Frédéric Beigbeder/Una passione a tempo: così racconto l’egoismo romantico



Ripro­po­niamo qui l’intervista allo scrit­tore fran­cese, a cura di Anais Ginori, apparsa sul quo­ti­diano La Repub­blica di ieri, 26 luglio 2012–

«Spero di non averla delusa».

Ansia da prestazione?

«Non mi con­si­dero uno spe­cia­li­sta dei sen­ti­menti. La mia vita pri­vata dimo­stra che non ho nulla da insegnare».

Al ter­mine di una fram­men­ta­ria con­ver­sa­zione sul discorso amo­roso, ecco che riaf­fiora il dub­bio, l’ inquie­tu­dine, la ricerca di con­ferme. Fré­dé­ric Beig­be­der, qua­ran­ta­sei anni, dandy metro­po­li­tano, sedut­tore impe­ni­tente, papa­raz­zato nelle mon­da­nità pari­gine, è scrit­tore, cri­tico let­te­ra­rio, edi­tore, ora anche regi­sta. Il suo primo film, L’ amore dura tre anni, appena uscito in Ita­lia, è tratto dall’ omo­nimo libro pub­bli­cato da Fel­tri­nelli, undici anni fa. L’ autore fran­cese è diven­tato famoso con un pam­phlet con­tro la pub­bli­cità, Euro 14,99, e nei suoi suc­ces­sivi romanzi, come l’ ultimo Un roman fra­nçais dedi­cato alla sua fami­glia, ha seguito quasi sem­pre tracce autobiografiche.

Nella com­me­dia del quale è regi­sta il suo alter ego si chiama Marc Mar­ron­nier, pre­sen­tato come tipico esem­plare di ado­le­scente qua­ran­tenne, “eterno insod­di­sfatto”, mae­stro di infe­li­cità. Un egoi­sta roman­tico, come lei si definisce.

«È una cita­zione di Scott Fitz­ge­rald che ho preso in pre­stito per descri­vere la mia gene­ra­zione. Noi figli del Ses­san­totto, con geni­tori che hanno vis­suto la rivo­lu­zione ses­suale, abbiamo perso ogni illu­sione. Nelle rela­zioni amo­rose siamo nichi­li­sti, egoi­sti, anche depres­sivi. Marc Mar­ron­nier cerca di sui­ci­darsi all’ ini­zio del film».

Lacan soste­neva che l’ amore è sem­pre una forma di suicidio.

«L’ inna­mo­rato si sente invin­ci­bile e può, in que­sto Lacan ha ragione, met­tere in peri­colo la sua inco­lu­mità fisica e men­tale. Fa un salto nel vuoto. Louis Ara­gon ha scritto: “Non esi­ste amore felice”.La paura della sof­fe­renza ci rende inca­paci di amare». «Il primo anno c’ è la pas­sione. Il secondo, suben­tra la tene­rezza. Il terzo, la noia».

«È quel che sostengo nel libro. Il titolo è pro­vo­ca­to­rio, anche se mi sono basato su sta­ti­sti­che ogget­tive. La mag­gio­ranza dei matri­moni fal­li­sce entro i primi tre anni. Sono anzi con­vinto che oggi il ciclo si sia accelerato».

Come un pro­dotto in sca­denza. Da con­su­marsi entro?

«Ho pub­bli­cato il libro nel 1997. Non c’ erano cel­lu­lari e Inter­net. Da allora le pos­si­bi­lità di incon­tro e dun­que di sepa­ra­zione si sono mol­ti­pli­cate. Appena si affac­cia la noia, scatta la ten­ta­zione di andare a cer­care altrove. E per farlo, basta un clic o un sms. In un regime di libertà per­ma­nente è dif­fi­cile costruire un amore durevole».

Dire a qual­cuno « Ti giuro amore dure­vole» è così poco romantico.

«Eppure è la sin­cera verità. Soprav­vi­vono altre forme di amore eterno: la fede, il rap­porto tra geni­tore e figlio. Nella cop­pia biso­gna accon­ten­tarsi di una durata a tempo limi­tato. Il filo­sofo Pascal Bruc­k­ner, che recita nel mio film, ha par­lato di para­dosso amo­roso. Come essere liberi ed accet­tare di amare, dun­que di essere in qual­che modo dipen­denti? Ci muo­viamo den­tro a que­sta con­trad­di­zione. Biso­gna essere realisti».

Il rea­li­smo è una variante più ele­gante del cinismo?

«Come tanti coe­ta­nei, negli affetti sono estre­ma­mente pavido. Chiedo amore a rischio zero. Vale anche per le donne. L’ altra pro­ta­go­ni­sta del film, Alice, è spo­sata. Quando incon­tra Marc e diven­tano amanti si rifiuta di sepa­rarsi dal marito. Teme di soffrire».

Il qua­ran­tenne in fuga dalla cop­pia è diven­tato un cliché.

«Nel film ho cer­cato di sma­sche­rare la posa dei qua­ran­tenni sprez­zanti, che ridi­co­liz­zano i sen­ti­menti. Mi era pia­ciuto molto L’ ultimo bacio di Gabriele Muc­cino. Con­di­vido quell’ ama­rezza, quella sot­tile cru­deltà nel fare l’ auto­ri­tratto di una generazione».

Alla fine, però, ci rica­sca sem­pre. Parla solo di amore.

«Ora che non pos­siamo più cam­biare il mondo, avere il cuore che batte sem­bra già una rivo­lu­zione. È l’ ultima uto­pia che ci rimane».

Però abbiamo smesso di cre­dere al Prin­cipe Azzurro?

«È stato un for­mi­da­bile con­cept di mar­ke­ting roman­tico. Ma non esi­ste. E se esi­ste è un bastardo. Oggi amiamo l’ amore più delle per­sone. È un grave errore. Siamo alla ricerca di dichia­ra­zioni meta­fi­si­che, men­tre dovremmo tro­vare qual­cuno in carne e ossa, con difetti e debo­lezze, tutto ciò che rende una per­sona unica e umana».

Ancora una cita­zione dal suo libro: «Amare qual­cuno che ci ricam­bia è nar­ci­si­smo. Amare qual­cuno che non ci ama, que­sto è amore».

«L’ amore, come la reli­gione, è un atto di fede. È ancora quanto di meglio possa capi­tare nella vita. Non è mai stata inven­tata una droga così potente. Come scrit­tore è il filo che mi per­mette di rac­con­tare sto­rie e personaggi».

Almeno su que­sto non esi­stono diritti d’ autore. «Mi piace vedere come la pas­sione rie­sca comun­que a scas­si­nare i mec­ca­ni­smi di pro­te­zione che si costrui­scono i per­so­naggi. Per il nar­ra­tore è affa­sci­nante descri­vere la per­dita di con­trollo, il momento in cui si è costretti a vivere».

Qual­che libro o pagina da ricordare?

«Sono fana­tico della dop­piezza. Quei per­so­naggi che fanno finta di essere debo­sciati ma poi sonoi pri­mia cadere nella trap­pola del roman­ti­ci­smo, per­ché ne hanno biso­gno. Penso a Les Capri­ces de Marianne di Alfred de Mus­set. Octave che cerca di sedurre Marianne per conto di un suo amico e invece se ne inna­mora. È quello che in Fran­cia chia­miamo mari­vau­da­ges. L’ intrec­cio di men­zo­gne e tra­di­menti den­tro alle rela­zioni amorose».

La gelo­sia è un sen­ti­mento che non passa mai di moda.

«Si raf­forza nel momento in cui l’ amore diventa fra­gile, pre­ca­rio. La gelo­sia è ine­vi­ta­bile, natu­ral­mente pre­sente in ogni rap­porto. Biso­gna cer­care di con­trol­larsi per­ché non è un sen­ti­mento sexy, un po’ come essere tir­chi. Ma non c’ è scampo. In pas­sato, molti cele­bri espe­ri­menti di cop­pie aperte sono mise­ra­mente fal­lite per colpa della gelosia».

Come scrit­tore, pensa che la frase “ti amo” abbia perso o gua­da­gnato intensità?

«Serve la per­sona giu­sta, biso­gna essere molto for­tu­nati. L’ amore è quello stato di gra­zia che è rac­con­tato in Io e Annie. Woody Allen è con Diane Kea­ton in cucina. Cer­cano di cuo­cere un’ ara­go­sta viva che scappa. Ci sono attimi di panico, tra le risate. Alla fine del film, Allen rifà la stessa cena con un’ altra donna, una ex man­ne­quin, gio­vane e sedu­cente. Ma non fun­ziona. Si annoia pro­fon­da­mente. Cuci­nare un’ ara­go­sta viva può essere molto diver­tente o ter­ri­bil­mente squal­lido. Ecco cos’ è l’ amore». ” ”

 

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Leggi Fré­dé­ric Beig­be­der su wikipedia

 




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     luglio 27, 2012 Pubblicato in Autori, Interviste -       Leggi Tutto
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