Philippe Djian/Siamo tutti assassini, uccidiamo la persona che non riusciamo ad essere



Ripro­po­niamo qui l’intervista allo scrit­tore fran­cese, a cura di Anais Ginori, apparsa sul quo­ti­diano La Repub­blica del 29 luglio 2012–

 

 

Lavo­ravo per un assas­sino”. È l’ inci­pit del nuovo romanzo di Phi­lippe Djian che, fedele a se stesso, tra­scina subito il let­tore in un intrigo di per­so­naggi e atmo­sfere che per due­cento pagine non danno tregua.

Come la piog­gia tor­ren­ziale che cade su Héno­ch­ville, una pic­cola città di mon­ta­gna domi­nata da una fab­brica che dà lavoro ai suoi abi­tanti men­tre uccide, inqui­nan­dolo, il fiume della regione. L’ acqua, sor­gente di vita e di morte, è l’ ele­mento natu­rale nel quale si muove Patrick Shea­han, il pro­ta­go­ni­sta alle prese con uno strano sequestro.

Assas­sini è primo volume di una tri­lo­gia che l’ edi­tore Voland pub­blica adesso, quasi diciotto anni dopo la sua uscita in Fran­cia, pro­se­guendo la risco­perta delle opere di uno degli autori fran­cesi più di culto, del quale Michel Houel­le­becq e altri si sen­tono discepoli.

«Non sono mae­stro di nes­suno. Ho fatto solo prima di altri quello che nes­suno osava fare in Fran­cia», rac­conta ora Djian, 63 anni, diven­tato famoso negli anni Ottanta con 37 °2 al mat­tino poi adat­tato al cinema da Jean-Jacques Beineix.

Com’ è nata l’ idea di que­sta trilogia?

«Dopo così tanti anni posso dirlo, forse c’ è la pre­scri­zione. Con­fesso: all’ ini­zio non avevo in mente nes­suna serie. Antoine Gal­li­mard, dopo aver letto Assas­sini, aveva com­men­tato che era un romanzo troppo breve, quasi incom­piuto. Rimasi sor­preso e, improv­vi­sando, risposi che in realtà si trat­tava di una tri­lo­gia. Ma fino a quel momento non ci avevo asso­lu­ta­mente pensato».

Com’ è riu­scito allora a dare un ordine ai tre romanzi?

«In Assas­sini ci sono i per­so­naggi che abi­tano sul lato sini­stro del fiume, men­tre nel secondo volume, Cri­mi­nels, ci sono quelli del lato destro. È solo in Sainte-Bob, nome del fiume e titolo dell’ ultimo libro, che si sco­pre che il nar­ra­tore è uno scrit­tore e tutto il resto diventa chiaro».

Assas­sini, al plu­rale. Chi sono?

«Un assas­sino è chi uccide una vita che avrebbe voluto vivere. Mel­ville diceva: “Resta fedele ai sogni della tua gio­vi­nezza”. Pur­troppo capita molto rara­mente. Siamo tutti degli assas­sini. Ucci­diamo len­ta­mente la per­sona che non riu­sciamo a essere».

Tro­vare un inci­pit fol­go­rante è sem­pre necessario?

«Senza, non comin­cio nep­pure. Quando fini­sco un libro, per due o tre mesi non penso più a niente. Poi, di colpo, torna il desi­de­rio, la voglia di scrivere.A quel punto non rifletto mai sulla trama o sui per­so­naggi. Mi ven­gono in mente solo una serie di frasi. Una di que­ste diventa l’ ini­zio del nuovo romanzo. Allora posso par­tire per il viag­gio. Senza sapere dove mi porterà».

La nar­ra­zione di Assas­sini si svi­luppa quasi inte­ra­mente a porte chiuse, con molti dialoghi.

«Uno scrit­tore nonè un filo­sofo, uno sto­rico o un socio­logo. Credo che sia soprat­tutto qual­cuno che costrui­sce il lin­guag­gio. Nel mio caso,i dia­lo­ghi sono spesso lo stru­mento let­te­ra­rio più com­plesso per raf­fi­nare lo stile, cer­cando nelle pie­ghe della grammatica».

Si defi­ni­rebbe, come soste­neva Céline, un “homme à style”, un autore di puro stile?

«Certo, per­ché sono con­vinto che con Sha­ke­speare tutto sia già stato rac­con­tato. Céline diceva anche: “Se volete leg­gere delle sto­rie, com­prate i gior­nali”. Uno scrit­tore è fon­da­men­tal­mente un arti­giano di parole. Sono sem­pre alla ricerca di una frase che con­tenga il mondo intero, come mi è capi­tato di tro­vare con Ray­mond Car­vero altri. Henry Mil­ler, Vla­di­mir Nabo­kov, Ernest Heming­way: scrit­tori che, attra­verso lo stile, hanno cat­tu­rato la melo­dia di un’ epoca».

Quindi li con­si­dera anche superati?

«Per raf­fi­gu­rare il mestiere dello scrit­tore fac­cio spesso un esem­pio. È come tenere accesa una radio che grac­chia men­tre cer­chi di sin­to­niz­zarti su qual­cosa. Oggi la sta­zione di Car­ver e Heming­way forse non tra­smette più un suono nitido, pulito. La lin­gua è viva, si tra­sforma. Biso­gna risco­prire il liri­smo o raf­for­zare il mini­ma­li­smo? Non saprei. A me piace spe­ri­men­tare. Posso scri­vere frasi appa­ren­te­mente liri­che e poi inter­rom­perle con un improv­viso “ecce­tera”, come si usa oggi. In un libro ho inse­rito un pol­lice nero alzato all’ ini­zio di ogni para­grafo, per­ché credo che i segni fac­ciano parte del nostro presente».

Nel 1981 Gal­li­mard aveva rifiu­tato il suo primo libro, in quanto “al di fuori della letteratura”.

«Aveva ragione. Quando ho ini­ziato in Fran­cia non esi­steva que­sta volontà di sin­to­niz­zarsi con la melo­dia di un’ epoca. C’ era ancora un’ idea otto­cen­te­sca della let­te­ra­tura. Oggi quello che scrivo è meno sor­pren­dente. Ci sono autori come Houel­le­becq o Vir­gi­nie Despen­tes. Non voglio arro­garmi nes­suna pater­nità. Scri­vere non è una gra­zia che cade dal cielo. Solo duro lavoro».

La disturba quando la pre­sen­tano come il più ame­ri­cano degli scrit­tori francesi?

«È una defi­ni­zione senza senso. L’ unica cosa vera è che gli autori ame­ri­cani mi hanno segnato pro­fon­da­mente quando avevo vent’ anni. A quell’ età un libro non deve solo pro­vo­care emo­zioni ma aprire porte, aiu­tare a costruire un punto di vista. È quel che è suc­cesso a me dopo aver letto Il gio­vane Hol­den. Dopo, non vedi più il mondo con gli stessi occhi. È stato allora che ho deciso di fare lo scrittore».

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Leggi Phi­lippe Djian su wikipedia




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     agosto 1, 2012 Pubblicato in Autori, Interviste -       Leggi Tutto
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