Quantità/Elogio della lentezza
di andrea teodorani
La parola “quantità” mi ha riportato alla mente una scena del film “Quarto potere” di Orson Welles.Alcune persone (si tratta di giornalisti) si trovano all’interno di un palazzo, in una sala enorme, circondati da innumerevoli oggetti di valore e opere d’arteUn gruppo di operai lavora alla catalogazione degli oggetti e uno di loro getta nel fuoco del camino una vecchia slitta di legno con su scritto la parola “Rosabella”.Probabilmente l’operaio la riteneva insignificante in confronto a tutto il resto. “Rosabella” è la parola che Charles Foster Kane pronuncia in punto di morte. Il film racconta la sua vita ricostruita dai giornalisti alla ricerca di una risposta su chi o cosa fosse “Rosabella”.Kane apparentemente ha avuto tutto: ricchezza, fama, potere. Ma è stato felice? Per tutta la vita ha rincorso la felicità impegnandosi in mille progetti e acculando oggetti. L’ultimo pensiero è per il suo giocattolo di bambino. E’ credo, una forte critica al sogno americano o almeno a quello che è diventato, un consumismo schizofrenico di oggetti ed emozioni.Una paura di non aver vissuto se non si ha avuto che di conseguenza trasforma chi è consapevole dell’impossibilità di avere in persone ciniche e superficiali.Il tempo, inteso come giorni, ore, minuti, è diventata la cosa più importante eppure non facciamo che riempire le nostre giornate di attività. Sembra quasi che vogliamo dimenticare di essere vivi.La scena che mi aveva colpito, la sala enorme dove la voce delle persone aveva un’eco e tutti gli oggetti ammucchiati come un centro commerciale dopo la chiusura, mi ha dato una sensazione di grande solitudine.
“Quantità” spesso si contrappone a “qualità”. Non credo sia una regola assoluta. La ricchezza in se non è negativa, anzi, è la povertà che non dovrebbe essere tollerata. Qualcuno potrebbe dire che in fondo tutto è relativo. Ma è davvero così?Ricordo che tempo fa un amico mi parlava con entusiasmo di una serie televisiva di grande successo. Qualcosa avevo visto anch’io, un paio di puntate, ma non avevo capito molto, perché non avevo seguito le puntate precedenti.Questi telefilm hanno tutti delle cose in comune: una trama intricata e un ritmo forsennato di avvenimenti. Lo spettatore deve seguire con attenzione ma non si annoia mai, viene quasi ipnotizzato, deve sapere come andrà a finire, i colpi di scena si susseguono ma il lieto fine è bene o male assicurato. E’ tutto molto rassicurante.Devo dire che da un certo punto di vista sono ben costruiti ma ogni argomento è trattato con molta superficialità e li ho sempre trovati noiosi.Quando ho detto questo al mio amico, lui è rimasto sorpreso.In questi giorni leggo “Per chi suona la campana”, un romanzo di Hemingway. Penso abbia una capacità eccezionale di descrivere l’anima degli esseri umani. Per raccontare due giorni di vita di cinque, sei persone, utilizza trecento pagine. Ma non è mai ripetitivo. Ad ogni riga scopriamo un nuovo tassello che ci fa capire quale mistero impossibile da decifrare completamente siano gli esseri umani.
Conosco persone che reputano intelligenti ma che non leggono perché non ne hanno voglia, perché pensano sia un passatempo noioso. Allora è solo una questione di gusto? Non credo. La letteratura non è solo un piacere.
Forse la mia è una considerazione banale ma la vita di oggigiorno, il lavoro, la famiglia, gli amici, le consuetudini insomma anestetizzano le emozioni e tutto diventa incolore o senza sapore. Le persone sentono il bisogno di pietanze dai sapori forti anche se banali e ripetitive.
Credo nella scrittura come un effetto sfiammante. Una lettera alla volta, una parola dietro l’altra. Per quanto si è veloci con la penna o a premere tasti, per quanto si sia nel momento d’ispirazione non c’è scampo ad una certa salutare lentezza.






























