Zadie Smith/Il Blues della biblioteca
Riproponiamo qui un articolo della scrittrice britannica, apparso sulla New York Review of Books e, in traduzione italiana su Internazionale n. 958 del 20 luglio 2012.Il suo ultimo libro è Perché scrivere (Minimum fax 2011)-
L’ultima volta volta che sono andata a Willesden Green ho portato mia figlia a trovare mia madre. C’era il sole. Abbiamo attraversato Brondesbury park per raggiungere High road. Era il giorno del french market, un improbabile mercato di cose francesi vendute nello spazio di cemento tra i graziosi resti turriti della bi blioteca Willesden (1894) e il goffo edificio in mattoni rossi meglio noto come Willesden Green library centre (1989), una vera e propria istituzione locale che vanta quasi 500mila visitatori all’anno. Abbiamo camminato nel sole lungo la strada in direzione dello spazio di cemen to, il mercato. Non era come camminare in una stradina ombrosa di una pittoresca cittadina rurale prima di sbucare in una piazza del settecento magnificamente conservata. Non era neppure come andare in uno di quei mercati agricoli spuntati tutta Londra dove il benessere personale s’identifica con i formaggi artigianali.
Ma era comunque molto piacevole. Nel mercato francese di Willesden si trovano borse a poco prezzo, vecchi cd, ombrelli e fiori artificiali, soprammobili, gingilli e carabattole che, naturalmente, spesso non hanno niente di francese. Pistole ad acqua. Pane e pasticceria francese poco più cari di quelli che trovereste da Gregg’s sulla Kilburn High road. Formaggio, ma solo quello a prezzi decenti e facilmente riconoscibile – brie, caprino, gorgonzola – come se il mercato avesse attraversato intatto la Manica abbandonando un sobborgo parigino degradato. E per quanto ne so potrebbe anche essere così.
Il merito principale del mercato francese di Willesden è quello di esaltare questo spazio di cemento davanti al Willesden Green library centre, che è sempre un luogo d’incontro, ma lo è ancor più in un giorno di mercato. Tutti ciondolano in giro chiacchierando, comprando o non comprando formaggio. È molto piacevole. Puoi quasi dimenticarti che Willesden High road è a una decina di metri di distanza. È questo che conta. Se gironzoli per il mercato significa che non stai andando al lavoro, non stai andando a scuola, non stai aspettando l’autobus. Non corri alla metropolitana e non stai comprando articoli di prima necessità. Non stai camminando sulla strada principale dove si svolgono tutte queste attività. Sei appena un po’ più in là, a bighellonare in uno spazio urbano all’aperto, cioè proprio quello che le moderne strade commerciali vogliono impedirci di fare.
Tutti sanno che se le persone gironzolano senza obiettivo per qualche tempo in un’area urbana hanno buone probabilità di diventare “antisociali”. E in effetti su una delle strane sporgenze architettoniche della biblioteca ci sono quattro barboni ubriachi seduti a bere birra. Forse in un paesino starebbero seduti sotto un albero o sarebbero cacciati via da un contadino armato di forcone. Non pretendo di sapere cosa succede nei paesini. Ma qui a Willesden stanno seduti mentre noi siamo radunati senza nessun obiettivo utile nel brutto spazio di cemento, semplicemente in piedi al sole, come una specie di comunità. Da questa posizione possiamo guardare in avanti verso le torrette, a sinistra verso la stazione di polizia vittoriana (1865), oppure a destra in direzione della facciata semispettrale della taverna dello Spotted Dog (1893).
Possiamo avere un senso di continuità con ciò che ci ha preceduto. Non quanto devono averne gli abitanti di Hampstead, senza dubbio, o chi vive nelle graziose cittadine di mercato disseminate in tutto il paese, eppure qua e là a Willesden il passato sopravvive. E siamo felici che sia così. Questo non vuol dire che siamo appassionati di architettura (guardate questa biblioteca!). Però troviamo gradevole ricordare che abbiamo diritto come chiunque altro a una storia locale, anche se molti di noi sono arrivati qui da poco e da ogni angolo del pianeta.
Nei giorni di mercato ci concediamo la sensazione che il nostro quartiere, malgrado la sua miscela eterogenea di persone e architettura, rimanga un luogo di una certa bellezza che merita un minimo di tutela e di cura. È un bel modo di passare la giornata. Mia figlia e io facciamo un giro. Non si può cambiare strada sulla via principale perciò torniamo indietro entrando in biblioteca, necessariamente indietro nel tempo, anche se non voglio – non posso – annoiare mia figlia con i miei ricordi: è ancora piccola e al di sotto del raggio d’azione della nostalgia. Così annoierò voi. Ho studiato lì, a quel tavolo. Ho incontrato un ragazzo là, dove una volta c’erano le cabine telefoniche. Sono andata da quella parte, con i miei compagni di scuola, per vedere Lezioni di piano e Schindler’s list (cinema oggi scomparso) e poi siamo andati di là a berci un caffè (bar oggi scomparso) e abbiamo intavolato una vera e propria discussione sull’arte, il primo sentore che possa esistere una differenza tra un film con delle buone intenzioni e un buon film.
Intanto mia figlia corre avanti e indietro sulla spianata del centro insieme a un ragazzino che ha avuto la stessa idea. E poi cambia direzione e va dritta verso la libreria di Willesden Green, un negozietto che affitta i locali dal consiglio comunale e – qualunque cosa ne pensi l’amministrazione locale del distretto londinese di Brent – garantisce un servizio essenziale per la comunità. Lo gestisce Helen. Helen è una persona essenziale per la comunità. Definirei così la sua essenzialità: “Dare alle persone quello che non sapevano di volere”. Una categoria importante. Diversa da quella proclamata da Rupert Murdoch: dare alla gente quello che vuole. Tutti ormai conoscono bene la versione scandalistica del bene sociale, ce la sorbiamo da trent’anni. La versione di Helen è diversa e viene necessariamente messa in atto su una scala molto più ridotta.
Helen dà alla gente di Willesden quello che non sapeva di volere. Libri intelligenti, libri insoliti, libri sul loro paese di origine o su quello in cui si trovano. Libri per bambini dove ci sono bambini che somigliano almeno un po’ ai bambini che li leggono. Libri estremisti. Libri classici. Libri strani. Libri popolari. Legge molto e sa dare suggerimenti. Spero che abbiate una Helen nella libreria vicino a casa vostra e che quindi capiate di cosa sto parlando. Nel 1999 non sapevo che volevo leggere David Mitchell finché Helen non mi indicò Nove gradi di libertà. E ho il chiaro ricordo di aver comprato qui un libro di Sartre perché era sullo scaffale e lo vidi. Non so se avrei potuto sapere di voler leggere Sartre se non l’avessi visto su quello scaffale, cioè se Helen non ce l’avesse messo. Anni dopo, organizzai il lancio del mio libro in questa libreria, e quando si riempì troppo, soprattutto di amici di mia madre che vivono da queste parti, ci trasferimmo in massa nel suo appartamento sulla stessa strada e continuammo là.
E’ stato mentre mi abbandonavo alla nostalgia per questo genere di cose insieme a Helen e mi chiedevo se fosse possibile organizzare un altro lancio nello stesso posto, che ho sentito parlare per la prima volta dell’intenzione dell’amministrazione locale di demolire la biblioteca insieme alla libreria e alle torrette dell’ottocento e allo spazio di cemento e alla sporgenza sulla quale erano seduti i quattro ubriachi. Al loro posto ci saranno appartamenti di lusso, una biblioteca molto più piccola, un’area commerciale e niente libreria (Steve, il proprietario, non potrebbe permettersi l’aumento di affitto. È successo anche alla sua libreria di Kilburn, che ha chiuso da poco dopo trent’anni di attività). Mia madre è passata di lì con del formaggio. E tutte e tre ci siamo lamentate di questo cambiamento e del vandalismo culturale che secondo noi rappresenta. Oppure, se adottate il punto di vista contrario, siamo rimaste lì senza motivo, come luddisti, liberali ignoranti di finanza che non siamo altro, a piagnucolare per l’inevitabile.
Qualche giorno dopo sono tornata in aereo a New York, dove passo parte dell’anno a insegnare. Teoricamente dovrebbe essere più facile, quando si è lontani, affrontare con coraggio le cattive notizie che arrivano da casa, ma chiunque abbia vissuto in una comunità di espatriati sa che è vero il contrario: nessuno potrebbe essere più furibondo per quel che succede a Roma del ragazzino italiano che vi serve il cappuccino a Broadway.
Senza il contrappeso del contesto quotidiano, tutto quello che avete è la notizia, e la notizia per sua natura tende a essere brutta. Si diventa rapidamente isterici. Perciò non saprei dire se le notizie che arrivano da casa mia sono davvero brutte come sembrano o se le cose percepite a cinquemila chilometri di distanza sono soggette a esagerazioni di misura e colore. Davvero un consiglio comunale a maggioranza laburista ha mandato degli energumeni nella biblioteca di Kensal Rise all’alba per fargli portare via i libri e la targa che ricorda il suo fondatore Mark Twain? Gli abitanti di Willesden Green dovranno veramente perdere la loro libreria, accontentarsi di una biblioteca più piccola (che dovrà essere usata anche dai frequentatori di altre biblioteche chiuse dal consiglio comunale di Brent), veder crescere un brutto isolato di appartamenti di lusso e sentirsi dire che questa è “cultura”? Sì. Sta succedendo davvero. Senza consultare quasi nessuno, con una tattica da teppisti, in tutta segretezza e con un imbroglio bell’e buono. Non c’è dubbio che il consigliere locale Mo Butt si trovi in una posizione difficile: i tagli di Brent sono tra i più duri del paese, e sono stati imposti dal governo di Londra. Ma è facile far risalire la cattiva gestione dei conti al precedente governo laburista, e la staffetta della vergogna non smette di girare. È talmente ovvio che il progetto di Willesden Green va a tutto vantaggio degli immobiliaristi – evitandogli oltretutto la necessità di costruire delle case popolari – che ci si sente un po’ come un bambino che rimprovera gli adulti. Chi si aspetterebbe qualcosa di diverso in una situazione come questa, se non un bambino?
Leggere queste vicende strettamente locali in parallelo a quelle nazionali crea un’altra illusione ottica: l’effetto-simmetria. Nell’inchiesta di lord Leveson sull’etica dei mezzi d’informazione britannici trovate esattamente gli stessi elementi, però su scala nazionale. Mancanza quasi totale di consultazioni, segretezza, imbrogli. Alcune tra le più importanti decisioni della vita politica britannica vengono davvero prese durante le cene private di una minuscola élite? Perché Jeremy Hunt, segretario di stato “per la cultura, le olimpiadi, i media e lo sport”, manda degli sms a Murdoch? Cos’ha promesso Rebekah Brooks al primo ministro e cos’ha promesso il primo ministro a Rebekah?
In un altro periodo della mia esistenza da espatriata, in Italia, me ne stavo seduta al tavolino di un caffè romano in una piazza rinascimentale e strabuzzavo gli occhi davanti alla telenovela della vita politica italiana: politici, calciatori e personaggi televisivi intercettati, accordi dietro le quinte, clamorosi conflitti di interesse, stampa scandalistica scatenata, politici controllati dai giornali. Mi facevo grandi risate leggendo la Repubblica e prendevo in giro i miei amici italiani perché nella nostra democrazia parlamentare britannica, sostanzialmente sana, non avevamo quel genere di problemi.
Quindi ammetto di essere profondamente ingenua, come gran parte dei romanzieri anche se credono spesso di avere brillanti intuizioni sociopolitiche. E nei confronti dello stato britannico dimostro un’ingenuità che deve sembrare comica a molta gente, soprattutto ai più giovani. Posso spiegarla solo rituffandomi ancora nel passato. È la breve storia di un debito, perché io devo veramente molto allo stato. Certa gente deve tutto quello che ha al conto in banca dei genitori. Io lo devo allo stato.
Per dirla in termini semplici, lo stato mi ha istruito, mi ha aggiustato la gamba quando si è rotta e mi ha dato una borsa di studio che mi ha permesso di andare all’università. Mi ha raddrizzato i denti (un po’) e ha dato un alloggio a mio padre, reduce di guerra, che invecchiando non capiva più niente. Quando il mio fratello più piccolo è stato investito da un camion gli ha salvato la vita, e in particolare la mano destra spappolata, con una terapia di sei mesi che privatamente – così mi disse un medico all’epoca – sarebbe costata un milione di sterline. Queste sono le cose più grosse, ma ce ne sono anche molte più piccole: il centro sportivo sovvenzionato e l’ambulatorio del mio medico, le lezioni di musica a scuola che costavano pochi centesimi, le tasse universitarie. Gli occhiali quando avevo nove anni. Mia figlia partorita in un ospedale pubblico quando ne avevo trentatré. E la biblioteca di quartiere. Per rubare il titolo a un altro scrittore, England made me. Non ho mai trovato difficile pagare le tasse perché le considero la restituzione di un debito molto più grande e di fatto quasi incalcolabile.
Le cose cambiano. Adesso non ho bisogno dello stato come una volta. E lo stato non è più quello di una volta. È complice di questa nuova realtà globale condivisa in cui i governi privatizzano per tenersi i guadagni e na– zionalizzano per non subire le perdite. Una politica inaugurata con forza da un governo laburista oggi viene perfezionata dalla coalizione tra conservatori e liberal– democratici di David Cameron. La storia incantata del benevolo intervento statale oggi appartiene al regno delle favole: non è solo ingenua, ma decisamente irrea– le. Vedere la propria storia diventare improvvisamente e bruscamente irreale è un’esperienza comune a un’in– tera generazione di britannici, che oggi sono costretti a vagabondare come tanti vecchi marinai raccontando agli stranieri la storia di essere andati gratis all’univer– sità ed essersi curati i denti senza pagare il dentista. Quando parlo di queste cose mi annoio da sola.
E la cosa più sgradevole è se mi accusano di essere di sinistra quando difendo le biblioteche. Solo di recente ho visto che quello che una persona prova per le biblioteche – non le scuole o gli ospedali, ma le biblioteche – può rappresentare una spaccatura ideologica. Pensavo che una biblioteca fosse uno dei pochi luoghi dove coincidono la spinta a conservare e il desiderio di migliorare. E poi, che razza di persona di sinistra è chi non ha più un partito da votare e prova antipatia, e a volte paura, più che gratitudine per lo stato? La posizione più vicina a una fedeltà o a un imperativo politico che riesco a trovare in questi giorni è quella espressa dal vecchio socialdemocratico Tony Judt: “Dobbiamo imparare a ripensare lo stato”. Devo diventare meno ingenua. I soldi sono finiti, e le condizioni ereditate dalla generazione di Judt e che la mia generazione ha ereditato da quella di Judt difficilmente potranno ripetersi durante la mia vita, e forse non si ripeteranno mai. Politicamente, tutto quel che mi rimane è la capacità di ricordare che il fatalismo è solo un altro tipo di trappola, e che non esiste un solo modo di essere ingenui. Ancora Judt: “Ci siamo liberati della convinzione tipica della metà del novecento – mai universale, ma sicuramente molto diffusa – che lo stato sia la migliore soluzione per qualunque problema. Ora dobbiamo liberarci della convinzione opposta: che lo stato sia sempre e per definizione la peggiore”. Che genere di problema è una biblioteca? È chiaro che per molti non è affatto un problema, solo una cosa fuori moda. All’estremo opposto c’è la fede assoluta del tecnocrate: con tutti i libri del mondo online, che bisogno c’è di quelli di carta? In questa prospettiva, la biblioteca diventa uno strumento invece che una pluralità di spazi individuali. Ma ogni biblioteca pone un problema diverso e internet, più che una soluzione, è la campana a morto per tutte.
Ogni mattina lotto per trovare un posto nell’affollatissima biblioteca universitaria in cui sto scrivendo questo articolo, anche se ogni studente qua dentro potrebbe rimanere a casa davanti al computer a consultare Google Books. E la biblioteca di Kilburn – gestita anch’essa dal consiglio comunale di Brent ma che si trova nel ricco Queen’s Park – non solo prospera ma è chiusa per ristrutturazione. Kensal Rise la chiudono non perché è impopolare ma perché non è remunerativa, e questo anche se gli amici della biblioteca di Kensal Rise sono disposti a gestirla da soli (se il college All Souls di Oxford, proprietario della biblioteca, glielo permetterà). Nel frattempo è difficile non arrivare alla conclusione che Willesden Green sarà mutilata soprattutto perché i consiglieri comunali ci vedono l’opportunità di un vantaggioso affare immobiliare.
Tutte le biblioteche hanno un carattere e un ambiente diverso. Alcune sono soprattutto per bambini, per studenti o per il pubblico generale, soprattutto piene di libri o di microfilm o di materiale digitalizzato, con un caffè nel seminterrato o un mercato davanti. Le biblioteche non falliscono “perché sono biblioteche”. Le biblioteche trascurate si deteriorano e questo ciclo, nel tempo, fornisce un buon pretesto per chiuderle. Le biblioteche ben gestite sono piene di gente perché quello che offre una buona biblioteca non si può trovare facilmente altrove: uno spazio pubblico dove non bisogna comprare niente per poterci rimanere.
Nello stato moderno ci sono pochissimi luoghi dove questo è possibile. Gli unici che mi vengono subito in mente impongono la fede in un creatore onnipotente come requisito per l’ammissione. Potrebbe sembrare la cosa più ovvia del mondo dire che il motivo per cui il mercato non è una soluzione efficiente per le biblioteche è perché il mercato non sa cosa farsene di una biblioteca. Ma pare proprio che oggi sia necessario continuare ad affermare ciò che è ovvio. Non rimangono molte istituzioni che si adattano con tanta esattezza alla definizione keynesiana delle cose di cui nessuno è disposto a farsi carico tranne lo stato. E non è possibile ricreare online l’esperienza della biblioteca. Non è solo questione di libri gratis. Una biblioteca è un tipo diverso di realtà sociale, una realtà tridimensionale che con la sua stessa esistenza insegna un sistema di valori al di là di quelli economici.
Non credo che la presa di posizione a favore delle biblioteche sia particolarmente ideologica o etica. Darei persino ragione a chi dice che non è particolarmente logica. Credo che per molta gente sia emotiva. Non logos o ethos, ma pathos. Anche l’emozione ha un ruolo nella vita pubblica. Siamo esseri umani, non robot. Le persone che protestano contro la chiusura della biblioteca di Kensal Rise amano quella biblioteca. Erano pronte a qualunque soluzione di sinistra o di destra se significava tenere aperta la biblioteca. La biblioteca è uno di quei beni sociali importanti per persone di convinzioni politiche diverse. Quello che dicono gli amici di Kensal Rise, della biblioteca di Willesden e di altre strutture simili in tutto il paese è: questi luoghi per noi sono importanti. Ci rendiamo conto che ci sono pochi soldi, sappiamo che c’è una gerarchia di bisogni e che il french market o una targa per Mark Twain non sono aule o letti di ospedale. Ma sono comunque una parte significativa della nostra realtà sociale, l’unica cosa del quartiere che non vuole la nostra anima o il nostro portafoglio.
Se le perdite delle imprese private vanno socializzate all’interno di comunità che già faticano a tirare avanti, il minimo che si può fare è ascoltare le persone quando cercano di dire a che livello si trovano, nella gerarchia dei loro bisogni, cose come lo spazio pubblico, l’accesso alla cultura e la tutela dell’ambiente. “Ma io questa roba non la uso mai!”, dice il signor Nonlemietasse. Io gli credo. Tuttavia le biblioteche britanniche l’anno scorso hanno accolto più di trecento milioni di visitatori, e questo malgrado la disattenzione dei vari consigli comunali da cui dipendono.
Nella zona nord-ovest di Londra le persone sono perfino disposte a formare delle catene umane davanti alle biblioteche. E hanno cominciato a scrivere lunghi articoli sui giornali per difenderle. Non fanno che ripetere all’infinito la stessa cosa. Difendete le nostre biblioteche. Le biblioteche ci piacciono. Possiamo tenerci le nostre biblioteche? Dobbiamo parlare delle biblioteche. Implorano, come bambini. Siamo davvero arrivati a questo punto?
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