Harold Brodkey/Lo stato di grazia



Esi­ste una par­ti­co­lare gra­da­zione di mat­toni rossi — un rosso cupo, quasi melo­dioso, pro­fondo e venato di blu — che è la mia infan­zia a St. Louis. Non l’infanzia vera: ma quella finta, che si estende dal primo albeg­giare della con­sa­pe­vo­lezza fino al giorno in cui si lascia la casa per entrare all’Università. Quella gra­da­zione di mat­toni rossi e fogliame verde è St. Louis in estate (l’inverno è sol­tanto un cielo gri­gio e un auto­bus affol­lato e impronte umide sul pavi­mento di lino­leum della scuola), e quei mat­toni e un cielo pal­lido sono la pri­ma­vera. Sono anche la soli­tu­dine e lo strano, mor­ti­fi­cato stu­pore del bam­bino la cui fami­glia è stata col­pita da una serie di sventure.

Ricordo bene quel colore di mat­toni, soprat­tutto sul retro della nostra casa; era su tutte le case di quell’isolato e anche su quella dove abi­tava Edward — un bam­bino al quale badavo le sere in cui i suoi geni­tori anda­vano fuori. Venendo da scuola, pas­sato il viale e i suoi orrori (la visione dei negozi di cia­bat­tino, i magaz­zini di arti­coli da pochi cen­te­simi, i par­ruc­chieri, i negozi di ani­mali dome­stici, il tea­tro di Tivoli e l’allora chiuso Pigglv-Wiggly, che sarebbe poi diven­tato “Da Kro­ger”), pas­sato il posto dove sor­geva il tem­pio mas­so­nico costruito nello stile di un antico monu­mento egi­zio e i due enormi pie­di­stalli di cemento che fian­cheg­gia­vano il viale (che cosa soste­nes­sero non rie­sco a ricor­darlo, ma su cia­scuno di essi, dipinto in mar­rone, c’era un grosso cuore e l’informazione che una certa Erica amava un certo Peter), pas­sato l’ufficio postale, costruito ai tempi della depres­sione, in mat­toni gialli e cromo, mi affret­tavo verso il momento in cui final­mente, sull’altro lato della strada, oltre il viale che por­tava all’autorimessa degli Appar­ta­menti Castle­reagh, sarei arri­vato dove comin­cia­vano gli alberi, le grandi case di mat­toni rosso scuro e la vuota quiete.

Nel mezzo di quella quiete e di quei mat­toni rossi, c’era il mio quar­tiere, il luogo ter­ri­bil­mente fami­liare, dov’ero un esule meno a disa­gio che in qual­siasi altro posto. Lì c’erano due robi­nie, che mi sem­bra­vano tanto belle, forse per­ché erano pic­cole e potevo abbrac­ciarle non sol­tanto con la mente o con il cuore ma pro­prio con le mani. Poi veniva una casa in mat­toni rossi (ma non pro­prio della sfu­ma­tura giu­sta) dove viveva un ragazzo che cono­scevo e due bel­lis­simi fra­telli, i quali erano anche forti e gen­tili ma molto più vec­chi di me e asso­lu­ta­mente privi di ogni inte­resse nei miei con­fronti. Poi, un vicolo asfal­tato e un altro pano­rama, che tro­vavo orrendo ma tri­ste­mente con­for­tante, di auto­ri­messe, buche per la cenere, pali del tele­grafo e cor­tili delle case ad appar­ta­menti — com­presa la nostra su un lato, e di cor­tili delle case padro­nali sull’altro. Cono­scevo parec­chia gente degli appar­ta­menti ma nes­suno delle case padro­nali e que­sta era per me, natu­ral­mente, la prova defi­ni­tiva della dolo­rosa mise­ria nella quale ero caduto, della pro­fon­dità del mare che mi aveva som­merso. Ero pro­prio sul fondo e guar­davo in alto, attra­verso l’acqua, attra­verso le mobili stri­sce di luce… attra­verso, oh! com­pli­ca­zioni infi­ni­ta­mente più nume­rose di quelle che potessi

affron­tare, guar­davo una barca a vela sospinta dal vento, un ragazzo che aveva una fami­glia, una casa, come tutti gli altri.

Avevo tre­dici anni, ero alto un metro e ottanta e pesavo ses­san­ta­cin­que chili. Per quanto mi rodessi fero­ce­mente per il mio aspetto (avevo orec­chie spor­genti e capelli che sem­bra­vano fil di ferro) sapevo però anche di essere attraente. Qual­che ragazza mi aveva sor­riso, ma nes­suna di quelle che avrei potuto amare e certo nes­suna di quelle sette o otto divine della scuola secon­da­ria che fre­quen­tavo. Fin dal secondo anno, avevo avuto sem­pre i voti più alti — più alti di chiun­que altro avesse mai fre­quen­tato quella scuola — e sba­lor­divo i miei com­pa­gni. Quel che più li sba­lor­diva era che, per quanto pote­vano vedere, non mi costava alcuno sforzo; era come un gioco di pre­sti­gio. Non mi impor­tu­na­rono, non mi tor­men­ta­rono mai; mi lascia­rono sem­pli­ce­mente in disparte. Ma ero cono­sciuto come “l’enciclopedia ambu­lante” e l’unica cosa che fui capace di fare, in que­sta situa­zione, fu rin­chiu­dermi in me stesso. Guar­dando indie­tro, sono quasi certo che avrei potuto avere amici, se avessi saputo fare il passo giu­sto, e che a tenerli lon­tani da me non era la mia con­di­zione, ma il mio orgo­glio sco­stante; però non ne sono sicuro. Avevo pochis­simi vestiti e anche quei pochi me li aveva pas­sati un cugino più grande. Non riu­scii mai a vestirmi come gli altri ragazzi.

Il nostro appar­ta­mento era al terzo piano. Di solito, salivo per le scale poste­riori, esterne all’edificio e soste­nute da un’intelaiatura di acciaio. Le pre­fe­rivo, una forma mor­bosa, come toc­carsi un punto dolente per assi­cu­rarsi che ci sia ancora — per­ché erano ripide e brutte, con i bidoni della spaz­za­tura sui pia­ne­rot­toli e la bian­che­ria stesa fuori ad asciu­gare, men­tre la porta prin­ci­pale si apriva su un cor­tile dove cre­sce­vano cespu­gli di rose e le scale erano di un marmo locale giallo chiaro, fre­sco e pia­ce­vole agli occhi e al tatto. Arri­vato alla nostra porta, aprivo la zan­za­riera e chia­mavo forte per vedere se mia madre era in casa. Se non c’era, voleva dire, di solito, cheera andata a tro­vare mio padre, il quale ago­niz­zava da quat­tro anni all’ospedale e ne avrebbe impie­gati altri due per morire del tutto. Per quel che ne so, que­sto fu l’unico segno di carat­tere che mostrò in tutta la sua vita e sup­pongo non fu cosa da poco, ma io spe­ravo, qual­che volta per­sino pre­gavo, che morisse — non sol­tanto per­ché così non avrei più dovuto tor­nare all’ospedale, dove le camere dalle pareti bian­che erano piene di odori e di vec­chi amma­lati (e di una tan­gi­bile paura che mi dava la sen­sa­zione di un’interiore caduta senza fine, come quando si affonda nell’inconscio sotto l’effetto dell’anestetico), ma per­ché mia madre avrebbe potuto rispo­sarsi e farci tutti ric­chi e felici un’altra volta. A quel tempo, era ancora pia­cente, ancora accesa dalla strana incan­de­scenza della bel­lezza fisica e c’era un uomo che l’aveva amata per vent’anni e l’amava ancora e voleva spo­sarla. Desi­de­ravo tanto che mio padre morisse, ma lui non si deci­deva. Se mia madre era in casa mi pre­pa­ravo a qual­cosa di sgra­de­vole, per­ché a lei non pia­ceva che mi sedessi e mi met­tessi a leg­gere; dete­stava vedermi leg­gere. Voleva man­darmi fuori, all’aria aperta, dove sarei potuto diven­tare un atleta ed essere un ragazzo come gli altri, cono­sciuto e apprez­zato da tutti. La riem­piva di rab­bia vedere che non le davo ascolto e aprivo un libro; una volta mi si pre­ci­pitò addosso, il viso acceso di col­lera, afferrò il libro

(doveva essere Orgo­glio e pre­giu­di­zio), e lo sca­ra­ventò dalla fine­stra del terzo piano. Allora, me ne restai seduto e ten­tai un sor– risetto sprez­zante, pen­sando che fosse un po’ pazza, con quella sua rab­bia esa­ge­rata, e così sciocca da non capire che potevo anche non essere come lei mi voleva. Ma adesso penso — forse con malin­co­nia — che fosse sol­tanto dispe­rata, spinta agli estremi dalla sua ansia di sal­varmi. Sen­tiva, sapeva, in realtà, che sarebbe venuto il momento in cui, come un acro­bata, avrei dovuto mon­tare sulle sue spalle e sulle spalle di tutte le cose che aveva fatto per mee get­tarmi in una vita che non poteva imma­gi­nare (la vita che sto con­du­cendo adesso) e se voleva man­darmi fuori avvolto in luo­ghi comuni, in un corpo da atleta, con il dovuto rispetto per il denaro, era per­ché pen­sava che que­sta fosse la più calda protezione.

Ma allora, a tre­dici anni, potevo solo chie­dermi come mai una per­sona tanto bella potesse essere tanto insop­por­ta­bile. Non so come, riu­sciva a farsi odiare ben più di quanto l’amassi, anche se poi, prima di addor­men­tarmi, avrei pen­sato al suo viso, lasciando che la memo­ria comin­ciasse dal deli­cato incur­varsi delle pal­pe­bre e inse­guisse tutto intorno il tenue gioco di ombre e di incavi e di ossa e il vago ricordo del suo petto caldo. Allora mi sem­brava che que­sta visione di lei, ritta in piedi in una mezza luce (come pro­ba­bil­mente dovevo averla vista una volta quando ero più pic­colo e a letto malato, forse, per quanto non rie­sca a ricor­darlo), fosse bella, per me, sol­tanto come il dise­gno di un anti­chis­simo tap­peto per­siano sbia­dito dal tempo. Nella mia visione, come nel tap­peto, potevo seguire le linee del dise­gno den­tro e fuori e pro­vavo un inde­fi­ni­bile pia­cere, ma non voleva dir quasi nulla per me, oppresso com’ero dal pro­blema di essere suo figlio.

Anche il fatto di essere ebreo mi dava fasti­dio, per­ché signi­fi­cava non poter essere mai uno degli eletti — i biondi atleti dal fascino disin­volto. Se la mia fami­glia fosse stata ricca, forse avrei sen­tito diver­sa­mente, ma ne dubito.

Mia madre aveva una cugina che io chia­mavo zia Rachele e di solito anda­vamo a tro­varla tre o quat­tro volte l’anno. Era una cosa che dete­stavo. Viveva in quello che chia­ma­vano il Ghetto, una zona di vec­chie case, nella parte com­mer­ciale di St. Louis, con pic­coli por­tici sul davanti e due porte, una al piano di sopra e una al piano di sotto. La mag­gior parte della gente viveva in quelle case sol­tanto in attesa di potersi tra­sfe­rire in un posto migliore; a nes­suno era mai pia­ciuto abi­tare là. E per queto, il quar­tiere si faceva notare per la sua tra­scu­ra­tezza; l’erba non era mai ben tagliata, le per­siane non veni­vano ridi­pinte, nes­suno si pren­deva cura del posto né lo amava. Era lì che vive­vano gli immi­granti quando arri­va­vano col treno da New York, prima di potersi tra­sfe­rire nella parte resi­den­ziale della città, negli appar­ta­menti vicino al Del­mar Bou­le­vard e magari nelle zone peri­fe­ri­che — Clay­ton, Laclede o Ladue. Zia Rachele viveva al piano di sotto. La stanza di sog­giorno era molto pic­cola e aveva una tap­pez­ze­ria color giallo scuro che la zia non cam­biò mai. E nean­che la puliva mai; una volta vi feci un segno per vedere se l’avrebbe pulita e lo ritro­vai sem­pre tale e quale. L’arredamento era vistoso e spa­ven­te­vole; era come quel momento dell’incubo in cui le cose si met­tono così male che uno decide di sve­gliarsi. A me toc­cava sem­pre sedere sul divano, un divano che si espan­deva in grandi curve rigon­fie di crine e di finto amoerro color

magenta scuro e mar­rone e verde scuro, in una stanza che non rice­veva luce da nes­suna parte. Al di là dalle vec­chie, con­sunte tende di satin, com­prate di seconda mano, c’era aria fre­sca e la luce del sole, ma non l’avreste mai saputo. Quello che zia Rachele era riu­scita a met­tere insieme, com­prando i mobili nei negozi più a buon mer­cato, era molto simile a una bicocca di cam­pa­gna. E c’erano sem­pre que­gli odori, di mine­stra di cipolle e di aglio e di bie­tole. Era l’unico posto in cui mi mostrassi sgar­bato verso mia madre in pub­blico. Era sem­pre pieno di gente che appena cono­scevo ma che cono­sceva me: dovevo esi­birmi. Mia madre mi diceva: “Di’ ai signori quali sono stati i tuoi voti sulla pagella”, oppure: “Recita la poe­sia che pia­ceva tanto a Miss Hun­ting­ton”. Era il momento in cui la sen­sa­zione di irrealtà si faceva più forte. Guar­dando indie­tro, adesso, penso che fosse la loro vee­mente pres­sione a spa­ven­tarmi; dovevo diven­tare ricco e famoso e dare così signi­fi­cato e valore a tutte le loro tribolazioni.

Ma io non volevo quella respon­sa­bi­lità. In ogni caso, se ero vera­mente desti­nato a diven­tare quello che volev ano diven­tassi e se dovevo essere quello che ero, era aspet­tarsi troppo da me che li accet­tassi così com’erano. Dovevo supe­rarli e disprez­zarli, ma prima dovevo essere con loro — e que­sto non era giusto.

Era come se le mie pal­pe­bre fos­sero tenute aperte a forza e dovessi vedere cose che non volevo vedere. Mi sen­tivo come se avessi preso parte a qual­cosa di ver­go­gnoso e per que­sta ragione non fossi più una per­sona per bene. Era come le mie prime espe­rienze ses­suali: e se qual­cuno fosse venuto a saperlo? Se tutti se ne fos­sero accorti?… Come dia­volo avrei mai più potuto essere fiero e spensierato?

Avevo letto troppi libri di scrit­tori inglesi e della Nuova Inghil­terra e volevo ormai solo cose gra­ziose e istrut­tive, veder sol­tanto case rive­stite di legno, bian­che su verdi prati. Potevo sem­pre con­so­larmi col pen­siero che il mio cer­vello mi avrebbe reso famoso (il cer­vello ser­viva a qual­cosa, no?), ma allora sareb­bero stati i miei bam­bini ad avere una buona infan­zia, non io. Io ero irre­vo­ca­bil­mente defrau­dato ed era l’irrevocabilità che mi faceva male e che alla fine mi allon­tanò da ogni ragio­ne­vole adat­ta­mento alla vita, fino a con­durmi alla con­vin­zione che i sogni dove­vano avve­rarsi o altri­menti non valeva pro­prio la pena di vivere. E se i sogni si avve­ra­vano, allora, in un modo o nell’altro, avrei avuto la mia infan­zia, un giorno.

Se mia madre era in casa quando tor­navo da scuola, poteva darsi mi dicesse che la signora Lein­berg aveva tele­fo­nato e voleva che andassi a badare ai bam­bini e allora mi tro­vavo immerso in un altro dei dilemmi di que­gli anni. Dovevo fare quel lavoro per gua­da­gnarmi i soldi della cola­zione a scuola e c’erano volte in cui, con­si­de­rando il dilemma che dovevo affron­tare dai Lein­berg, avrei pre­fe­rito non man­giare o man­giare poco piut­to­sto che fare il bam­bi­naio. Ma non c’era scelta. Mamma aveva già accet­tato per me e si era fatta pro­met­tere dalla signora Lein­berg di non fare molto tardi e non pri­varmi così del sonno. Di solito mi aveva già pre­pa­rato un panino imbot­tito da man­giare, in modo che potessi pre­ci­pi­tarmi là in tempo per con­sen­tire al signore e alla signora Lein­berg di andare fuori a pranzo. In ogni caso, man­giavo il mio panino leg­gendo, tanto per rifarmi, e poi

par­tivo. Men­tre andavo dai Lein­berg, scen­dendo per le scale di die­tro, don­do­lan­domi, come al solito, appeso alla rin­ghiera, per raf­for­zare i muscoli delle brac­cia, pen­savo con un senso di smar­ri­mento a quello che ero e desi­de­ravo che le cose fos­sero diverse, e non capivo me stesso né la mia soli­tu­dine né il senso di cru­dele pri­va­zione che la vista della strada sotto esprimeva.

C’era un breve tratto di strada tra il nostro cor­tile e l’edificio in cui abi­ta­vano i Lein­berg, ma facevo sem­pre una pic­cola devia­zione sino alle mie due robi­nie e mi fer­mavo qual­che minuto ad amarle; per quel che ne sapevo allora, non amavo niente altro.

Poi giravo a destra e attra­ver­savo la strada pas­sando accanto a un edi­fi­cio che for­mava un angolo retto con la strada, di fronte a una spe­cie di pic­colo pen­dio, che era stato una volta lo scavo fatto per un altro edi­fi­cio, mai costruito a causa della crisi. Dall’altra parte del pen­dio, c’era un gruppo di tre fab­bri­cati e il terzo era quello dei Lein­berg, con appar­ta­menti di almeno otto camere, la scala di ser­vi­zio incor­po­rata nell’edificio e le auto­ri­messe degli inqui­lini. Tutto ciò lo ren­deva spe­ciale e di lusso, qual­cosa di ecce­zio­nale nel quartiere.

Il signor Lein­berg aveva una fab­brica di pro­dotti far­ma­ceu­tici che andava molto bene. Lo giu­di­cavo un uomo in gamba ma non lo ricordo molto chia­ra­mente e potreian­che sba­gliare; a quei tempi non guar­davo mai gli uomini in fac­cia ma giravo la testa con un senso di timi­dezza e di imba­razzo: avreb­bero potuto indo­vi­nare quanto pro­fon­da­mente desi­de­rassi essere uno di loro.

Certo l’atmosfera di que­gli anni di guerra — era­vamo nel 1943 — era quella dei rapidi arric­chi­menti; per tutti quelli che pote­vano lavo­rare, natu­ral­mente. In ogni caso, egli si stava arric­chendo ed era sol­tanto que­stione di tempo e poi i Lein­berg si sareb­bero tra­sfe­riti, da quella casa di appar­ta­menti, a Laclede o a Ladue in una casa pro­pria da qua­ran­ta­mila dol­lari, con un acro o più di ter­reno intorno.

La signora Lein­berg era molto gra­ziosa; bruna come mia madre ma non così bella. Anzi­tutto, era troppo pic­cola; era alta sì e no un metro e mezzo e io tor­reg­giavo let­te­ral­mente sopra di lei. In secondo luogo, non era per niente regale. Ma non aveva mai i denti mac­chiati di ros­setto e i suoi vestiti erano quasi sem­pre nuovi e i suoi occhi, dolci. (Gli occhi di mia madre erano incom­pren­si­bili: un pal­co­sce­nico buio sul quale veni­vano rap­pre­sen­tate indi­stinte scene di folla, e tutto quello che uno poteva per­ce­pire era tumulto e dramma, né aveva impor­tanza quanto durasse l’attesa; le luci non si accen­de­vano mai e la scena non veniva mai spie­gata.) La signora Lein­berg mi invi­tava, di solito, a ser­virmi nel fri­go­ri­fero e poi mi scri­veva il numero di tele­fono del posto dove stava per andare. “Tieni Edward in fondo all’appartamento, così non distur­berà la pic­cola”, mi diceva. “Se la pic­cola si sve­glia, pren­dila in brac­cio imme­dia­ta­mente. E molto impor­tante. Non pren­devo mai su Edward e me ne pen­tirò sem­pre.” Lo diceva ogni volta, anche se potevo vedere Edward che spiava appiat­tato nel cor­ri­doio di disim­pe­gno, in attesa che i suoi geni­tori se ne andas­sero; allora avrebbe potuto cor­rere fuori e sal­tarmi addosso e il nostro mondo sarebbe tor­nato vivo un’altra volta. Egli

ascol­tava, il pic­colo viso — aveva sette anni — fatto smor­to­dalla ferita e dallo sforzo di pene­trare quella ferita per comprenderla.

La signora Lein­berg diceva ancora: “Tele­fo­nami, se la bam­bina si sve­glia”, e poi, in tono con­ci­liante, al marito: “Verrò a casa un momento per farla riad­dor­men­tare e tor­nerò subito alla festa”. Poi, a me: “Ma la bam­bina dorme quasi sem­pre, per­ciò non ti preoccupare”.

Andiamo, Greta. Lo sa che cosa deve fare”, diceva il signor Lein­berg, con impazienza.

Sen­tivo sem­pre una nota di disprezzo nella sua voce, disprezzo per la moglie, per Edward e per me. Me ne stavo lì, in piedi vicino al fri­go­ri­fero, guar­dando dall’alto in basso quei due pic­coli coniugi. Il padre di Edward aveva una voce gelosa e petu­lante. “Andiamo, Greta”, diceva spa­zien­tito, e a me: “Saremo a casa per le undici”.

Edward va a letto alle nove”, aggiun­geva la signora Lein­berg e la sua voce era acuta e simile a quella di un uccello, ma tre­mula di con­fu­sione e di incer­tezza. Poi era come spaz­zata fuori dalla porta prin­ci­pale, un ele­gan­tis­simo scam­po­letto di donna, nella scia del marito. Quando la porta si chiu­deva, Edward si pre­ci­pi­tava nell’ingresso e si aggrap­pava alle mie ginoc­chia, se stavo ancora guar­dando i suoi geni­tori, ma se ero rivolto verso di lui si but­tava con­tro il mio petto e nelle mie braccia.

A che cosa gio­chiamo, que­sta sera?”

Que­sta era la sua prima domanda e a me toc­cava pen­sare. Tre­mava di ecci­ta­zione per­ché sapevo inven­tare per lui gio­chi mera­vi­gliosi, come i suoi sogni a occhi aperti. Poi­ché era un bam­bino, si fidava di me quasi cie­ca­mente e io potevo fare qual­siasi cosa di lui. Fin­ché non andai all’Università e non comin­ciai final­mente a essere come tutti gli altri, ebbi sem­pre que­sto strano potere sui bambini.

Nella camera da letto di Edward c’era un grande arma­dio con uno scom­parto per i vestiti, un lavabo, un tavo­lino pie­ghe­vole e quin­dici o venti ripiani. Il tavo­loe i ripiani erano pieni zeppi di gio­cat­toli, gio­chi vari e attrezzi spor­tivi. Io pos­se­devo un Mono­poli che avevo ere­di­tato da mia sorella mag­giore, un vec­chio guanto da base­ball (era tal­mente da poco prezzo che non osai mai ado­pe­rarlo di fronte ai miei com­pa­gni di classe, i quali ave­vano veri guanti fir­mati da veri gio­ca­tori) e una col­le­zione di car­to­line. La prima volta che vidi quell’armadio, pra­ti­ca­mente esplosi di gioia; tirai giù tutto, gio­chi, gio­cat­toli, e li pro­vai, uno dopo l’altro, insieme con Edward. A Edward pia­ceva par­ti­co­lar­mente il fatto che non segui­vamo mai un gioco fino alla con­clu­sione ma pas­sa­vamo da uno all’altro appena dopo qual­che mossa, fin­ché quel sal­tare diven­tava il vero gioco e il tono delle nostre risate, il vero divertimento.

Stavo così bene in quella stanza sul retro, solo con Edward nell’appartamento, per­ché final­mente ero io il capo; e non solo per que­sto, ma per­ché nes­suno mi vedeva. Non c’era nes­suno, lì, che potesse guar­darmi den­tro e pen­sare a quello che avrei dovuto essere e a come avrei dovuto com­por­tarmi; ero sem­pre stato ter­ro­riz­zato di quello che la gente poteva pen­sare di me, come se l’immagine che

gli altri si face­vano fosse una goffa e gros­so­lana crea­tura che avrei dovuto affron­tare se avessi preso una strada sbagliata.

Qui non c’erano strade. Edward e io pren­de­vamo le pistole e ci davamo la cac­cia l’un l’altro intorno al letto. Altre volte, vi sal­ta­vamo sopra, fin­gendo che fosse la tor­retta armata di una nave da guerra in navi­ga­zione per dar bat­ta­glia alla flotta giap­po­nese nell’Oceano Indiano. Edward chiu­deva gli occhi e si roto­lava beato quando gri­davo: “Boom! Boom! Boom!”.

Sta affon­dando! Sta affon­dando, vero?”

No, scemo! Abbiamo sol­tanto col­pito la cimi­niera. Biso­gna spa­rare ancora. Boom! Boom!”

Edward si pre­meva le dita sulle pal­pe­bre in uno spa­smo di gioia incon­te­ni­bile. Il suo deli­rante cor­pi­cino di bimbo cadeva teso all’indietro sui cuscini sof­fici e rim­bal­zava e la sua schiena si inar­cava; uno scop­pio di risa ecci­tate e affan­nose gli sgor­gava di bocca, come una cascata di foglie in pri­ma­vera, una esplo­sione di lillà in fiore.

Sotto il letto, in una trin­cea (Edward aveva un cap­pello da lupetto dei boy-scout e io avevo il suo elmetto da sol­dato, in pla­stica) respin­ge­vamo le orde gialle da Gua­dal­ca­nal. A Edward pia­ceva mol­tis­simo venir ferito. “Mi hanno col­pito!”, gri­dava. “Mi hanno col­pito!” Si pre­meva la mano con­tro lo sto­maco e si con­tor­ceva sul pavi­mento. “Mi hanno preso nella pancia…”

Non mi andava quel suo farsi ferire così pre­sto, per­ché allora lo spet­ta­colo era finito; sia il suo che il mio senso rea­li­stico non pote­vano per­met­tere che uno fosse ferito e poi si rial­zasse in piedi. Ricordo come fu entu­sia­sta quando esco­gi­tai l’idea che uno, dopo essere stato ferito, poteva diven­tare un altro; così men­tre stri­scia­vamo sotto il letto, deci­de­vamo di essere otto o dieci o venti mari­nes, dieci cia­scuno, per farci ferire, ucci­dere e muti­lare, come giu­di­cas­simo con­ve­niente, riser­vando un certo numero di super­stiti in modo che, usciti car­poni di sotto il letto, pote­vamo assa­lire la posi­zione giap­po­nese sotto il tavolo della sala da pranzo e lasciarla dis­se­mi­nata di cadaveri.

Edward era par­ti­co­lar­mente in gamba nel gioco della poli­zia, molto più com­plesso e dif­fi­cile. Per que­sto gioco, anda­vamo in cucina e io gli dicevo che ci ave­vano avvi­sati per tele­fono di un delitto. A ecce­zione di quando si gio­cava a Tar­zan, non tro­va­vamo mai neces­sa­rio essere per­so­naggi par­ti­co­lari, però ave­vamo sem­pre un nome. Nel gioco dei poli­ziotti, era­vamo di solito Sam e Fred. Rice­ve­vamo una tele­fo­nata che ci diceva chi era stato assas­si­nato e allora tor­na­vamo in camera da letto a esa­mi­nare il cada­vere e a inter­ro­gare le per­sone sospette. Spa­ravo domande a una sedia vuota. Qual­che volta Edward sistan­cava di essere il mio aiu­tante, si lasciava andare sulla sedia e faceva la parte del tre­mante indi­ziato. Altre volte si met­teva a quat­tro zampe e girava per tutta la stanza, ispe­zio­nan­dola con una lente d’ingrandimento, men­tre io tem­pe­stavo e gri­davo al sem­pre astu­tis­simo sospet­tato: “Dove era­vate, signora Cucur­biti (risa­tine di Edward) alle dieci, quando il signor Cucur­biti (risata senza rite­gno e piena di gusto, di Edward) fu ucciso con il col­tello da dolci?”.

Ehi, Fred! Ho tro­vato delle mac­chie di sangue.”

La voce di Edward vibrava in una buona imi­ta­zione di un ecci­tato poli­ziotto della radio.

Mac­chie di san­gue? Dove, Sam? Dove? Potrebbe esserci la trac­cia per risol­vere il caso. ”

Edward era in grado di soste­nere la Com­me­dia dell’Arte per ore, se volevo. Era un ragaz­zino deli­cato e pre­coce che sof­friva della malat­tia di non essere amato. Quando gio­ca­vamo, il suo cuore sem­brava ritro­vare se stesso, e il dif­fi­cile mondo nel quale la sua inde­fi­ni­bile fame restava insa­ziata e le madri e i padri erano figure con­fuse e lon­tane — e lon­tano, troppo lon­tano, quel punto dolente per poterlo mai rag­giun­gere, toc­care, gua­rire — quel mondo scom­pa­riva, insieme con il mondo in cui io non avevo muscoli abba­stanza svi­lup­pati e non ero abba­stanza audace per con­qui­starmi la mia parte di stima. (Che cosa poteva aver indotto mia madre a spo­sare quell’imbecille che non era stato capace di tenersi stretto il suo denaro? Ricor­davo quando ave­vamo una casa più grande ed ero stato felice; per­ché, lei, aveva lasciato che tutto que­sto finisse?) Mi angu­stiava che la madre di Edward avesse così poco amore per lui e tanto invece per la figlia, e che il padre di Edward non apprez­zasse l’intelligenza del bam­bino — egli pen­sava che Edward fosse un ram­mol­lito e un effe­mi­nato. Avrei potuto inse­gnare a Edward atteg­gia­menti virili. Ma suo padre non ave­va­molta con­si­de­ra­zione di me: ero solo un bam­bi­naio e un ram­mol­lito, anche. E per­ché, allora, Edward avrebbe dovuto avere da suo padre più con­si­de­ra­zione di quanta ne avessi io? No, non lo avrei amato e non gli avrei dato spiegazioni.

Que­sto, natu­ral­mente, era il mio ter­ri­bile dilemma. La sua casa, per quanto più grande della mia, era fatta dei mede­simi mat­toni rosso scuro, e io non volevo amarlo. A ogni modo, era una cosa ver­go­gnosa per un ragazzo della mia età voler bene a un bam­bino. E chi era Edward? Non era certo bril­lante e in gamba come ero stato io alla sua età. Alla sua età avevo già visto il male negli occhi della gente e avevo comin­ciato, già allora, a costruire le mie difese. Ma la fami­glia di Edward era assai più ricca e il freddo sof­fio della insi­cu­rezza (dove tro­ve­remo i soldi?) non aveva ancora lace­rato la sognante cri­sa­lide della sua fan­ciul­lezza. Egli era ancora immerso nell’indistinto umido stu­pore delle ali ripie­gate che avreb­bero potuto aprirsi se qual­cuno lo avesse amato; forse, come l’inconsapevole far­falla, egli ancora spe­rava pri­ma­vera e calore. Come fanno male, le ali, ripie­gate così, in attesa; tanto male, sin­ché non si atrofizzano.

Ecco, io avevo tre­dici anni ed Edward sette e voleva che lo amassi, ma non era grande e forte abba­stanza per aiu­tarmi. Non poteva far sì che i suoi geni­tori divi­des­sero con me il loro benes­sere e le loro como­dità, non poteva costrin­gerli a darmi un posto nella loro casa. Edward era come la mag­gior parte della gente che cono­scevo: ansioso e biso­gnoso del mio amore; per­ché ero un tipo spe­ciale e sapevo inven­tare gio­chi mera­vi­gliosi che erano meglio del cinema, meglio di quello che il suo cuore potesse desi­de­rare. Ero un sogno diven­tato realtà. Ero bril­lante e pieno di virtù (nes­suno sapeva che di tanto in tanto rubavo nel nego­zio da dieci cents il pezzo) e abba­stanza attraente, forse per­sino molto attraente, ero spesso diver­tente e sem­pre inte­res­sante, avevo letto tutto, sapevo tutto e a scuola

avevo voti incre­di­bili: natu­ral­mente, vole­vano che li amassi! Mamma, i miei inse­gnanti, mia sorella, le ragazze a scuola, gli altri ragazzi, tutti vole­vano che io li amassi.

Ma io volevo che mi amas­sero prima loro.

Nes­suno lo faceva. Ero fiero e soli­ta­rio e aspro, quando tor­navo impet­tito da scuola, pas­savo l’ufficio postale, tutto mat­toni gialli e cromo, e i miei due alberi di robi­nie (acqua, acqua dap­per­tutto e non una goc­cia da bere) e non c’era nes­suno che mi amasse per primo. Vedevo cen­ti­naia di vigliac­che­rie negli occhi della gente che cono­scevo, migliaia di difetti, milioni di debo­lezze. Se dovevo amare per primo, avrei amato sol­tanto la per­fe­zione. Natu­ral­mente, avrei potuto far loro del bene se li avessi amati. No, mi dicevo, per­ché dovrei dar tutto, se a me non danno niente?

Quanti colpi e quanti timori e quanto salire per quelle scale di ser­vi­zio mi ave­vano reso così? Non lo so. Tutto quello che so è che Edward aveva biso­gno del mio amore e io non glielo volli dare. Avevo solo tre­dici anni. Non c’è molto che si possa rim­pro­ve­rare a un ragazzo di tre­dici anni, ma non penso ai rim­pro­veri; penso a tutti gli anni che avreb­bero potuto essere… se sol­tanto avessi saputo allora quello che so adesso. Lo spreco, l’orribile spreco.

Ecco, la sto­ria è tutta qui. Il ragazzo che ero, il bam­bino che era Edward. Que­sto, e il ter­ri­bile desi­de­rio di vol­germi di colpo e di cor­rere indie­tro, gri­dando, per i cor­ri­doi del tempo, urlando al ragazzo che ero, cer­can­dolo fino a sco­varlo e pic­chian­do­gli forte sul petto: “Amalo, male­detto idiota, amalo”.

*

Que­sto rac­conto è tratto dal volume “Harold Bro­d­key, Primo amore e altri affanni” , Fan­dango Libri 2011

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Leggi Harold Bro­d­key su wikipedia

 




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     agosto 1, 2012 Pubblicato in Autori, Racconti -       Leggi Tutto
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