Dave Eggers/A proposito di Kurt Vonnegut: La letteratura moderna è priva di intenti morali



Ripro­po­niamo qui l’introduzione di Dave Eggers alla rac­colta di rac­conti di Kurt Von­ne­gut, “Baci da 100 dol­lari”, Isbn edi­zioni 2011–

 

 

 

Ci ho pen­sato molto a cosa abbiamo perso quando abbiamo perso Kurt Von­ne­gut, e la cosa prin­ci­pale che mi torna sem­pre in mente è che abbiamo perso una voce morale. Abbiamo perso una voce molto ragio­ne­vole e cre­di­bile — il che non signi­fica seriosa o non inci­siva — che vi aiu­tava a capire come vivere. Da quando c’è inter­net, Dio lo bene­dica, siamo asso­lu­ta­mente som­mersi da com­menti e opi­nioni. Non si può ancora dire di pre­ciso, ma fin qui sem­bra funzionare.

 

L’accesso a tutti — chi com­menta e chi legge — è dispo­ni­bile in modo più demo­cra­tico, e ciò è senz’altro un bene. Abbiamo un milione di per­sone o giù di lì che quo­ti­dia­na­mente offre con­si­glio, rifles­sioni, punti di vista, e un ten­ta­tivo qua e là di darci una mano a vivere in mag­giore armo­nia con il nostro pia­neta e gli altri esseri umani. D’altro canto, per otte­nere atten­zione in rete ( e in tele­vi­sione, se è per que­sto), un com­men­ta­tore, spesso e volen­tieri, deve essere rumo­roso, radi­cale o pazzo. Per­ciò la gran parte dei com­men­ta­tori rien­tra in tutte e tre le categorie.

 

Poi abbiamo i nostri roman­zieri e scrit­tori di rac­conti. In con­fronto, que­ste per­sone sem­brano sane e di buone maniere. La fre­ga­tura è che, nel com­plesso, sono molto schivi. Lavo­rano senza sosta nei boschi o nei cam­pus o a Broo­klyn, e sono così edu­cati che non direb­bero mai a nes­suno, figu­ria­moci ai loro let­tori, come vivere. E così, il grosso della let­te­ra­tura con­tem­po­ra­nea, seb­bene sia dav­vero geniale e splen­dida in mol­tis­simi modi, è anche priva di intenti morali. Ora, non sto dicendo che la let­te­ra­tura debba spie­garci come stare al mondo, o debba offrire chiare diret­tive morali. No. No. Non sto dicendo que­sto, com­men­ta­tori di internet.

 

Ma sto dicendo che ci sta se parte della let­te­ra­tura con­tem­po­ra­nea fa que­sto lavoro. In un ambiente let­te­ra­rio plu­ra­li­stico — e ne abbiamo biso­gno, lo dob­biamo man­te­nere, col­ti­vare, in modo che decine di stili e generi diversi pos­sano coe­si­stere senza la malau­gu­rata idea che ci sia una forma let­te­ra­ria mira­co­losa che renda inu­tili tutte le altre — in un ambiente come que­sto non potremmo avere qual­che scrit­tore che se ne esce fuori e ci dice “Que­sto è cat­tivo, que­sto è buono”?

 

Ma pochi, pre­ziosi scrit­tori lo fanno. Ci siamo riti­rati col­let­ti­va­mente da ogni aspetto istrut­tivo del nostro lavoro. Il risul­tato è che i nostri rac­conti — par­liamo qui soprat­tutto di rac­conti, visto il con­te­sto — sono pieni di belle frasi e sfu­ma­ture, ma fanno fatica, troppo spesso, a colpire.

Sarò il primo ad ammet­tere che anch’io sono stato edu­cato a tenermi cau­ta­mente lon­tano dall’offrire un finale puli­tino, una morale chiara, ai miei rac­conti. Se ci penso, non sono sicuro di aver mai lan­ciato alcun mes­sag­gio espli­cito in un rac­conto. Come scrit­tore sono cre­sciuto in un’epoca in cui tale approc­cio era fuori questione.

 

Ero distante almeno due gene­ra­zioni dai giorni in cui i rac­conti popo­lari e let­te­rari ten­ta­vano di for­nire un finale risolto, una con­clu­sione che sor­pren­desse il let­tore facen­do­gli però anche rico­no­scere in modo chiaro il senso della sto­ria. Ma Von­ne­gut l’ha sem­pre fatto. E, sem­pre di più, ciò che ha detto sem­bra raro e neces­sa­rio. I suoi rac­conti hanno spesso finali che ren­dono abbon­dan­te­mente chiaro che una lezione è stata impa­rata, dai per­so­naggi (di solito) e dal let­tore (sempre).

 

Sono un grande let­tore di Von­ne­gut fin dall’adolescenza, ma solo dopo aver letto que­ste due rac­colte postume di rac­conti, Baci da 100 dol­lari e Look at the Bir­die, ho capito quanto forte era il Von­ne­gut mora­li­sta. Sapevo che come uomo e sag­gi­sta non si ver­go­gnava di ren­dere note le sue opi­nioni. Par­lava benis­simo di Gesù Cri­sto e diceva sem­pre cose chiare e sem­plici come “Male­di­zione, biso­gna essere gen­tili”. E sic­come asso­mi­gliava a un Mark Twain hippy e sem­brava più vec­chio di quello che era, era con­vin­cente. Anche nella mezza età aveva l’aria di uno di quei vec­chi uomini di Stato che pos­sono dichia­rare le loro opi­nioni, con aria scor­bu­tica, su ogni cosa,

 

e la gente asso­cia spon­ta­nea­mente a quelle dichia­ra­zioni una certa gra­vi­tas, gua­da­gnata da una vita e un’opera esem­plari. Quando hai com­bat­tuto nella Seconda guerra mon­diale, sei soprav­vis­suto a Dre­sda, hai man­te­nuto la tua fami­glia e hai adot­tato i quat­tro bam­bini di tua sorella (dopo che lei e suo marito sono morti a pochi giorni di distanza l’una dall’altro), allora disponi di un po’ di cre­dito nella banca dell’autorità morale.

 

E così, eccoci a que­sti rac­conti, che furono scritti all’inizio della sua car­riera, quando Von­ne­gut cer­cava di gua­da­gnarsi da vivere con la scrit­tura. Scri­veva molti rac­conti all’epoca, e cer­cava — spesso con suc­cesso — di ven­derli a rivi­ste come Collier’s e The Satur­day Eve­ning Post, che all’epoca pub­bli­ca­vano molta nar­ra­tiva breve. Chia­ra­mente, il modo in cui si scri­veva allora era parec­chio influen­zato da ciò che vole­vano que­ste rivi­ste. Vole­vano rac­conti in prosa rela­ti­va­mente scarna, con intrec­cio forte, un con­flitto sem­plice, e ideal­mente una sor­presa finale. Potremmo defi­nire que­sti rac­conti a trap­pola per topi. Era una forma popo­lare, se non domi­nante. Nel grosso dei rac­conti con­tem­po­ra­nei tro­viamo un rea­li­smo, un natu­ra­li­smo, che ci dà più o meno quel che ci dà un fotografo.

 

Un foto­grafo dotato incor­ni­cia la realtà in un modo che sem­bra al tempo stesso reale e nuovo. Il suo lavoro “regge uno spec­chio” di fronte alle nostre vite, ma lo fa in un modo per cui ci vediamo da un punto di vista nuovo. Tutte le forme d’arte ten­tano que­sta pra­tica di reg­gere lo spec­chio, ma la foto­gra­fia, e il rac­conto con­tem­po­ra­neo, sono mezzi par­ti­co­lar­mente ben con­ge­gnati per lo scopo.

 

E così, il rac­conto breve con­tem­po­ra­neo ci regala per­so­naggi che respi­rano, che sem­brano tri­di­men­sio­nali, che vivono in posti reali, che hanno lavori e pro­blemi e dolori reali. I rac­conti sono per­lo­più al ser­vi­zio di que­sti per­so­naggi. I per­so­naggi fanno mosse rea­li­sti­che nelle loro vite, scelte rea­li­sti­che, e il risul­tato è plau­si­bile e forse per­fino banale. In un rac­conto a trap­pola per topi non è così. Que­sto tipo di rac­conto esi­ste per fre­gare o met­tere in trap­pola il let­tore. Muove il let­tore lungo una sto­ria attra­verso un mec­ca­ni­smo com­plesso (ma non troppo com­plesso), fino alla fine, quando scatta la molla e il let­tore si ritrova in trappola.

 

E così, in que­sto tipo di sto­ria, i per­so­naggi, l’ambientazione, l’intreccio, sono tutti gros­so­modo dei mezzi rivolti a un certo scopo. Non signi­fica che i per­so­naggi non siano rea­li­sti, cre­di­bili, dif­fi­cili da capire o non abbiamo in genere le carat­te­ri­sti­che che ci aspet­tiamo dai per­so­naggi. Al contrario,

 

Von­ne­gut è un mae­stro quando si tratta di abboz­zare un per­so­nag­gio che sia istan­ta­nea­mente rico­no­sci­bile e che il let­tore abbia subito voglia di seguire. Ma alla fine, i loro giri sono deter­mi­nati dal fab­bri­cante della trap­pola, i loro destini sono al ser­vi­zio di uno scopo superiore.

E così, quando comin­ciate un rac­conto di Que­sta rac­colta, sapete che state per tro­varvi in una trap­pola. E sapete una cosa? E’ bello farsi met­tere in trap­pola. Que­sta rac­colta è piena di sto­rie rela­ti­va­mente sem­plici. In un rac­conto, un marito gioca troppo con i suoi tre­nini, tra­scu­rando la moglie (c’entra dav­vero poco con Ghiaccio-nove). In un altro, un gior­na­li­sta che irride il Natale è costretto a fare da giu­dice in un con­corso di luci nata­li­zie. Una gio­vane ere­dita una for­tuna ma si sente oppressa dal peso del denaro e non rie­sce a fidarsi dei suoi nuovi cor­teg­gia­tori.
(Guar­date quante volte que­ste sto­rie riguar­dano la ricerca dell’idea anni cin­quanta del suc­cesso: soldi facili, una limou­sine, buoni divi­dendi in borsa; Von­ne­gut, che lavo­rava come pub­bli­ci­ta­rio, stava anche lui fati­cando per supe­rare i pro­blemi economici.)

 

In ogni caso, qua­lun­que sia l’intreccio, tu come let­tore sai che alla fine del rac­conto arri­ve­rai da qual­che parte. Che Von­ne­gut ti dirà qual­cosa con can­dore e chiarezza.

 

Che essere una per­sona one­sta è un obiet­tivo desi­de­ra­bile e rag­giun­gi­bile. Che cre­dere ha un valore. Che la ric­chezza risolve pochi pro­blemi. Mes­saggi sem­plici, sì, ma c’è un motivo per cui dob­biamo farci ricor­dare simili cose, e si prova sol­lievo quando le si vede espresse ad arte ma senza opa­cità. Que­ste sto­rie di ini­zio car­riera sono diverse dai romanzi suc­ces­sivi di Von­ne­gut, dove il tono è più cupo, scuro, più esa­spe­rato, dove le sfu­ma­ture sono molte e le lezioni più com­plesse. Seb­bene, men­tre scri­veva que­sti rac­conti, Von­ne­gut avesse già visto i bom­bar­da­menti di Dre­sda, avesse tra­sci­nato gli scar­poni fra i corpi car­bo­niz­zati di migliaia di civili, avesse vis­suto in un campo di pri­gio­nia tede­sco, i rac­conti di Baci da 100 dol­lari hanno la chia­rezza di sguardo di un gio­vane che comin­cia a capire come fun­ziona il mondo. Puoi quasi imma­gi­nare un tipo dagli occhi gen­tili in un car­di­gan e mocas­sini che scrive i suoi rac­conti in un bar che fa frul­lati, men­tre riem­pie il juke­box di mone­tine e batte felice a macchina.

Ma ovvia­mente non andava così. Era un uomo con figli che cer­cava di man­te­nere la fami­glia men­tre edi­fi­cava le let­trici di Ladies’ Home Jour­nal. Più avanti, ovvia­mente, avrebbe scritto, ripe­tu­ta­mente, della fine del mondo. E a volte d’incesto, e molto spesso della fol­lia della guerra, e dell’avidità e della depra­va­zione delle nostre indu­strie e del governo. Ma per ora abbiamo il gio­vane volen­te­roso fab­bri­cante di trap­pole per topi, e noi siamo la sia preda consenziente.

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Sul nostro blog puoi leg­gere Epi­zoo­tica, uno dei rac­conti che com­pon­gono la rac­colta di Kurt Von­ne­gut cui si rife­ri­sce Dave Eggers

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Leggi Dave Eggers e Kurt Von­ne­gut su wiki­pe­dia

 




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     luglio 28, 2012 Pubblicato in Articoli, Autori -       Leggi Tutto
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