Lawrence Ferlinghetti/La poesia cambia il mondo. Cioè le coscienze



Ripro­po­niamo qui l’intervista allo scrit­tore ame­ri­cano, a cura di Fede­rico Ram­pini, apparsa sul quo­ti­diano La Repub­blica del 22 luglio 2012–

 

 

 

SAN FRANCISCO La Rivo­lu­zione arri­verà, eccome se arri­verà. E comin­cerà con una poe­sia. Siamo pronti. Non ci coglierà impre­pa­rati in quest’angolo del Far West che si affac­cia sul Paci­fico. Se volete respi­rare l’Utopia, quella vera, prima o poi dovete pas­sare alla libreria-casa edi­trice City Lights di San Fran­ci­sco. Dove un fan­ciullo di novan­ta­tré anni con­ti­nua a sognare un mondo diverso. Come la prima volta che sbarcò qui: allora mezzo ita­liano e mezzo fran­cese, mezzo zin­garo apo­lide anche se vestiva l’uniforme mili­tare della US Navy e aveva appena finito di com­bat­tere per gli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale.

 

Capì subito che sarebbe diven­tata casa sua, que­sta città di pirati e avven­tu­rieri, cer­ca­tori d’oro e fan­ciulle di facili costumi. Lo è rima­sta. City Lights cam­peg­gia, più vivace a affol­lata che mai, come un faro e un punto d’incontro: fra quella Lit­tle Italy che a San Fran­ci­sco si chiama North Beach (qui vicino c’è l’enoteca di Fran­cis Ford Cop­pola), la Chi­na­town nata nell’Ottocento, il quar­tiere a luci rosse, la Coit Tower con i mura­les del New Deal. Lui oggi lo chia­mano l’Ultimo dei Beat: una defi­ni­zione che lo fa ridere di gusto.

 

«Sono iden­ti­fi­cato per sem­pre con quel movi­mento let­te­ra­rio — mi dice Law­rence Fer­lin­ghetti — per­ché i poeti beat li pub­bli­cai io, qui alla City Lights. In realtà io li pre­ce­devo, appar­te­nevo a una gene­ra­zione più antica: dovreb­bero chia­marmi l’Ultimo Bohé­mien! Quando arri­vai a San Fran­ci­sco, diret­ta­mente da Parigi, avevo ancora in testa il basco francese…».

 

Anche per i para­me­tri del noma­di­smo glo­bale di oggi, lo sra­di­ca­mento perenne e il giro­va­gare di Fer­lin­ghetti da gio­vane fa venire le ver­ti­gini. Nasce a New York nel 1919 da un padre bre­sciano che non cono­scerà mai (morto sei mesi prima della sua nascita) e una madre che mescola ori­gini fran­cesi e portoghesi-ebreo sefar­dite. La mamma impaz­zi­sce quasi subito dopo la morte del marito e fini­sce in un mani­co­mio. Law­rence viene alle­vato da una zia a Stra­sburgo, per­ciò il fran­cese è la sua prima lingua.

 

La zia viene poi assunta come gover­nante da una fami­glia new­yor­chese, i Bislands, che lo adot­tano e gli con­sen­tono di stu­diare gior­na­li­smo. La guerra lo vede mobi­li­tato come uffi­ciale di marina sulle navi caccia-sommergibili: prima lo sbarco in Nor­man­dia, poi in Giap­pone dove visita Naga­saki subito dopo la defla­gra­zione ato­mica, un’esperienza che lo segna pro­fon­da­mente e ne fa un paci­fi­sta con­vinto. Poi di nuovo Man­hat­tan dove lavora come fat­to­rino all’ufficio postale del maga­zine Time. Si lau­rea alla Colum­bia Uni­ver­sity. Torna a Parigi per un dot­to­rato in letteratura.

 

«Di San Fran­ci­sco ricordo per­fet­ta­mente il mio arrivo: era il primo gen­naio 1951, non cono­scevo anima viva, pas­seg­giavo sulla Mar­ket Street con una borsa della U.S. Navy a tra­colla. Le prime per­sone a cui rivolsi la parola non sem­bra­vano con­si­de­rarsi come parte degli Stati Uniti. C’era un’atmosfera da colo­nia d’oltremare, forse un po’ come una Napoli d’altri tempi. Non era una città fon­data da bor­ghesi ma da gio­ca­tori d’azzardo, cer­ca­tori d’oro, truf­fa­tori, lupi di maree donne di ven­tura. Era dav­vero una città di fron­tiera, molto meno tra­di­zio­nale di oggi…».

 

Qui Fer­lin­ghetti avverte il mio tra­sa­lire: solo un anar­chico radi­cale come lui può defi­nire “tra­di­zio­nale” la San Fran­ci­sco di oggi, la più ribelle e tra­sgres­siva delle città americane.

 

«Ma sì»- con­ti­nua– «allora era dav­vero una città aperta a tutto, poteva diven­tare qual­siasi cosa. Per­ciò nei dieci anni dopo la Seconda guerra mon­diale fu il cro­giuolo e il labo­ra­to­rio di una nuova cul­tura. I suoi pro­ta­go­ni­sti magari veni­vano da New York come me o come Jack Kerouac, ma è qui che si tro­va­rono insieme ed è qui che fio­ri­rono con­tem­po­ra­nea­mente tante cose nuove: una nuova poe­sia, un’idea dell’ecologia, un movi­mento rock ospi­tato nella sala con­certi Fill­more, infine la rivo­lu­zione elet­tro­nica che nella Sili­con Val­ley ebbe i suoi pio­nieri già negli anni Cinquanta».

 

Nel 1955 Fer­lin­ghetti incon­tra qui Allen Gin­sberg e i due si sen­tono subito «soli­dali per le idee poli­ti­che», diver­sis­simi in tutto il resto.

(Ancora oggi Fer­lin­ghetti si diverte nel ricor­dare come lui e Gre­gory Corso, tena­ce­mente ete­ro­ses­suali, abbiano con­vis­suto con tanti scrit­tori gay). Maè City Lights che pub­blica Howl di Gin­sberg, il poema male­detto che viene cen­su­rato per osce­nità dal giu­dice Clay­ton Horn.

 

«Quella poe­sia — dice Fer­lin­ghetti — segna la morte dello stile acca­de­mico, che da quel momento in poi è rele­gato nell’ombra».

 

In que­gli anni c’è in germe tutta la vicenda che poi ren­derà cele­bre San Fran­ci­sco nel mondo intero, e cioè la New Age, il movi­mento hippy, la Sum­mer of Love.

 

«Sì, noi ave­vamo anti­ci­pato quasi tutto: la poe­sia mili­tante con­tro le guerre, la prima arti­co­la­zione di una coscienza ambien­ta­li­sta, l’interesse per il bud­di­smo, l’uso delle dro­ghe psi­che­de­li­che per ampliare il rag­gio della coscienza».

 

Quest’ultimo, è un punto che Fer­lin­ghetti sot­to­li­nea con osti­na­zione: non è fol­clore, non è un det­ta­glio sullo sfondo, per lui è un ele­mento cen­trale nella defi­ni­zione di ciò che fu la let­te­ra­tura beat.

 

«Fino a quel momento gli scrit­tori ame­ri­cani erano bevi­tori di alcol, con l’unica ecce­zione di Edgar Allan Poe non ave­vano spe­ri­men­tato siste­ma­ti­ca­mente le dro­ghe. Solo con i poeti beat diventa cen­trale nella crea­zione arti­stica lo sti­molo delle dro­ghe psi­che­de­li­che, che poi fio­rirà a livello di massa con la cul­tura hippy negli anni Ses­santa e Set­tanta. La rot­tura avviene in tut­tii campi: il 1963, per esem­pio,è uno spar­tiac­que che segna la fine del cool jazz e l’inizio dell’era rock».

 

L’Ultimo Beat resta con­vinto, come quando aveva trent’anni, che la poe­sia cam­bierà il mondo?

 

«Sis­si­gnore: cam­biando le coscienze. Negli anni Ses­santa un aspetto cen­trale delle nostre espe­rienze fu pro­prio que­sto: allar­gare l’area della coscienza umana. E credo che in una certa misura ci riuscimmo».

 

Non pre­ten­dete da Fer­lin­ghetti l’arte del com­pro­messo poli­tico, della media­zione. Smet­tete di leg­gere subito, ben­pen­santi di sini­stra dalla sen­si­bi­lità fra­gile: inter­ro­gato su Barack Obama, il poeta sca­valca a sini­stra Occupy Wall Street e i black block. Mal­tratta il suo presidente.

 

«La sini­stra era eufo­rica quando venne eletto: sem­brava che aspet­tasse un nuovo Nir­vana. Io mi tro­vavo alla libre­ria Sha­ke­speare & Co. di Parigi, la sera della vit­to­ria nel novem­bre 2008. E dissi subito: è un illu­sione, Obama è la bor­ghe­sia nera. Non è mai stato un rivo­lu­zio­na­rio. Atten­dersi che uno come lui ribal­tasse i metodi di governo, era assurdo. È sem­pre stato uno di cen­tro. Sul ter(segue dalla coper­tina) reno mili­tare, l’espansione nell’uso dei droni lo rende non molto diverso da George Bush. Obama ha pri­vi­le­giato la sicu­rezza nazio­nale rispetto ai diritti civili».

 

L’Italia è una patria che Fer­lin­ghetti si è con­qui­stato fati­co­sa­mente, recu­pe­ran­dola da un pas­sato che gli era stato rubato. «Mio padre faceva parte di una gene­ra­zione d’immigrati per i quali le ori­gini ita­liane erano un peso. All’inizio il mio cognome venne abbre­viato: Fer­ling, per suo­nare anglo­sas­sone. Negli anni Venti essere ita­liano in Ame­rica voleva dire puz­zare di aglio e pepe­roni, un’immagine da cui volevi libe­rarti. Io ero il quinto figlio della fami­glia, ricordo uno dei miei fra­telli che faceva il guar­diano alla pri­gione di Sing Sing e reagì con rab­bia quando gli man­dai una let­tera fir­man­domi per esteso, come Fer­lin­ghetti. Guai a farsi rico­no­scere. Io ero diverso. Ho sem­pre avuto voglia di ricon­net­termi, di rimet­termi in con­tatto con le mie ori­gini. Tre anni fa ho ritro­vato l’appartamento dove nac­que mio padre, a Bre­scia. E lì sono stato arrestato!».

 

Que­sta è una sto­ria buffa, che rife­ri­sco come me la rac­conta lui: il novan­tenne Fer­lin­ghetti, con una barba sem­pre ispida, si aggi­raa Bre­scia attorno al palazzo dove nac­que suo padre. Il por­tiere dell’immobile s’insospettisce, forse gli sem­bra un bar­bone («mi defi­ni­sce un paras­sita»), chiama la poli­zia che lo per­qui­si­sce e lo sot­to­pone a fermo. “Poeta arre­stato”,è il titolo che appare il giorno seguente sulla stampa locale, di cui Fer­lin­ghetti con­serva i rita­gli come un trofeo.

 

«Qual­cuno ha scritto che è inter­ve­nuto il sin­daco di Bre­scia per farmi libe­rare. Nonè vero ma non importa, mi ha spie­gato il mio gal­le­ri­sta ita­liano: meglio che si scriva così, per­ché adesso ho un cre­dito verso il sin­daco di Brescia».

 

Ride ancora, ride di gusto, per i costumi eso­tici di que­sta sua patria ita­liana: patria vera e d’adozione, che lui abbrac­cia con affetto anche quando non la capisce.

 

«Mia madre par­lava fran­cese, da bam­bino ero fran­co­fono, e anche fran­co­filo, non a caso andai dopo la guerra a stu­diare alla Sor­bona. La lin­gua ita­liana mi è arri­vata in seguito, eppure fu facile e natu­rale, non una sovrap­po­si­zione. Il mio primo viag­gio nel paese di mio padre avvenne nel 1948, ci arri­vai in auto­stop dalla Fran­cia. E subito gli ita­liani mi piac­quero più dei fran­cesi. Per­ché voi vi godete la vita, men­tre loro la cri­ti­cano. Non ho mai capito come avete potuto coe­si­stere per secoli, voi e loro, così vicini».

*

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     luglio 26, 2012 Pubblicato in Autori, Interviste -       Leggi Tutto
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