Il marito muto

Hanno parlato del Marito Muto di Claudio Castellani:

di Repubblica del 24 novembre 2007

Il mio amore è terrorista ANNI ‘70 Cosa succede quando la persona con cui stai ti tradisce per la lotta armata? Storie, poco note, di vittime sentimentali degli anni di piombo

di Pietro Cheli

Amore e terrore non sono parenti e, a parte la rima, si somigliano poco. Nomi comuni astratti dalla difficile, se non impossibile, coabitazione, uno solo dei quali diventa concreto quando finisce in -ismo. Terrore e derivati tagliano il mondo con il machete. L’amore coltiva dubbi, e caos, rimescola le vite e le rende imprevedibili. Il terrore le divide – noi da una parte, i nemici dall’altra – e coltiva e impone certezze innaffiate d’odio. Un odio silenzioso, pieno di oscurità, in un’atmosfera senza “suoni, né rumori né canti. Come se il mondo fosse all’improvviso diventato muto. Il mondo muto era l’odio. Era l’odio che Carlo nutriva per la scelta di Maria. Era l’odio verso una decisione così importante per la loro unione che lei aveva preso senza dirgli nulla”. Siamo nella pancia degli anni Settanta, Carlo e Maria sono due giovani sposi. Si sono conosciuti grazie alla militanza, che per la donna è precipitata in qualcosa di più quando confessa che “da tre anni faceva parte di un’organizzazione terroristica”. Più che una sberla per lui. “Terroristica. Lo colpì l’aggettivo. Maria l’aveva pronunciato con un tono che indicava disprezzo. Carlo pensò che si erano sposati un paio di giorni dopo l’Epifania di quello stesso anno. Potevi sciogliere la dote con più cura, commenterà qualche settimana più tardi”. È anche la storia di un tradimento. Di una “bigamia” perché la terrorista sposa la sua causa e a quelli come Carlo viene il dubbio: ma il mio amore non bastava? È l’inizio di una fine che dura molto, molto tempo. Si intitola Il marito muto, storia, venata di autobiografia scritta in forma di romanzo, che Claudio Castellani pubblica con la casa editrice Tropea. Se gran parte delle vittime del terrorismo sono state dimenticate in fretta e se i loro parenti sono ancora più rimossi – come hanno raccontato molto bene negli ultimi anni Mario Calabresi e Sabina Rossa con i rispettivi saggi Spingendo la notte più in là (Mondadori) e Guido Rossa, mio padre (Bur) – questo libro mette a fuoco chi non ha subito la rimozione, ma l’ha paradossalmente cercata: i parenti dei terroristi. Poco sfiorati dall’eccessivo diluvio di memorie, autobiografie, ricostruzioni che da una decina d’anni tanti ex, dissociati, pentiti o irriducibili producono, restano coperti da una nebbia. Fitta quando si tratta di genitori da contestare o parenti che non condividono percorsi e scelte. Ancora più fitta quando la famiglia sono il compagno, la compagna o i fratelli, persone con le quali sono stati condivisi esperienze, sogni, idee, piccola e grande quotidianità in un frullatore dei sentimenti che si immaginano buoni. E invece… È la frode contro chi si fida, quella che Dante punisce nella profondità dell’Inferno, nell’ultimo cerchio: un immenso lago di ghiaccio. E i brividi vengono anche leggendo il romanzo in cui Claudio Castellani è bravo a restituire il vuoto interiore che prova Carlo, la sua impotenza e il lungo senso di angoscia che lo avvolge mentre cerca Maria, cerca di capirla. Ma il mio amore non bastava. Ci sono due scene che si possono prendere a prestito da film per rendere bene l’idea. Nella Meglio gioventù, con cui Marco Tullio Giordana ha esplorato la generazione che cresce tra gli anni Sessanta e Settanta in Italia, il giovane medico Nicola Carati (Luigi Lo Cascio) entra a casa e trova la moglie Giulia Monfalco (Sonia Bergamasco) in riunione con un gruppo di persone. I due si sono conosciuti a Firenze, “angeli del fango” durante l’alluvione del 1966, e la liaison è cresciuta a Torino dove studiano e fanno parte del movimento, esattamente come Carlo e Maria. Nicola entra e capisce di essere di troppo, prende la figlia e la porta fuori, con il dolore dentro che cresce perché sa che Giulia è ormai lontana da loro. Seconda scena. In Anni di piombo, film il cui titolo è diventato universale, nel 1981 Margarethe von Trotta mette a fuoco le vicende delle sorelle Marianne (Barbara Sukowa) e Juliane detta Jule (Jutta Lampe). La prima vive l’impegno come reporter di un giornale femminile, la seconda, abbandonati il marito e il figlio piccolo, come terrorista. Nel carcere dove Jule è rinchiusa, e dove morirà suicida, le sorelle si ritrovano a discutere delle loro vite e delle loro scelte in un magma di sentimenti che non riescono a sciogliere. E qui sta il punto: il groviglio che si crea e in cui ci si perde mentre l’amore finisce per evaporare. Un labirinto in cui la letteratura aiuta ad andare in profondità, a esplorare i luoghi oscuri. A capire le ingenuità, i dubbi, gli errori. A fare, come scrive Claudio Castellani in una nota, “un’indagine sulla difficoltà umana di accedere alla consapevolezza”. Un tema più difficile da dire che da raccontare. Carlo “diventato comunista all’inizio dell’adolescenza” nel giro di pochi mesi “aveva abbandonato i romanzi di Salgari per sostituirli con i saggi di Lenin”, ama le fotografie “del miliziano spagnolo che cade colpito a morte” e “dei cittadini ungheresi che scagliano sassi contro i carri armati russi nella Budapest del ‘56″. Incontra Maria poco dopo che il padre Lazarus, “scoperto che la figlia era comunista”, l’aveva fatta “rinchiudere per tre giorni in una clinica psichiatrica”. Citando “molti passi di Mao e di Lenin” la convince “a porsi al servizio del popolo”. Si innamorano, poi c’è il matrimonio, quasi casuale, per impedire che lei, cittadina svizzera, venga espulsa. I problemi quotidiani, la sopravvivenza economica, i colpi d’occhio, la complicità, la nuova casa da arredare. Tutto scorre, come per milioni di altre coppie di quegli anni ma solo per lui. Non per lei. Sino a quella mannaia affilatissima. Ma il mio amore non bastava? Diventa tutto più buio e sempre di più. Un buio che attraversa diversi romanzi recenti. È quello in cui si arrovella il professore di lettere in pensione protagonista di Prima esecuzione di Domenico Starnone (Feltrinelli) quando scopre che una delle sue ex studentesse più esuberanti è stata arrestata. Chiede notizie alla famiglia sentendo nella voce del padre l’eco di quella “timida fermezza con cui mi aveva rimproverato l’influenza che esercitavo sulla figlia”. L’uomo, che nell’insegnamento si spendeva con entusiasmo invitando i ragazzi a vivere secondo valori forti, chiede di incontrarla per essere rassicurato di non aver sbagliato. Un buio in cui rischia di perdersi Emma, sorella della brigatista Antonia che ha abbandonato il figlio piccolo prima di morire durante un blitz dei carabinieri in una casa di Genova. È Come torrenti di pioggia di Annamaria Fassio (Fratelli Frilli) dove Emma cerca di capire le ragioni e la disperazione di una sorella disorientata quando ormai non le può più chiedere nulla. Un buio che crede di essersi lasciato alle spalle Paolo Emilio Calvesi, architetto nato a Roma e residente a Bologna che nella tranquillità di una nuova famiglia, con due figli piccoli “cittadino benestante, in regola con il fisco e con le leggi” è protagonista di L’amore degli insorti di Stefano Tassinari (Tropea). Era solo Paolo, quando coltivava sogni giovanili deflagrati negli incubi della lotta armata. E ora è solo Emilio, dopo essere scampato fortunosamente alla sorte peggiore si è adeguato ai riti di quella borghesia che tanto aveva odiato. Sinché il buio si presenta con una lettera, e poi un’altra, e poi diversi segni di una catena familiare, un solo indizio, un nome: Alba, la donna che amava e che ha abbandonato senza neppure una parola per entrare in clandestinità. Sarà una ventata di gioventù, non sua, a risvegliarlo dall’incubo. L’amore in ogni caso è lontano, il terrore e soprattutto il suo -ismo fagocitano tutto. “Solo la letteratura”, osserva in una nota finale Claudio Castellani, “può condurci oltre la Storia e costringerci a gettare uno sguardo là dove l’immagine scientifica vede solo materiali di risulta. È la precisione con cui l’indagine storica deve ricostruire i fatti che le impedisce di considerare gli individui e quindi di vedere dentro la storia”.

SENTIMENTO CLANDESTINO “Maria non parlò più della sua scelta. Per Carlo fu una zona della sua vita che rimase per sempre avvolta nel buio. Chi l’avesse contattata, che argomenti avesse usato per convincerla, se la sua fosse stata un’adesione immediata, oppure accompagnata da dubbi. Se fosse stato il risultato di un cammino graduale, fatto di complicità sempre meno indirette, o implicite, o se fosse stata una risoluzione improvvisa, sull’onda dell’emozione. Magari le forze reazionarie avevano ucciso un compagno, oppure avevano fatto strage di molte persone innocenti. Non ne parlò più, così come, del resto, non tornò più su ciò che aveva visto il giorno in cui varcò il portone, per consegnare il pacchetto, e dovette assistere all’uccisione di un uomo. L’unica cosa che rivelò, di una certa importanza, fu che l’organizzazione era internazionale. Riuniva l’esperienza e l’intelligenza dei terroristi di tutto il mondo. Non raccontò mai esattamente come fosse nata, e quando, e chi ne faceva parte, e come fosse strutturata, ma solo che i suoi dirigenti erano montoneros argentini. O, per essere più precisi, che i montoneros argentini avevano ricevuto l’incarico di seguire la situazione italiana. Questo fatto, che si trattava di un’organizzazione internazionale, costituiva per lei un motivo di orgoglio. La sua attività clandestina non aveva niente a che vedere con la galassia di gruppi e gruppuscoli nazionali di cui parlava con disprezzo. Un’armata brancaleone, un’accozzaglia di persone incompetenti, spesso assetate di potere, a volte generose e oneste ma politicamente e organizzativamente miopi e ottuse”. Claudio Castellani, Il marito muto, Tropea, pp. 170/171

UNITI NELLA VIOLENZA In Italia non si sfugge mai dalla famiglia. E così anche le Brigate Rosse hanno una madre, Margherita Cagol detta Mara, e un padre, Renato Curcio. Si incontrano nella facoltà di sociologia di Trento negli anni Sessanta, matrimonio con rito misto – cattolica lei, ateo ma di passato valdese lui – alle 5.30 della mattina dell’1 agosto 1969 al santuario di San Romedio nel cuore della Val di Non. È la coppia più celebre. Fine tragica quando lei viene uccisa trentenne nel 1975 durante un’azione. A Roma si conoscono Adriana Faranda e Valerio Morucci, militanti di Potere Operaio, che entrano nelle Br e partecipano al sequestro Moro nel 1978. Arrestati un anno dopo, si dissociano dopo aver affermato nel 1984 che la lotta armata è fallita. Oggi separati. Sull’altro lato della barricata Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giusva, e Francesca Mambro. Neofascisti, condannati, tra gli altri delitti, per la strage alla stazione di Bologna del 1980, unica accusa che respingono. Si sono sposati, ambedue carcerati, nel 1985, hanno una figlia di 6 anni e fanno attività per l’associazione contro la pena di morte “Nessuno tocchi Caino”.

Espresso del 10-01-08

Amore di Piombo

Di Gigi Riva

Conosciamo il punto di vista dei terroristi. Conosciamo un po’ meglio, dopo il libro di Mario Calabresi, quello dei parenti delle vittime. Ci mancava, sugli anni di piombo, la prospettiva di chi viveva coi terroristi. Sapendolo,, ma non tradendo per una legge degli affetti che precede la legge della società. Colma questa lacuna “Il marito muto”, il bel romanzo dell’esordiente Claudio Castellani (Tropea, pp.282, euro 15). Il quale trae spunto dalla storia personale, come dichiara apertamente: “Le vicende narrate sono abbastanza vere e, come direbbe Kurt Vonnegut, è tutto accaduto, più o meno. Insomma è un libro autobiografico e allo stesso tempo non lo è.”

Carlo e Maria condividono il sogno della rivoluzione. Al risveglio, lui si ritrova, per sbarcare il lunario, nella redazione di un giornale di moda. Lei, disoccupata, si occupa nella professione indicibile: terrorista e di un’organizzazione internazionale. Le sue assenze fanno scattare nel merito i sospetti di un tradimento, non una vera gelosia chè non era consentito a chi doveva gestire un’altra graduatoria di priorità. Poi la confessione che congela l’uomo, il marito, nel mutismo. Non potrà nulla, nemmeno fare domande, se vorrà aiutarla ad uscirne. Così si fa complice del segreto e anche di qualche consegna (innocua). Lo stato peggiore per la serenità. Il migliore per riflettere su cosa davvero si voleva, cosa è successo, dove si è sbagliato. Il rapporto si sfascia, anche se resta un profondo affetto. L’epilogo (che in realtà sta all’inizio) lo tacciamo per lasciare una curiosità inappagata.

Corriere della Sera del 14-01-08

Esordi Il romanzo di Castellani indaga le vite di una coppia

Eros e terrorismo: la grande finzione di un sessantottino

Di Giorgio De Rienzo

Originale è il tema del romanzo di Claudio Castellani: la storia d’ amore (o meglio di un «amore postumo») tra due innamorati del mito della rivoluzione proletaria che scelgono percorsi di vita che non si toccano, se non nella richiesta di lei di una protezione espressa spesso in termini di comando. Carlo ha appena compiuto trentasette anni quando a mezzogiorno – ancora nel dormiveglia – riceve una telefonata di Maria. La moglie, da cui si è separato da due anni, dice di stare male, gli chiede di raggiungerla. Lui si irrita al tono «freddo e formale» della donna, ma va comunque. Sente, per l’ ennesima volta, che deve «essere successo qualcosa di grave, anche se non sa cosa». La realtà dei fatti si rivelerà terribilmente semplice. Maria vuole avere Carlo in casa, perché ha deciso di togliersi la vita, desidera la compagnia di quello che è stato un «marito muto» prima di gettarsi dalla finestra, per poi lasciarlo nel groviglio di interrogativi senza risposta. E l’ uomo, per l’ ultima volta, obbedirà: sente di dover «proteggere Maria» anche nella morte, di dover custodire il suo «segreto» di cui conosce poco. Sa che è affiliata a un misterioso gruppo terrorista, ma ignora con quale ruolo. È pur vero tuttavia che la moglie ha patito offese gravi dai genitori: dunque quell’ «altrove» dove fugge fisicamente (o mentalmente) potrebbe essere un «trip di testa». Il ritmo serrato dell’ inizio del romanzo si allenta nel resoconto della vita di Carlo che inizia con un’ accesa passione politica, protetta dal sogno dell’ avverarsi di una rivoluzione che tutto travolgerà e cambierà. Gli anni in cui si svolge il racconto sono quelli del movimento studentesco (con i miti di Che Guevara e Mao opposti agli apparati «grigi» del Pci) e poi quelli della deviazione nella lotta armata delle Brigate rosse. Ma questo conta poco. In una nota Castellani scrive infatti che «è solo l’ imprecisione romanzesca» quella che «consente di afferrare il succo, stupido e vitale, dell’ agire umano». E la vitalità del libro sta appunto nel cogliere i riflessi della Storia nelle vicende personali di Carlo e Maria, a cui il resto fa da contorno, anche ingombrante talvolta. Al primo incontro Carlo capisce che Maria sarà la sua donna. Ma si accorge di non possedere «le parole dell’ amore». Ha in mente una concezione di un libero «amore rivoluzionario», ma non è quello che lei vuole da lui, anche se Maria all’ apparenza dice di voler vivere sempre «libera e indipendente». «Libera anche da te», precisa con durezza. Con il passar del tempo Carlo s’ imborghesisce, vorrebbe la donna che ha sposato solo sua. Ma lei invece è proiettata in un qualcosa di sconosciuto che l’ allontana. Anche se Maria parlerà (per accenni) di ciò che le accade, la legge imposta al marito rimane quella di stare «muto», di non far domande a cui comunque non ci sarebbero risposte. Un giorno avviene la rivelazione più dolorosa. Maria, decisa a uscire dall’ organizzazione, chiede aiuto a Carlo: «Voglio uscirne. Farò fatica, ma ci riuscirò. Conta soltanto che tu mi ami. Se posso essere sicura del tuo amore, sempre, ce la farò. Ma se non mi amerai più, o se amerai di meno, allora non lo so, non credo che avrò la forza di lottare». Sono parole sibilline che possono esaltare o abbattere Carlo. Resta comunque il fatto che «una decisione così importante per la loro unione», Maria l’ «aveva presa senza dirgli nulla». È proprio questa esibizione sfacciata di estraneità, pur nella richiesta di un «amore cieco», che affascina ma insieme chiude Carlo in «un buio» d’ anima, da cui tenterà invano di uscire, dopo la morte della donna, in una caparbia ricostruzione di indizi lasciati nelle sbadate allusioni della donna. L’ uomo prova a mettere insieme spezzoni di frasi interrotte da risate «isteriche» o da lacrime che riescono a sconvolgere il tessuto dei suoi pensieri. Torna perciò all’ «espressione enigmatica» di Maria, a quel «sorriso» che «non riesce a nascondere un’ aria di malinconia, di allerta e di rimprovero». La donna ha lasciato dei diari che Carlo tarderà a leggere e una cassetta che lui ascolterà solo in parte. I documenti rafforzeranno il sospetto che i racconti interrotti di Maria negli anni vissuti insieme fossero soltanto «fantasie» o «giochi d’ ombre», che la fuga della moglie in «un universo parallelo e ambiguo dal quale gli chiedeva di distogliere lo sguardo» potesse avere una spiegazione più banale o ancora più terribile di quella da lei suggerita e pilotata.

Rolling Stone del 31-01-08

Il passato che non passa

DI Ilaria Bernardini

Una donna si suicida, è stata terrorista negli anni 70. Il marito resta e ricorda, dopo molti anni. Viaggia tra memoria e narrazione pura il libro di Claudio Castellani

Un romanzo delicato Il marito muto. Sembra di stare a una seduta di ipnosi, in cui finalmente si riesce a raccontare cosa è stato. Ne esce un documento importante, di una vita e anche della nostra storia. La prima cosa che penso, quando lo finisco, è che deve essere stata dura scriverlo. E che Claudio Castellani ha aspettato molto prima di raccontare. Quindi gli chiedo: a che punto della vita sei riuscito a scrivere questa storia così dolorosa? «Ho cominciato a scrivere il libro nel novembre del 2001. Ciò che mi ha spinto a farlo è la somma di alcune cose. In primo luogo il bisogno di fare chiarezza dentro me stesso, rispetto a una vicenda che costituisce nella mia vita uno spartiacque. In secondo luogo il bisogno di riflettere sulle vicende di una generazione e su un periodo storico complesso, che ci ha traghettato da un mondo fatto in un certo modo a un mondo fatto in un modo molto diverso. Credo che la generazione del 68 abbia portato all’estremo limite di sviluppo idee e teorie ottocentesche e, allo stesso tempo, ha aperto la strada al nuovo. Due correnti che, incontrandosi, hanno creato un’onda anomala. In terzo luogo, il bisogno di rendere testimonianza: mi sembra un dovere civile a cui non è né onesto né conveniente abdicare. Novembre 2001 significa poche settimane dall’11 settembre e relativo ingresso in un’epoca di terrorismo generalizzato. Ma, detto questo, credo che la risposta più vera sia la seguente: ho cominciato a scrivere il libro perché avevo la sensazione che il mio dramma stesse svanendo senza lasciare i frutti che avrebbe dovuto. Non vorrei farla lunga, ma sono convinto che il nostro mondo ha detabuizzato il sesso e ha tabuizzato il dolore. Sono molto lontano da una visione cattolica delle cose, ma penso che il dolore sia un richiamo che la natura ci ha regalato. Il dolore non è una seccatura, è la saggezza che perde la pazienza di fronte alla nostra sbadataggine». A leggere Il marito muto penso anche: non è strano che a raccontare la propria storia si tenda a pensare alla propria vicenda come provvista di una tesi, e quindi una teoria? E poi che cosa resta dopo essersi liberati o anzi, più probabile, in qualche maniera svuotati, di una storia così? «Cosa resta. Non so. Cosa resta della vita? L’unica cosa che conta nella vita, secondo me, è la consapevolezza che abbiamo maturato. Per questo ho scritto che considero il mio libro un’indagine sulla difficoltà umana ad accedere alla consapevolezza delle cose». Già, che domanda del cazzo. Cosa resta? E allora ne faccio un’altra più o meno pari. Del genere maschio-femmina. Nel libro si ha l’impressione che nelle scelte, tu non sbagli mai. «È un’osservazione giusta. Lui ha sempre ragione. Tutta la vicenda è vista con gli occhi di lui, che si sente prigioniero delle conseguenze di una scelta che non ha compiuto. Dunque si racconta secondo il ritmo di una rabbia del protagonista che è sempre forte, e pulsa fino alla fine. È una narrazione faziosa. Ma è anche una rabbia, credo, che il protagonista si può permettere. La vicenda che unisce Maria e Carlo si snoda dall’autunno del 1969 all’ottobre del 1982. In tutto questo tempo lui le dedica un amore non esile. Carlo è affascinato dalla bellezza di Maria, ma ancora di più dal suo sguardo luminoso. Lo sguardo di chi sa sempre cosa accadrà dopo e dopo e dopo ancora. Il senso del romanzo sta in questo: la difficoltà di Carlo a prendere coscienza della propria ragione». Mentre leggevo il libro mi è mancata la musica. Ho cercato di pensare a una colonna sonora per Milano, per quegli anni. Quali sarebbero le canzoni del tuo libro? «Nel romanzo si intrufolano i Beatles, Leonard Cohen e Cat Stevens. Ci puoi aggiungere Bob Dylan, De Gregori, Demetrio Stratos, ma anche Mina e Tenco. Mi viene quasi da dire che la musica è stata il veicolo che ha traghettato nelle nostre teste di stalinisti, il nuovo che il movimento di quegli anni stava generando. Senza la musica saremmo stati patetici. Senza la musica e senza il cinema». Per il trentennale sono usciti decine di libri sul 77. L’anno prossimo ne avremo centinaia sul 68. Siamo destinati a tornare sempre a quegli anni? «Durante la scrittura non ho letto testi sugli anni di piombo, sul delitto Moro ecc. Sentivo che mi avrebbero disturbato e distratto. Poi li ho guardati e, all’inizio, mi sembrava che fossero poco interessanti. Mi dicevo: che senso ha accanirsi sui segreti che ancora avvolgono il delitto Moro? Ha importanza sapere se quella mattina, pochi istanti prima che le armi sparassero, è transitata una moto a tutta velocità? Il senso degli anni di piombo non è comunque chiaro? Ho pensato così fino al giorno in cui ho letto il libro intervista a Moretti che Rossanda e Mosca hanno scritto nel 1993. Moretti racconta cose che neppure un bambino crederebbe. Che i brigatisti non sapevano distinguere tra il ruolo di Moro e quello di Andreotti, che sono andati in via Fani con due mitra vecchi e rotti che non potevano neanche sparare. Descrive i brigatisti come poveri sprovveduti. Allora mi sono detto che nessuna vicenda, può considerarsi chiusa se non giunge a una narrazione chiara, credibile ed esauriente. Questa narrazione è lontana dall’essere scritta, sia da parte degli uomini dello Stato, sia da parte dei terroristi. Siamo fatti così: per chiudere i sepolcri ci occorre una storia, prima ancora che una lapide. Perché, se no, i bambini non prendono sonno, senza la loro razione di Biancaneve?».

Panorama del 21-02-08

Tutto è accaduto, più o meno

Di Valeria Gandus

Ci sono tanti modi di rievocare il Sessantotto e gli anni che seguirono. Claudio Castellani ha scelto il più difficile e doloroso aprendo per la prima volta pubblicamente il suo album di famiglia. Fotografie ingiallite dal tempo, ma vivide nel ricordo, di due grandi amori: la politica e sua moglie, morta suicida all’inizio degli anni Ottanta. Depressione, pensarono allora gli amici e conoscenti. Era in parte vero. Ma il male di vivere di Maria aveva un’origine tanto oscura quanto indicibile: una scelta politica estrema l’aveva portata a militare in una formazione terroristica dalla quale alla fine era faticosamente uscita. Che però aveva lasciato anche in lei profonde ferite non rimarginabili.

L’autore, il marito muto del titolo, sapeva, dissentiva, amava e soffriva. Soprattutto s’infuriava per quella scelta che si ripercuoteva inevitabilmente su di lui e sul matrimonio, che infatti naufragò. Anche se Maria lo legò a sé in modo indissolubile: uccidendosi proprio in casa sua.

E oggi racconta (in forma di romanzo:”come direbbe Kurt Vonnegut, è tutto accaduto, più o meno”) ciò che allora non poteva rivelare a nessuno. Senza romanticismo e tantomeno vittimismo. Al contrario, con grande lucidità di pensiero e di scrittura, rievocando non soltanto la sua privata tragedia ma luoghi, fatti, pensieri, persone che sembrano oggi, anche a chi c’era, lontanissimi, quasi irreali: non un libro, l’ennesimo, sugli anni Settanta ma piuttosto un’indagine, come dice l’autore, sulla difficoltà umana di accedere alla consapevolezza.

Il Sole 24 Ore-Il domenicale del 2-03-08

Matrimonio di piombo

Di Giovanni Pacchiano

E’ il primo romanzo di questi ultimi tempi, dedicato agli anni caldi dal Sessantotto agli anni di piombo, che ci convinca. Perché non c’è enfasi né ricerca d’effetto nel libro di Claudio Castellani, Il marito muto. Solo, la cronaca di un matrimonio che via via va in crisi, alienato dall’ombra del terrorismo, che si insinua nella vita di una giovane coppia di militanti politici di sinistra, Carlo e Maria. Sinchè lui saprà dalla moglie, senza troppi preamboli, che lei è entrata in un’organizzazione terroristica internazionale. Anche se, tiene lei a precisare, non ha mai ucciso nessuno.

W, con questa rivelazione, il mondo della paranoia scambiata per realtà, e della realtà scambiata per allucinazione persecutoria, ossessiona l’esistenza dei due, e distrugge il rapporto di coppia. Maria ha un lavoro, insieme al marito, nell’archivio di un grande giornale. Monotolo e deleterio per l’intelligenza vivace di Carlo, che passerà poi, senza molte gratificazioni emotive, in un giornale di moda. Per Maria, invece, lavoro di copertura. Ma lei un brutto giorno molla tutto, è pochissimo a casa, non dà spiegazioni delle sue assenze, tende, davanti al marito, a difendere una facciata che poi d’improvviso crolla. Troppo sveglia per non capire i pericoli che corre, sia restando nell’organizzazione, sia lasciandola. Il resto, lo vedrà il lettore…

Tuttavia, al di là della vicenda di Maria e Carlo, e benché l’autore, in una breve nota finale, dichiari il suo nessun interesse a ripercorrere le trame che “hanno animato un periodo storico di grande importanza”, attratto com’è, invece, “dall’indagine sulla difficoltà umana di accedere alla consapevolezza” e,un po’ alla maniera di Zola, dal “comportamento di individui che si trovano ad agire all’interno di forze più grandi di loro”, il romanzo fotografa con nitidezza le dinamiche di un’epoca. Dove, dall’iniziale apertura all’espressione di emozioni e di desideri, perpetuamente verbalizzata da parte del movimento degli studenti, “un’esplosione di comunicazione”, insomma, -così commenta Carlo- si passa all’implosione di un universo, come quello del terrorismo, dove la regola quotidiana sta nell’antinomia spiare-essere spiati. Mentre “persone che volevano far trionfare ideali grandi come il mondo non potevano condividere nessuna esperienza” : ridotte a “maschere orribili che comprimevano e distorcevano immagini e suoni, parole e pensieri”.

E’ bravo, l’autore, a riprodurre senza strafare, il clima dell’epoca, i blabla dei funzionari di partito e dei piccoli gruppi, le sedute di autocoscienza, l’ambiente delle comuni e dei circoli delle femministe. Come è bravo a tratteggiare, tenendosi lontano dagli eccessi di scavo, il carattere e il dramma di Maria, il personaggio chiave del libro. Sicchè gli perdoniamo volentieri (ma occorre segnalargliela) una piccola gaffe anatomica. Una “ottava e nona cervicale” (pag 116), che, di fatto, nella colonna vertebrale dell’uomo, non esistono.

Liberazione del 7-3-08

Il marito muto, un bel libro ma il clima di quegli anni dov’è?

Stefano Tassinari Nella maggior parte dei casi, gli autori di romanzi italiani incentrati sulla stagione di lotte degli anni Settanta tendono a raccontare, oltre alle vicende sulle quali si basano le specifiche trame, anche il contesto politico e culturale di quel periodo, nella convinzione che questa sia l’unica possibilità per far comprendere a chi non c’era la ragione di certi comportamenti, anche violenti, adottati da centinaia di migliaia, per non dire milioni, di giovani (e il riferimento, va da sé, è alla violenza diffusa e non solo a quella armata). E’ una posizione che, personalmente, condivido, e non perché ritenga necessario “giustificare” determinate scelte, ma perché, in un momento come questo, considero la “nostra” ricostruzione di quel clima storico come una forma di autodifesa e di controinformazione nel contempo. Autodifesa dai continui attacchi – spesso ai limiti dell’isteria – lanciati dall’Establishment politico e giornalistico di questo Paese nei confronti della generazione più “scomoda” del secolo scorso, e controinformazione nei riguardi della scientifica opera di falsificazione della realtà portata avanti da presunti commentatori e opinionisti, quasi sempre pescati tra quei “vecchi ragazzi” pentiti anche di essere stati giovani (e dunque ribelli, ma solo per motivi anagrafici, per carità!). Un fatto è certo: oggi più che mai quegli anni sono sotto processo, con l’obiettivo (fatto proprio dalla destra e, almeno in parte, dallo stesso nuovo centro veltroniano) non solo di cancellarne le conquiste civili e sociali, ma anche di eliminare alla radice le tracce di un modo di vivere, troppo sovversivo e irriverente per poter essere accettato nell’Italia di oggi. Proprio per queste ragioni mi ha un po’ stupito la scelta compiuta dallo scrittore e giornalista Claudio Castellani, autore di un romanzo fortemente generazionale nei contenuti e nei riferimenti, Il marito muto , (Marco Tropea Editore, pp. 282, euro 15), eppure lontano da quell’esigenza di ricostruzione del clima di cui si è detto in precedenza. D’altronde, è lo stesso scrittore bergamasco (oggi trapiantato nel riminese) a chiarire, in una nota finale, il proprio punto di vista, quando afferma che «non rivestiva per me alcun interesse ripercorrere con precisione, anche se in termini narrativi, le vicende che hanno animato un periodo storico di grande importanza, dal punto di vista sociale e culturale. (…) Più che un romanzo sugli eventi politici degli anni Sessanta, Settanta e dei primissimi anni Ottanta, preferisco considerare Il marito muto un’indagine sulla difficoltà umana di accedere alla consapevolezza.». La domanda, a questo punto, è la seguente: si può scrivere un romanzo “intimista” su un’epoca segnata da parole d’ordine quali “il personale è politico” e da un’agire talmente collettivo da sfiorare l‘autolesionismo? Sinceramente direi di no, a meno che al centro della storia narrata non via sia un sentimento del tutto privato, per affrontare il quale certe categorie rischiano di rivelarsi limitate. Ed è proprio questo il caso del libro di Castellani, basato su una tragedia tanto personale quanto autentica (il suicidio della propria moglie, militante di un gruppo armato dal quale cercò, inutilmente, di uscire) e sviluppato come un’inchiesta – solo in apparenza distaccata – non tanto sulle motivazioni che possono portare a scelte radicali, bensì sul quadro psicologico da cui, forse, tali scelte potrebbero aver avuto origine. Ammesso che questa mia interpretazione sia corretta (e non è detto), la materia appare piuttosto delicata, specie per le sue implicazioni politiche. Per superarle indenni abbiamo una sola possibilità: considerare la vicenda di Maria – la protagonista del libro – come non rappresentativa di un percorso (senza sbocchi, certo, ma questo ora non ha alcuna importanza) compiuto da decine di migliaia di giovani, e non solo in Italia. In caso contrario dovremmo pensare che, alla base di certe scelte, vi siano state per lo più motivazioni personali (e magari un quadro psicologico e famigliare un po’ devastato), il che, francamente, sarebbe inaccettabile e fuorviante. Chiariti questi punti – ed espressa la mia personale irritazione per l’uso del termine terrorista a proposito di persone che mai hanno messo bombe nelle stazioni o nei mercati – il romanzo di Castellani, sotto il profilo narrativo, è un buon lavoro e va sicuramente letto, innanzi tutto per il pàthos – per nulla costruito – che attraversa le sue pagine, ma ancor più per la capacità dell’autore di approfondire due mondi interiori – quelli di Maria e del marito Carlo – così diversi eppure così intrecciati, il cui legame, forse, si può rompere solo grazie a un gesto estremo, con cui provare a liberarsi, in un istante, di un passato ingombrante, di un presente pesantissimo e di un futuro troppo incerto. Pagine intense quelle di Claudio Castellani, specie se affrontate asciugandole da qualsiasi aspettativa generazionale, per quanto giusta e appassionata si possa rivelare.