Nanni Balestrini/L’eterna battaglia contro le Liale della letteratura



Ripro­po­niamo qui l’intervista allo scrit­tore e poeta italiano–a curaAn­to­nio Gnoli– apparsa sul quo­ti­diano La Repub­blica del 28 marzo 2012–

 

 

Può stu­pire che tra le tante facce di Nanni Bale­strini quella meno esi­bita sia l’ arti­sta con­cet­tuale di talento che ha fatto mostre impor­tanti e che Docu­menta — la mani­fe­sta­zione arti­stica che si tiene in giu­gno — ha invi­tato a Kas­sel per pre­sen­tare un film. Parla in maniera som­messa, Bale­strini. E a volte si ha l’ impres­sione che in lui agi­sce una certa reticenza.

 

Scrit­tore incline allo spe­ri­men­ta­li­smo. Grande orga­niz­za­tore cul­tu­rale. Oggi dirige Alfabeta2, men­tre l’ edi­tore Bom­piani ha da poco pub­bli­cato una nuova edi­zione anto­lo­gica del primo Alfa­beta. «La rivi­sta di allora durò una decina di anni. Il primo numero uscì nel 1979. Era­vamo un gruppo di intel­let­tuali di pro­ve­nienza dispa­rata. C’ erano Umberto Eco, Maria Corti, Mario Spi­nella, Pier Aldo Rovatti, Anto­nio Porta, Fran­ce­sco Leo­netti. Vole­vamo ripren­dere il discorso della cul­tura che durante gli anni Set­tanta era som­merso o fran­tu­mato», ricorda Balestrini.

 

Non fu un decen­nio facile per la cul­tura. «C’ erano molte spinte emo­tive. Oltre che poli­ti­che. Io orga­niz­zaia Milano l’ ini­zia­tiva di Area, nella quale avevo rac­colto un certo numero di rivi­ste — tra cui Re Nudo, Erba Voglio, Aut Aut — e pic­coli edi­tori per pub­bli­care dei libri. L’ idea era di raf­for­zare un fronte edi­to­riale che altri­menti sarebbe rima­sto invi­si­bile. Pub­bli­cammo tra il ’ 76 e il ’ 77 circa 130 libri tra cui Eco, Arba­sino, Fachi­nelli. Poi chiu­demmo a causa dell’ ina­sprirsi della repressione».

 

La repres­sione, che cul­minò con il 7 aprile 1979, fu la rispo­sta alla lotta armata, al ribel­li­smo, ai morti che comin­cia­rono a insan­gui­nare le strade.

 

«C’ era un dise­gno repres­sivo più ampio, comin­ciato con la strage di piazza Fon­tana a Milano nel 1969. Ma lo spar­tiac­que vero avvenne nel 1972 con la morte di Gian­gia­como Fel­tri­nelli. Ho cer­cato di rac­con­tare tutto que­sto nel libro L’ editore ».

 

Quando dice “spar­tiac­que” che cosa intende?

 

«Che dal Ses­san­totto fino alla morte di Fel­tri­nelli ci fu una grande par­te­ci­pa­zione posi­tiva del movi­mento. Poi arri­va­rono le dege­ne­ra­zioni e con esse l’ arre­tra­mento del movi­mento, il ter­ro­ri­smo e la repres­sione che coin­volse tutto e tutti, anche i luo­ghi di cultura».

 

Anche lei non ne uscì indenne.

 

«Evi­tai l’ arre­sto rifu­gian­domi in Fran­cia, dove rimasi per cin­que anni. E poi venni com­ple­ta­mente assolto da quelle accuse».

 

Di cosa l’ accusavano?

 

«A me, come per altri intel­let­tuali, l’ accusa fu di essere respon­sa­bile diretto di tutto quello che di vio­lento si era sca­te­nato fino a quel momento e com­pren­deva anche l’ assas­si­nio di Aldo Moro. La verità è che la sola cosa che tro­va­rono era il mio nome nell’ agenda tele­fo­nica di Toni Negri, di cui ero amico».

 

Lei ha mili­tato in Potere Operaio.

 

«Sì e poi per un po’ nell’ Auto­no­mia. Ma vedevo come un pro­getto fal­li­men­tare la con­trap­po­si­zione allo Stato attra­verso la lotta armata».

 

Capi­sco. Ma non le sem­bra che tutto l’ arci­pe­lago della sini­stra extra­par­la­men­tare abbia bril­lato per mio­pia e vel­leità, favo­rendo una deriva auto­ri­ta­ria? na dotata di un’ immensa ener­gia. In fondo la sto­ria della casa edi­trice, fino a che rimase in vita, si è iden­ti­fi­cata con la sua vicenda per­so­nale. Sapeva infon­dere alle per­sone che lo cir­con­da­vano una deter­mi­na­zione e un entu­sia­smo rari. Era un uomo cul­tu­ral­mente aperto. Ricordo che a un certo punto gli par­lai del Gruppo 63, chie­den­do­gli di appog­giarci e lui lo fece ben sapendo che da quell’ avven­tura non sarebbe venuto fuori nes­sun suc­cesso edi­to­riale. Gli pia­ceva che le cose e le situa­zioni si muo­ves­sero». Non ha l’ impres­sione che a un certo punto, per le sue posi­zioni poli­ti­che, perse il con­tatto con la realtà? «Visto adesso può sem­brare. Ma lui entrò nella clan­de­sti­nità per­ché temeva che il colpo di stato in Ita­lia fosse immi­nente. E prese una strada senza ritorno».

 

Cosa pensa della sua morte? Ancora oggi non tut­tii dubbi sono stati dissipati.

 

«Per­so­nal­mente non vedo nes­sun mistero. Fu il frutto della sua «Uffi­cial­mente gli anni Set­tanta sono stati gli anni di piombo. Ma credo che non si possa ridurre quella sta­gione sol­tanto a que­sto aspetto». Lei, come ha ricor­dato, pub­blica nel 1972 il libro su Fel­tri­nelli, di cui ricorre il qua­ran­ten­nale della morte. Per­ché sentì il biso­gno di par­larne in modo così dif­fuso? «Ero stato amico di Gian­gia­como, oltre che dipen­dente. Entrai a lavo­rare in casa edi­trice all’ ini­zio degli anni Ses­santa e Fel­tri­nelli mi apparve fin dall’ ini­zio una perso impe­ri­zia. Fel­tri­nelli era molto miope e sospetto che, sba­gliando a posi­zio­nare il timer della bomba che avrebbe dovuto far sal­tare il tra­lic­cio, anti­cipò l’ esplosione».

 

Una bomba di tutt’ altro tipo fu quella che voi inne­sca­ste come Gruppo 63.

 

«Rom­pemmo con l’ esta­blish­ment cul­tu­rale italiano».

 

Cioè con la cul­tura let­te­ra­ria por­tata avanti da Bas­sani e Cassola.

 

«Li defi­nimmo le Liale della letteratura».

 

Tra l’ altro Bas­sani rico­priva un posto di rilievo pro­prio alla Feltrinelli.

 

«Diri­geva due col­lane: una di nar­ra­tiva ita­liana e l’ altra stra­niera. E a un certo punto ci fu uno scon­tro di generazione».

 

Tra chi?

 

«Poco prima di me, in casa edi­trice erano arri­vati Vale­rio Riva e Nanni Filip­pini e ave­vano messo a punto una col­lana, Le Comete, che si con­trap­po­neva a quella di Bas­sani. Alla fine Bas­sani, che aveva il suo uffi­cio a Roma, andò via e io presi il suo posto. Era il 1962».

 

E l’ anno dopo nac­que il Gruppo 63.

 

«Prima però c’ era stata la rivi­sta Il Verri ».

 

Che diri­geva Luciano Anceschi.

 

«Fu il mio pro­fes­sore al liceo. A un certo punto mi chiese di aiu­tarlo nella reda­zione della rivi­sta. Alla quale col­la­bo­ra­vano San­gui­neti, Barilli, Guglielmi, insomma parte di quel nucleo che poi darà vita al Gruppo 63».

 

Gli altri erano Arba­sino, Giu­liani, Paglia­rani. Era­vate intel­let­tuali che agi­vano in ordine sparso. Cosa vi teneva assieme?

 

«A parte l’ insof­fe­renza verso un certo modo di scri­vere, fu la musica a rive­larsi molto più inte­res­sante della let­te­ra­tura e della pit­tura. Non è un caso che il primo con­ve­gno lo tenemmo a Palermo, dove tutti gli anni il barone Agnello, per­so­nag­gio straor­di­na­rio, orga­niz­zava un festi­val di musica nel quale pas­sa­rono tutti i grandi da Stoc­khau­sen a Bou­lez. Ricordo che un giorno a pranzo con il barone c’ erano Luigi Nono e il poeta Unga­retti. E Nono comin­ciò a par­larci dell’ esi­stenza in Ger­ma­nia del Gruppo 47 e sapendo che io, come lui, ero inte­res­sato ai lin­guaggi della neoa­van­guar­dia, ci sug­gerì di pen­sare a qual­cosa di ana­logo. Il barone Agnello si entu­sia­smò e disse che avrebbe volen­tieri tenuto a bat­te­simo la nascita del Gruppo 63».

 

Che però non durò a lungo.

 

«In tutto cin­que anni. E altret­tanti con­ve­gni. Qual­che romanzo e una voglia di libe­rare il paese dal bello scrivere».

 

A pro­po­sito di romanzi, i suoi mostrano un’ atten­zione forte all’ espe­rienza sociale.

 

«Comin­ciamo col dire che non sono un nar­ra­tore che inventa per­so­naggi e sto­rie. Amo rac­con­tare le situa­zioni collettive».

 

Non ha immaginazione?

 

«Non ce l’ ho nei con­te­nuti, per cui la rivolgo alle forme. Feci qual­cosa di spe­ri­men­tale già con Tri­stano, un romanzo che uscì nel 1964, fatto con il col­lage di frasi prese altrove. Oggi lo chia­me­reb­bero remix. Prima ancora, nel 1961, ela­bo­rai una poe­sia con il cal­co­la­tore elet­tro­nico. Ero attratto dall’ atti­vità com­bi­na­to­ria sia della mac­china che della poesia».

 

Poi ha abo­lito la punteggiatura.

 

«Beh, que­sto si veri­ficò con San­do­kan. Mi impor­tava resti­tuire l’ ora­lità del lin­guag­gio, segna­lare che c’ era una voce nar­rante. E abo­lendo la pun­teg­gia­tura nella sin­tassi creavo una spe­cie di flusso con­ti­nuo, un finto parlato».

 

San­do­kan era un romanzo sulla camorra. Come le venne in mente di occuparsene?

 

«Ero stato in una pic­cola libre­ria di Aversa a pre­sen­tare non ricordo più quale libro. E un gio­va­notto, la sera in piz­ze­ria, mi parlò dei casa­lesi. Un gruppo cri­mi­nale di cui agli inizi degli anni Novanta nes­suno sapeva niente. Che prima aveva scal­zato Cutolo e poi aveva preso tutto il potere della camorra. Mi parve una sto­ria straordinaria».

 

Cosa pensa di Gomorra?

 

«Il libro, soprat­tutto nella seconda parte, è un repor­tage bel­lis­simo. Ma non si disco­sta molto dal mio. Devo dire che men­tre scri­vevo Saviano mi aiutò con delle infor­ma­zioni. Ma San­do­kan, che poi era il nome del capo dei casa­lesi, non era una vera sto­ria col­let­tiva come quelle rac­con­tate negli anni Set­tanta con Vogliamo tutto e Gli invisibili ».

 

In qual­che modo una sto­ria col­let­tiva la rac­contò anche con I furiosi, uno dei primi romanzi sul tifo calcistico.

 

«E pen­sare che a me del cal­cio non pia­ceva nulla. Nei primi anni Novanta fre­quen­tavo a Milano un cen­tro sociale dove, in uno stan­zone adia­cente, si riu­ni­vano le bri­gate ros­so­nere. Rimasi sba­lor­dito dai loro rac­conti in cui si mesco­la­vano le tra­sferte avven­tu­rose, i rituali, i pestaggi, il lin­guag­gio mira­bo­lante. Mi por­ta­rono a vedere una par­tita. E fu un’ espe­rienza terribile».

 

Cosa accadde?

 

«Ero in curva con tutti in piedi che sal­ta­vano. Il capo della bri­gata, vol­tando le spalle al campo, diri­geva il coro dei tifosi con due tam­buri ai fian­chi. Sono andato via prima della ripresa del gioco. Non reg­gevo la ten­sione. Però li ho amati e ho sen­tito che c’ era in loro una grande e auten­tica passione».

 

Li ha amati come li ame­rebbe un intel­let­tuale cui non frega niente del calcio.

 

«Ma anche per loro il cal­cio era un pre­te­sto per stare assieme. I gior­nali spor­tivi mi attac­ca­rono, dis­sero che difen­dendo quei disgra­ziati aval­lavo la loro sete di vio­lenza. Io invece penso che ci sia un desi­de­rio col­let­tivo che spinge la gente a unirsi».

 

Si può stare insieme anche per far male agli altri.

 

«Gli stadi non sono un luogo di eccidi. E il cal­cio è una finta guerra nella quale due tifo­se­rie fanno da coro».

 

C’ è in lei come un biso­gno di appro­va­zione del vita­li­smo sociale. Anche nell’ ultimo libro apparso, come del resto tutte le sue ristampe, da Derive Approdi, dedi­cato alla Milano di Pisa­pia, si nota que­sto slan­cio verso il collettivo.

 

«Ero lì quando Pisa­pia ha vinto e mi sem­brava che con quella vit­to­ria si chiu­desse il ciclo del ber­lu­sco­ni­smo, di cui avevo rac­con­tato nel 1994 la sua prima affer­ma­zione. Quanto al vita­li­smo ho l’ impres­sione che la nostra sto­ria sia stata segnata in maniera nega­tiva dal capi­ta­li­smo. Cosa deve fare un intel­let­tuale quando si accorge delle enormi ingiu­sti­zie che esplo­dono nel nostro mondo? Oggi tutti par­lano di cre­scita. Ma io mi domando: può il capi­ta­li­smo con­ti­nuare a cre­scere all’ infinito?».

 

Pro­prio nel film che por­terà a Docu­menta Kas­sel si par­lerà di capitalismo.

 

«Il capi­ta­li­smo sta distrug­gendo il mondo. E ho imma­gi­nato di rac­con­tare que­sta distru­zione con un cen­ti­naio di fram­menti visivi: ci sono parti di un vec­chio serial tele­vi­sivo, Dal­las, imma­gini della Borsa di Wall Street, le cata­strofi pro­vo­cate dall’ uomo e la fame nel mondo».

 

Lei non ha mai dimen­ti­cato gli anni Settanta.

 

«Mi rendo conto di avere avuto la for­tuna di vivere due per me mera­vi­gliose sta­gioni, quella della neoa­van­guar­dia let­te­ra­ria degli anni ’ 60 e quella del movi­mento degli anni ’ 70, sta­gioni belle, giu­ste, entu­sia­smanti, che mi per­met­tono di sop­por­tare senza ras­se­gna­zione tutto lo squal­lore successivo».

*

Leggi Nanni Bale­strini su wikipedia

 




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     luglio 2, 2012 Pubblicato in Autori, Interviste -       Leggi Tutto
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