Alessandro Sandini/Stupro
Mamma e papà erano in rotta da qualche tempo. Lui l’accusava di farsela con Frenetti, il nostro vicino. Voleva che lei lo ammettesse, ne aveva bisogno. Sarebbero stati pari. L’aveva picchiata per anni, chirurgicamente, mirando alle caviglie, agli avambracci, accusandola di flirtare e ammiccare agli altri uomini. Mamma, che era sempre stata una bella donna e che amava mettersi in ghingheri, da allora non aveva più indossato un vestito. Solo maglie lunghe e pantaloni.
Lei aveva sempre negato. “Finché morte non ci separi”, diceva sempre, stroncando sul nascere ogni sua recriminazione. Per ripicca, papà iniziò a masturbarsi lasciando aperta la porta del bagno. La voleva turbare. Stava seduto con le gambe divaricate, gli occhi serrati e il pugno chiuso sul pene. Dava delle frustate con il polso, su e giù, come se avesse un attacco epilettico. Urlava sconcerie e dialoghi da film porno. In uno di questi, mamma era l’insaziabile cortigiana del conte Penetti. Quando accadeva, lei alzava il volume della radio e andava ad accostare la porta con fare disinteressato. Fu così che papà, nella disperata ricerca della sua ammissione, cominciò a usarmi per il suo sporco scopo. Trovava ogni scusa buona per strusciarmi addosso, palparmi il sedere, il seno. Lo faceva sempre quando lei era nei paraggi, come se fosse un perverso gioco erotico.
“Aspetta”, diceva fermandomi sulla soglia mentre allegra mi preparavo a uscire. “Non vorrai mica andartene via in quel modo?”, oppure “Da quand’è che ti sono spuntate due tette così grosse?”. E mi sistemava la camicetta tastandomi i seni, come se stesse girando il pomo d’ottone di una porta. Io restavo immobile, sperando che mamma entrasse e assistesse alla scena, intervenisse — ero convinta che ignorasse il tipo di uomo che aveva sposato e che fosse mio, il compito di aprirle gli occhi. Ma non accadeva mai, aveva un sesto senso per farsi trovare sempre da qualche altra parte.
Erano le due del pomeriggio quando entrai nel capanno degli attrezzi. Presi il rastrello e mi nascosi. A quell’ora, dopo aver sonnecchiato per un po’, papà riprendeva i lavori nei campi. Dieci minuti dopo, spalancò la porta di legno. Lo vidi guardarsi attorno in cerca degli attrezzi. Quando mi scorse, feci un balzo in avanti e tentai di colpirlo. Lui schivò il colpo, ferendosi lievemente il braccio. Poi, successe una cosa strana. Rimase in silenzio, a guardarmi, come se volesse memorizzare tutti i dettagli della scena: il rastrello ora a terra, la mia fronte sudata, le pagliuzze di fieno tra i miei capelli.
Sorrise divertito. Lentamente indietreggiò, e senza staccarmi gli occhi di dosso tastoni cercò la maniglia della porta. “Stanotte, camera tua”, disse muovendo il bacino simulando un amplesso.
Erano le tre di notte quando sentii un passo pesante, irregolare. Riconobbi mio padre che strascicava la sua gamba offesa. Era successo arando il campo dietro casa. Aveva messo in folle il trattore per liberare la strada da una balla di fieno che invece era schizzato in avanti schiacciandogli la gamba.
Lo sentii girare la maniglia della porta. Quando si accorse che era chiusa a chiave, scrollò la porta, bestemmiò, mi minacciò. Poi, se ne andò via. Non mi alzai nemmeno per andare in bagno. Per sicurezza, mi ero portata il vaso da notte del nonno.
Era mattina, quando mi alzai. Guardai fuori dalla finestra. Il cielo era grigio e tirava del vento. I rami degli alberi, spogli e scheletrici, assomigliavano a braccia protese inneggianti la pioggia. Il carretto con cui mio padre va in giro a vendere i suoi ortaggi, non c’era. Aprii la porta con cautela, ma mi accorsi che qualcosa la bloccava. Solo qualche secondo dopo, da un pertugio, capii che era papà: stava sdraiato a terra, in pigiama. Aveva passato la notte davanti all’uscio di camera mia.
Feci l’errore di cercare di uscire dalla stanza. Lui non stava dormendo, era sveglissimo. Si alzò in piedi di colpo, il suo fiato era corto, come quello di un cane dopo una battuta di caccia. Mi mise una mano sulla bocca e mi trascinò dentro in camera. Gli morsicai le dita, urlai più forte che potei. Mi spinse sul letto, mi spostai velocemente verso la parte che dava sulla finestra. Non so cosa avevo in mente di fare. Tentai di aprire la finestra. Volevo buttarmi di sotto? Volevo uccidermi?, nemmeno ora so dirlo con certezza.
Si tuffò sul letto — come un giocatore di rugby che tenta la meta – e mi afferrò le caviglie.
Mi prese ai fianchi e mi sbatté sul letto — come un judoka atterra il suo avversario.
Si sedette su di me, cavalcioni. I suoi pettorali assomigliavano a due manate troppo generose di colore, che lentamente, per via della forza di gravità, si stavano scollando dalla tela. Lo stomaco era gonfio e sembrava inghiottire il suo ombelico. Mi girò di spalle. Stesa a pancia in giù cercò di togliermi il reggiseno. Armeggiò inutilmente con il ferretto. Poi, mi distese le braccia e me lo sfilò dalla testa — le bretelle mi s’incastrarono tra le orecchie, me ne liberò con uno strattone facendomi male.
Si fermò, lo sentii sogghignare, poi fece correre l’elastico delle mie mutandine. Prima sulle anche, poi sulle cosce. All’altezza delle caviglie, me le abbassò senza tergiversare ma mi s’infilarono tra le dita dei piedi. Diede uno scrollone, come fanno i pescatori con il pesce rimasto impigliato nella rete.
Mi girò pancia in su. Sentendomi improvvisamente nuda, mi coprii il sesso con le mani. Fu una reazione istintiva, non volevo innervosirlo. Lui me le strappò via come se stesse estirpando le erbacce dell’orto. S’inumidì il dito, me l’infilò tra le gambe.
“Mamma!”, urlai.
“Figlia di troia”, disse a voce bassa. “Scommetto che la prima cosa che farai sarà andare a dirglielo, dimmi se non è vero?”. La sola ipotesi lo eccitava.
Poi, sentii il suo pene farsi largo dentro di me. Strinsi i denti. Immaginai stesse “cercando il ritmo”. Era un’espressione che gli piaceva. Cercava il ritmo quando disossava il terreno per piantare un melo che due anni dopo dava dei bei frutti da vendere al mercato; cercava il ritmo quando, di domenica, metteva sul giradischi un vecchio 45 giri e cingeva da dietro mia madre, che si spaventava a sentirlo arrivare di soppiatto.
Sollevai d’istinto il busto per vederlo bene negli occhi. Mi spinse giù premendomi sul petto con il palmo della mano, come se volesse raddrizzare un’asse sbilenca. Poi, i suoi colpi di reni divennero più forti, violenti, disperati, e sentii il suo seme caldo e appiccicoso. Mi girai in un fianco e lo lasciai colare lentamente sulle lenzuola.
Subito dopo si alzò e lo vidi andare verso il bagno. Lo sentii accendere il getto della doccia. Presi il vaso da notte e lo seguii. Quando si accorse di me, spostò la tenda della doccia con un gesto secco. Mirai alla testa, gli tirai il vaso contro. Gli si aprì una ferita sulla fronte, e il sangue si mischiò alla pipì.
Quando tornai in camera presi le lenzuola. Le strascicai come se stessi trascinando un animale morto per la coda. Giù per le scale, per il salone.
Quando passai per la cucina, mamma non s’accorse di me. Era girata di spalle, preparava la colazione – uova strapazzate – e la radio era accesa. Quando le fui alle spalle, le strinsi le lenzuola attorno al collo. E tirai. Tirai più forte che potei. Sbattemmo contro il frigo, poi contro poi contro il tavolo della cucina e infine contro lo stipite della porta. Strinsi le lenzuola al suo collo fino a quando smise di respirare. Poi, m’incamminai verso la stazione di polizia.
“Non colpevole”, dissi all’ufficiale che mi aprì, e alzai le mani dietro la testa.
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Alessandro Sandini è nato a Vicenza nel 1984. Vive a Cesena.































