Enrique Vila-Matas/Solo i romanzi dicono la verità



Ripro­po­niamo qui l’intervista allo scrit­tore spa­gnolo, a cura di Elena Stan­ca­nelli, apparsa ieri, 30 luglio 2012, sul quo­ti­diano La Repubblica–

 

 

Mi pia­ce­rebbe riu­scire a ren­dere con le parole tutti quei silenzi. Il modo in cui, alla fine di una frase, Enri­que Vila-Matas si fer­mava e mi guar­dava senza par­lare, con i suoi occhi gran­dis­simi. E quando final­mente mi deci­devo io a dire qual­cosa, lui mi inter­rom­peva e, dal pro­fondo del suo sem­plice stare, mi diceva una cosa sublime. Non si deve mai tor­nare su una sto­ria d’amore finita, per esem­pio. Per­ché se ti volti indie­tro, se rifai la strada al con­tra­rio la prima cosa che incon­tre­rai, di quell’amore, è la sua morte. Nato a Bar­cel­lona nel 1948, Vila-Matas ha scritto saggi, romanzi e rac­conti. È uno scrit­tore che scrive di let­te­ra­tura anche quando rac­conta il mondo, che non cono­sce il pec­cato di realtà.

Nel salotto di un albergo ele­gante, men­tre fuori il caldo bru­ciava la città, gli ho chie­sto di par­larmi d’amore.

È un argo­mento dif­fi­cile. Vede, il tema dell’amore è stret­ta­mente legato a quello della verità. Nel 1939, un autore fran­cese scrisse un sag­gio, inti­to­lato L’amore e l’occidente (Riz­zoli). Denis de Rou­ge­mont, que­sto era il suo nome, soste­neva che nel nostro mondo l’amore fosse fon­dato su un’idea nar­ci­si­stica. Par­tendo dal mito di Tri­stano e Isotta, spiega che ciò di cui noi fatal­mente ci inna­mo­riamo, non è l’altro, ma l’idea stessa di amore. Che appunto pre­scinde dalla per­sona amata, ed è invece un’auto-esaltazione di colui che ama, del suo corag­gio nell’affrontare gli osta­coli. Un amore-martirio, infe­lice e non sen­suale, che si esau­ri­sce nella pas­sione che bru­cia. Que­sto con­cetto, cen­trale nella poe­sia tro­ba­do­rica e i romanzi medie­vali, è arri­vato intatto fino ai nostri giorni. C’è una scena bel­lis­sima ne Il Grande Gatsby di F. S. Fitz­ge­rald, ce ne sono tante in verità in quello che io con­si­dero forse la più per­fetta sto­ria d’amore mai raccontata.

Ma quella a cui mi rife­ri­sco è il primo incon­tro tra Gatsby e Daisy, dopo cin­que anni. Nick ha invi­tato la ragazza a pren­dere un the a casa sua, su sug­ge­ri­mento di Gatsby. Vuole andar­sene, lasciarli soli. Ma loro insi­stono che rimanga. Per­ché, si chiede Nick. “Forse”, scrive Fitz­ge­rald, “la mia pre­senza li faceva sen­tire più pia­ce­vol­mente soli. È una frase sibil­lina. Siri Hust­vedt, la scrit­trice moglie di Paul Auster, ha par­lato di que­sto momento in un suo sag­gio. Mi piace molto quello che dice: l’amore, scrive Hust­vedt, per esi­stere ha biso­gno di essere visto. È una cop­pia com­po­sta da tre per­sone. Forse essere inna­mo­rati, amare, è una con­di­zione tal­mente inef­fa­bile che solo un testi­mone può ren­derla credibile, reale. Forse Daisy aveva biso­gno di Nick per “vedere” il suo amore per Gatsby”.

Si pos­sono rac­con­tare solo gli amori infelici?

Non neces­sa­ria­mente. Nabo­kov per esem­pio è uno scrit­tore che ha saputo descri­vere anche amori leg­geri, com­piuti. Però è vero che i più bei romanzi d’amore rac­con­tano di pas­sioni che spez­zano la vita. Amori che sono malat­tie, come quello tra Hea­th­cliff e Cathe­rine, in Cime Tem­pe­stose di Emily Bronte. Eterni, indis­so­lu­bili. Amori dispe­rati, come quello di Adele H, la figlia di Vic­tor Hugo, per quello stu­pido tenente fran­cese, nel film di Truf­faut. Il più sublime esem­pio di amore che tra­scende la vita stessa, è quello rac­con­tato da Hit­ch­cock in Ver­tigo (La donna che visse due volte). Il legame che uni­sce il pro­ta­go­ni­sta, James Stewart a Kim Novak, nel dop­pio ruolo di Madeleine/Judy. Chi è la donna di cui dav­vero lui si inna­mora? Un fan­ta­sma del pas­sato che lui rico­strui­sce con pazienza nel corpo di lei, tra­sfor­man­dola in quello che il suo desi­de­rio sta cer­cando. Que­sta sto­ria ci rivela la com­ples­sità e il mistero di quello che chia­miamo l’amore pas­sio­nale. Che si con­trap­pone all’amore quieto e razio­nale che costi­tui­sce la base dei cosid­detti matri­moni per convenienza.

Chi può dire quale delle due con­di­zioni garan­ti­sce mag­giore durata e felicità?

Quel che è certo è che l’amore, in qual­siasi forma, è l’unico sen­ti­mento che ci intro­duce all’idea dell’altro, che ci per­mette di uscire dalla con­di­zione strin­gente dell’identità, dell’io nevri­ti­ca­mente arroc­cato in se stesso, e cono­scere il mondo”.

L’amore dun­que fa male ma è necessario.

È ine­lu­di­bile. Come il dolore del resto. Miguel Deli­bes, uno scrit­tore spa­gnolo, ha scritto un romanzo il cui pro­ta­go­ni­sta è un bam­bino. La som­bra del ciprés es alar­gada si inti­tola, è un libro del 1947. Que­sto bam­bino perde improv­vi­sa­mente il suo migliore amico e decide che mai più sen­tirà amore per qual­cuno per non sof­frire della sua per­dita. È que­sto che pen­siamo tutti quanti ogni volta che un amore fini­sce. Ma è assurdo, e infatti nes­suno man­tiene la pro­messa. E con­ti­nuiamo a inna­mo­rarci, sba­gliare, ripro­vare. Ricordo un rac­conto di Adolfo Bioy Casa­res, la sto­ria di un uomo che amava una donna. A un certo punto però, decide di lasciarla. Il motivo è che si è reso conto che lei ha un difetto. Non spiega quali sia que­sto difetto, ma è suf­fi­ciente a far­gli deci­dere di separarsi. Quell’uomo, dopo qual­che tempo, incon­tra un’altra donna e se ne inna­mora. Si fidanza con lei, ma dopo un po’ sco­pre che que­sta donna ha un difetto. Lo stesso difetto della pre­ce­dente. E la lascia. E così anche un terza volta. L’amore ci inganna, facen­doci pen­sare che ci sia qual­cosa oltre, qual­cosa di meglio, di più bello. Un’altra per­sona più adatta per noi. Ma la verità è che il difetto è in noi, e lo ritro­ve­remo sem­pre, in chiun­que incontriamo”.

Il tema dell’amore e quello della bel­lezza sono legati?

Credo pro­prio di sì. La bel­lezza è uno sguardo, e una per­ce­zione. Sophie Calle, l’artista fran­cese, fece un giorno una per­for­mance riu­nendo un gruppo di per­sone cie­che. Chiese loro, a turno, quale fosse la loro idea di bel­lezza. Mi ricordo di una ragazza che rispose Alain Delon. Che, ovvia­mente, non aveva mai visto. Per­ché? La mia rispo­sta è che la ragazza per­ce­piva l’intensità della pas­sione, dell’amore che quell’uomo susci­tava nelle per­sone, e lei col­le­gava appunto quel sen­ti­mento con l’idea di bel­lezza. I due temi sono stret­ta­mente legati anche in un’altra grande sto­ria d’amore, quella di Sten­d­hal per l’Italia. Lo scrit­tore si inna­mora di tutto, tutto gli sem­bra straor­di­na­rio. Entra in una cucina, dove c’è una donna che sta dando da man­giare al suo bam­bino. Si inna­mora di quella donna, della pla­cida bel­lezza che emana la scena. Ne parla Roland Bar­thes nell’ultima con­fe­renza che stava scri­vendo prima di morire. Bar­thes è alla sta­zione di Milano e deve pren­dere un treno not­turno per Lecce. Scrive: “Lecce, il mistero di una città estrema, e sta di nuovo par­lando dell’amore”.

C’è un per­so­nag­gio della let­te­ra­tura di cui lei è innamorato?

Cer­ta­mente Anna Kare­nina. E in par­ti­co­lare nel capi­tolo 29, quando in treno, in viag­gio da Mosca a San Pie­tro­burgo, tira fuori dalla borsa una lan­ter­netta, la attacca al brac­ciolo della pol­trona e si mette a leg­gere un “romanzo inglese”. Sullo stesso treno viag­gia anche Vronk­sij, ma lei non lo sa ancora. Lo sco­prirà sol­tanto quando scen­derà alla sta­zione. È una scena straor­di­na­ria: la donna, la lam­pada, il treno che corre nella notte, e le vicende del libro che scor­rono paral­lele. Clau­dia Car­di­nale in La ragazza con la vali­gia di Zur­lini, è stato un altro grande amore per me. E anche Jeanne Moreau in La Notte di Antonioni…molte, in verità”.

C’è uno scrit­tore del quale avrebbe voluto leg­gere una sto­ria d’amore e invece non l’ha mai scritta?

Patri­cia High­smith. C’è un’ultima cosa che vor­rei dirle: le sto­rie d’amore più belle sono quelle che ognuno di noi vor­rebbe aver vis­suto. L’ostinata ricerca di Fabri­zio del Dongo ne La cer­tosa di Parma di Sten­d­hal, la devo­zione di Dante per Bea­trice, la pas­sione per Elena, l’invenzione di Dul­ci­nea da parte di Don Chi­sciotte, ma soprat­tutto, come le dicevo, l’amore puris­simo di Gatsby per Daisy. Ricor­derà la scena in cui lui le mostra tutte le sue cami­cie e lei scop­pia a pian­gere. In que­sto romanzo, ognuno inventa se stesso, il suo pas­sato, la sua iden­tità. Eppure una verità pro­fonda per­corre tutto il libro. “Sono veri, lo cre­de­rebbe mai?”, dice quello strano per­so­nag­gio, “con gli occhiali da civetta” al cospetto dell’enorme quan­tità di libri rac­colti nella biblio­teca di Gatsby. Sol­tanto lui, di tutte le per­sone che riem­pi­vano le feste e la vita di Gatsby, si pren­derà la briga di essere pre­sente al fune­rale. Scom­pa­iono tutti, come la luce verde. Da dove veni­vano, per­ché erano lì, qual­cuno li aveva invi­tati? “Io”, dice a un certo punto il nar­ra­tore, “ero stato dav­vero invitato”. Non le sem­bra una per­fetta meta­fora di quello di cui stiamo par­lando? Ognuno di noi crede di essere stato invi­tato dav­vero, e per­so­nal­mente, all’amore”.

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Leggi Enri­que Vila-Matas su wiki­pe­dia

 

 




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     luglio 31, 2012 Pubblicato in Autori, Interviste -       Leggi Tutto
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