Manlio Sgalambro/Pensare è la cosa più disgustosa che ci sia in un uomo



Ripro­po­niamo qui l’intervista al filo­sofo Man­lio Sga­lam­bro –a cura di Anto­nio Gnoli– apparsa sul quo­ti­diano La Repub­blica del 4 luglio 2012–

 

 

Dall’ultima volta che ci siamo sen­titi sono pas­sati alcuni anni. Man­lio Sga­lam­bro non è molto cam­biato. A 88 anni con­ti­nua a vivere con satur­nina ras­se­gna­zione un mondo che, con ogni evi­denza, non sop­porta. Che ame­rebbe can­cel­lare con un atto del suo pen­siero, dis­sol­vere negli acidi della sua dige­stione filo­so­fica. Eppure, sba­glie­rebbe chi pen­sasse che que­sto genere di pen­sa­tore sia ascri­vi­bile alla cate­go­ria degli apo­ca­lit­tici. Egli è troppo sar­ca­stico, e tal­volta comico, nutrito di un pes­si­mi­smo comico, per non capire che il mondo gli cor­ri­sponde e che se non ci fosse dovrebbe inven­tarlo, se non altro per il gusto di insultarlo.

I libri che egli scrive ne sono la riprova. L’ ultimo dei quali Della misan­tro­pia (pub­bli­cato da Adel­phi) ha la qua­lità e la forza di un trat­tato della denigrazione.

Cos’ è che le dà fasti­dio di ciò che la circonda?

«Che dire? Ciò che vedo intorno sti­mola in me pen­sieri d’ odio. È sem­pre un “odio” per la realtà che ci tra­scina a pen­sare. Mi rendo conto che pen­sare è costoso, per que­sto riven­dico la mia per­so­nale ascesi men­tale. Scrivo libri furiosi ma sono invaso da una calma che somi­glia a una distesa di ghiaccio».

Si imma­gina l’ odio come un sen­ti­mento peri­co­loso. L’ anti­ca­mera della violenza.

«L’ odio del misan­tropo non è vio­lento. E’ un odio mite, tran­quillo, sereno. Quasi anno­iato. Ci vuole la calma di Seneca per scri­vere l’ Her­cu­les furens ».

Il sen­ti­mento dell’ amore non la sfiora?

«Mi lascia indifferente».

È mai stato innamorato?

«Sì, ho ceduto a me stesso. E penso di aver con­cesso troppo».

Meglio avaro che misantropo.

«Un’ ava­ri­zia un po’ spi­ri­tuale non mi dispiace».

Non è un bel sentimento.

«Nei sen­ti­menti ci siamo fer­mati alle ana­lisi di Max Sche­ler, al suo sguardo rivolto all’ indie­tro. Il sen­ti­mento da solo non mi fa pal­pi­tare. Oggi le pas­sioni sono cie­che, non con­du­cono più alla cono­scenza. L’ unica che mi appare ancora for­nita di un tratto nobile è l’ odio».

Lei scrive: «Chi non odia la pro­pria filo­so­fia non merita di averne una». Trova, a volte, insop­por­ta­bili e ripu­gnanti i suoi pensieri?

«Pen­sare è la cosa più disgu­stosa che ci sia in un uomo. Come se avesse dei geni­tali men­tali. In effetti, io non penso mai con gioia».

Ci dia una defi­ni­zione di filosofia.

«Un eccesso men­tale che si è tra­sfor­mato in spaz­za­tura. Il filo­sofo è diven­tato un intel­let­tuale acchiap­pa­tutto. Avrebbe dovuto restare il più lon­tano pos­si­bile dalla ten­ta­zione della polis. E invece c’ è den­tro fino al collo. Avrebbe dovuto osser­vare l’ acca­dere da un luogo remoto per com­pren­dere ma non per perdonare».

Scho­pe­n­hauer, del quale con­di­vide il pen­siero, fu misan­tropo, bilioso e invi­dioso. Si riconosce?

«Non sono né invi­dioso né bilioso. Stavo per dire non sono nem­meno misan­tropo. Tutt’ al più fingo di esserlo».

Finge?

«Sì, nella fin­zione mi giovo di me stesso. Ela­boro cono­scenza. Ho sem­pre scritto i miei libri reci­tan­doli in me. Non parlo di un “me” come con­qui­sta della coscienza, ma come una sorta di pie­tra da pos­se­dere. Ho sem­pre dete­stato le filo­so­fie pro­ble­ma­ti­che. La filo­so­fia deve dare solu­zioni. A volte mi sono improv­vi­sato mae­stro di felicità».

La feli­cità sulle sue lab­bra suona come qual­cosa di sarcastico.

«Per­ché mai? Ho sparso la mia “can­na­bis” per ubria­care tal­mente l’ altro affin­ché dimen­ti­casse di morire».

La teo­lo­gia è stata il vac­cino per l’ immortalità.

«Forse il veleno».

Parla a lungo della figura teo­logo, senza il quale lei dice Dio non esi­ste­rebbe. La morte del primo ha por­tato anche alla morte del secondo?

«La teo­lo­gia nonè affatto morta. Essa oggi si costrui­sce ina­spet­ta­ta­mente sull’ odio di Dio».

Nella sua rifles­sione non c’ è mai un accenno alla teo­lo­gia poli­tica. Una man­canza o una scelta?

«La teo­lo­gia poli­tica iden­ti­fica “Dio” con l’ eccle­sia­sti­cal power. Non mi interessa».

E della poli­tica, in genere, cosa pensa? Cosa le suscita la sua pro­gres­siva delegittimazione?

«La per­dita della sua repu­ta­zione mi lascia indif­fe­rente, come la per­dita dell’ onore di un buon nome. Mi occupo di altro. Ho cer­cato di inda­gare non solo l’ “Io sono” ma anche l’ “Io ho”. E io ho i miei pen­sieri. Quando penso non sono un civis e nep­pure un socius. Non devo rispon­dere a una società né a una poli­tica. Rispondo ai miei soli averi: i pensieri».

Eppure, non ignora di vivere in società?

«La società si ferma sulla soglia della mia stanza. Poi c’ è l’ uomo con le sue poche rela­zioni cui arriva la car­tella delle tasse».

Le dispiace pagarle?

«Mio padre diceva: “Man­lio, le tasse non si discu­tono, si pagano”. Non rie­sco a sta­bi­lire se una tassa è giu­sta o ingiusta».

Rie­scea sta­bi­lire la dif­fe­renza tra il bene e il male?

«Bene e male sono due deci­sioni umane. Ciò che li distin­gue non è mai un taglio netto».

A volte si lan­cia nell’ elo­gio del cat­tivo. In che misura vi si riconosce?

«È l’ altra metà di me stesso».

Ria­bi­lita per­fino la figura del delinquente.

«Non la ria­bi­lito. Ma con­si­dero anche il delin­quente, per dirla con Hegel, una figura dello Spirito».

Non capi­sco se in lei pre­valga la para­dos­sa­lità o la coerenza.

«Para­dosso e coe­renza non stanno sullo stesso piano. In me comun­que si incontrano».

Dal sag­gi­smo sofi­sti­cato alle can­zo­nette. Da Wag­nera Me gustas tu. Tutto è pos­si­bile oggi?

«Sì, come direbbe Debussy: “Tout est sauvé ce soir”».

L’ ho ammi­rata su You­Tube men­tre canta e se la spassa con un’ aria tra il serio e il coinvolto.

«Non ho Inter­net. Mi mondo dal pec­cato non guar­dando You­Tube. Con­di­vido il punto di vista di Nadia Bou­lan­ger che non distin­gueva l’ impor­tanza di Stra­vin­sky da quella di Piaz­zola. La musi­caè un solo corpo di suoni che com­prende tanto Wag­ner quanto il Rock».

Vorrà essere ricor­dato per aver scritto trent’ anni fa La morte nel sole o per la sua col­la­bo­ra­zione con Franco Battiato?

«Asso­lu­ta­mente per la prima. Come Bat­tiato desi­de­rerà essere ricor­dato per le sue can­zoni. Ma il mio rap­porto con la musica è indi­scu­ti­bile. Le can­zoni non sono una devia­zione dalla retta via. Indossi una masche­rae vai per la tua strada».

Com’ è una sua gior­nata? Cosa fa, cosa legge, chi incontra?

«Leggo pochis­simo, ma per una que­stione di dignità. Per lo stesso motivo non incon­tro quasi nessuno».

Non ha mai dedi­cato nulla di serio al tema dell’ ami­ci­zia. Sen­ti­mento che detesta?

«L’ ami­ci­zia mi lascia freddo».

Si avvi­cina all’ età di novant’ anni. Le capita di fare bilanci?

«Qua­lun­que età abbia il “vec­chio” ha sem­pre mille anni, non novanta o cento. È un’ età che si spec­chia in se stessa. Comun­que non fac­cio bilanci».

Cos’ è la morte per lei?

«Di fronte ad essa ho una forte curio­sità e in ogni caso voglio morire come un eroe della vita. Sarà così?».

A parte il dub­bio chi è l’ eroe della vita?

«È colui che ha vis­suto la morte senza averne paura. Finora non ho mai pro­vato paura. Se la pro­vassi la tra­sfor­me­rei in un concetto».

E il dolore non la spaventa?

«Per­so­nal­mente non l’ ho mai vis­suto. Quanto al “dolo­ri­smo” esso non ha niente a che fare con il pes­si­mi­smo. Lo lascio a Werther».

Non crede che anche il pes­si­mi­smo sia oggi una merce troppo diffusa?

«Non con­fon­de­rei il pes­si­mi­smo con il pia­gni­steo o con il dolore. Il pes­si­mi­smo è la via mae­stra per vedere il mondo com’ è, cioè incom­piuto. Per cui quanto alla dif­fu­sione del pes­si­mi­smo, mi sem­bra sem­pre poca».

Cosa la intri­sti­sce o l’ affa­scina della sua isola?

«Per ogni isola vale la meta­fora della nave, vi incombe il nau­fra­gio. Il sen­ti­mento insu­lare è un oscuro impulso verso l’ estin­zione. La pre­senza della cata­strofe nell’ anima sici­liana si esprime nei suoi ideali vege­tali, nel suo tae­dium. Forse è qui l’ ori­gine della mia noia. È penso che solo nel momento felice dell’ arte la Sici­lia sia stata vera».

A cosa sta lavorando?

«A un nuovo libro che inti­to­lerò: Espe­rienza di un intel­letto tra­viato. Da tra­viato posso per­met­termi cose che una per­sona seria non ose­rebbe pensare».

Le piace il canagliesco.

«In fin dei conti sono un sici­liano doc».

*

Leggi Man­lio Sga­lam­bro su wikipedia

 




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     luglio 6, 2012 Pubblicato in Autori, Interviste -       Leggi Tutto
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