Mark Strand/Porto oscuro n.28
C’è una luminosità, una convergenza di fascini,
e il mondo viene mutato in meglio quando alberi,
fiumi, monti, animali, trovano tutti il loro vero luogo,
ma solo mentre Orfeo canta. Quando la canzone finisce
il mondo riacquista le antiche pecche, e le cose di nuovo sono
mal assortite e mal collocate, e la crudeltà degli uomini
è temperata solo dalle leggi. Orfeo può cambiare il mondo
per un po’, ma non può salvarlo, e per questo si dispera.
E’ un limite geniale quello che inscena e
lo sa, e per questo la corrente del suo canto
è sempre lugubre, sempre triste. E’ anche peggio
per noialtri. Come ha detto qualcuno: “…appena all’inizio
e già si insedia la paralisi, spingendoci fuori in cerca di una boccata
d’aria fresca”. E come se non bastasse, aggiunge:
“Seppure si compiano montagne di lavoro, c’è poco ascolto.
Mi pare che la mia voce sia solo per me…”. C’è
una corrente di rassegnazione che carica perfino le nostre
realizzazioni più risolute. Eppure, il tentare ci fa sentire meglio,
e c’è sempre un bicchiere di vino che ci restituisce
alla nostra trascorsa maestà, al pozzo dei nostri desideri
in cui veniamo rispecchiati, ma oscuramente, come se
un vetro brunito trattenesse nella propria calma congelata
un’immagine di opulenza, uno sbocciare di umanità, un inno
in cui le forme e i suoni del paradiso sono sepolti.
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Questa poesia è tratta dal volume “Mark Strand, L’uomo che camminava un passo avanti al buio –poesie 1964–2006″ Oscar Mondadori
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