Harold Brodkey/Lo stato di grazia
Esiste una particolare gradazione di mattoni rossi — un rosso cupo, quasi melodioso, profondo e venato di blu — che è la mia infanzia a St. Louis. Non l’infanzia vera: ma quella finta, che si estende dal primo albeggiare della consapevolezza fino al giorno in cui si lascia la casa per entrare all’Università. Quella gradazione di mattoni rossi e fogliame verde è St. Louis in estate (l’inverno è soltanto un cielo grigio e un autobus affollato e impronte umide sul pavimento di linoleum della scuola), e quei mattoni e un cielo pallido sono la primavera. Sono anche la solitudine e lo strano, mortificato stupore del bambino la cui famiglia è stata colpita da una serie di sventure.
Ricordo bene quel colore di mattoni, soprattutto sul retro della nostra casa; era su tutte le case di quell’isolato e anche su quella dove abitava Edward — un bambino al quale badavo le sere in cui i suoi genitori andavano fuori. Venendo da scuola, passato il viale e i suoi orrori (la visione dei negozi di ciabattino, i magazzini di articoli da pochi centesimi, i parrucchieri, i negozi di animali domestici, il teatro di Tivoli e l’allora chiuso Pigglv-Wiggly, che sarebbe poi diventato “Da Kroger”), passato il posto dove sorgeva il tempio massonico costruito nello stile di un antico monumento egizio e i due enormi piedistalli di cemento che fiancheggiavano il viale (che cosa sostenessero non riesco a ricordarlo, ma su ciascuno di essi, dipinto in marrone, c’era un grosso cuore e l’informazione che una certa Erica amava un certo Peter), passato l’ufficio postale, costruito ai tempi della depressione, in mattoni gialli e cromo, mi affrettavo verso il momento in cui finalmente, sull’altro lato della strada, oltre il viale che portava all’autorimessa degli Appartamenti Castlereagh, sarei arrivato dove cominciavano gli alberi, le grandi case di mattoni rosso scuro e la vuota quiete.
Nel mezzo di quella quiete e di quei mattoni rossi, c’era il mio quartiere, il luogo terribilmente familiare, dov’ero un esule meno a disagio che in qualsiasi altro posto. Lì c’erano due robinie, che mi sembravano tanto belle, forse perché erano piccole e potevo abbracciarle non soltanto con la mente o con il cuore ma proprio con le mani. Poi veniva una casa in mattoni rossi (ma non proprio della sfumatura giusta) dove viveva un ragazzo che conoscevo e due bellissimi fratelli, i quali erano anche forti e gentili ma molto più vecchi di me e assolutamente privi di ogni interesse nei miei confronti. Poi, un vicolo asfaltato e un altro panorama, che trovavo orrendo ma tristemente confortante, di autorimesse, buche per la cenere, pali del telegrafo e cortili delle case ad appartamenti — compresa la nostra su un lato, e di cortili delle case padronali sull’altro. Conoscevo parecchia gente degli appartamenti ma nessuno delle case padronali e questa era per me, naturalmente, la prova definitiva della dolorosa miseria nella quale ero caduto, della profondità del mare che mi aveva sommerso. Ero proprio sul fondo e guardavo in alto, attraverso l’acqua, attraverso le mobili strisce di luce… attraverso, oh! complicazioni infinitamente più numerose di quelle che potessi
affrontare, guardavo una barca a vela sospinta dal vento, un ragazzo che aveva una famiglia, una casa, come tutti gli altri.
Avevo tredici anni, ero alto un metro e ottanta e pesavo sessantacinque chili. Per quanto mi rodessi ferocemente per il mio aspetto (avevo orecchie sporgenti e capelli che sembravano fil di ferro) sapevo però anche di essere attraente. Qualche ragazza mi aveva sorriso, ma nessuna di quelle che avrei potuto amare e certo nessuna di quelle sette o otto divine della scuola secondaria che frequentavo. Fin dal secondo anno, avevo avuto sempre i voti più alti — più alti di chiunque altro avesse mai frequentato quella scuola — e sbalordivo i miei compagni. Quel che più li sbalordiva era che, per quanto potevano vedere, non mi costava alcuno sforzo; era come un gioco di prestigio. Non mi importunarono, non mi tormentarono mai; mi lasciarono semplicemente in disparte. Ma ero conosciuto come “l’enciclopedia ambulante” e l’unica cosa che fui capace di fare, in questa situazione, fu rinchiudermi in me stesso. Guardando indietro, sono quasi certo che avrei potuto avere amici, se avessi saputo fare il passo giusto, e che a tenerli lontani da me non era la mia condizione, ma il mio orgoglio scostante; però non ne sono sicuro. Avevo pochissimi vestiti e anche quei pochi me li aveva passati un cugino più grande. Non riuscii mai a vestirmi come gli altri ragazzi.
Il nostro appartamento era al terzo piano. Di solito, salivo per le scale posteriori, esterne all’edificio e sostenute da un’intelaiatura di acciaio. Le preferivo, una forma morbosa, come toccarsi un punto dolente per assicurarsi che ci sia ancora — perché erano ripide e brutte, con i bidoni della spazzatura sui pianerottoli e la biancheria stesa fuori ad asciugare, mentre la porta principale si apriva su un cortile dove crescevano cespugli di rose e le scale erano di un marmo locale giallo chiaro, fresco e piacevole agli occhi e al tatto. Arrivato alla nostra porta, aprivo la zanzariera e chiamavo forte per vedere se mia madre era in casa. Se non c’era, voleva dire, di solito, cheera andata a trovare mio padre, il quale agonizzava da quattro anni all’ospedale e ne avrebbe impiegati altri due per morire del tutto. Per quel che ne so, questo fu l’unico segno di carattere che mostrò in tutta la sua vita e suppongo non fu cosa da poco, ma io speravo, qualche volta persino pregavo, che morisse — non soltanto perché così non avrei più dovuto tornare all’ospedale, dove le camere dalle pareti bianche erano piene di odori e di vecchi ammalati (e di una tangibile paura che mi dava la sensazione di un’interiore caduta senza fine, come quando si affonda nell’inconscio sotto l’effetto dell’anestetico), ma perché mia madre avrebbe potuto risposarsi e farci tutti ricchi e felici un’altra volta. A quel tempo, era ancora piacente, ancora accesa dalla strana incandescenza della bellezza fisica e c’era un uomo che l’aveva amata per vent’anni e l’amava ancora e voleva sposarla. Desideravo tanto che mio padre morisse, ma lui non si decideva. Se mia madre era in casa mi preparavo a qualcosa di sgradevole, perché a lei non piaceva che mi sedessi e mi mettessi a leggere; detestava vedermi leggere. Voleva mandarmi fuori, all’aria aperta, dove sarei potuto diventare un atleta ed essere un ragazzo come gli altri, conosciuto e apprezzato da tutti. La riempiva di rabbia vedere che non le davo ascolto e aprivo un libro; una volta mi si precipitò addosso, il viso acceso di collera, afferrò il libro
(doveva essere Orgoglio e pregiudizio), e lo scaraventò dalla finestra del terzo piano. Allora, me ne restai seduto e tentai un sor– risetto sprezzante, pensando che fosse un po’ pazza, con quella sua rabbia esagerata, e così sciocca da non capire che potevo anche non essere come lei mi voleva. Ma adesso penso — forse con malinconia — che fosse soltanto disperata, spinta agli estremi dalla sua ansia di salvarmi. Sentiva, sapeva, in realtà, che sarebbe venuto il momento in cui, come un acrobata, avrei dovuto montare sulle sue spalle e sulle spalle di tutte le cose che aveva fatto per mee gettarmi in una vita che non poteva immaginare (la vita che sto conducendo adesso) e se voleva mandarmi fuori avvolto in luoghi comuni, in un corpo da atleta, con il dovuto rispetto per il denaro, era perché pensava che questa fosse la più calda protezione.
Ma allora, a tredici anni, potevo solo chiedermi come mai una persona tanto bella potesse essere tanto insopportabile. Non so come, riusciva a farsi odiare ben più di quanto l’amassi, anche se poi, prima di addormentarmi, avrei pensato al suo viso, lasciando che la memoria cominciasse dal delicato incurvarsi delle palpebre e inseguisse tutto intorno il tenue gioco di ombre e di incavi e di ossa e il vago ricordo del suo petto caldo. Allora mi sembrava che questa visione di lei, ritta in piedi in una mezza luce (come probabilmente dovevo averla vista una volta quando ero più piccolo e a letto malato, forse, per quanto non riesca a ricordarlo), fosse bella, per me, soltanto come il disegno di un antichissimo tappeto persiano sbiadito dal tempo. Nella mia visione, come nel tappeto, potevo seguire le linee del disegno dentro e fuori e provavo un indefinibile piacere, ma non voleva dir quasi nulla per me, oppresso com’ero dal problema di essere suo figlio.
Anche il fatto di essere ebreo mi dava fastidio, perché significava non poter essere mai uno degli eletti — i biondi atleti dal fascino disinvolto. Se la mia famiglia fosse stata ricca, forse avrei sentito diversamente, ma ne dubito.
Mia madre aveva una cugina che io chiamavo zia Rachele e di solito andavamo a trovarla tre o quattro volte l’anno. Era una cosa che detestavo. Viveva in quello che chiamavano il Ghetto, una zona di vecchie case, nella parte commerciale di St. Louis, con piccoli portici sul davanti e due porte, una al piano di sopra e una al piano di sotto. La maggior parte della gente viveva in quelle case soltanto in attesa di potersi trasferire in un posto migliore; a nessuno era mai piaciuto abitare là. E per queto, il quartiere si faceva notare per la sua trascuratezza; l’erba non era mai ben tagliata, le persiane non venivano ridipinte, nessuno si prendeva cura del posto né lo amava. Era lì che vivevano gli immigranti quando arrivavano col treno da New York, prima di potersi trasferire nella parte residenziale della città, negli appartamenti vicino al Delmar Boulevard e magari nelle zone periferiche — Clayton, Laclede o Ladue. Zia Rachele viveva al piano di sotto. La stanza di soggiorno era molto piccola e aveva una tappezzeria color giallo scuro che la zia non cambiò mai. E neanche la puliva mai; una volta vi feci un segno per vedere se l’avrebbe pulita e lo ritrovai sempre tale e quale. L’arredamento era vistoso e spaventevole; era come quel momento dell’incubo in cui le cose si mettono così male che uno decide di svegliarsi. A me toccava sempre sedere sul divano, un divano che si espandeva in grandi curve rigonfie di crine e di finto amoerro color
magenta scuro e marrone e verde scuro, in una stanza che non riceveva luce da nessuna parte. Al di là dalle vecchie, consunte tende di satin, comprate di seconda mano, c’era aria fresca e la luce del sole, ma non l’avreste mai saputo. Quello che zia Rachele era riuscita a mettere insieme, comprando i mobili nei negozi più a buon mercato, era molto simile a una bicocca di campagna. E c’erano sempre quegli odori, di minestra di cipolle e di aglio e di bietole. Era l’unico posto in cui mi mostrassi sgarbato verso mia madre in pubblico. Era sempre pieno di gente che appena conoscevo ma che conosceva me: dovevo esibirmi. Mia madre mi diceva: “Di’ ai signori quali sono stati i tuoi voti sulla pagella”, oppure: “Recita la poesia che piaceva tanto a Miss Huntington”. Era il momento in cui la sensazione di irrealtà si faceva più forte. Guardando indietro, adesso, penso che fosse la loro veemente pressione a spaventarmi; dovevo diventare ricco e famoso e dare così significato e valore a tutte le loro tribolazioni.
Ma io non volevo quella responsabilità. In ogni caso, se ero veramente destinato a diventare quello che volev ano diventassi e se dovevo essere quello che ero, era aspettarsi troppo da me che li accettassi così com’erano. Dovevo superarli e disprezzarli, ma prima dovevo essere con loro — e questo non era giusto.
Era come se le mie palpebre fossero tenute aperte a forza e dovessi vedere cose che non volevo vedere. Mi sentivo come se avessi preso parte a qualcosa di vergognoso e per questa ragione non fossi più una persona per bene. Era come le mie prime esperienze sessuali: e se qualcuno fosse venuto a saperlo? Se tutti se ne fossero accorti?… Come diavolo avrei mai più potuto essere fiero e spensierato?
Avevo letto troppi libri di scrittori inglesi e della Nuova Inghilterra e volevo ormai solo cose graziose e istruttive, veder soltanto case rivestite di legno, bianche su verdi prati. Potevo sempre consolarmi col pensiero che il mio cervello mi avrebbe reso famoso (il cervello serviva a qualcosa, no?), ma allora sarebbero stati i miei bambini ad avere una buona infanzia, non io. Io ero irrevocabilmente defraudato ed era l’irrevocabilità che mi faceva male e che alla fine mi allontanò da ogni ragionevole adattamento alla vita, fino a condurmi alla convinzione che i sogni dovevano avverarsi o altrimenti non valeva proprio la pena di vivere. E se i sogni si avveravano, allora, in un modo o nell’altro, avrei avuto la mia infanzia, un giorno.
Se mia madre era in casa quando tornavo da scuola, poteva darsi mi dicesse che la signora Leinberg aveva telefonato e voleva che andassi a badare ai bambini e allora mi trovavo immerso in un altro dei dilemmi di quegli anni. Dovevo fare quel lavoro per guadagnarmi i soldi della colazione a scuola e c’erano volte in cui, considerando il dilemma che dovevo affrontare dai Leinberg, avrei preferito non mangiare o mangiare poco piuttosto che fare il bambinaio. Ma non c’era scelta. Mamma aveva già accettato per me e si era fatta promettere dalla signora Leinberg di non fare molto tardi e non privarmi così del sonno. Di solito mi aveva già preparato un panino imbottito da mangiare, in modo che potessi precipitarmi là in tempo per consentire al signore e alla signora Leinberg di andare fuori a pranzo. In ogni caso, mangiavo il mio panino leggendo, tanto per rifarmi, e poi
partivo. Mentre andavo dai Leinberg, scendendo per le scale di dietro, dondolandomi, come al solito, appeso alla ringhiera, per rafforzare i muscoli delle braccia, pensavo con un senso di smarrimento a quello che ero e desideravo che le cose fossero diverse, e non capivo me stesso né la mia solitudine né il senso di crudele privazione che la vista della strada sotto esprimeva.
C’era un breve tratto di strada tra il nostro cortile e l’edificio in cui abitavano i Leinberg, ma facevo sempre una piccola deviazione sino alle mie due robinie e mi fermavo qualche minuto ad amarle; per quel che ne sapevo allora, non amavo niente altro.
Poi giravo a destra e attraversavo la strada passando accanto a un edificio che formava un angolo retto con la strada, di fronte a una specie di piccolo pendio, che era stato una volta lo scavo fatto per un altro edificio, mai costruito a causa della crisi. Dall’altra parte del pendio, c’era un gruppo di tre fabbricati e il terzo era quello dei Leinberg, con appartamenti di almeno otto camere, la scala di servizio incorporata nell’edificio e le autorimesse degli inquilini. Tutto ciò lo rendeva speciale e di lusso, qualcosa di eccezionale nel quartiere.
Il signor Leinberg aveva una fabbrica di prodotti farmaceutici che andava molto bene. Lo giudicavo un uomo in gamba ma non lo ricordo molto chiaramente e potreianche sbagliare; a quei tempi non guardavo mai gli uomini in faccia ma giravo la testa con un senso di timidezza e di imbarazzo: avrebbero potuto indovinare quanto profondamente desiderassi essere uno di loro.
Certo l’atmosfera di quegli anni di guerra — eravamo nel 1943 — era quella dei rapidi arricchimenti; per tutti quelli che potevano lavorare, naturalmente. In ogni caso, egli si stava arricchendo ed era soltanto questione di tempo e poi i Leinberg si sarebbero trasferiti, da quella casa di appartamenti, a Laclede o a Ladue in una casa propria da quarantamila dollari, con un acro o più di terreno intorno.
La signora Leinberg era molto graziosa; bruna come mia madre ma non così bella. Anzitutto, era troppo piccola; era alta sì e no un metro e mezzo e io torreggiavo letteralmente sopra di lei. In secondo luogo, non era per niente regale. Ma non aveva mai i denti macchiati di rossetto e i suoi vestiti erano quasi sempre nuovi e i suoi occhi, dolci. (Gli occhi di mia madre erano incomprensibili: un palcoscenico buio sul quale venivano rappresentate indistinte scene di folla, e tutto quello che uno poteva percepire era tumulto e dramma, né aveva importanza quanto durasse l’attesa; le luci non si accendevano mai e la scena non veniva mai spiegata.) La signora Leinberg mi invitava, di solito, a servirmi nel frigorifero e poi mi scriveva il numero di telefono del posto dove stava per andare. “Tieni Edward in fondo all’appartamento, così non disturberà la piccola”, mi diceva. “Se la piccola si sveglia, prendila in braccio immediatamente. E molto importante. Non prendevo mai su Edward e me ne pentirò sempre.” Lo diceva ogni volta, anche se potevo vedere Edward che spiava appiattato nel corridoio di disimpegno, in attesa che i suoi genitori se ne andassero; allora avrebbe potuto correre fuori e saltarmi addosso e il nostro mondo sarebbe tornato vivo un’altra volta. Egli
ascoltava, il piccolo viso — aveva sette anni — fatto smortodalla ferita e dallo sforzo di penetrare quella ferita per comprenderla.
La signora Leinberg diceva ancora: “Telefonami, se la bambina si sveglia”, e poi, in tono conciliante, al marito: “Verrò a casa un momento per farla riaddormentare e tornerò subito alla festa”. Poi, a me: “Ma la bambina dorme quasi sempre, perciò non ti preoccupare”.
“Andiamo, Greta. Lo sa che cosa deve fare”, diceva il signor Leinberg, con impazienza.
Sentivo sempre una nota di disprezzo nella sua voce, disprezzo per la moglie, per Edward e per me. Me ne stavo lì, in piedi vicino al frigorifero, guardando dall’alto in basso quei due piccoli coniugi. Il padre di Edward aveva una voce gelosa e petulante. “Andiamo, Greta”, diceva spazientito, e a me: “Saremo a casa per le undici”.
“Edward va a letto alle nove”, aggiungeva la signora Leinberg e la sua voce era acuta e simile a quella di un uccello, ma tremula di confusione e di incertezza. Poi era come spazzata fuori dalla porta principale, un elegantissimo scampoletto di donna, nella scia del marito. Quando la porta si chiudeva, Edward si precipitava nell’ingresso e si aggrappava alle mie ginocchia, se stavo ancora guardando i suoi genitori, ma se ero rivolto verso di lui si buttava contro il mio petto e nelle mie braccia.
“A che cosa giochiamo, questa sera?”
Questa era la sua prima domanda e a me toccava pensare. Tremava di eccitazione perché sapevo inventare per lui giochi meravigliosi, come i suoi sogni a occhi aperti. Poiché era un bambino, si fidava di me quasi ciecamente e io potevo fare qualsiasi cosa di lui. Finché non andai all’Università e non cominciai finalmente a essere come tutti gli altri, ebbi sempre questo strano potere sui bambini.
Nella camera da letto di Edward c’era un grande armadio con uno scomparto per i vestiti, un lavabo, un tavolino pieghevole e quindici o venti ripiani. Il tavoloe i ripiani erano pieni zeppi di giocattoli, giochi vari e attrezzi sportivi. Io possedevo un Monopoli che avevo ereditato da mia sorella maggiore, un vecchio guanto da baseball (era talmente da poco prezzo che non osai mai adoperarlo di fronte ai miei compagni di classe, i quali avevano veri guanti firmati da veri giocatori) e una collezione di cartoline. La prima volta che vidi quell’armadio, praticamente esplosi di gioia; tirai giù tutto, giochi, giocattoli, e li provai, uno dopo l’altro, insieme con Edward. A Edward piaceva particolarmente il fatto che non seguivamo mai un gioco fino alla conclusione ma passavamo da uno all’altro appena dopo qualche mossa, finché quel saltare diventava il vero gioco e il tono delle nostre risate, il vero divertimento.
Stavo così bene in quella stanza sul retro, solo con Edward nell’appartamento, perché finalmente ero io il capo; e non solo per questo, ma perché nessuno mi vedeva. Non c’era nessuno, lì, che potesse guardarmi dentro e pensare a quello che avrei dovuto essere e a come avrei dovuto comportarmi; ero sempre stato terrorizzato di quello che la gente poteva pensare di me, come se l’immagine che
gli altri si facevano fosse una goffa e grossolana creatura che avrei dovuto affrontare se avessi preso una strada sbagliata.
Qui non c’erano strade. Edward e io prendevamo le pistole e ci davamo la caccia l’un l’altro intorno al letto. Altre volte, vi saltavamo sopra, fingendo che fosse la torretta armata di una nave da guerra in navigazione per dar battaglia alla flotta giapponese nell’Oceano Indiano. Edward chiudeva gli occhi e si rotolava beato quando gridavo: “Boom! Boom! Boom!”.
“Sta affondando! Sta affondando, vero?”
“No, scemo! Abbiamo soltanto colpito la ciminiera. Bisogna sparare ancora. Boom! Boom!”
Edward si premeva le dita sulle palpebre in uno spasmo di gioia incontenibile. Il suo delirante corpicino di bimbo cadeva teso all’indietro sui cuscini soffici e rimbalzava e la sua schiena si inarcava; uno scoppio di risa eccitate e affannose gli sgorgava di bocca, come una cascata di foglie in primavera, una esplosione di lillà in fiore.
Sotto il letto, in una trincea (Edward aveva un cappello da lupetto dei boy-scout e io avevo il suo elmetto da soldato, in plastica) respingevamo le orde gialle da Guadalcanal. A Edward piaceva moltissimo venir ferito. “Mi hanno colpito!”, gridava. “Mi hanno colpito!” Si premeva la mano contro lo stomaco e si contorceva sul pavimento. “Mi hanno preso nella pancia…”
Non mi andava quel suo farsi ferire così presto, perché allora lo spettacolo era finito; sia il suo che il mio senso realistico non potevano permettere che uno fosse ferito e poi si rialzasse in piedi. Ricordo come fu entusiasta quando escogitai l’idea che uno, dopo essere stato ferito, poteva diventare un altro; così mentre strisciavamo sotto il letto, decidevamo di essere otto o dieci o venti marines, dieci ciascuno, per farci ferire, uccidere e mutilare, come giudicassimo conveniente, riservando un certo numero di superstiti in modo che, usciti carponi di sotto il letto, potevamo assalire la posizione giapponese sotto il tavolo della sala da pranzo e lasciarla disseminata di cadaveri.
Edward era particolarmente in gamba nel gioco della polizia, molto più complesso e difficile. Per questo gioco, andavamo in cucina e io gli dicevo che ci avevano avvisati per telefono di un delitto. A eccezione di quando si giocava a Tarzan, non trovavamo mai necessario essere personaggi particolari, però avevamo sempre un nome. Nel gioco dei poliziotti, eravamo di solito Sam e Fred. Ricevevamo una telefonata che ci diceva chi era stato assassinato e allora tornavamo in camera da letto a esaminare il cadavere e a interrogare le persone sospette. Sparavo domande a una sedia vuota. Qualche volta Edward sistancava di essere il mio aiutante, si lasciava andare sulla sedia e faceva la parte del tremante indiziato. Altre volte si metteva a quattro zampe e girava per tutta la stanza, ispezionandola con una lente d’ingrandimento, mentre io tempestavo e gridavo al sempre astutissimo sospettato: “Dove eravate, signora Cucurbiti (risatine di Edward) alle dieci, quando il signor Cucurbiti (risata senza ritegno e piena di gusto, di Edward) fu ucciso con il coltello da dolci?”.
“Ehi, Fred! Ho trovato delle macchie di sangue.”
La voce di Edward vibrava in una buona imitazione di un eccitato poliziotto della radio.
“Macchie di sangue? Dove, Sam? Dove? Potrebbe esserci la traccia per risolvere il caso. ”
Edward era in grado di sostenere la Commedia dell’Arte per ore, se volevo. Era un ragazzino delicato e precoce che soffriva della malattia di non essere amato. Quando giocavamo, il suo cuore sembrava ritrovare se stesso, e il difficile mondo nel quale la sua indefinibile fame restava insaziata e le madri e i padri erano figure confuse e lontane — e lontano, troppo lontano, quel punto dolente per poterlo mai raggiungere, toccare, guarire — quel mondo scompariva, insieme con il mondo in cui io non avevo muscoli abbastanza sviluppati e non ero abbastanza audace per conquistarmi la mia parte di stima. (Che cosa poteva aver indotto mia madre a sposare quell’imbecille che non era stato capace di tenersi stretto il suo denaro? Ricordavo quando avevamo una casa più grande ed ero stato felice; perché, lei, aveva lasciato che tutto questo finisse?) Mi angustiava che la madre di Edward avesse così poco amore per lui e tanto invece per la figlia, e che il padre di Edward non apprezzasse l’intelligenza del bambino — egli pensava che Edward fosse un rammollito e un effeminato. Avrei potuto insegnare a Edward atteggiamenti virili. Ma suo padre non avevamolta considerazione di me: ero solo un bambinaio e un rammollito, anche. E perché, allora, Edward avrebbe dovuto avere da suo padre più considerazione di quanta ne avessi io? No, non lo avrei amato e non gli avrei dato spiegazioni.
Questo, naturalmente, era il mio terribile dilemma. La sua casa, per quanto più grande della mia, era fatta dei medesimi mattoni rosso scuro, e io non volevo amarlo. A ogni modo, era una cosa vergognosa per un ragazzo della mia età voler bene a un bambino. E chi era Edward? Non era certo brillante e in gamba come ero stato io alla sua età. Alla sua età avevo già visto il male negli occhi della gente e avevo cominciato, già allora, a costruire le mie difese. Ma la famiglia di Edward era assai più ricca e il freddo soffio della insicurezza (dove troveremo i soldi?) non aveva ancora lacerato la sognante crisalide della sua fanciullezza. Egli era ancora immerso nell’indistinto umido stupore delle ali ripiegate che avrebbero potuto aprirsi se qualcuno lo avesse amato; forse, come l’inconsapevole farfalla, egli ancora sperava primavera e calore. Come fanno male, le ali, ripiegate così, in attesa; tanto male, sinché non si atrofizzano.
Ecco, io avevo tredici anni ed Edward sette e voleva che lo amassi, ma non era grande e forte abbastanza per aiutarmi. Non poteva far sì che i suoi genitori dividessero con me il loro benessere e le loro comodità, non poteva costringerli a darmi un posto nella loro casa. Edward era come la maggior parte della gente che conoscevo: ansioso e bisognoso del mio amore; perché ero un tipo speciale e sapevo inventare giochi meravigliosi che erano meglio del cinema, meglio di quello che il suo cuore potesse desiderare. Ero un sogno diventato realtà. Ero brillante e pieno di virtù (nessuno sapeva che di tanto in tanto rubavo nel negozio da dieci cents il pezzo) e abbastanza attraente, forse persino molto attraente, ero spesso divertente e sempre interessante, avevo letto tutto, sapevo tutto e a scuola
avevo voti incredibili: naturalmente, volevano che li amassi! Mamma, i miei insegnanti, mia sorella, le ragazze a scuola, gli altri ragazzi, tutti volevano che io li amassi.
Ma io volevo che mi amassero prima loro.
Nessuno lo faceva. Ero fiero e solitario e aspro, quando tornavo impettito da scuola, passavo l’ufficio postale, tutto mattoni gialli e cromo, e i miei due alberi di robinie (acqua, acqua dappertutto e non una goccia da bere) e non c’era nessuno che mi amasse per primo. Vedevo centinaia di vigliaccherie negli occhi della gente che conoscevo, migliaia di difetti, milioni di debolezze. Se dovevo amare per primo, avrei amato soltanto la perfezione. Naturalmente, avrei potuto far loro del bene se li avessi amati. No, mi dicevo, perché dovrei dar tutto, se a me non danno niente?
Quanti colpi e quanti timori e quanto salire per quelle scale di servizio mi avevano reso così? Non lo so. Tutto quello che so è che Edward aveva bisogno del mio amore e io non glielo volli dare. Avevo solo tredici anni. Non c’è molto che si possa rimproverare a un ragazzo di tredici anni, ma non penso ai rimproveri; penso a tutti gli anni che avrebbero potuto essere… se soltanto avessi saputo allora quello che so adesso. Lo spreco, l’orribile spreco.
Ecco, la storia è tutta qui. Il ragazzo che ero, il bambino che era Edward. Questo, e il terribile desiderio di volgermi di colpo e di correre indietro, gridando, per i corridoi del tempo, urlando al ragazzo che ero, cercandolo fino a scovarlo e picchiandogli forte sul petto: “Amalo, maledetto idiota, amalo”.
*
Questo racconto è tratto dal volume “Harold Brodkey, Primo amore e altri affanni” , Fandango Libri 2011
*
Leggi Harold Brodkey su wikipedia































