Roberto Galaverni/Garcia Lorca che insegnò la poesia al ‘900



Ripro­po­niamo qui l’articolo di Roberto Gala­verni, apparso sulla Let­tura, il sup­ple­mento let­te­ra­rio del Cor­riere della Sera–

 

 

Se non tutte, certo molte cose sono ini­ziate gra­zie a Fede­rico Gar­cía Lorca. Lo ha sot­to­li­neato a più riprese Carlo Bo, il più impor­tante e auto­re­vole media­tore della poe­sia spa­gnola in Ita­lia. «Si deve dire — scri­veva ad esem­pio Bo — che è stato gra­zie alla tra­gica fine del poeta che la let­te­ra­tura spa­gnola ha potuto occu­pare il posto che le spet­tava nell’ambito della let­te­ra­tura euro­pea del Nove­cento». È infatti attra­verso il varco aperto dal cuneo incan­de­scente della figura e della poe­sia di Lorca, eletto a sim­bolo della cul­tura spa­gnola mor­ti­fi­cata dal fran­chi­smo, che i mag­giori poeti del Nove­cento spa­gnolo hanno tro­vato un’accoglienza e una col­lo­ca­zione estre­ma­mente favo­re­voli: Anto­nio Machado, Juan Ramón Jimé­nez, Jorge Guil­lén, Pedro Sali­nas, Rafael Alberti, Luis Cer­nuda, Gerardo Diego, Dámaso Alonso, Vicente Alei­xan­dre… Sem­brano i nomi di un’incredibile for­ma­zione di poeti. Il «rina­sci­mento poe­tico» di Spa­gna, così lo ha defi­nito Bo. Certo si tratta di un Nove­cento poe­tico tra i più rile­vanti d’Europa; un Nove­cento nella sua prima parte addi­rit­tura leg­gen­da­rio, tanto più che con l’inizio della guerra civile nel 1936 (lo stesso anno della fuci­la­zione di Lorca) e il suc­ces­sivo avvento del fran­chi­smo, la cre­scita, il rigo­glio di quella stu­pe­fa­cente sta­gione di poe­sia ha subìto una cesura molto violenta.

La rice­zione euro­pea e in par­ti­co­lare ita­liana della poe­sia spa­gnola con­tem­po­ra­nea è nata così sotto il segno duplice di un mito, quello dell’immagine di una patria vera o auten­tica la cui ricerca ha impe­gnato nume­rosi dei suoi stessi pro­ta­go­ni­sti, e insieme di una vicenda dram­ma­tica. Quella poe­sia, insomma, fu per­ce­pita e vis­suta come un sogno che strada facendo si tin­geva dei colori di una tra­ge­dia. Del resto, quando verso la fine degli anni Trenta (la prima rac­colta di poe­sie di Lorca esce da noi nel 1940) e tanto più poi nel corso degli anni Qua­ranta i poeti spa­gnoli comin­cia­rono a essere tra­dotti in misura con­si­stente, Spa­gna e Ita­lia pote­vano rico­no­scersi pro­ta­go­ni­ste di vicende molto vicine, ma come a parti inver­tite, tro­van­dosi la prima nella situa­zione di una dit­ta­tura che era da poco comin­ciata, la seconda di una che si sarebbe di lì a poco conclusa.

Se si pensa ad esem­pio alla poe­sia dell’altra grande colonna del Nove­cento poe­tico spa­gnolo, ossia Anto­nio Machado, è vero allora che la visione delle cam­pa­gne di Casti­glia che fio­ri­sce dalla let­tura dei suoi versi — la natura, il pae­sag­gio, gli uomini, i riti del lavoro, la bel­lezza e la durezza del vivere, la tene­rezza, la malin­co­nia— non poteva sot­trarsi al con­tra­sto con la sto­ria pre­sente, la per­ce­zione del pas­sato dalla con­sa­pe­vo­lezza del destino che per tanti si sarebbe com­piuto. «È la terra di Soria arida e fredda. / Nelle col­line e nelle sierre calve, / nei verdi prati e poggi cene­rini, / passa la pri­ma­vera / e lascia in mezzo all’erbe pro­fu­mate / le sue minute bian­che mar­ghe­rite. / La terra non rina­sce, i campi sognano»… (la tra­du­zione è di Ore­ste­Ma­crì). Que­sta spe­cie di asim­me­tria ha segnato nel pro­fondo la rice­zione della poe­sia spa­gnola in Ita­lia, con effetti desti­nati a durare ben oltre le sue due prime grandi gene­ra­zioni nove­cen­te­sche (quella del ’98 e quella del ’27). E forse è vero che al di là dei par­titi presi ideo­lo­gici e delle tante for­za­ture inde­bite, il senso più pieno della poe­sia spa­gnola con­tem­po­ra­nea e delle scre­zia­ture d’oro della sua lin­gua è pos­si­bile avver­tirlo tenendo sem­pre pre­sente la zona d’ombra della sua stessa sto­ria, prima nella forma di un pre­sen­ti­mento, quindi di un pre­sente che sem­brava inter­mi­na­bile, infine di un retag­gio sem­pre da ripen­sare. Basta guar­dare, pas­sando d’un balzo alle gene­ra­zioni più gio­vani, alla cosid­detta «poe­sia dell’esperienza», che fa capo anzi­tutto a Luis Gar­cía­Mon­tero e che si fonda appunto sul richiamo alla respon­sa­bi­lità sto­rica e civile, ripor­tata però den­tro alla misura dell’uomo comune e della vita di tutti giorni, lì dove la dimen­sione corale (il «noi») non è più quella di una cer­chia poe­tica chiusa ma dei sem­plici uomini in quanto tali.

Si rico­no­sce giu­sta­mente che il merito forse più pro­fondo di una riu­scita tra­du­zione poe­tica è quello di appor­tare una nuova linfa vitale alla lin­gua di approdo, se non altro risve­glian­done alcune poten­zia­lità latenti ma che gia­ce­vano come asso­pite. La prima grande ondata della poe­sia spa­gnola è arri­vata in Ita­lia per merito di tra­dut­tori e poeti in gran parte ascri­vi­bili a quella sorta di sur­rea­li­smo senza rivo­lu­zione che è stato il nostro erme­ti­smo. Mi chiedo allora se pro­prio la lin­gua di Lorca, di Machado e dei loro più o meno vicini com­pa­gni di strada non abbia avuto una certa impor­tanza nel ren­dere più poroso, più car­nale, più dispo­ni­bile ai sensi, un lin­guag­gio altri­menti indi­riz­zato verso una spe­cia­liz­za­zione poe­tica alta­mente astrat­tiva; un lin­guag­gio più vicino al cri­stallo piut­to­sto che al san­gue e alla feb­bre della pas­sione. Torno allora di nuovo a Lorca, nella tra­du­zione dav­vero note­vole di Carlo Bo. Que­sti sono i versi ini­ziali della Sposa infe­dele: «E io che me la por­tai al fiume / cre­dendo che fosse una ragazza, / invece aveva marito. / Fu la notte di San Gia­como / e quasi per obbligo. / Si spen­sero i fanali / e s’accesero i grilli. / Alle ultime svolte / toc­cai i suoi seni addor­men­tati / e di colpo mi s’aprirono / come rami di gia­cinti. / L’amido della sua gon­nel­lina / suo­nava alle mie orec­chie / come un pezzo di seta / lace­rato da dieci col­telli».. Sem­bra di tro­varsi già nel più pieno ema­turo secondo Nove­cento ita­liano, quello di una poe­sia capace di unire per­ce­zioni, cor­po­reità e sen­sua­lità, intel­li­genza, nar­ra­zione, distan­zia­mento e incanto. Se tutto que­sto fosse vero, si trat­te­rebbe di un motivo in più, un motivo intimo e sostan­ziale come solo le que­stioni di lin­gua pos­sono esserlo, per rileg­gere una corolla di poeti che brilla comun­que di luce pro­pria, una luce calda e vera.


 




Share |

     agosto 2, 2012 Pubblicato in Articoli, Autori -       Leggi Tutto
  • Add to Google
  • Facebook
  • Twitter
  • RSS Feed

Lascia un Commento