lun­ghis­simo, poi rove­scia un po’ di caffè sul piat­tino. Non ha mai visto nes­suno bere il caffè in quel modo.

Fra­tello respira piano. In casa c’è odore d’iniezione. Mae­stra ha la tosse secca.

Dice a Fra­tello di met­tere Car­tina Muta sul tavolo. Car­tina Muta è un ammasso ano­nimo di mac­chie. Sono gri­gie, azzurre, nere, mar­roni, ros­sicce e bian­che. Ci pigia sopra il pol­pa­strello e dice a Fra­tello di dire i nomi dei fiumi affluenti di fiume Po. Fra­tello non cono­sce i nomi dei fiumi affluenti di fiume Po. L’unico nome di fiume che gli viene in mente è quello di fiume Serio che scorre vicino a Paese. Lì è peri­co­loso nuo­tare. D’estate muo­iono affo­gati i figli dei poveri veri. Man­giano salame e subito dopo si get­tano nell’acqua gelida e fan­gosa che scende dai monti.

Sei scemo, urla Maestra.

Il suo sguardo è fisso come un chiodo e non per­mette agli occhi di Fra­tello di cer­care gli occhi di Figlia. Il suo viso è immo­bile. Anche la luce, il tavolo, le seg­giole e i libri con­sunti sono immo­bili. Si muo­vono solo le lab­bra di Mae­stra. Appog­gia il piat­tino sul tavolo e la taz­zina rotola addosso al cuc­chiaino. Anche il caffè ha odore d’iniezione.

Qui, Qui, Qui, urla. Il suo dito pre­ci­pita ancora su Car­tina Muta.

Hai la sab­bia, nella testa, dice. Ci puoi ver­sare tutta l’acqua che vuoi, ma è acqua sprecata.

Que­sto, urla. Come si chiama, che te l’ho appena detto. Que­sto. Qui. Que­sto qui.

Tos­si­sce. Appog­gia una mano sul cuore. Va in cucina, torna con una boc­cetta e versa alcune gocce in un bic­chiere con poca acqua. Beve get­tando il viso verso il sof­fitto. Cerca di ritro­vare il respiro.

Mi hai fatto par­lare per un’ora per niente, urla Mae­stra. Per un’ora. Per niente. Mi strappi dalla bocca quel poco fiato che mi resta in gola. Per cosa, poi. Per niente.

 

 

Ti com­pri giu­sto due pac­chetti di siga­rette, con que­sti soldi dell’Argentina, dice Madre.

Non li voglio nean­che, dice Padre.

Se non te li fai dare passa però il prin­ci­pio che a te non tocca niente, dice Madre.

Padre fa il verso del ser­pente irato. La voglia rosa, alla radice del suo naso, ronza.

Lo vedi anche tu che quei ter­reni non val­gono una cicca fru­sta, dice.

Qual­cosa dovranno pur valere, insi­ste Madre. Da anni tuo fra­tello non ti manda un ren­di­conto che è uno strac­cio di ren­di­conto. E adesso sal­tano fuori i soldi per due pac­chetti di sigarette?

Non li voglio nean­che vedere, quei soldi. Cosa ha fatto mio padre per me? dice Padre.  Non ha mai fatto niente. Per­ché dovrebbe, adesso che è morto? Ci ha cari­cati su una nave, ci ha rispe­diti in Ita­lia e lui è rima­sto in Argen­tina per altri dieci anni. Ci man­dava i soldi, ma lui non c’era. Quando è sbar­cato dal treno, era un estra­neo. Voleva darmi una carezza, ma io ho sco­stato il viso. Non sapevo più chi fosse. L’ho lasciato che ero un bam­bino e l’ho rivi­sto che ero un uomo. Era un intruso. Mi faceva orrore che baciasse mia madre.

Devi pen­sare ai tuoi figli. Se ti suc­cede qual­cosa? O se suc­cede qual­cosa a noi due?

Padre guarda nel piatto, non dice niente, ma è arrab­biato per­ché sa che Madre ha ragione. Ora gua­da­gna più soldi, ma non ha uno strac­cio di rispar­mio o di pen­sione o di assi­stenza medica che sia uno straccio.

Rinun­ciare è la strada più sem­plice, dice Madre. Comodo, oh comodo! lasciare che si fac­ciano gli affari loro, i tuoi fratelli.

Se ci dovesse suc­ce­dere qual­cosa, dice ancora Madre.

Padre e Madre potreb­bero uscire di strada, quando sono in auto­mo­bile. Andare con­tro un albero e morire, come è suc­cesso al dot­tor Fusar Poli.

Non ci vuole niente, dice Madre, con le strade che si sono in que­sto paese. Si inta­scano i soldi delle nostre tasse, ma non si pre­oc­cu­pano nean­che di met­tere un po’ di ghiaia nelle buche.

Sorella ha la fac­cia di quando sta per piangere.

Sì, dice Padre. Non ci vuole pro­prio niente.

Cri­sto, sus­surra Madre.

Se a Padre e Madre dovesse suc­ce­dere come al dot­tor Fusar Poli, non si sa cosa suc­ce­de­rebbe a Fra­tello e Sorella.

I Nonni sono vec­chi e i miei fra­telli, figu­rati. Anche i tuoi fra­telli, figu­rati, dice Madre a Padre. Non so pro­prio chi si pren­de­rebbe cura di voi, dice a Fra­tello e a Sorella. Rischia dav­vero che vi tro­viate in mezzo a una strada. Di sicuro. Meglio non pen­sarci, ma come si fa a non pen­sarci. In mezzo a una strada, capite?

Anche Madre guarda il piatto. I suoi occhi sono diven­tati più grandi e sem­bra che abbiano smar­rito qualcosa.

C’è l’Assicurazione sulla vita, dice Padre a bassa voce, come se non fosse sicuro che quella è una soluzione.

Padre e Madre sono già morti. Stanno par­lando a Fra­tello e Sorella da più in alto ancora del deserto azzurro.

Nella visione di Fra­tello, l’Appartamento Tutto Per Loro è la visione di una casa vuota. Non si vedono Padre e Madre morti. Non si vede nep­pure chi entra in casa e ordina a Fra­tello e Sorella di andar­sene sulla strada. Nella visione, Fra­tello e Sorella sono già per strada.

E’ notte, è inverno, c’è Neb­bia e non si vede niente.

Cam­mi­nano.

Cam­mi­nano nella Neb­bia buia e non sanno dove stanno andando. Non sanno dove andare e comun­que c’è tal­mente Buio e Neb­bia che non capi­reb­bero dove stanno andando nep­pure se sapes­sero dove vogliono andare. Sorella piange e prende per mano Fratello.

Cam­mi­nano, ma sono fermi. I loro passi sono immobili.

Anche la strada non si muove. E’ dal suo respiro freddo che nascono Neb­bia e Buio.

Fra­tello non sa se il movi­mento immo­bile esi­ste dav­vero o solo nella visione.

Le figure nere dei con­ta­dini che can­tano can­zoni senza sto­ria, fuori dalla fine­stra, ubria­chi, di ritorno dall’osteria, avvolti nei tabarri neri, schiac­ciati dai cap­pelli neri, ondeg­giano come grandi uccelli goffi. Ancora pochi passi e anche gli uccelli moriranno.

I con­ta­dini sono neri. I loro cap­pelli e i loro tabarri sono più neri di loro. Le loro figure sono più nere della notte.

Lo dico soprat­tutto a te, che sei la più grande, dice Padre a Sorella.

In un cas­setto, Padre custo­di­sce il Docu­mento di Assi­cu­ra­zione sulla vita.

Docu­mento è una parola dolce e opaca, come Neb­bia. Sci­vola via senza curarsi del pic­colo inciampo della t. E’ una parola ner­vosa, ma appa­ren­te­mente inno­cua. Sa ren­dersi invisibile.

Mi ascolti? urla Padre a Sorella.

Sorella ha smesso di masti­care. Il boc­cone le gon­fia una guan­cia. La luce delle lam­pa­dine risale nei fili elet­trici e si rin­tana nei sof­fitti. La stanza non ha più pareti. Il den­tro è come il fuori.

Guar­dami, dice Padre. Afferra il viso di Sorella. Le dita strin­gono le sue guance, ma il boc­cone non ha il corag­gio di but­tarsi fuori dalle lab­bra. Si nasconde anche lui. Guar­dami e cerca di aprire bene le orec­chie. Pian­gere adesso non serve a niente. Quando saremo morti non ci sarà più niente da pian­gere e voi non avrete soldi. Non avrete nean­che il tempo per pian­gere. Hai aperto bene le orecchie?

Docu­mento va spe­dito entro ven­ti­quat­tro ore.

Entro ven­ti­quat­tro ore. Avete capito bene? E non un minuto di più, altri­menti non vi danno più nean­che una lira.

La mappa per rag­giun­gere il cas­setto dove è ripo­sto Docu­mento è più stu­pida e vuota di Car­tina Muta.

Assi­cu­ra­zione Sulla Vita, se appena può, ti frega.

Ven­ti­quat­tro ore e non un minuto di più. Il suono delle parole è una fiamma quieta che bru­cia pigra­mente il foglio su cui è stam­pato Docu­mento. La sua pigri­zia annun­cia a Fra­tello e Sorella che stanno per entrare nel Mondo popo­lato dalla gente che ti frega. Altro che cesso. Quelli, se appena appena pos­sono, ti por­tano via anche la sedia da sotto il sedere. Il Mondo è fatto di volti appa­ren­te­mente cor­diali, come il for­naio che poi ti rifila invece il pane fatto con la farina di manici di ombrello. La carta si anne­ri­sce prima ancora che arrivi a lam­birla la fiamma azzurrina.

Padre elenca stanze, cor­ri­doi, mani­glie, armadi, chiavi, cas­setti e car­tel­lette di car­tone di tutti colori.

Mi rac­co­mando, dice Madre. Entro ven­ti­quat­tro ore e non un minuto di più. Avete capito bene?

Hai capito? urla Padre a Sorella. Hai aperto bene le orecchie?

Se Sorella non apre bene le orec­chie, la strada sarà l’unica casa dove Fra­tello e Sorella potranno vivere, se mai riu­sci­ranno a sopravvivere.

Non ne avete un’idea, dice Madre.

Sorella non piange, ma è rossa in volto.

Ripe­timi tutto quello che ho detto, dice Padre. Dall’a alla zeta.

I suoi occhi schioc­cano come sberle cat­tive. Le sue mani hanno odore d’iniezione. Lo scal­pic­cio delle sue scarpe, sotto il tavolo, è più pesante e ruvido del carro tra­sci­nato dai cavalli che corre sullo ster­rato di strada Cir­con­val­la­zione, quando va a rac­co­gliere il latte alla cascina lì avanti.

Sorella tace, le lacrime rigano il suo volto. Fra­tello la guarda. Sorella non ripe­terà mai tutto dall’a alla zeta.

Se lo facesse, Madre e Padre morirebbero.

Ha capito. Non c’è biso­gno di insi­stere, dice Madre.

La sua voce giunge dalla tomba in cui sono stati get­tati i corpi di Padre e Madre. Esprime il dolore di chi è solo un grumo d’aria che vede e sente, ma non può fare nulla. Non può aiu­tare Fra­tello e Sorella.

Padre e Madre par­lano. E’ sicuro. Mori­ranno come il dot­tor Fusar Poli. L’unica cosa incerta è quando mori­ranno. E da quando ini­zie­ranno a scor­rere le ven­ti­quat­tro ore e non un minuto di più.

Da quando ini­zie­ranno a scorrere?

Dal momento in cui Padre e Madre saranno morti?

O dal momento in cui qual­cuno dirà a Fra­tello e Sorella che Padre e Madre sono morti?

O dal momento in cui qual­cuno li cac­cerà di casa?

Comun­que toc­cherà a Sorella spe­dire il Docu­mento.

E’ lei la più grande e sa dove è il cas­setto in cui è ripo­sto. Sorella sa anche cosa è, un Docu­mento.

Fra­tello trat­tiene il respiro e allo stesso tempo gli viene da ridere. Le voci di Padre e Madre sono rau­che e mono­tone e sovra­stano il rumore delle posate.

Padre e Madre non mori­ranno. Non mori­ranno mai.

Nell’umidità gelata della Notte e della Neb­bia in cui Fra­tello e Sorella cam­mi­nano senza meta, tut­ta­via, le voci dei morti, di tutti i morti che sono morti in tutte le epo­che del mondo, sus­sur­rano domande prive di signi­fi­cato e di risposta.

Chi aprirà il cas­setto di Padre?

E chi tro­verà quello giusto?

E di colore è la car­tella in cui è ripo­sto Docu­mento? Gialla, verde o rossa o blu?

E come, e da cosa, si potrà rico­no­scere Docu­mento?

Cosa è un Docu­mento?

Come si fa spe­dire un Docu­mento?

Cosa ci si deve scri­vere, sopra?

Dove abita Assi­cu­ra­zione Sulla Vita?

Qual è il suo indirizzo?

Gli torna in mente il cava­liere medioe­vale. Il punto in cui è mag­gior­mente espo­sto alla morte è anche quello in cui più rie­sce a difen­dere la pro­pria vita. O a recla­marla. Il dia­letto del cavallo reclama la vita del cava­liere. Il dia­letto ha biso­gno del dialetto.

Gli viene da ridere.

Da come par­lano Padre e Madre è chiaro che ven­ti­quat­tro ore e non un minuto di più fug­gono in un istante così veloce che sarà impos­si­bile vederlo e fer­marlo. Sono un vento che non si sa da dove viene e dove andrà, ma che tra­sci­nerà lon­tano, con sé, Docu­mento.

Tutto sarà ter­ri­bil­mente ine­vi­ta­bile. Il tre­mendo sarà tal­mente orri­bile che non avrà il corag­gio di avve­rarsi. Pas­serà oltre. La spada taglierà la carne dei suoi piedi, e le sue ossa, ma il cava­liere rag­giun­gerà l’altra sponda. In volo.

Gli viene da ridere.

Fra­tello e Sorella sono soli sulla strada. Buio e Neb­bia. Que­sto è bello.

E’ il primo passo verso il va-gare. Va-gheranno.

Non sa dove Sorella va-gherà. Non lo sa. Sorella è sem­pre altrove. Lui cam­mi­nerà, da solo, verso il Meri-Dione, dove fa caldo e si può va-gare.

Nel Qui di que­sto paese ormai lon­tano, con­ti­nue­ranno a impu­tri­dire, nell’umido di Neb­bia, Mae­stra Strau­lino, Car­tina Muta e le sue mac­chie in cui si con­fon­dono i cibi fatali, i gesu­cri­sti, gli ebrei, il dia­letto, il Dovere, la feb­bre che lo tra­scina nel deserto azzurro, il pane di farina di manico di ombrello, il cam­pa­nello che suona di notte per sve­gliare Padre e la voce di Madre che urla nel buio, Qui, parli qui. Qui davanti. La cor­netta nera del cito­fono è sorda.

La distru­zione, il dolore asso­luto, il va-gare, sono vivi e desiderabili.

Fra­tello non rie­sce a tenere a bada il gesto. Allunga la mano e pic­chia la lama del col­tello con­tro la brocca dell’acqua.

Il suono sbatte le ali.

Gli occhi di Madre diven­tano ancora più grandi. La voglia rosa alla radice del naso di Padre rico­min­cia a ronzare.

Il va-gare è Qui, a un passo.

Sorella sputa il boc­cone nel pugno e lo appog­gia sul piatto.

Gli occhi di Padre schioc­cano come sberle cattive.

Il suono che ride nella brocca richiude le ali. L’uccello si nasconde sotto il tavolo e bistic­cia coi piedi ner­vosi di Padre, con le sue scarpe che odo­rano di Padre più di Padre.

In camera da letto, la santa prega Dio che ripeta quel che le ha detto.

Cosa fai? dice Madre. La sua gola inghiotte l’aria. I suoi capelli volano. Vi stiamo par­lando di una cosa impor­tante e tu ti metti a giocare?

 

 

Madre spe­gne la luce.

Vi siete lavati i denti, dice. Poi dice, Sono già le otto e mezza. E’ tardi.

I bam­bini dei poveri veri par­lano dia­letto e vanno a letto tardi per ascol­tare le can­zoni alla radio.

Le can­zoni sono stu­pide, dicono Madre e Padre. Sono il Mondo che distrae il Mondo dal suo Silenzio.

Ci fanno andare a letto pre­sto per­ché gli diamo fasti­dio, dice Sorella. Vogliono che ci togliamo dai piedi.

Altri­menti Madre non può scri­vere il romanzo sui con­for­mi­sti, dice Fratello.

Sorella ride.

Pisci nel letto anche sta­notte, chiede Fratello.

Quando chiudo gli occhi ho paura di ria­prirli. Quando li ria­pro devo andare a scuola da Mae­stra Strau­lino, dice Sorella. Certe volte sogno che Padre e Madre muo­iono e dob­biamo spe­dire Docu­mento. Certe volte sogno che esco di casa per andare a scuola da Mae­stra, ma invece di andare a scuola con­ti­nuo a cam­mi­nare e arrivo in un posto lontano.

Cam­mino e cam­mino, dice Sorella.

Come è que­sto posto, chiede Fratello.

E’ un posto come un altro, dice Sorella. Solo che lì non c’è Mae­stra e nep­pure Docu­mento da spe­dire. I bam­bini sono poveri ancora più poveri dei poveri veri. Non vanno a scuola. Ridono e can­tano. I loro geni­tori muo­iono solo quando loro sono grandi.

Voglio cam­mi­nare insieme a te, dice Fratello.

E’ un posto mio. Tro­va­tene un altro, tu, e cam­mina dove ti va di cam­mi­nare. Devi tro­varti un posto tuo. Io non ti voglio tra i piedi.

Io andrò a San Severo, dice Fra­tello, dove è nato Nonno. E’ in Meri-Dione e fa sem­pre caldo. Lì si può va-gare.

Sorella ride.

Com’è che poi pisci nel letto, dice Fratello.

Il cielo è azzurro e nei prati ci sono i fiori. Nel prato con i fiori arriva una fata che mi acca­rezza. Il mio corpo diventa dolce e allora piscio per­ché il calore della piscia è ancora più dolce delle carezze della fata. Non so spiegare.

Tutto il mondo fa schifo, a sen­tire Madre, dice Sorella. Fa schifo il pane, fa schifo la ver­dura della Pina, fanno schifo i preti, fa schifo il dia­letto, fanno schifo le can­zoni, fanno schifo i clienti di Padre. Viviamo asse­diati dallo schifo, secondo loro. Tutto fa schifo. Non c’è nes­sun luogo dove andare, qui. Non posso nean­che dire che i car­ciofi mi fanno vomi­tare, dice Sorella. Padre e Madre dicono che sono anti­con­for­mi­sti, ma sono tutte parole.

Mi viene da pian­gere, dice Fra­tello. Tu cam­mini, quando dormi. L’unico posto dove io posso andare è la visione del cielo azzurro, ma devo aspet­tare di avere la feb­bre alta, per andarci. Tu incon­tri le fate. Nel deserto azzurro non c’è nes­suno. E’ tutto vuoto.

Fra­tello e Sorella dor­mono in un grande letto matri­mo­niale. Al posto della coperta c’è una tra­punta imbottita.

Dopo che Madre ha spento la luce, Fra­tello e Sorella si ran­nic­chiano sotto la tra­punta. Se bisbi­gliano, Padre e Madre non pos­sono udire le loro voci. La tra­punta ha ancora addosso l’odore della casa dei Nonni.

Ci sei andato anche oggi, a ripe­ti­zione da Mae­stra Strau­lino, dice Sorella.

Sì, dice Fra­tello. Sorella ride.

Se ridi ci sen­tono e ci obbli­gano a dor­mire, dice Fratello.

Rac­conta, dice Sorella.

Ho salito le scale. Sai come sono. Sono strette e buie, come se le pareti voles­sero schiac­ciarti. Quando sono arri­vato sul pia­ne­rot­tolo, la vec­chietta che vive lì di fianco ha subito soc­chiuso la sua por­ti­cina. Ha fatto segno che mi avvi­ci­nassi. Sss­sttt, ha bisbi­gliato pia­nis­simo, guar­dando spa­ven­tata la porta di Mae­stra. La serpe dia­bo­lica non deve sen­tire, ha detto. Mi ha allun­gato l’immaginetta di San Qui­rino pro­tet­tore del bam­bino. Met­tila in tasca, ha sus­sur­rato e strin­gila sem­pre nella mano.

Sorella ride.

Se ridi ci sen­tono e ci tocca dor­mire, dice Fratello.

Mi fa ridere San Qui­rino, bisbi­glia Sorella.

Sssstttt…ha sus­sur­rato la vec­chietta. Non farti sen­tire, ha detto. Quella vec­chia ha ancora più paura di me. Ho messo l’immaginetta di San Qui­rino nella taschina sopra il cuore, dice Fratello.

Spera che Sorella rida ancora.

Il pia­ne­rot­tolo era ancora più buio delle scale. Buio come l’Inferno. Ho visto l’ombra di Mae­stra che cam­mi­nava nella stanza e ho cre­duto di morire. Il cuore mi bat­teva in gola e sof­fo­cavo. Ero freddo come il ghiac­cio e non riu­scivo a cam­mi­nare. Anche le gambe erano di ghiac­cio. Avevo paura che a muo­verle si spez­zas­sero e che il mio cuore si sciogliesse.

Vai avanti, dice Sorella.

Sorella comin­cia ad avere paura. Quando Sorella ha paura, si avvi­cina di più a Fra­tello. I suoi capelli sono morbidi.

Appena ho appog­giato la mano sulla mani­glia della porta di Mae­stra Strau­lino, è scop­piato il ful­mine. Ho sen­tito una scossa elet­trica, for­tis­sima, che mi ha sca­ra­ven­tato a terra, tra una cascata di milioni e milioni di scin­tille infuo­cate. In bocca sen­tivo il sapore del ferro fuso. I miei capelli erano ritti in testa. Poi il tuono, più forte di una bomba in guerra. La porta di Mae­stra si è aperta piano, cigo­lando orren­da­mente. La apriva piano per farmi ancora più paura. Sa che quel cigo­lio mi fa morire di paura. Ha comin­ciato a pio­vere e a gran­di­nare, lì, pro­prio sul pia­ne­rot­tolo, sotto la luce sporca del lucer­na­rio. Teneva le brac­cia sol­le­vate e pio­veva e gran­di­nava dalle sue mani. Dalle sue unghie par­ti­vano i ful­mini. Entra subito, ha detto con voce caver­nosa e poi si è messa a ridere. Rideva cat­tivo. La sua voce schioc­cava come sberle. Le sue mani unci­na­vano l’aria e si pro­ten­de­vano verso di me. Le sue unghie erano lun­ghe e nere come la pece. Ho fatto un passo verso la soglia, ma prima ho guar­dato la vec­chietta. Si stava facendo il segno della croce. Entra, ha gri­dato Mae­stra con la sua pro­fonda voce caver­nosa. Entra, scemo, che sei già in ritardo di ven­ti­cin­que secondi. La sua gola risuc­chiava l’aria. Me li dovrai elen­care lo stesso, tutti i nomi dei fiumi affluenti di fiume Po, anche se sei in ritardo di ven­ti­ciiiiin­queeeee secon­diiiii. Mi dovrai anche direeeee cosa si col­ti­vaaaa sulla vetta del Mon­ce­ni­sioooo e cosa si estraeeee dalle nevi delle alpi Cozieeee, ha urlato risuc­chiando l’aria. Ah, Ah, Ah, Ah, Ah….faceva. Saaaiii cosa è il Mon­ce­niii­siiiooooo, pic­colo pisquano? Sai pen­sare, eh? Sai pen­sare, pic­colo pisquano, o hai la sab­bia nella testa?

Mae­stra stava bevendo il caffè? dice Sorella. Bisbi­glia piano.

Mae­stra stava in piedi, davanti a me, alta, magra, con la sua gran massa di capelli grigi in testa e vestita di stracci rat­top­pati. Più magra di una serpe dia­bo­lica. Teneva in mano la taz­zina del caffè e il piat­tino. Con il cuc­chiaino di ferro con­ti­nuava a rigi­rare lo zuc­chero. Il cuc­chiaino sbat­teva con­tro la taz­zina e faceva rumore di denti di drago che sbat­tono per il freddo. Entra, sce­moooo, ha urlato. Ven­ti­cin­que secondi di ritaaaar­dooooo, ha ripe­tuto. Eeee…ccc…ooo…mmm…iiiii, ho bal­bet­tato io. Mae­stra ha appog­giato il cuc­chiaino sul tavolo. Poi ha ver­sato un po’ di caffè sul piat­tino e l’ha bevuto da lì, risuc­chian­dolo orrendamente.

Dal piat­tino? chiede Sorella.

Dal piat­tino. E risuc­chian­dolo dal piat­tino, sai il caffè che rumore faceva? Mae­stra Strau­lino faceva il rumore della caverna che risuc­chia il fiume. Del lavan­dino che risuc­chia il mare, dell’uragano che risuc­chia l’oceano. Era un rumore ter­ri­fi­cante. Tutto vibrava, il vento ulu­lava e strap­pava via tutto quanto e io mi dovevo aggrap­pare a qual­cosa per non essere tra­sci­nato via. E que­sta non era ancora la cosa più ter­ri­bile. Sai qual’era la cosa più ter­ri­bile?, dice Fratello.

Cosa, dice Sorella.

La cosa più ter­ri­bile era che il caffè, sci­vo­lando dal piat­tino nella bocca di Mae­stra, riem­piva la stanza di odore di inie­zione. Que­sta era la cosa più terribile.

Sorella stringe il brac­cio di Fratello.

Basta, dice Sorella. Oh, basta, adesso. Basta.

*

Clau­dio Castel­lani è nato a Cara­vag­gio nel 1949

 

 

 

 




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     giugno 16, 2012 Pubblicato in Autori, Racconti -       Leggi Tutto
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