Martin Amis/Non si può scrivere un romanzo animati dal disgusto



Ripro­po­niamo qui l’intervista –a cura di Mike McGregor-rilasciata dallo scrit­tore inglese al quo­ti­diano bri­tan­nico Guar­dian e apparsa in tra­du­zione ita­liana sul D di Repub­blica n. 798 del 30 giu­gno 2012–

 

 

Vive a Broo­klyn, ma con­ti­nua a rac­con­tare con amore e cat­ti­ve­ria la sua città, come nel nuovo romanzo. E a dire incor­reg­gi­bil­mente fin troppo di sé, come in que­sta inter­vi­sta d di rep n 798 del 30 06 12

 

A spin­gere Mar­tin Amis verso l’America è stata la morte, anche se non, come qual­cuno ha soste­nuto, la “morte dell’Inghilterra”. “Mia madre è morta due anni fa, e in mente ave­vamo quello”, dice lo scrit­tore ses­san­ta­duenne, inau­gu­rando la serata nella sua casa di Broo­klyn con una bot­ti­glia di birra. “Mia suo­cera, che vive qui, aveva la stessa età, e l’uomo con cui era spo­sata da 40 anni era malato. È morto all’improvviso, prima ancora che arri­vas­simo. Ma erano mesi che pen­sa­vamo: “Non vivranno in eterno””.

 

Così Amis e la sua fami­glia — la moglie Isa­bel Fon­seca e le figlie Fer­nanda e Clio — hanno lasciato Lon­dra e si sono tra­sfe­riti a New York, prima nell’appartamento della suo­cera e poi sta­bi­len­dosi in un’alta palaz­zina signo­rile di Brooklyn.

 

C’è stato qual­che ten­ta­tivo di spac­ciarla per disaf­fe­zione al mio Paese”, dice Amis, “una spe­cie di vaf­fan­culo all’Inghilterra.” Si rife­ri­sce ai gior­nali che l’estate scorsa, men­tre lui tra­slo­cava, hanno scritto che Amis se ne andava sbat­tendo la porta: “Non c’era un bri­ciolo di verità”. I gior­na­li­sti, però, scri­ve­vano sull’onda di un’intervista rila­sciata da Amis. Non era stato lui, sul fran­cese Nou­vel Obser­va­teur, a lamen­tarsi della “fati­scenza morale” del suo Paese? A dire che avrebbe pre­fe­rito non essere inglese?

 

Quell’intervista ha cau­sato un sacco di guai. Mi hanno attri­buito cose non dette o mal tra­dotte. Un disa­stro. Uno pensa: pazienza, è solo per la Fran­cia. Nes­suno dei miei amici la leg­gerà mai. Ma ovvia­mente ti torna indie­tro tutto, distorto e capo­volto.” Se si è tra­sfe­rito, insi­ste invece, “è per ragioni pura­mente fami­gliari. Sono e resto inglese. In Inghil­terra ho ancora casa. Siamo qui a tempo inde­ter­mi­nato, ma non per sem­pre”. La sua casa nuova è a Cob­ble Hill, zona di Broo­klyn che ospita una pic­cola comu­nità di inglesi. “Mi ha dato non poco da pen­sare che Phi­lip Roth, venendo a New York, abbia vis­suto tre anni esplo­sivi e scritto tre romanzi lun­ghi”, spiega Amis. “Per lui è stato uno sti­molo straor­di­na­rio, e credo lo sia anche per me. Pur avendo i suoi aspetti spaventosi”.

 

Fon­seca — che in cucina pre­para una tazza di bri­tan­ni­cis­simo tè PG Tips, scher­zando sui prezzi in zona di tè e pata­tine aro­ma­tiz­zate ai gam­beri, “nor­ma­lis­simi pro­dotti inglesi per i quali non avre­sti mai pen­sato di pro­vare nostal­gia” — pur essendo cre­sciuta a New York, ha tra­scorso la mag­gior parte dei suoi 50 anni in Inghil­terra. In pas­sato, Amis aveva già tra­scorso lun­ghi periodi negli Usa. “Ma è solo quando in Ame­rica ci vivi che ne per­ce­pi­sci le dimen­sioni con­ti­nen­tali. È per­fino sco­rag­giante. Guardi la car­tina e pensi: Ohio? Cos’è? È enorme. Ti senti microscopico”.

 

Amis è un lon­di­nese, uno che scrive di Lon­dra in libri ostili, sprez­zanti, impre­gnati di umo­ri­smo lugu­bre, con un sacco di ter­ric­cio mar­cio a nascon­dere la bel­lezza che pure attende chi ha la pazienza di sca­vare. Di solito i suoi romanzi sono ambien­tati nella capi­tale — l’ultimo, Lio­nel Asbo. Lo stato dell’Inghilterra (Einaudi lo pub­bli­cherà l’anno pros­simo), in un imma­gi­na­rio quar­tiere di Lon­dra, Diston. “Alla mia età, uno è troppo immerso nella sua evo­lu­zione per­so­nale. Dif­fi­cil­mente credo scri­verò di Brooklyn”.

 

Di certo Lio­nel Asbo si muove in un ambiente ben lon­tano da quello di Cob­ble Hill. Nell’indigenza di Diston Town, “dove le disgra­zie fanno il giro come postini”, sta scon­tando ai domi­ci­liari una con­danna per rissa e atti van­da­lici, quando vince alla lot­te­ria nazio­nale. Un asse­gno da 140 milioni di ster­line lo pro­ietta dal car­cere dritto in una seconda vita da ricco e famoso con risvolti far­se­schi. Si tra­sfe­ri­sce in un hotel di Soho baz­zi­cato da gente famosa. Lui e la sua fidan­zata foto­mo­della diven­tano così osses­sio­nati dalla loro imma­gine pub­blica da pren­dere in con­si­de­ra­zione l’idea di abor­tire il primo figlio a mo’ di “exit stra­tegy”, per pro­gram­marsi una tre­gua dalle rivi­ste di gossip.

 

Lio­nel Asbo è un romanzo arguto e bru­tale, mix che a certi let­tori può sem­brare sbi­lan­ciato sul secondo ele­mento. Ma non è affatto un “dito medio” alzato con­tro l’Inghilterra, dice Amis. “Qual­cuno, dopo averlo letto, mi ha detto che è pieno di disgu­sto per l’Inghilterra. A momenti cado per terra. Non si può scri­vere un romanzo ani­mati da un sen­ti­mento di disgu­sto. Scri­vere è un atto molto più amo­re­vole di quanto si crede”.

 

Ma un sot­to­ti­tolo come Lo stato dell’Inghilterra non è un po’ un invito a leg­gere il libro come un giu­di­zio? “Era una frase che mi pia­ceva”, risponde lo scrit­tore, pre­ci­sando che si tratta di una bat­tuta di dia­logo presa dal libro. “Ma anche secondo mia moglie il sot­to­ti­tolo dovrei lasciarlo per­dere”. E per­fino Clio, la figlia dodi­cenne, qual­che tempo fa gli ha detto: “Papà, basta con i sot­to­ti­toli, e che cavolo!” Amis lo rac­conta gon­go­lando. “Clio lo diceva in modo dav­vero appas­sio­nato. Com’è pos­si­bile che abbia opi­nioni sui sottotitoli?”.

 

Be’, vive, come la sorella quin­di­cenne Fer­nanda, in una casa di let­te­rati. Non solo Amis: Fon­seca ha pub­bli­cato un libro di sto­ria sociale (Sep­pel­li­temi in piedi, del ’95, sui gitani) e un romanzo, Legàmi (entrambi da Mon­da­dori). La biblio­teca prin­ci­pale della fami­glia occupa tre piani: nar­ra­tiva al secondo, sto­ria al primo, men­tre le libre­rie al piano terra sono dedi­cate a poe­sia, viaggi, bio­gra­fie e miscel­la­nea. Al di sotto della satira aggres­siva di Lio­nel Asbo, scorre, per tutto il libro, la sen­sa­zione di quanto sia appa­gante essere padre di figlie fem­mine. Il nipote di Lio­nel, Des Pep­per­dine, si sforza di adat­tarsi al fatto di essere geni­tore a 21 anni.

 

Poi “la bomba dell’amore esplode”, ed ecco come si con­clude una prima seduta di baby­sit­te­rag­gio: “Si incam­minò per Diston con tutte e dieci le dita posate sulla fronte… La gente si vol­tava a guar­darlo incu­rio­sita, come dando per scon­tato che fosse stra­fatto di qual­cosa; e ben tre abi­tanti di Diston gli si affian­ca­rono discreti per chie­der­gli se ne aveva da ven­dere. “Fate una figlia”, gli rispon­deva lui tutto serio, giran­dosi per tor­nare a casa a pren­derne un’altra dose. “Non è dif­fi­cile. Forza. Fate una figlia.”

 

Guar­dando la bella Cob­ble Hill fuori dalla fine­stra del salotto, Amis dice: “Ogni giorno, a metà pome­rig­gio, vado a pren­dere mia figlia minore a scuola. È quasi imba­raz­zante il pia­cere che ti pro­cura quella pic­cola pas­seg­giata… Sem­pre più spesso mi capita di pen­sare che l’esatto con­tra­rio del tem­pe­ra­mento arti­stico sia il tem­pe­ra­mento di chi dà tutto per scon­tato. Per chi ha un tem­pe­ra­mento arti­stico tutto pos­siede un’aura di novità. È una sen­sa­zione che negli ultimi mesi ho pro­vato in modo intenso. Tutto mi sem­bra estre­ma­mente fre­sco”, dice, e poi: “Credo che un po’ abbia a che fare con la morte di Chri­sto­pher Hit­chens.” A Hit­chens — gior­na­li­sta, sag­gi­sta e miglior amico di Amis — fu dia­gno­sti­cato un can­cro all’esofago nel 2010. È morto lo scorso dicem­bre. “Alcune per­sone con cui ho par­lato mi dicono che il mondo gli sem­bra una merda, ora che lui non c’è più. Ma credo sia un punto di vista mino­ri­ta­rio. A mio avviso la morte di un amico — e di quanto sia orri­bile potrei par­lare a lungo — ti dice que­sto: “Io ho smesso, men­tre tu hai ancora l’assurdo pri­vi­le­gio di con­ti­nuare a vivere”. Quello che fa è infon­dere nuova vita al mondo”.

 

E quale posto migliore, per vivere una nuova vita, di New York? Nelle ultime set­ti­mane, Amis non si è sot­tratto alla città. Qual­che giorno fa ha pre­sen­tato a SoHo un vec­chio film con Gary Old­man da lui molto amato, Ultimo sta­dio. Ieri sera c’è stata la ceri­mo­nia di con­se­gna di un pre­mio nel Fla­ti­ron District, e pre­sto toc­cherà a una tavola rotonda a Times Square. Ha per­fino accet­tato di appa­rire in un ser­vi­zio di moda sul New York Times, in costosi abiti Louis Vuit­ton. Nella foto pub­bli­cata guarda dritto nell’obbiettivo con aria minac­ciosa, mal­grado il cap­pello sba­raz­zino appog­gia­to­gli in testa da qual­che otti­mi­sta. Ma è il suo stile da tempo.

 

Di per­sona Amis sem­bra un signore poco più che ses­san­tenne, un po’ curvo nel suo metro e ses­san­ta­sette, la punta del naso lie­ve­mente arros­sata dal bere. Ma nelle foto sem­bra vec­chis­simo, torvo come il cat­tivo di un dipinto. Più tardi par­le­remo ancora di Hit­chens, dei loro ultimi incon­tri. Ma per il momento Amis, abban­do­nato lo sguardo cor­ruc­ciato, è in vena di alle­gria. Imita il delin­quente coc­k­ney inter­pre­tato da Gary Old­man nel film che ha pre­sen­tato, e cita brani di Phi­lip Roth entu­sua­sti di New York, la sua dimora a tempo inde­ter­mi­nato. Sem­bra godersi quel suo “assurdo pri­vi­le­gio”. “Io sono un caso strano”, dice rife­ren­dosi a un det­ta­glio della sua bio­gra­fia che ama molto.

 

Figlio di un roman­ziere di pro­fes­sione (King­sley Amis ha pub­bli­cato grosso modo un libro ogni due anni dalla metà degli anni Cin­quanta alla sua morte nel 1995), è diven­tato roman­ziere di pro­fes­sione anche lui. È molto più comune, ama ripe­tere Amis, che lo scrittore-figlio abban­doni il mestiere ere­di­ta­rio dopo un paio di libri, esau­rita la vena crea­tiva, magari anno­iato, e comun­que dopo aver dimo­strato qual­cosa a mamma o a papà. Men­tre lui a 62 anni con­ti­nua a sfor­nare romanzi.

 

Nato nel 1949, da ado­le­scente aveva una intel­li­genza natu­rale ma un’istruzione lacu­nosa. Fre­quen­tava troppo le rice­vi­to­rie di scom­messe e le sale gio­chi di Lon­dra. Leg­geva fumetti. Poi ci fu un incon­tro tar­doa­do­le­scen­ziale con Jane Austen (“Giu­rami che si met­te­ranno insieme”, implorò dopo qual­che capi­tolo di Orgo­glio e pre­giu­di­zio), e si appas­sionò al romanzo. Un anno di fre­ne­ti­che let­ture alla rin­fusa lo fece appro­dare a Oxford per stu­diare let­te­ra­tura inglese. Dopo la lau­rea lavorò in un’agenzia pub­bli­ci­ta­ria e in una gal­le­ria d’arte, poi come gior­na­li­sta al Times Lite­rary Sup­ple­ment e al New Sta­te­sman (dove fece ami­ci­zia con il col­lega Hitchen.

 

Nel 1980, dopo aver pub­bli­cato tre romanzi brevi, smise con gior­na­li­smo a tempo pieno e tra il 1984 e il 1991 con­so­lidò la sua fama di scrit­tore con un tris di suc­cessi: Money, Ter­ri­tori lon­di­nesi e La frec­cia del tempo. I tre romanzi suc­ces­sivi — L’informazione, Il treno della notte e Cane giallo, pub­bli­cati tra il 1995 e il 2003 — furono meno apprez­zati, e nel caso di Cane giallo l’indifferenza della cri­tica si tra­mutò in aperta osti­lità. Ma poi La casa degli incon­tri (2006) e La vedova incinta (2010) hanno pro­cu­rato a Amis quelle che defi­ni­sce “le mie migliori recen­sioni di sem­pre. E anche que­sto Lio­nel Asbo secondo me non è male. E non sarà male nem­meno il prossimo”.

 

Il pros­simo lo ripor­terà alle ambien­ta­zioni di La frec­cia del tempo, fina­li­sta al Boo­ker Prize, e sarà un romanzo sull’Olocausto inti­to­lato forse The Zone of Inte­rest (“Zona di inte­resse”, il peri­me­tro più esterno di Ausch­witz) o Black Milk, latte nero, espres­sione presa a pre­stito da una poe­sia di Celan. “Il primo titolo può andare benis­simo”, dice, men­tre il secondo andrà “gua­da­gnato… con­tor­cen­domi di dolore alla scri­va­nia..”. Cal­co­lando anche King­sley, sono sessant’anni e rotti che casa Amis pro­duce nar­ra­tiva diver­tente e sagace, e Mar­tin tal­volta sospetta che l’effetto cumu­la­tivo possa gio­care a suo sfavore.

 

Come ha dichia­rato in un’intervista l’anno scorso: “È come se stessi abu­sando dell’ospitalità”. Lui il Boo­ker Prize non l’ha mai vinto, a dif­fe­renza della banda di amici e col­le­ghi cui spesso viene asso­ciato: Ian McEwan, Sal­man Rush­die e l’ultimo, l’anno scorso, Julian Bar­nes. Gli dà fasti­dio? “No. Sono molto felice. Certo, essendo ego­cen­trico come biso­gna essere per fare lo scrit­tore, certe cose le noti. Per esem­pio, quando a tutti i tuoi amici viene offerto il cava­lie­rato e a te nem­meno l’ordine dell’Impero bri­tan­nico. Non che lo desi­deri, però… per­ché no?”. In un recente arti­colo per il New Yor­ker Amis ha scritto che la valu­ta­zione di un’opera let­te­ra­ria è “mera opi­nione”, e in quanto tale “infalsificabile.”

 

Io però mi chiedo se alcuni let­tori non con­ti­nuino a rifiu­tare le sue opere per via di ciò che sanno — o cre­dono di sapere — sull’uomo da cui pro­ven­gono. Lo pensa anche lui? “Dicevo a qual­cuno l’altro giorno che secondo me c’entra King­sley, la mac­chia dell’eredità. Lui però mi ha detto “No, è per­ché di te la gente sa troppo”. Ian McEwan, per­fino Sal­man… di loro la gente non sa così tanto. Uno o due fatti prin­ci­pali, sì, ma non le fidan­zate o l’infanzia. Nel mio caso gli sem­bra di cono­scermi per­so­nal­mente, con Sal­man pro­ba­bil­mente non capita”.

 

Avrei qual­cosa da aggiun­gere. Amis non è uno che parla a van­vera: costrui­sce pen­sieri densi e bat­tute come niente fosse. Si sforza di farti ridere, cosa rara in chi ha pas­sato una vita a farsi inter­vi­stare. Ma quando dice dei per­so­naggi di Lio­nel Asbo “mi ha sem­pre appas­sio­nato l’incorreggibilità umana, la gente che ripete all’infinito gli stessi errori con risul­tati iden­tici”, sem­bra quasi che parli di sé, del suo pro­blema con le dichia­ra­zioni alla stampa. Nelle con­ver­sa­zioni dal vivo l’ironia viag­gia abba­stanza sicura, gra­zie ai segnali del viso e ai cambi di tono, ma dif­fi­cil­mente soprav­vive alla trascrizione.

 

Ricorda quella fac­cenda dell’eutanasia?” mi chiede di punto in bianco. Ricordo eccome: nel 2010, Amis dichiarò scher­zando al Sun­day Times che gli anziani, un far­dello sem­pre più pesante per la società, avreb­bero dovuto affret­tarsi in una serie di camere a gas appo­si­ta­mente alle­stite per strada, dove gli avreb­bero dato “un mar­tini e una meda­glia” per poi aiu­tarli a togliersi la vita. Un mar­tini e una meda­glia… Eppure ci furono edi­to­riali indi­gnati, come se Amis avesse per­so­nal­mente depo­si­tato i bre­vetti per le cabine della morte.

 

Io non cali­bro le cose che dico in base all’eventualità che ven­gano ripor­tate”, spiega. “Ma forse dovrei. Per­ché è una grande fonte di distra­zione”. Nel corso degli anni, tut­ta­via, Amis si è avven­tu­rato anche in ana­lisi sociali e poli­ti­che più medi­tate. Nel 2008 pub­blicò una rac­colta di saggi sugli attac­chi dell’11 set­tem­bre, Il secondo aereo, e nel 2002 scrisse Koba il ter­ri­bile, una bio­gra­fia di Sta­lin in cui spa­rava a zero sulla mal­va­gità di comu­ni­sti pas­sati e presenti.

 

Lo scrit­tore Will Self, un suo amico, si è espresso in toni cri­tici su que­ste sue sor­tite da sag­gi­sta: “Lo stesso impulso che fa di Mar­tin il più raf­fi­nato pro­sa­tore della sua gene­ra­zione lo rende anche il suo peg­gior sag­gi­sta poli­tico”, ha dichia­rato a Richard Bra­d­ford, l’autore di Mar­tin Amis: The Bio­gra­phy, uscito lo scorso autunno.

 

Ha la ten­denza a tra­sfor­mare le sue para­noie per­so­nali in nozioni uni­ver­sali astratte, un brutto ibrido d’istinto e pre­tesa di pro­fon­dità”. Ma i pas­saggi più briosi del libro si devono a inter­vi­ste con Chri­sto­pher Hit­chens. Ogni volta che c’erano da esplo­rare le fac­cende sen­ti­men­tali di Amis (le sue sto­rie negli anni Set­tanta con socia­lite come Tina Brown, Mary Fur­ness, Emma Soa­mes; il suo primo matri­mo­nio con la docente di filo­so­fia Anto­nia Phil­lips, dalla quale ebbe due figli, Louis e Jacob, oggi poco meno che tren­tenni), Hit­chens era lì, pronto a vuo­tare il sacco allun­dendo a rela­zioni extra­co­niu­gali e pro­po­ste di matri­mo­nio “atrofizzate.”

 

Par­lando dell’incontro tra Amis e Fon­seca a fine Ottanta: “Lei era cor­teg­gia­tis­sima, tra gli altri anche da Sal­man, ma Mar­tin… Be’, diciamo che saltò piut­to­sto rapi­da­mente una lunga fila”. Si è arrab­biato con Hit­chens, quando ha letto il libro? E con Self? “No. A quel punto ti metti in posi­zione fetale e aspetti che passi. Sì, Will dato fiato alla bocca… ma que­sto non ha scal­fito la mia ami­ci­zia con lui. E di certo”, con­clude Amis, abbas­sando la voce, “non quella con Hitch”.

 

Fuori, l’ultima luce della sera ha comin­ciato a calare. Tra poco Amis si alzerà infi­lan­dosi le mani in tasca, e sarà il segnale per­ché io cominci a rac­co­gliere le mie cose. Nel frat­tempo è arri­vata la suo­cera per pas­sare la serata da loro. Prima che me ne vada, Amis mi rac­conta di una sua visita a Hit­chens già molto malato. Era “una splen­dida sera texana” e stava cenando all’aperto con Hit­chens e la moglie Carol. Di colpo, lui ha detto: “Non respiro”. “Siamo andati all’ospedale, e per otto ore gli hanno fatto cose atroci, dav­vero inva­sive, aggres­sive. Poi, quand’è sem­brato tutto a posto, ce ne siamo tor­nati a casa verso le due del mat­tino. Siamo rima­sti alzati ancora fino alle cin­que, ad ascol­tare musica sui nostri com­pu­ter. Can­zoni dei Bea­tles. Dei Rol­ling Sto­nes. Si è diver­tito molto. Cer­cava di pren­dere tutto ciò che di buono gli si offriva”.

 

Un paio di sere prima della nostra inter­vi­sta, al di là del ponte di Broo­klyn, nell’East Vil­lage di Man­hat­tan, si era tenuta una ceri­mo­nia com­me­mo­ra­tiva per “Hitch”. Amis ha fatto un inter­vento intenso, sin­cero e spi­ri­toso, con quel disin­volto oscil­lare tra gra­vità e face­zia che con­trad­di­stin­gue in modo così pre­ciso anche i suoi libri. Solo a un certo punto si è dovuto inter­rom­pere per cor­reg­gersi. Par­lando della ten­denza di Hit­chens ad assu­mere posi­zioni poli­ti­che soli­ta­rie, ha detto che lui “sof­fre… sof­friva” di quei suoi iso­la­menti. Subito dopo la svi­sta, si è siste­mato gli occhiali da let­tura, ha dato una scorsa agli appunti e ha pro­se­guito. Il tutto è durato un tempo insi­gni­fi­cante. Ma deve essere stata una cosa non da poco, per un aned­do­ti­sta bril­lante come lui, com­piere quell’enorme, scom­po­sto salto tra tempi ver­bali, par­lando di un amico. (Tra­du­zione di Mat­teo Colombo)

*

Rablè Dossier/Su que­sto blog puoi leg­gere Mar­tin Amis che rac­conta la sua Ame­rica e una sua con­ver­sa­zione con Ian Mac Ewan-apparsa su repub­blica nel 2009, sui rap­porti tra let­te­ra­tura e cinema

 

 




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     luglio 1, 2012 Pubblicato in Autori, Interviste -       Leggi Tutto
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