Questa settimana/ n.2



Per un incon­ve­niente tec­nico –una squa­dra di mura­tori che ha tran­ciato un cavo del tele­fono– il nostro blog non è stato aggior­nato da circa una set­ti­mana. Ce ne scu­siamo con i nostri lettori–

 

 

Nel met­tere insieme la nostra pic­cola ras­se­gna stampa mi hanno col­pito alcune parole o, se si pre­fe­ri­sce, degli stati d’animo che ricor­rono con frequenza.

Mauro Corona: “I miei geni­tori li ho pro­fon­da­mente dete­stati. “La fami­glia è un’associazione a delin­quere”, diceva Paso­lini e aveva per­fet­ta­mente ragione.” (postato sul nostro blog il 6 luglio)

A Man­lio Sga­lam­bro, Anto­nio Gnoli di Repub­blica chiede: Cos’ è che le dà fasti­dio di ciò che la cir­conda? Rispo­sta: “Che dire? Ciò che vedo intorno sti­mola in me pen­sieri d’odio. È sem­pre un “odio” per la realtà che ci tra­scina a pen­sare. Mi rendo conto che pen­sare è costoso, per que­sto riven­dico la mia per­so­nale ascesi men­tale. Scrivo libri furiosi ma sono invaso da una calma che somi­glia a una distesa di ghiaccio».(postato sul nostro blog il 6 luglio)

Ales­san­dro Piperno: “Per me conta molto scri­vere in una spe­cie di stato d’animo vicino al risen­ti­mento. Devo avere di fronte qual­cosa da odiare. E se scrivi con que­sto spi­rito incon­tri scarsa com­pren­sione e poche sim­pa­tie.” (postato sul nostro blog l’8 luglio))

James Hill­man ha rila­sciato anni fa una lunga inter­vi­sta a Laura Pozzo che poi è stata rac­colta da Riz­zoli in un libro molto bello che si inti­tola “Il lin­guag­gio della vita”. C’è un capi­tolo dedi­cato allo scri­vere. Domanda: D’altra parte lei sem­bra essere stato sem­pre arrab­biato, o spinto a lavo­rare dall’indignazione, almeno nei suoi scritti: ‘Il sui­ci­dio e l’anima’ (1964) è una pole­mica con­tro la medi­cina e il “tra­di­mento”… Rispo­sta: “Mi fido della rab­bia. E’ il mio demone pre­fe­rito. Scrit­tura e rab­bia per me vanno a braccetto.”

Mar­tin Amis: “Lio­nel Asbo è un romanzo arguto e bru­tale, mix che a certi let­tori può sem­brare sbi­lan­ciato sul secondo ele­mento. Ma non è affatto un “dito medio” alzato con­tro l’Inghilterra, dice Amis. “Qual­cuno, dopo averlo letto, mi ha detto che è pieno di disgu­sto per l’Inghilterra. A momenti cado per terra. Non si può scri­vere un romanzo ani­mati da un sen­ti­mento di disgu­sto. Scri­vere è un atto molto più amo­re­vole di quanto si crede”.(postato sul nostro blog il primo luglio)

Già, scri­vere è un atto molto più amo­re­vole di quanto si creda. Lo è, penso, anche quando la scrit­tura ci fa attra­ver­sare i ter­ri­tori dell’odio, del disgu­sto e della rabbia.

A volte mi domando: l’odio la rab­bia e il disgu­sto sono stati d’animo che impe­di­scono il distacco che la let­te­ra­tura richiede per rag­giun­gere quell’ampiezza di visione che ci fa acce­der all’arte? E’ una domanda cui è dif­fi­cile rispon­dere. Un po’ per­ché viviamo un tempo in cui ci è dif­fi­cile defi­nire cosa è arte e cosa è bello (Repub­blica ha dedi­cato all’argomento una inte­res­sante serie di inter­vi­ste). E poi per­ché scri­vere è anche ciò che ci per­mette di distil­lare la realtà, e i sen­ti­menti che essa suscita in noi. Di tra­sfor­mare l’odio in qual­cosa che diventa, o si avvi­cina, a un atto amo­re­vole. Anche se, come soste­neva Cio­ran, la prima e più pre­ziosa mate­ria prima di uno scrit­tore è il cumulo delle “pro­prie ignominie”.

E’ la con­sa­pe­vo­lezza di que­ste igno­mi­nie che ci per­mette di essere, allo stesso tempo, furiosi ma calmi come una distesa di ghiac­cio, per usare le parole di Man­lio Sgalambro?

Ho letto –quasi in con­tem­po­ra­nea– L’altalena del respiro di Herta Mul­ler (Fel­tri­nelli) e Il libro dei brevi amori eterni  di Andrei Makine (Einaudi).

Nella prosa di Herta Mul­ler c’è una poe­ti­cità vibrante, per­fino feb­brile, tesa. Andrei Makine ha scelto una strada molto diversa: una prosa sem­plice, dimessa, per­corsa da una melan­co­nia che può appa­rire quasi priva di emo­zione o, meglio, di odio e di rab­bia. Acco­sto i due libri per­ché descri­vono una mede­sima realtà: la sopraf­fa­zione cui erano sot­to­po­sti gli indi­vi­dui nelle dit­ta­ture sta­li­niane nei paesi dell’est europeo.

A tratti la prosa di Makine mi delu­deva. E dài, incaz­zati, pen­savo. Poi ho letto que­sto passo: ”Mi ci vol­lero molti anni anche per impa­rare a rico­no­scere, die­tro una breve sto­ria di tene­rezza ado­le­scen­ziale, la feli­cità lumi­nosa che la mia amica e sua madre mi ave­vano tra­smesso con tanta discre­zione. Mi ricor­davo certo della loro ospi­ta­lità, della dol­cezza con cui ave­vano attor­niato il gio­vane ragazzo sel­va­tico che ero, un essere indu­rito dalla bru­ta­lità e dalla vio­lenza. Con l’età, mi ren­devo sem­pre più conto che la pace che gra­zie a loro regnava in un luogo così deso­lato, sì, quella sere­nità indif­fe­rente alla brut­tezza e alla vol­ga­rità del mondo, era una forma di resi­stenza, forse per­fino più effi­cace dei sus­surri di pro­te­sta che avrei udito negli ambienti intel­let­tuali di Lenin­grado o di Mosca. La rivolta di quelle due donne non era appa­ri­scente…”  (puoi leg­gere sul nostro blog un’intervista a Makine)

Una sere­nità indif­fe­rente non rischia di lasciarci senza tanti bei libri indi­gnati? L’indignazione non è il sale della let­te­ra­tura, il demone della scrit­tura? Forse, ma resta che il libro di Makine, con la sua melan­co­nia dimessa, è un gran bel libro. E resta che Primo Levi ha sem­pre rac­con­tato di aver scritto ‘Se que­sto è un uomo’ come una sem­plice testi­mo­nianza, scritta con la lin­gua –aset­tica– con cui si stila un rap­por­tino set­ti­ma­nale di fab­brica: ”deve essere con­ciso, pre­ciso, e scritto in un lin­guag­gio acces­si­bile a tutti i livelli della gerar­chia aziendale”.

Come ci ricorda Zaga­jew­ski la paca­tezza è il lin­guag­gio della poe­sia. La poe­sia è paca­tezza. –CC

 

 

 

 

 

 




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     luglio 16, 2012 Pubblicato in Articoli -       Leggi Tutto
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