Colm Tóibín/La letteratura? 
Serve a uccidere la madre



Ripro­po­niamo qui l’articolo di Livia Manera, apparso sul Cor­riere della Sera del 22 mag­gio 2012, dedi­cato all’ultimo libro dello scrit­tore irlan­dese, pub­bli­cato in Gran Bretagna–

 

 

«Quando in una fami­glia nasce uno scrit­tore, quella fami­glia è finita», diceva il poeta polacco Cze­slaw Milosz. E che non fosse sol­tanto una bat­tuta, lo dimo­stra lo scrit­tore irlan­dese Colm Tói­bín col suo libro uscito in Gran Bre­ta­gna, che die­tro l’irresistibile titolo New ways to kill your mother, indica tra i «nuovi modi di ucci­dere una madre» — o un padre, o dei figli, secondo gli scrit­tori e i casi — quello, inno­cente solo agli occhi degli inge­nui, di pren­dere carta e penna e darsi alla letteratura.

 

In una con­ver­sa­zione che abbiamo avuto tempo fa da qual­che parte (Tói­bín è forse il più cosmo­po­lita degli scrit­tori con­tem­po­ra­nei, sem­pre in movi­mento tra Dublino, dove è nato e vive parte dell’anno, New York e Man­che­ster, dove ha inse­gnato e inse­gna crea­tive wri­ting, e, tra gli altri posti dove lo por­tano le ami­ci­zie e i festi­val let­te­rari, la Toscana), l’autore del super pre­miato romanzo The Master (Fazi) rac­con­tava che a ogni nuovo libro sua madre gli scri­veva una let­tera piut­to­sto seria sof­fer­man­dosi sullo stile, per evi­tare di toc­care i con­te­nuti che tro­vava un po’ tri­sti e troppo per­so­nali. «Poi un giorno disse che avrebbe scritto lei stessa un libro suo. E lo disse in un modo che faceva sem­brare un libro un’arma».

 

Forse la signora Tói­bín, che aveva dovuto inter­rom­pere gli studi a quat­tor­dici anni, ma aveva con­ti­nuato a scri­vere poe­sie, la sapeva sem­pli­ce­mente lunga, tanto quanto Milosz, e Bor­ges, e Nai­paul, e Bec­kett e Henry James e James Bald­win e John Chee­ver e W.B. Yeats e Ten­nesse Wil­liams e tutti gli altri roman­zieri, poeti o dram­ma­tur­ghi a cui Tói­bín ha dedi­cato que­sti saggi apparsi in buona parte sulla «New York Review of books» e sulla «Lon­don Review of books». Ma il rap­porto tra la fami­glia e lo scrit­tore, ci spiega in que­ste pagine Tói­bín, essendo stret­ta­mente legato ai motivi che lo por­tano a scri­vere, non si esau­ri­sce al tra­di­mento: è più com­plesso, e più interessante.

In primo luogo c’è la que­stione dell’uovo e la gal­lina: è l’infelicità fami­liare a fare lo scrit­tore o lo scrit­tore a fare l’infelicità fami­liare? La rispo­sta di Tói­bín è che al di là del dub­bio vi è la cer­tezza che il modo in cui gli autori si rap­por­tano alle loro fami­glie vi è una chiave d’interpretazione del loro lavoro. E poi ci sono le simi­li­tu­dini, i per­corsi paral­leli. C’è chi scrive, per esem­pio, per­ché la gene­ra­zione pre­ce­dente non ha potuto farlo — come nel caso di Tói­bín stesso, figlio di gente per cui la cul­tura era in primo luogo un mezzo per tro­vare un lavoro «al coperto, con le ferie e la liqui­da­zione» e soprat­tutto per non essere costretti a emi­grare dall’Irlanda.

Ma c’è anche ci scrive per ven­di­care le aspi­ra­zioni fru­strate dei padri, come V.S. Nai­paul o come il padre di Bor­ges, che un romanzo lo pub­blicò, ma a pro­prie spese. Ed è deli­zioso sco­prire che sia Nai­paul che Bor­ges ven­di­ca­rono i fal­li­menti dei pro­pri padri pren­dendo i loro scritti e riscri­ven­doli con suc­cesso: il primo nel romanzo che gli ha dato la fama, Una casa per Mister Biswas, e il secondo nel rac­conto Il con­gresso.

Ma non tutti gli scrit­tori sono così «gene­rosi». Il poeta irlan­dese W.B. Yeats, per esem­pio, che era figlio di un uomo petu­lante e biso­gnoso di atten­zione fino all’esasperazione, un uomo che si era auto esi­liato a New York per non essere influen­zato dal figlio, sparò un siluro attra­verso l’Atlantico quando scrisse che l’opera tea­trale che il padre aveva ter­mi­nato dopo infi­niti anni di lavoro non valeva nulla: «Hai scelto un sog­getto molto dif­fi­cile e la più ardua delle forme di scrit­tura, per cui era pre­ve­di­bile che que­sto sarebbe stato il meno buono dei tuoi scritti… ci vuole una vita per impa­rare a scri­vere per il tea­tro». Que­sto a un uomo di ottant’anni.

 

E le madri? Le madri sono un pro­blema. Anzi, sono il pro­blema mag­giore. Della sua Bec­kett diceva: «Non le auguro nulla, né di bene né di male. Io sono il pro­dotto del suo affetto sel­vag­gio, ed è un bene che uno di noi accetti final­mente che non desi­dero più vederla né sen­tirla né avere sue noti­zie». Quanto alle madri nella let­te­ra­tura, Tói­bín ci fa notare che nei grandi romanzi dell’800 (Jane Austen, Henry James) sem­pli­ce­mente non ci sono, in quanto muo­iono di parto e ven­gono sosti­tuite dalle zie, molto più facili da gestire per lo scrit­tore, e da «ses­sua­liz­zare» con bene­fi­cio della trama.

 

Que­sta neces­sità di fare fuori le madri prima che inqui­nino un testo, «è un’esigenza del romanzo, non del roman­ziere», scrive Tói­bín. Il quale si avven­tura a soste­nere, in modo evi­den­te­mente pro­vo­ca­to­rio, che «il romanzo non è una favola morale o un’esplorazione del ruolo dell’individuo nella società; e non sta a noi amare o dete­stare i per­so­naggi di una fic­tion, o giu­di­care il loro valore o usarli come modello per impa­rare a vivere. Que­ste sono cose che pos­siamo fare con la gente reale o, nel caso, con i per­so­naggi sto­rici, che sono carne da ban­chetto per mora­li­sti. Un romanzo è un dise­gno, è un insieme di stra­te­gie, ed è in qual­che modo più vicino alla mate­ma­tica o alla fisica dei quanti che all’etica o alla sociologia».

Un dise­gno un po’ par­ti­co­lare, viene voglia di com­men­tare: che risponde, sì, a equi­li­bri e sim­me­trie, ma richiede soprat­tutto sacri­fici umani.

*

Leggi Colm Tòi­bìn su wikipedia

 

 

 




Share |

     luglio 30, 2012 Pubblicato in Articoli, Autori -       Leggi Tutto
  • Add to Google
  • Facebook
  • Twitter
  • RSS Feed

Lascia un Commento