Joyce Carol Oates/Racconto il razzismo perché è ancora vivo



Ripro­po­niamo qui l’intervista alla scrit­trice ame­ri­cana, a cura di Paolo Mastro­lilli, apparsa sul quo­ti­diano La Stampa di oggi, 24 giu­gno 2012–

 

«Nes­suno lo dice: ma è la ragione per cui Obama è in difficoltà»:
parla la scrit­trice Usa di cui uscirà a gen­naio Mud­wo­man 
sto­ria di una donna di suc­cesso con un pas­sato da incubo

 

In Ame­rica c’è una verità che non si può prof­fe­rire, ma Joyce Carol Oates vuole dirla comun­que: «Tutte le cri­ti­che che sen­tiamo con­tro il pre­si­dente Obama nascono dal fatto che è nero. Sic­come ormai non si può più attac­care pub­bli­ca­mente una per­sona per il colore della sua pelle, cer­cano di scre­di­tarlo soste­nendo che non è nep­pure nato negli Stati Uniti. Ma è la stessa cosa: è solo un’arma di riserva del razzismo».
Oates è la can­di­data perenne ame­ri­cana al Nobel per la let­te­ra­tura. Scrit­trice pro­li­fica, che viag­gia a una media di due libri l’anno, trova anche il tempo per inse­gnare «Crea­tive Wri­ting» all’università di Prin­ce­ton. Nei giorni scorsi è stata a Roma per pre­miare i vin­ci­tori del con­corso «Italy Wri­tes», lan­ciato dalla John Cabot Uni­ver­sity per invi­tare gli stu­denti delle scuole supe­riori ita­liane a scri­vere in inglese.

 

Tra i suoi allievi a Prin­ce­ton lei ha avuto anche Jona­than Safran Foer. Adesso lui va in giro a dire che gli ha cam­biato la vita, facen­do­gli cre­dere per la prima volta che poteva diven­tare uno scrit­tore sul serio. Si può inse­gnare l’arte?

 

«Io mi limito a fare un buon lavoro di edi­ting. Spingo i ragazzi a diven­tare buoni let­tori, par­tendo da clas­sici come Joyce, Heming­way o Faul­k­ner, e a scri­vere cose ori­gi­nali. Il talento, però, se lo por­tano sem­pre loro da casa».

 

È vero che lei scrive ancora a mano?

 

«Come prima cosa fac­cio molto movi­mento, corro parec­chio. I romanzi si for­mano prima di tutto nella mia testa, men­tre fac­cio qual­che atti­vità. Poi appunto le note a penna, ma alla fine scrivo usando la tec­no­lo­gia come tutti gli altri».

 

E-books, rivi­ste online, social media, com­pu­ter, dia­bo­lici stru­menti di det­ta­tura che scri­vono: sono solo stru­menti, o stanno cam­biando la letteratura?

 

«Io pro­pendo per la prima ipo­tesi. Magari aiu­tano a scri­vere e danno più oppor­tu­nità di essere pub­bli­cati. Le parole di Joyce però non cam­biano, se le leggi sul tablet, e la qua­lità della scrit­tura dei nuovi autori resta l’elemento che fa la differenza».

 

In Ita­lia uscirà a gen­naio 2013 da Mon­da­dori il suo ultimo romanzo, Mud­wo­man, che rac­conta la sto­ria di una donna di suc­cesso con un pas­sato da incubo. Mere­dith, la pro­ta­go­ni­sta, è diven­tata pre­si­den­tessa di una pre­sti­giosa uni­ver­sità dell’Ivy Lea­gue, nono­stante gli abusi subiti da bam­bina. Per­ché la vio­lenza torna sem­pre nei suoi romanzi?

 

«La domanda giu­sta è un’altra: per­ché la vio­lenza ricorre sem­pre nella nostra esi­stenza? Per­ché com­bat­tiamo le guerre? Per­ché gli Stati Uniti sono uno dei Paesi più vio­lenti al mondo? Io di mestiere fac­cio la scrit­trice. Capi­sco che molti si aspet­te­reb­bero ancora che una donna stesse a casa a badare ai figli, ma se io voglio rac­con­tare bene l’animo umano, non posso pre­scin­dere dalla sua violenza».

 

Mere­dith è anche una donna, che per fare strada ha dovuto accet­tare enormi sacri­fici. La sua col­lega di Prin­ce­ton Anne-Marie Slaughter ha scritto su The Atlan­tic che per le donne è ancora molto dif­fi­cile avere posi­zioni di alto livello in car­riera. Ha ragione?

 

«Anne-Marie è una donna che ha avuto grande suc­cesso, non so cosa avrebbe potuto fare di più. Parec­chi uomini si scam­bie­reb­bero con lei. La discri­mi­na­zione ses­suale c’è ancora, ma è molto dimi­nuita negli ultimi vent’anni. Abbiamo grandi pos­si­bi­lità di rea­liz­zarci, e non vor­rei che con­ti­nuas­simo a cer­care scuse».

 

In Mud­wo­man Mere­dith dice che «non esi­ste nar­co­tico migliore del lavoro», capace di scac­ciare tutti i pen­sieri. Vale anche per lei?

 

«Senza dub­bio. Alcuni mi accu­sano di essere troppo pro­li­fica, men­tre io in realtà credo di essere pigra. Però è vero che il lavoro è un grande nar­co­tico, con­sente di fug­gire alle cose meno pia­ce­voli della vita. Que­sto però vale solo per la gente moti­vata, che ritiene di svol­gere una fun­zione significativa».

 

Lei infatti ha già pro­gram­mato l’uscita del suo pros­simo romanzo, The Accur­sed, in libre­ria a marzo del 2013. Di cosa parla?

 

«Del raz­zi­smo in Ame­rica, che poi è una della cause della grande vio­lenza nel nostro Paese. È ambien­tato all’inizio del secolo scorso, tra il 1905 e il 1906. Rac­conta come anche i bian­chi migliori, magari senza saperlo, in fondo all’anima sono razzisti».

 

È quello che sta suc­ce­dendo anche oggi con Obama?

 

«È l’arma segreta usata con­tro di lui dai suoi cri­tici. Non dicono aper­ta­mente che non lo sop­por­tano per­ché è nero, ma cer­cano di abbat­terlo soste­nendo che non è americano».

 

Scor­ret­tezza politica?

 

«Ipo­cri­sia. Molti magari non si accor­gono nep­pure della verità. Lo odiano per­ché è nero, ma non rie­scono ad ammetterlo».

 

Lei cosa pensa della pre­si­denza Obama?

 

«Sono in attesa. Credo che abbia rice­vuto una mano dav­vero dif­fi­cile dall’amministrazione Bush, che gli ha lasciato in ere­dità un disa­stro eco­no­mico sto­rico. Affron­tare que­sto pro­blema gli ha impe­dito di essere il lea­der che potrà essere».

 

Usa il futuro per­ché è dispo­sta a dar­gli la chance di un secondo mandato?

 

«Certo. Mi pare dove­roso, vista la situa­zione da cui è partito».

 

Qual­che tempo fa siamo andati a Phi­la­del­phia, il pae­sino dove negli Anni Ses­santa avvenne l’omicidio di tre atti­vi­sti dei diritti civili, che ispirò il film Mis­sis­sippi Bur­ning. Per­fino lag­giù hanno eletto un sin­daco nero: non è un segno che i tempi sono cambiati?

 

«Sì, ma non abba­stanza. Il raz­zi­smo ha radici pro­fonde. È una forma d’odio che cor­rode anche in silen­zio, e non si eli­mina in pochi anni o con un’elezione».

 

Cosa serve per libe­rare l’America da que­sta piaga?

 

«L’istruzione. Io sono una pro­fes­so­ressa, e credo molto nel valore dell’insegnamento. Spie­gare le cose giu­ste e far cono­scere la verità ha sem­pre un effetto catar­tico. E poi credo nei gio­vani. Lo vedo ogni giorno che sono molto più aperti dei loro geni­tori, pronti a fare ami­ci­zia, inte­res­sati alla razza e alla lotta con­tro ogni forma di discri­mi­na­zione. Forse i ragazzi di oggi sono la gene­ra­zione che final­mente ci cambierà».

*

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     giugno 24, 2012 Pubblicato in Autori, Interviste -       Leggi Tutto
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