Autori/Mazzantini:Scrivere è una lotta. Io volevo correre



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Con que­sto discorso, che abbiamo ripreso dal Cor­riere della Sera del 25 mag­gio 2009, Mar­ga­ret Maz­zan­tini è inter­ve­nuta al Festi­val Let­te­ra­ture di Mas­sen­zio, a Roma

La sedia, già quella è un pro­blema. La mat­tina non la guardo nem­meno, ci giro intorno, fac­cio ordine. Io volevo cor­rere. Il salto in lungo, quello mi pia­ceva. Da bam­bina pas­savo ore a spo­stare una canna in terra, ad allon­ta­nare il tra­guardo. Mio padre scri­veva e io vedevo quell’ uomo inca­te­nato nel suo stu­diolo con il plaid sulle gambe e una mezza fol­lia nello sguardo cele­ste incas­sato nei ricordi. Pas­sava la vita a setac­ciare il pas­sato e a me sem­brava un pesca­tore con un amo arrug­gi­nito a cac­cia d’ un pesce mori­bondo che però gli sfug­giva all’ infi­nito. No, la let­te­ra­tura non mi sem­brava un mestiere per uno spi­rito alle­gro. Andare indie­tro per sof­frirci, per ubria­carsi da soli. Mio padre diceva: mi pub­bli­che­ranno postumo, que­sta sarà la mia fine. Era uno di quei pes­si­mi­sti ener­gici che ci ten­gono a lasciare il segno, mi stam­pava sul muso il suo destino. Le coste nere dei libri in cor­ri­doio erano pic­cole bare che trat­te­ne­vano il seme di qual­che infe­lice come lui, solo con mag­gior for­tuna edi­to­riale. La scrit­tura era un destino mici­diale da sepolti vivi, da guer­rieri dell’ ombra. Tor­niamo alla sedia, a scuola quello era il tra­gico pro­blema. Ero abi­tuata al movi­mento, «stare», era una diga cru­dele. Il resto della gab­bia era accet­ta­bile, il ron­zio della mae­stra che spie­gava, l’ odore sti­pato di crea­ture, ma l’ immo­bi­lità era dolore, acuto, spine su spine. A scuola ci andavo con i pan­ta­loni spor­chi di terra sulle ginoc­chia per via dei salti, aspet­tavo che si sec­casse e graf­fiavo per farla cadere. I miei qua­derni erano dis­se­mi­nati di buchi, neri come pozzi di petro­lio. Ero incline a pre­stare, a per­dere, così quando mi ritro­vavo senza gomma per can­cel­lare mi arran­giavo con il dito bagnato di saliva. La carta per­deva la sua prima pelle e io riscri­vevo sull’ umido, ma tante volte sfre­gavo troppo ed ecco il buco. I miei qua­derni erano un campo di bat­ta­glia. Poi ogni tanto ci scap­pava la pagina caz­zuta, quella che veniva bene da cima a fondo, il mira­colo, il fiore intatto nella fan­ghi­glia dell’ imbratto. Dicono che scrivo sem­pre di odori, è vero. Ho impa­rato a distin­guerli da pic­cola. Ho infi­lato il naso nella resina degli alberi, nella terra fre­sca e in quella secca. Ho schiac­ciato for­mi­che e ho sen­tito l’ odore fre­sco della morte per la prima volta. Ho alle­nato un naso che inghiotte in pro­fon­dità, che tra­scina nella pan­cia, nel luogo delle emo­zioni. Ho impa­rato la tem­pe­sta, a non aver paura dei ful­mini, della scossa di fuoco che taglia la col­tre buia dei pio­va­schi, che rag­giunge un albero e lo scuoia. La cam­pa­gna mi ha inse­gnato l’ iso­la­mento, la nudità e quello stato d’ animo che sem­pre ritrovo, una nostal­gia che mar­tella alla schiena, che scava come un becco matto e mi spinge a cer­care qual­cosa che non cono­sco, al buio, con il naso sol­tanto, come i cie­chi. La mia scrit­tura nasce intorno a un buco. Io pianto roba intorno, semino pen­sieri, li rac­colgo a ogni angolo di strada. Poi aspetto la gran­di­nata delle parole scritte. Il buco si riem­pie, per un po’ sem­bra sazio. Poi si svuota in una notte, torna esat­ta­mente com’ era, una cavità che risuc­chia ener­gie. Una ferita che non san­guina e nem­meno si chiude, se ne sta lì come una bocca aperta, un inghiot­ti­toio senza fondo. Ci sono voca­zioni che nascono bene­vole, cul­late da chi le ospita. Pit­tori che già da bam­bini si dilet­ta­vano con barat­toli di ver­nice, futuri mae­stri d’ orche­stra che appic­ci­ca­vano il naso alle vetrine di stru­menti musi­cali. E invece ci sono voca­zioni negate, schi­fate… gente che se la dà a gambe, cerca una via di fuga dal mara­sma che gli corre incon­tro. Io fac­cio parte della cate­go­ria dei fug­gia­schi, di quelli che ne fareb­bero volen­tieri a meno. Per­ché scri­vere è un mestiere vio­lento, è una mano che ti afferra la nuca, ti cin­ghia alla sedia. Non c’ è niente di blando, di carez­ze­vole. È una lotta che com­batto a mani nude. Non nutro alcuna pas­sione verso i cale­pini, le penne, i diari del viag­gia­tore. Quando non scrivo un romanzo — e a quello ci arrivo solo a calci in culo, dopo aver riman­dato fino all’ impos­si­bile — non scrivo nem­meno una parola, non una car­to­lina, un mes­sag­gio. Nem­meno un sms. Non mi va di scri­vere. Di chiu­dermi in quel pozzo, d’ infi­lare la tor­cia nella tana del pesce che magari oggi non s’ affac­cia, come non è uscito ieri. E se non scrivo cam­mino. Mi piace il tram che attra­versa la città, mi gusto la gente che sale e che scende, e quella che rimane. Qual­cuno dice che guardo troppo gli altri, che non mi fac­cio mai gli affari miei. Sì, mi fisso, ma gli occhi sono l’ archi­vio. Quando reci­tavo in tea­tro invi­diavo le vite ordi­na­rie, la gente che lavo­rava di giorno e la sera si ripo­sava. Oggi ho un lavoro diurno, esco con gli altri, dopo aver pre­pa­rato i figli per la scuola. Mi metto una cami­cia fre­sca, mi lego i capelli. Cam­mino verso il mio stu­dio. M’ illudo di fare un lavoro comune dove incon­trerò qual­cuno, invece saluto il por­tiere, salgo quella rampa di gra­dini ed è finita la vita sociale. Comin­cia la clau­sura. La luce è poca, non serve. L’ aria è quella di città, dell’ eser­cito di tubi di mac­chine che spu­tano. Do l’ acqua a una pianta che forse è morta ma è un’ erica vio­la­cea e quindi non si vede. Lavo la mac­chi­netta del caffè, m’ infilo certe pan­to­fole da suora com­prate al mer­cato. Poi tele­fono alla ragazza del pesce, le chiedo se ha una spi­gola di mare, se può pulir­mele, pas­serò nel pome­rig­gio. Sbrigo qual­che altra rogna di gior­nata. Poi accendo il com­pu­ter. Scrivo troppo, potrei spom­parmi la metà. Accu­mulo pagine che poi abban­dono, libri che mi stan­cano prima di arri­vare in fondo. Per­ché tante volte viag­gio in oriz­zon­tale, m’ allargo sulle ali, m’ incu­neo nei cuni­coli late­rali che non por­te­ranno a nulla. Mi fisso su un det­ta­glio che inse­guo fino in fondo. I det­ta­gli sono la mia osses­sione, su quelli che si regge il mondo. Per­ché una crepa sul muro, una insi­gni­fi­cante crepa, può rac­con­tare la fine di un amore meglio di una scena madre, di un dia­logo con i fioc­chi. Scrivo solo quello che mi fa venire nostal­gia della vita. Il mondo intorno mi rac­conta una sto­ria, una signo­rina che tra­balla, storta, che però mi sem­bra di poter soste­nere, e magari alla fine sarà lei a por­tarmi sulle spalle. Una buona sto­ria è sem­pre un buon alle­na­tore. Ti tira den­tro, ti gon­fia i muscoli, ti fa sal­tare gli osta­coli, arri­vare vivo in fondo alla mara­tona. La sto­ria è quello che la gente legge, il resto rimane a te. Il pen­siero è folle, sbran­cato, devi tenerlo per un filo come un aqui­lone da far volare alto ma senza mai lasciarlo vera­mente. È l’ illu­sione di stac­carti dalla tua stessa ombra, invece fai un giro largo e poi torni. Met­tere dritto il caos, infi­lare una balena nella gab­bia di un cri­ceto. La libertà è solo a strappi, una fuga al car­dio­palma, il resto è fru­sta, è imbri­gliare il pen­siero per ren­derlo visi­bile. E mi chiedo se valga la can­dela que­sto sommo eser­ci­zio per mito­mani asfit­tici, quest’ avven­tura di tirarsi via dal mondo per rac­con­tare il mondo. Tutti que­sti nasi infi­lati nella sco­no­scenza! Tanto l’ enigma intorno al quale si svi­luppa il pen­siero è fermo alla solita triade di domande basi­che: per­ché siamo nati? Qual è il senso di que­sto viag­gio? Cos’ è la morte? Eppure con­ti­nuiamo a rime­stare nel cesto del gio­cat­to­laio, quel pozzo magico che ci riflette e ci tira a sé per il biso­gno di rac­con­tarci sem­pre la stessa favola, per strin­gerci alla terra con mag­giore con­vin­zione. Per me la let­te­ra­tura è que­sto abbrac­cio, una buona badante nei giorni in cui per soprav­vi­vere ti sem­bra neces­sa­rio diven­tare indif­fe­rente, poi magari leggi la morte di un pescio­lino in un libro e il nodo duro si scio­glie, e ti piangi tutto quello che non ti sei mai pianto. Io al mat­tino, in realtà, mi affac­cio a una fine­stra e guardo fuori chi passa. Certi giorni non suc­cede niente, la scrit­tura è ferma, non urla, non trema, non gioi­sce. Poi di colpo trovi la frana, il risuc­chio. Arrivi in fondo, ti sem­bra di toc­care qual­cosa. Sei come un apnei­sta davanti alla tana. Aspetti il pesce buono, ma il fiato è quello che è. Resi­sti in apnea e può durare ore di cui non ti accorgi. Solo più tardi senti il ron­zio di chi è rima­sto troppo tempo in un altro ele­mento e fatica a tor­nare a galla. Io ho i bam­bini. Per molti scrit­tori sono dei nemici, gli piac­ciono, ma non a casa loro. I bam­bini disor­di­nano la vita, sov­ver­tono i piani. E gli scrit­tori vogliono il loro piano ordi­nato, per­ché gli basta già il disor­dine del pen­siero, è solo con quello che vogliono con­fron­tarsi. Li capi­sco. Ma io ho i bam­bini. Li ho voluti, tutti. Li ho chia­mati uno per volta. Loro ti costrin­gono a roto­lare e se ne fre­gano di quello che fai quando non sei con loro. Ricordo il qua­derno su cui scrissi le prime righe da scrit­trice. Me lo regalò mio marito. Sulla coper­tina c’ era un’ imma­gine colo­rata, l’ esplo­ra­tore Indiana Jones che agi­tava in aria un pezzo di corda a cap­pio. Fu un invito stra­va­gante, da quel giorno comin­ciò il ballo furi­bondo della psi­che, aprii la gab­bia e saltò fuori di tutto, dra­ghi, feticci, misteri. Non ho mai smesso di sen­tirmi un esplo­ra­tore. Ogni libro rico­min­cia l’ avven­tura, il viag­gio che l’ eroe non vuole com­piere eppure gli tocca. Mi fermo sulla soglia, non ci penso nem­meno ad andare. Poi qual­cuno mi incita, un men­tore qual­siasi, una figura che incro­cia la mia strada, un segno. I miei eroi sono quasi sem­pre dei fessi, uma­nità che non ci teneva pro­prio a sfi­dare il destino. Gente così, che capita di stra­foro den­tro l’ avven­tura, però ce l’ aveva scritto sulla nuca dove non poteva leg­gere e allora ho letto io. Hanno sem­pre un livido, una pic­cola maga­gna. Per­ché sono le imper­fe­zioni che ci ren­dono vera­mente umani. Mi piace rac­con­tare occa­sioni sfio­rate, ciò che ci manca, la gra­ci­lità delle nostre vite che troppo spesso gal­leg­giano senza urgenze vere, cop­pie soli­ta­rie che non somi­gliano a nulla, solo al desi­de­rio che hanno di esi­stere. Le prime parole di Venuto al mondo sono: «Il viag­gio della spe­ranza». Era mio il viag­gio, mia la spe­ranza. Avevo pun­tato un dito lon­tano. Sapevo che il viag­gio sarebbe stato lungo e acci­den­tato, avevo biso­gno di fidu­cia. Ho comin­ciato a cor­rere, a cadere e a rial­zarmi, in quel campo noto di esal­ta­zione e pro­stra­zione. A ogni salto riu­scito, a ogni osta­colo supe­rato, ho spo­stato la canna più in là, ho allon­ta­nato il tra­guardo. Oggi ho una sedia moderna, ergo­no­mica. Con­ti­nuo a guar­darla con la stessa dif­fi­denza, è un’ evo­lu­zione più accat­ti­vante, più sub­dola del vec­chio castigo. Io volevo cor­rere, vin­cere le Olim­piadi. Papà Mio padre diceva: mi pub­bli­che­ranno postumo, que­sta sarà la mia fine. Era uno di quei pes­si­mi­sti ener­gici che ci ten­gono a lasciare il segno, mi stam­pava sul muso il suo destino




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     maggio 28, 2009 Pubblicato in I modi dello scrivere -       Leggi Tutto
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1 Commento al “Autori/Mazzantini:Scrivere è una lotta. Io volevo correre”

  1. paolo scrive:

    fac­cio notare solo un pic­colo errore di tra­scri­zione dell’articolo, che fini­sce con IO VOLEVO CORRERE, VINCERE LE OLIMPIADI.
    Il resto è la ripe­ti­zione di una frase del testo. In ogni caso, non infi­cia la bel­lezza e purezza del testo.

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