Zadie Smith/Il Blues della biblioteca



Ripro­po­niamo qui un arti­colo della scrit­trice bri­tan­nica, apparso sulla New York Review of Books e, in tra­du­zione ita­liana su Inter­na­zio­nale n. 958 del 20 luglio 2012.Il suo ultimo libro è
 Per­ché scri­vere (Mini­mum fax 2011)-

 

 

L’ultima volta volta che sono andata a Wil­le­sden Green ho por­tato mia figlia a tro­vare mia madre. C’era il sole. Abbiamo attra­ver­sato Bron­de­sbury park per rag­giun­gere High road. Era il giorno del french mar­ket, un impro­ba­bile mer­cato di cose fran­cesi ven­dute nello spa­zio di cemento tra i gra­ziosi resti tur­riti della bi
blioteca Wil­le­sden (1894) e il goffo edi­fi­cio in mat­toni rossi meglio noto come
Willesden Green library cen­tre (1989),
 una vera e pro­pria isti­tu­zione locale che
vanta quasi 500mila visi­ta­tori all’anno.
Abbiamo cam­mi­nato nel sole lungo la
strada in dire­zione dello spa­zio di cemen
to, il mer­cato. Non era come cam­mi­nare 
in una stra­dina ombrosa di una pit­to­re­sca
 cit­ta­dina rurale prima di sbu­care in una
piazza del set­te­cento magni­fi­ca­mente 
con­ser­vata. Non era nep­pure come andare in uno di quei mer­cati agri­coli spun­tati 
tutta Lon­dra dove il benes­sere per­so­nale s’identifica con i for­maggi artigianali.

Ma era comun­que molto pia­ce­vole. Nel mer­cato fran­cese di Wil­le­sden si tro­vano borse a poco prezzo, vec­chi cd, ombrelli e fiori arti­fi­ciali, sopram­mo­bili, gin­gilli e cara­bat­tole che, natu­ral­mente, spesso non hanno niente di fran­cese. Pistole ad acqua. Pane e pastic­ce­ria fran­cese poco più cari di quelli che tro­ve­re­ste da Gregg’s sulla Kil­burn High road. For­mag­gio, ma solo quello a prezzi decenti e facil­mente rico­no­sci­bile – brie, caprino, gor­gon­zola – come se il mer­cato avesse attra­ver­sato intatto la Manica abban­do­nando un sob­borgo pari­gino degra­dato. E per quanto ne so potrebbe anche essere così.

Il merito prin­ci­pale del mer­cato fran­cese di Wil­le­sden è quello di esal­tare que­sto spa­zio di cemento davanti al Wil­le­sden Green library cen­tre, che è sem­pre un luogo d’incontro, ma lo è ancor più in un giorno di mer­cato. Tutti cion­do­lano in giro chiac­chie­rando, com­prando o non com­prando for­mag­gio. È molto pia­ce­vole. Puoi quasi dimen­ti­carti che Wil­le­sden High road è a una decina di metri di distanza. È que­sto che conta. Se giron­zoli per il mer­cato signi­fica che non stai andando al lavoro, non stai andando a scuola, non stai aspet­tando l’autobus. Non corri alla metro­po­li­tana e non stai com­prando arti­coli di prima neces­sità. Non stai cam­mi­nando sulla strada prin­ci­pale dove si svol­gono tutte que­ste atti­vità. Sei appena un po’ più in là, a bighel­lo­nare in uno spa­zio urbano all’aperto, cioè pro­prio quello che le moderne strade com­mer­ciali vogliono impe­dirci di fare.

Tutti sanno che se le per­sone giron­zo­lano senza obiet­tivo per qual­che tempo in un’area urbana hanno buone pro­ba­bi­lità di diven­tare “anti­so­ciali”. E in effetti su una delle strane spor­genze archi­tet­to­ni­che della biblio­teca ci sono quat­tro bar­boni ubria­chi seduti a bere birra. Forse in un pae­sino sta­reb­bero seduti sotto un albero o sareb­bero cac­ciati via da un con­ta­dino armato di for­cone. Non pre­tendo di sapere cosa suc­cede nei pae­sini. Ma qui a Wil­le­sden stanno seduti men­tre noi siamo radu­nati senza nes­sun obiet­tivo utile nel brutto spa­zio di cemento, sem­pli­ce­mente in piedi al sole, come una spe­cie di comu­nità. Da que­sta posi­zione pos­siamo guar­dare in avanti verso le tor­rette, a sini­stra verso la sta­zione di poli­zia vit­to­riana (1865), oppure a destra in dire­zione della fac­ciata semi­spet­trale della taverna dello Spot­ted Dog (1893).

Pos­siamo avere un senso di con­ti­nuità con ciò che ci ha pre­ce­duto. Non quanto devono averne gli abi­tanti di Hamp­stead, senza dub­bio, o chi vive nelle gra­ziose cit­ta­dine di mer­cato dis­se­mi­nate in tutto il paese, eppure qua e là a Wil­le­sden il pas­sato soprav­vive. E siamo felici che sia così. Que­sto non vuol dire che siamo appas­sio­nati di archi­tet­tura (guar­date que­sta biblio­teca!). Però tro­viamo gra­de­vole ricor­dare che abbiamo diritto come chiun­que altro a una sto­ria locale, anche se molti di noi sono arri­vati qui da poco e da ogni angolo del pianeta.

Nei giorni di mer­cato ci con­ce­diamo la sen­sa­zione che il nostro quar­tiere, mal­grado la sua miscela ete­ro­ge­nea di per­sone e archi­tet­tura, rimanga un luogo di una certa bel­lezza che merita un minimo di tutela e di cura. È un bel modo di pas­sare la gior­nata. Mia figlia e io fac­ciamo un giro. Non si può cam­biare strada sulla via prin­ci­pale per­ciò tor­niamo indie­tro entrando in biblio­teca, neces­sa­ria­mente indie­tro nel tempo, anche se non voglio – non posso – anno­iare mia figlia con i miei ricordi: è ancora pic­cola e al di sotto del rag­gio d’azione della nostal­gia. Così anno­ierò voi. Ho stu­diato lì, a quel tavolo. Ho incon­trato un ragazzo là, dove una volta c’erano le cabine tele­fo­ni­che. Sono andata da quella parte, con i miei com­pa­gni di scuola, per vedere Lezioni di piano e Schindler’s list (cinema oggi scom­parso) e poi siamo andati di là a berci un caffè (bar oggi scom­parso) e abbiamo inta­vo­lato una vera e pro­pria discus­sione sull’arte, il primo sen­tore che possa esi­stere una dif­fe­renza tra un film con delle buone inten­zioni e un buon film.

Intanto mia figlia corre avanti e indie­tro sulla spia­nata del cen­tro insieme a un ragaz­zino che ha avuto la stessa idea. E poi cam­bia dire­zione e va dritta verso la libre­ria di Wil­le­sden Green, un nego­zietto che affitta i locali dal con­si­glio comu­nale e – qua­lun­que cosa ne pensi l’amministrazione locale del distretto lon­di­nese di Brent – garan­ti­sce un ser­vi­zio essen­ziale per la comu­nità. Lo gesti­sce Helen. Helen è una per­sona essen­ziale per la comu­nità. Defi­ni­rei così la sua essen­zia­lità: “Dare alle per­sone quello che non sape­vano di volere”. Una cate­go­ria impor­tante. Diversa da quella pro­cla­mata da Rupert Mur­doch: dare alla gente quello che vuole. Tutti ormai cono­scono bene la ver­sione scan­da­li­stica del bene sociale, ce la sor­biamo da trent’anni. La ver­sione di Helen è diversa e viene neces­sa­ria­mente messa in atto su una scala molto più ridotta.

Helen dà alla gente di Wil­le­sden quello che non sapeva di volere. Libri intel­li­genti, libri inso­liti, libri sul loro paese di ori­gine o su quello in cui si tro­vano. Libri per bam­bini dove ci sono bam­bini che somi­gliano almeno un po’ ai bam­bini che li leg­gono. Libri estre­mi­sti. Libri clas­sici. Libri strani. Libri popo­lari. Legge molto e sa dare sug­ge­ri­menti. Spero che abbiate una Helen nella libre­ria vicino a casa vostra e che quindi capiate di cosa sto par­lando. Nel 1999 non sapevo che volevo leg­gere David Mit­chell fin­ché Helen non mi indicò Nove gradi di libertà. E ho il chiaro ricordo di aver com­prato qui un libro di Sar­tre per­ché era sullo scaf­fale e lo vidi. Non so se avrei potuto sapere di voler leg­gere Sar­tre se non l’avessi visto su quello scaf­fale, cioè se Helen non ce l’avesse messo. Anni dopo, orga­niz­zai il lan­cio del mio libro in que­sta libre­ria, e quando si riempì troppo, soprat­tutto di amici di mia madre che vivono da que­ste parti, ci tra­sfe­rimmo in massa nel suo appar­ta­mento sulla stessa strada e con­ti­nuammo là.

E’ stato men­tre mi abban­do­navo alla nostal­gia per que­sto genere di cose insieme a Helen e mi chie­devo se fosse pos­si­bile orga­niz­zare un altro lan­cio nello stesso posto, che ho sen­tito par­lare per la prima volta dell’intenzione dell’amministrazione locale di demo­lire la biblio­teca insieme alla libre­ria e alle tor­rette dell’ottocento e allo spa­zio di cemento e alla spor­genza sulla quale erano seduti i quat­tro ubria­chi. Al loro posto ci saranno appar­ta­menti di lusso, una biblio­teca molto più pic­cola, un’area com­mer­ciale e niente libre­ria (Steve, il pro­prie­ta­rio, non potrebbe per­met­tersi l’aumento di affitto. È suc­cesso anche alla sua libre­ria di Kil­burn, che ha chiuso da poco dopo trent’anni di atti­vità). Mia madre è pas­sata di lì con del for­mag­gio. E tutte e tre ci siamo lamen­tate di que­sto cam­bia­mento e del van­da­li­smo cul­tu­rale che secondo noi rap­pre­senta. Oppure, se adot­tate il punto di vista con­tra­rio, siamo rima­ste lì senza motivo, come lud­di­sti, libe­rali igno­ranti di finanza che non siamo altro, a pia­gnu­co­lare per l’inevitabile.

Qual­che giorno dopo sono tor­nata in aereo a New York, dove passo parte dell’anno a inse­gnare. Teo­ri­ca­mente dovrebbe essere più facile, quando si è lon­tani, affron­tare con corag­gio le cat­tive noti­zie che arri­vano da casa, ma chiun­que abbia vis­suto in una comu­nità di espa­triati sa che è vero il con­tra­rio: nes­suno potrebbe essere più furi­bondo per quel che suc­cede a Roma del ragaz­zino ita­liano che vi serve il cap­puc­cino a Broadway.

Senza il con­trap­peso del con­te­sto quo­ti­diano, tutto quello che avete è la noti­zia, e la noti­zia per sua natura tende a essere brutta. Si diventa rapi­da­mente iste­rici. Per­ciò non saprei dire se le noti­zie che arri­vano da casa mia sono dav­vero brutte come sem­brano o se le cose per­ce­pite a cin­que­mila chi­lo­me­tri di distanza sono sog­gette a esa­ge­ra­zioni di misura e colore. Dav­vero un con­si­glio comu­nale a mag­gio­ranza labu­ri­sta ha man­dato degli ener­gu­meni nella biblio­teca di Ken­sal Rise all’alba per far­gli por­tare via i libri e la targa che ricorda il suo fon­da­tore Mark Twain? Gli abi­tanti di Wil­le­sden Green dovranno vera­mente per­dere la loro libre­ria, accon­ten­tarsi di una biblio­teca più pic­cola (che dovrà essere usata anche dai fre­quen­ta­tori di altre biblio­te­che chiuse dal con­si­glio comu­nale di Brent), veder cre­scere un brutto iso­lato di appar­ta­menti di lusso e sen­tirsi dire che que­sta è “cul­tura”? Sì. Sta suc­ce­dendo dav­vero. Senza con­sul­tare quasi nes­suno, con una tat­tica da tep­pi­sti, in tutta segre­tezza e con un imbro­glio bell’e buono. Non c’è dub­bio che il con­si­gliere locale Mo Butt si trovi in una posi­zione dif­fi­cile: i tagli di Brent sono tra i più duri del paese, e sono stati impo­sti dal governo di Lon­dra. Ma è facile far risa­lire la cat­tiva gestione dei conti al pre­ce­dente governo labu­ri­sta, e la staf­fetta della ver­go­gna non smette di girare. È tal­mente ovvio che il pro­getto di Wil­le­sden Green va a tutto van­tag­gio degli immo­bi­lia­ri­sti – evi­tan­do­gli oltre­tutto la neces­sità di costruire delle case popo­lari – che ci si sente un po’ come un bam­bino che rim­pro­vera gli adulti. Chi si aspet­te­rebbe qual­cosa di diverso in una situa­zione come que­sta, se non un bambino?

Leg­gere que­ste vicende stret­ta­mente locali in paral­lelo a quelle nazio­nali crea un’altra illu­sione ottica: l’effetto-simmetria. Nell’inchiesta di lord Leve­son sull’etica dei mezzi d’informazione bri­tan­nici tro­vate esat­ta­mente gli stessi ele­menti, però su scala nazio­nale. Man­canza quasi totale di con­sul­ta­zioni, segre­tezza, imbro­gli. Alcune tra le più impor­tanti deci­sioni della vita poli­tica bri­tan­nica ven­gono dav­vero prese durante le cene pri­vate di una minu­scola élite? Per­ché Jeremy Hunt, segre­ta­rio di stato “per la cul­tura, le olim­piadi, i media e lo sport”, manda degli sms a Mur­doch? Cos’ha pro­messo Rebe­kah Brooks al primo mini­stro e cos’ha pro­messo il primo mini­stro a Rebekah?

In un altro periodo della mia esi­stenza da espa­triata, in Ita­lia, me ne stavo seduta al tavo­lino di un caffè romano in una piazza rina­sci­men­tale e stra­buz­zavo gli occhi davanti alla tele­no­vela della vita poli­tica ita­liana: poli­tici, cal­cia­tori e per­so­naggi tele­vi­sivi inter­cet­tati, accordi die­tro le quinte, cla­mo­rosi con­flitti di inte­resse, stampa scan­da­li­stica sca­te­nata, poli­tici con­trol­lati dai gior­nali. Mi facevo grandi risate leg­gendo la Repub­blica e pren­devo in giro i miei amici ita­liani per­ché nella nostra demo­cra­zia par­la­men­tare bri­tan­nica, sostan­zial­mente sana, non ave­vamo quel genere di problemi.

Quindi ammetto di essere pro­fon­da­mente inge­nua, come gran parte dei roman­zieri anche se cre­dono spesso di avere bril­lanti intui­zioni socio­po­li­ti­che. E nei con­fronti dello stato bri­tan­nico dimo­stro un’ingenuità che deve sem­brare comica a molta gente, soprat­tutto ai più gio­vani. Posso spie­garla solo rituf­fan­domi ancora nel pas­sato. È la breve sto­ria di un debito, per­ché io devo vera­mente molto allo stato. Certa gente deve tutto quello che ha al conto in banca dei geni­tori. Io lo devo allo stato.

Per dirla in ter­mini sem­plici, lo stato mi ha istruito, mi ha aggiu­stato la gamba quando si è rotta e mi ha dato una borsa di stu­dio che mi ha per­messo di andare all’università. Mi ha rad­driz­zato i denti (un po’) e ha dato un allog­gio a mio padre, reduce di guerra, che invec­chiando non capiva più niente. Quando il mio fra­tello più pic­colo è stato inve­stito da un camion gli ha sal­vato la vita, e in par­ti­co­lare la mano destra spap­po­lata, con una tera­pia di sei mesi che pri­va­ta­mente – così mi disse un medico all’epoca – sarebbe costata un milione di ster­line. Que­ste sono le cose più grosse, ma ce ne sono anche molte più pic­cole: il cen­tro spor­tivo sov­ven­zio­nato e l’ambulatorio del mio medico, le lezioni di musica a scuola che costa­vano pochi cen­te­simi, le tasse uni­ver­si­ta­rie. Gli occhiali quando avevo nove anni. Mia figlia par­to­rita in un ospe­dale pub­blico quando ne avevo tren­ta­tré. E la biblio­teca di quar­tiere. Per rubare il titolo a un altro scrit­tore, England made me. Non ho mai tro­vato dif­fi­cile pagare le tasse per­ché le con­si­dero la resti­tu­zione di un debito molto più grande e di fatto quasi incalcolabile.

Le cose cam­biano. Adesso non ho biso­gno dello stato come una volta. E lo stato non è più quello di una volta. È com­plice di que­sta nuova realtà glo­bale con­di­visa in cui i governi pri­va­tiz­zano per tenersi i gua­da­gni e na– zio­na­liz­zano per non subire le per­dite. Una poli­tica inau­gu­rata con forza da un governo labu­ri­sta oggi viene per­fe­zio­nata dalla coa­li­zione tra con­ser­va­tori e libe­ral– demo­cra­tici di David Came­ron. La sto­ria incan­tata del bene­volo inter­vento sta­tale oggi appar­tiene al regno delle favole: non è solo inge­nua, ma deci­sa­mente irrea– le. Vedere la pro­pria sto­ria diven­tare improv­vi­sa­mente e bru­sca­mente irreale è un’esperienza comune a un’in– tera gene­ra­zione di bri­tan­nici, che oggi sono costretti a vaga­bon­dare come tanti vec­chi mari­nai rac­con­tando agli stra­nieri la sto­ria di essere andati gra­tis all’univer– sità ed essersi curati i denti senza pagare il den­ti­sta. Quando parlo di que­ste cose mi annoio da sola.

E la cosa più sgra­de­vole è se mi accu­sano di essere di sini­stra quando difendo le biblio­te­che. Solo di recente ho visto che quello che una per­sona prova per le biblio­te­che – non le scuole o gli ospe­dali, ma le biblio­te­che – può rap­pre­sen­tare una spac­ca­tura ideo­lo­gica. Pen­savo che una biblio­teca fosse uno dei pochi luo­ghi dove coin­ci­dono la spinta a con­ser­vare e il desi­de­rio di miglio­rare. E poi, che razza di per­sona di sini­stra è chi non ha più un par­tito da votare e prova anti­pa­tia, e a volte paura, più che gra­ti­tu­dine per lo stato?
 La posi­zione più vicina a una fedeltà o a un impe­ra­tivo poli­tico che rie­sco a tro­vare in que­sti giorni è quella espressa dal vec­chio social­de­mo­cra­tico Tony Judt: “Dob­biamo impa­rare a ripen­sare lo stato”. Devo diven­tare meno inge­nua. I soldi sono finiti, e le con­di­zioni ere­di­tate dalla gene­ra­zione di Judt e che la mia gene­ra­zione ha ere­di­tato da quella di Judt dif­fi­cil­mente potranno ripe­tersi durante la mia vita, e forse non si ripe­te­ranno mai. Poli­ti­ca­mente, tutto quel che mi rimane è la capa­cità di ricor­dare che il fata­li­smo è solo un altro tipo di trap­pola, e che non esi­ste un solo modo di essere inge­nui. Ancora Judt: “Ci siamo libe­rati della con­vin­zione tipica della metà del nove­cento – mai uni­ver­sale, ma sicu­ra­mente molto dif­fusa – che lo stato sia la migliore solu­zione per qua­lun­que pro­blema. Ora dob­biamo libe­rarci della con­vin­zione oppo­sta: che lo stato sia sem­pre e per defi­ni­zione la peg­giore”.
 Che genere di pro­blema è una biblio­teca? È chiaro che per molti non è affatto un pro­blema, solo una cosa fuori moda. All’estremo oppo­sto c’è la fede asso­luta del tec­no­crate: con tutti i libri del mondo online, che biso­gno c’è di quelli di carta? In que­sta pro­spet­tiva, la biblio­teca diventa uno stru­mento invece che una plu­ra­lità di spazi indi­vi­duali. Ma ogni biblio­teca pone un pro­blema diverso e inter­net, più che una solu­zione, è la cam­pana a morto per tutte.

Ogni mat­tina lotto per tro­vare un posto nell’affollatissima biblio­teca uni­ver­si­ta­ria in cui sto scri­vendo que­sto arti­colo, anche se ogni stu­dente qua den­tro potrebbe rima­nere a casa davanti al com­pu­ter a con­sul­tare Goo­gle Books. E la biblio­teca di Kil­burn – gestita anch’essa dal con­si­glio comu­nale di Brent ma che si trova nel ricco Queen’s Park – non solo pro­spera ma è chiusa per ristrut­tu­ra­zione. Ken­sal Rise la chiu­dono non per­ché è impo­po­lare ma per­ché non è remu­ne­ra­tiva, e que­sto anche se gli amici della biblio­teca di Ken­sal Rise sono dispo­sti a gestirla da soli (se il col­lege All Souls di Oxford, pro­prie­ta­rio della biblio­teca, glielo per­met­terà). Nel frat­tempo è dif­fi­cile non arri­vare alla con­clu­sione che Wil­le­sden Green sarà muti­lata soprat­tutto per­ché i con­si­glieri comu­nali ci vedono l’opportunità di un van­tag­gioso affare immobiliare.

Tutte le biblio­te­che hanno un carat­tere e un ambiente diverso. Alcune sono soprat­tutto per bam­bini, per stu­denti o per il pub­blico gene­rale, soprat­tutto piene di libri o di micro­film o di mate­riale digi­ta­liz­zato, con un caffè nel semin­ter­rato o un mer­cato davanti. Le biblio­te­che non fal­li­scono “per­ché sono biblio­te­che”. Le biblio­te­che tra­scu­rate si dete­rio­rano e que­sto ciclo, nel tempo, for­ni­sce un buon pre­te­sto per chiu­derle. Le biblio­te­che ben gestite sono piene di gente per­ché quello che offre una buona biblio­teca non si può tro­vare facil­mente altrove: uno spa­zio pub­blico dove non biso­gna com­prare niente per poterci rimanere.

Nello stato moderno ci sono pochis­simi luo­ghi dove que­sto è pos­si­bile. Gli unici che mi ven­gono subito in mente impon­gono la fede in un crea­tore onni­po­tente come requi­sito per l’ammissione. Potrebbe sem­brare la cosa più ovvia del mondo dire che il motivo per cui il mer­cato non è una solu­zione effi­ciente per le biblio­te­che è per­ché il mer­cato non sa cosa far­sene di una biblio­teca. Ma pare pro­prio che oggi sia neces­sa­rio con­ti­nuare ad affer­mare ciò che è ovvio. Non riman­gono molte isti­tu­zioni che si adat­tano con tanta esat­tezza alla defi­ni­zione key­ne­siana delle cose di cui nes­suno è dispo­sto a farsi carico tranne lo stato. E non è pos­si­bile ricreare online l’esperienza della biblio­teca. Non è solo que­stione di libri gra­tis. Una biblio­teca è un tipo diverso di realtà sociale, una realtà tri­di­men­sio­nale che con la sua stessa esi­stenza inse­gna un sistema di valori al di là di quelli economici.

Non credo che la presa di posi­zione a favore delle biblio­te­che sia par­ti­co­lar­mente ideo­lo­gica o etica. Darei per­sino ragione a chi dice che non è par­ti­co­lar­mente logica. Credo che per molta gente sia emo­tiva. Non logos o ethos, ma pathos. Anche l’emozione ha un ruolo nella vita pub­blica. Siamo esseri umani, non robot. Le per­sone che pro­te­stano con­tro la chiu­sura della biblio­teca di Ken­sal Rise amano quella biblio­teca. Erano pronte a qua­lun­que solu­zione di sini­stra o di destra se signi­fi­cava tenere aperta la biblio­teca. La biblio­teca è uno di quei beni sociali impor­tanti per per­sone di con­vin­zioni poli­ti­che diverse. Quello che dicono gli amici di Ken­sal Rise, della biblio­teca di Wil­le­sden e di altre strut­ture simili in tutto il paese è: que­sti luo­ghi per noi sono impor­tanti. Ci ren­diamo conto che ci sono pochi soldi, sap­piamo che c’è una gerar­chia di biso­gni e che il french mar­ket o una targa per Mark Twain non sono aule o letti di ospe­dale. Ma sono comun­que una parte signi­fi­ca­tiva della nostra realtà sociale, l’unica cosa del quar­tiere che non vuole la nostra anima o il nostro portafoglio.

Se le per­dite delle imprese pri­vate vanno socia­liz­zate all’interno di comu­nità che già fati­cano a tirare avanti, il minimo che si può fare è ascol­tare le per­sone quando cer­cano di dire a che livello si tro­vano, nella gerar­chia dei loro biso­gni, cose come lo spa­zio pub­blico, l’accesso alla cul­tura e la tutela dell’ambiente. “Ma io que­sta roba non la uso mai!”, dice il signor Non­le­mie­tasse. Io gli credo. Tut­ta­via le biblio­te­che bri­tan­ni­che l’anno scorso hanno accolto più di tre­cento milioni di visi­ta­tori, e que­sto mal­grado la disat­ten­zione dei vari con­si­gli comu­nali da cui dipendono.

Nella zona nord-ovest di Lon­dra le per­sone sono per­fino dispo­ste a for­mare delle catene umane davanti alle biblio­te­che. E hanno comin­ciato a scri­vere lun­ghi arti­coli sui gior­nali per difen­derle. Non fanno che ripe­tere all’infinito la stessa cosa. Difen­dete le nostre biblio­te­che. Le biblio­te­che ci piac­ciono. Pos­siamo tenerci le nostre biblio­te­che? Dob­biamo par­lare delle biblio­te­che. Implo­rano, come bam­bini. Siamo dav­vero arri­vati a que­sto punto?

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     agosto 20, 2012 Pubblicato in Articoli, Autori -       Leggi Tutto
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